LA DURA REALTÁ DEI TRANSESSUALI NELLE CARCERI ITALIANE

0
Il detenuto transessuale è il più delle volte uno straniero, formalmente e legalmente di sesso maschile, privo del permesso di soggiorno, costretto a vivere la carcerazione in misura isolata ed afflittiva. Di Simona Carandente

Le problematiche della popolazione penitenziaria, intesa in senso lato, sono talmente multiformi e variegate da potersi ricondurre a categorie concettuali con estrema difficoltà: il sovraffollamento, le difficoltà della gestione, la mancanza di personale non sono che i tasti dolenti più noti del sistema carcere, che cela al proprio interno situazioni talvolta inimmaginabili o comunque difficilmente comprensibili ai più.

La privazione della libertà, già di per sé dolorosa e fonte di sofferenza per qualsiasi essere umano, in taluni casi può essere vissuta in misura ancor più afflittiva, a seconda delle particolari condizioni personali o sociali del soggetto recluso: è il caso, ad esempio, dei detenuti transessuali, tristemente emarginati nella società civile così come nel duro microcosmo del carcere. Attualmente in Italia i detenuti transessuali sono quasi duecento, sparsi per le carceri italiane, con picchi in quelle di Napoli, Roma, Firenze e Belluno, stranieri per la quasi totalità dei casi, destinati a scontare la propria pena in sezioni ad hoc dei singoli penitenziari, alla stregua di soggetti quali i collaboratori di giustizia ed i responsabili di reati di pedofilia.

Tale forma di emarginazione trova la sua ratio nella necessità, facilmente intuibile ma non condivisibile, di salvaguardare soggetti “deboli” rispetto alla stessa popolazione detenuta, forgiata dalla lunga carcerazione subìta ed orientata, in un vasto numero di casi, a comportamenti di natura vessatoria e/o prevaricatoria. Il detenuto transessuale è il più delle volte uno straniero, formalmente e legalmente di sesso maschile, privo del permesso di soggiorno e nell’impossibilità di ottenerlo, privo di legami con la popolazione detenuta e con la propria famiglia di origine, costretto a vivere la propria carcerazione in misura pressoché isolata ed ulteriormente afflittiva.

Tali difficoltà si riflettono, ad esempio, sulle questioni pratiche connesse alla detenzione: il legame sentimentale del detenuto transessuale non ha alcuna rilevanza per la legge, ed il proprio compagno o compagna non verrà mai riconosciuto come tale ed ammesso a fare colloqui; le misure alternative alla detenzione non trovano applicazione, volta l’impossibilità di reperire domicili idonei o aiuti esterni; il tasso di suicidio di tali soggetto è a dir poco altissimo, con tassi percentuali di gran lunga superiori a quelli dei detenuti “normali”.

Nel gennaio 2010 si profilò la concreta ipotesi di trasformare la casa circondariale di Empoli (foto), già carcere esclusivamente femminile, in penitenziario riservato ai soggetti transessuali, nel tentativo di non ghettizzarli e poter rendere concreto, oltre che agevolmente fruibile, il trattamento penitenziario stesso. La struttura, dotata di una sala per dipingere, un’altra per la musica, una biblioteca ed un cortile all’aperto, si prestava allo scopo per dotazioni e logistica, nel tentativo di fornire una risposta efficace e concreta ad un problema delicato, più volte affrontato in sede governativa e necessitante di una risoluzione nelle alte sfere.

Allo stato attuale, purtroppo, il progetto di legge appare sfumato, a fronte dell’incessante aumento della popolazione transessuale detenuta, in attesa di soluzioni più radicali e comunque definitive. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

PICCOLI MUSEI, GRANDE CULTURA: LE PERLE CAMPANE A PORTATA DI CLICK

0
Un mix di cultura a tutto tondo: dalla storia, all”arte, passando per la scienza e il folklore, tutto a pochi chilometri da casa. Tutte le curiosità e le necessarie informazioni sono disponibili in rete.

Che il nostro presente sia scandito in ogni suo aspetto dalla tecnologia informatica è, ormai, un fatto assodato: versamenti, acquisti, scambi di dati passano tutti per la rete. Internet è certamente il carattere più decisivo e intrigante che contraddistingue la post-modernità. Niente di così inusuale, dunque, che anche il mondo della cultura si vada aggiornando in tal senso. La digitalizzazione e lo sviluppo informatico investe il settore della cultura nei suoi mille aspetti come dimostra Cultura Italia, il primo portale italiano che rende il patrimonio artistico e archeologico italiano “tutto da navigare”: attraverso un indice in costante aggiornamento Cultura Italia viene incontro all’internauta soddisfacendone i bisogni culturali attraverso la consultazione intuitiva delle risorse italiane, meticolosamente ordinate attraverso l’Indice dei metadati.

Il progetto MuseiD-Italia rientra appieno nell’ampio progetto di rinnovamento connesso a Cultura Italia e prevede la creazione di un’area dove è possibile trovare “informazioni sui musei, collezioni, sui monumenti e sui parchi e giardini statali e non statali, con orari, descrizione dei servizi offerti al pubblico; ricercare e confrontare opere provenienti da collezioni di diversi istituti; trovare informazioni relative a mostre temporanee e permanenti in tutto il territorio italiano e fruire di servizi come l’info-mobilità e campagne di comunicazione per la conoscenza del patrimonio, indirizzate verso specifici bacini di utenza, tra cui il mondo della scuola”.

Iniziativa meritevole, non c’è che dire, soprattutto se si considera che, in virtù di un accordo tra Regione e rappresentanti delle istituzioni museali locali, si è stabilita la digitalizzazione di un patrimonio artistico e archeologico che in Campania vanta, solo per dare due numeri, circa 2.600 reperti di fondamentale interesse ma la cui unica pecca (se così si può dire) è quella di essere sconosciuti al grande pubblico perché disseminati per una miriade di piccole realtà provinciali; e allora ecco che saltano agli occhi numerosissime istituzioni locali, preziosi tesori celati a causa di una scarsa operazione di pubblicizzazione.

In Campania, escludendo i grandi musei nazionali, se ne contano centocinquanta dai 44 della provincia di Napoli, ai 36 di quella di Salerno, passando per i 35 “dispersi” in Irpinia, i 18 del casertano e i 17 della provincia di Benevento. MuseiD-Italia, dove la D sta, ovviamente, per digitale, si fa promotore della valorizzazione di questi musei non statali e, con essi, di quella “Campania celata” che risulta assente dalle guide turistiche che fanno opinione. Attraverso l’indicizzazione viene messo a punto un utilissimo database che individua i musei per genere e per provincia.

Le statistiche protendono decisamente verso le istituzioni artistiche: ce ne sono 52 contro le 5 naturalistiche; completano il quadro due musei paleontologici, l’unico mineralogico presente a Vico Equense (foto) e il ricco mosaico di strutture a carattere storico, scientifico, demo-etno-antropologico, zoologico e archeologico. Ciascuno è provvisto di una scheda completa dove chi frequenta la rete può reperire informazioni fondamentali: gli orari d’apertura e chiusura, i servizi offerti al pubblico e le zone di maggior interesse della zona. Il progetto, patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e sposato repentinamente dalla Regione Campania, può rappresentare l’inizio di una svolta: fornendo un assaggio di quello che la Campania Felix ha da offrire, il turista, con i necessari strumenti digitali, potrà gustarsi un ricercato piatto di cultura nostrana, senza correre il rischio di mancare l’appuntamento con i sapori forti e decisi che solo i piccoli centri della tradizione sanno offrire.
(Fonte foto: Rete Internet)  

GLI SPOT DELLA CAMORRA

0
Per capire fino in fondo i motivi del successo dei neomelodici di camorra, dovrebbero parlare gli antropologi delle nostre periferie urbane e non i giudici. Di Amato Lamberti

Una canzone per "inneggiare a se stesso e al clan Birra", secondo gli inquirenti. Aniello Imperato, in arte Nello Liberti, è l’interprete di " ‘o capoclan", canzone che sarebbe stata composta per rendere omaggio al boss Vincenzo Oliviero, proprietario di "Radio Ercolano", l’emittente radiofonica sequestrata anni fa e che veniva utilizzata per mandare messaggi agli affiliati al clan detenuti. Nello Liberti avrebbe scritto di proprio pugno il testo della canzone " ‘o capoclan" che gli è costata l’iscrizione nel registro degli indagati insieme ad altre cinque persone, tutte affiliate al clan, che hanno interpretato sé stessi nel videoclip che accompagna la canzone.

La Procura aveva chiesto l’arresto per tutti ma il Gip Luigi Giordano ha respinto la proposta. "È una decisione che rispettiamo ma che non condividiamo", dice il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo. I PM hanno già presentato ricorso al tribunale del riesame perché sono convinti che quella canzone è un vero e proprio manifesto ideologico della cosca e più in generale del camorrista, descritto come un modello positivo: "i camorristi sono raccontati come degli uomini veri, che non tradiscono i loro compagni. Autentici paladini dei principi tradizionali dell’unità familiari."

Basta leggere il testo della canzone per rendersi conto che si tratta di un vero e proprio manifesto di vita. "Da bambino non ha potuto studiare, per sfortuna dovette lavorare"; "Se ha commesso errori è stato per necessità. Ma tutto ciò l’ha certamente voluto Dio, se attualmente egli è un vero uomo di strada". Sempre a Dio il camorrista si affida, salvo poi a sostituirvisi in casi estremi: "Dio, proteggi i miei figli; ma se qualche volta non ti è possibile ci penso io, che sono il capoclan".

Passaggi eloquenti sulla vita del camorrista: "Per quest’uomo non esiste la libertà, per onore egli nasconde la verità"; sull’atteggiamento che un gregario in libertà deve tenere nei confronti del boss detenuto: "I ragazzi sono fuori ad attenderlo e già sanno cosa devono fare se arriva una lettera del capo, la condanna per chi ha sbagliato. Anche se lui ha questo atteggiamento è un capo e sa come bisogna comportarsi"; e poi l’elogio del boss: "Il capoclan non sbaglia perché egli è il capo della famiglia e deve saper comandare". Parole scritte da Vincenzo Oliviero, deceduto in carcere nel 2007, come racconta il pentito Agostino Scarpone: "Quella è una canzone che Vincenzo Oliviero, per come da lui stesso riferitomi, aveva egli stesso scritto, proprio per inneggiare a se stesso e al clan Birra…Tutta Ercolano sapeva di questo fatto".

Secondo il giudice Raffaele Cantone: "sarebbe sbagliato minimizzare e banalizzare l’accaduto, riducendolo ad una manifestazione oleografica o persino folcloristica. Quella canzone -che con le sue parole ed i suoi pensieri semplici, con la sua musica fatta di poche note ma orecchiabile- ha non solo una indiscussa capacità di fare presa in alcuni contesti sociali ma esprime una filosofia di vita molto più diffusa di quanto si possa credere." La canzone, in pratica, "traduce in musica un sentimento condiviso e diventa un enorme spot per la criminalità, capace, quindi, sia di dimostrare l’esistenza di un vasto consenso sociale, sia di generarne, attraverso la mitizzazione degli uomini del clan, altro ancora".

Anche l’ex procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, sostiene che c’è qualcosa di più inquietante che non il semplice disco sul quale viene incisa una canzone che esalta le gesta di un capoclan o inneggia a fatti che sono esplicitamente considerati di estrema gravità dal nostro codice penale. "Oggi, sempre più spesso, assistiamo a fenomeni che indicano come una organizzazione criminale assoldi pseudo-cantanti, mettendo loro a disposizione improvvisati studi discografici. Con un solo risultato: quello di elogiare le gesta dei clan e di esaltare le doti del boss"…"la sottocultura che predomina in certe zone e in alcuni ambienti impone anche questo tipo di regole. Penso ai casi di feste religiose trasformate in strumenti utili a vantare il predominio e il pieno controllo di un territorio; o anche a feste che vantano antiche tradizioni popolari delle quali poi la camorra si è letteralmente impossessata".

Il gip Luigi Giordano, comunque, pur condannando l’assoluta negatività dei messaggi lanciati nella canzone, come "un’apologia delle procedure illegali tanto diffuse in certi ambienti, procedure innegabilmente esaltate e celebrate attraverso alcune espressioni della pseudocultura della musica melodica, brani che tendono a creare una sorta di orgoglio di appartenenza a questo o a quel clan, che incitano alla fedeltà e alla lealtà di natura criminale nei confronti del gruppo che sa farsi rispettare", non ritiene che ci siano gli estremi dell’istigazione a delinquere, anche perché si tratta di messaggi rivolti a tutti i possibili fruitori ma anche agli appartenenti al clan che in qualche modo si rispecchiano nella rappresentazione canora.

Se avesse firmato il mandato di cattura si sarebbe sicuramente aperta una voragine nella quale potevano precipitare le centinaia di cantanti neomelodici che si fossero cimentati in canzoni di malavita e di camorra. Ma si sarebbe sicuramente aperto un dibattito sul perché vengano ignorate e non criminalizzate canzoni anche molto più violente, come quelle di Eminem e dei tanti rapper americani e inglesi. Forse più che i magistrati dovrebbero parlare gli antropologi delle periferie urbane e culturali della nostra società.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

Il bacio dipinto da Hayez è il simbolo dei romantici

Il bacio di intensa passione disegnato da Francesco Hayez ha avuto un successo travolgente. L’artista ha contribuito al nostro Risorgimento. A Francesco Hayez piaceva dipingere donne nude, o meglio spogliate (secondo Kenneth Clark non è la stessa cosa, in pittura): spogliate a metà, spogliate del tutto. Nell’impasto dei colori per l’incarnato e per le velature egli usava toni vermigli e viola, e segnava i punti di luce più intensa con grumi di gialli e di rosa abbaglianti: insomma, dimostrava di saper andare oltre Ingres, verso Delacroix. Nel 1830 dipinse, a grandezza naturale, il ritratto della ballerina Carlotta Chabert: nuda, le spalle rivolte allo spettatore con una lieve rotazione a sinistra, appoggiata su un muretto in un giardino, le gambe incrociate, i piedi immersi nell’acqua di una fonte, intenta a guardare verso destra e a giocare con una colomba. I critici notarono che il tronco della donna era troppo lungo, qualcuno fece lo spiritoso commentando che Hayez aveva dato alla Chabert un paio di costole in più, il pittore si difese rispondendo che si era limitato a “rappresentare il vero“: e voleva dire che quel tronco allungato bilanciava la torsione e metteva in risalto il dettaglio più interessante: la lunghezza delle gambe, solide e agili allo stesso tempo. Hayez sapeva che l’arte riconosce come vere solo le proprie ragioni, ma le ragioni della prudenza e l’ipocrisia bacchettona della critica e dei committenti lo indussero a seguire gli impulsi dell’ispirazione con calma e con giudizio: insomma a non eccedere. Hayez si controllava con tanto rigore che molti dei suoi nudi sembrano, a prima vista, esercizi di accademia: nel ritratto della biblica Ruth lo splendore esplosivo del più bel seno della pittura italiana dell’Ottocento si smorza nello sguardo spento della ragazza, nella fascia bianca che le nasconde la chioma e nel ruvido colore “terra d’ombra“ del mantello – pare una coperta militare- che avvolge Ruth dal bacino in giù. Il bacio d’amore restò a lungo un soggetto pittorico troppo ardito: in Francia, nonostante il buon esempio di Fragonard, soffrì la censura fino ai baci scandalosi di Courbet; in Italia per tutto il sec. XIX. I pittori affrontavano il tema giustificandosi con dotti riferimenti al mito e alla letteratura: dipingendo, insomma, scene in costume: Ila e la ninfa, Amore e Psiche, Paolo e Francesca, Romeo e Giulietta. Nell’ “Ultimo bacio di Romeo e Giulietta“, che Hayez dipinse nel 1823, i due giovani si sfiorano appena: lui con la sinistra stringe alla vita Giulietta, ma la destra già corre ad aggrapparsi a un pilastrino della finestra da cui, tra poco, Romeo fuggirà: pare che egli non veda l’ora di scappar via: oggi si direbbe che ha paura di perdere il treno, o di non timbrare in tempo il cartellino. “Il bacio“, dipinto da Hayez nel 1859, e ora custodito nella Pinacoteca di Brera, divenne rapidamente un simbolo del Romanticismo e dei romantici: l’immagine agli inizi del ‘900 ornava le scatole dei cioccolatini di una nota ditta torinese e nel 1954 ispirò a Luchino Visconti una raffinata citazione in una scena di Senso. Anche questo famosissimo bacio si accende in una scena in costume: Stefano Zuffi ha sottolineato “l’improbabilità“ del “ cappelluccio con la penna da alpino e della rossa calzamaglia”. In realtà, il quadro non si ispira né al mito, né alla letteratura: è difficile datare l’abbigliamento dei due innamorati, anche se nel titolo con cui l’opera fu presentata al pubblico c’era un riferimento al sec. XIV. I costumi, oltre a giustificare la scena, sono funzionali alla resa pittorica dell’intenzione. La falda del cappello di alpino copre la fronte e gli occhi della donna, unisce e confonde i due volti in una zona d’ombra in cui “vediamo“ un bacio di intensa passione: ci inducono a “vederlo“ i meccanismi dell’immaginazione analogica, che il pittore mette in movimento attraverso alcuni dettagli. Il raso cangiante della veste – un brano di tecnica magistrale – l’inarcarsi del busto, la posizione delle dita della mano sinistra sulla spalla di lui suggeriscono l’idea di un corpo che sotto l’impulso dell’emozione si tende verso il volto dell’uomo: le pieghe nette della veste di lei, e il protendersi avvolgente della gamba maschile fasciata di rosso – il colore della passione – accentuano l’impressione del movimento. La massa scura del mantello impedisce al nostro sguardo di distrarsi dalla veste cangiante, ne rafforza, per contrasto, la luminosità e con i suoi toni di “terra bruciata“ ne riscalda i freddi riflessi grigioazzurri. Anche il muro che fa da sfondo è spoglio perché la nostra attenzione deve concentrarsi tutta sui due: e forse il loro amore è solido e vero come la nuda pietra di quel muro. La fonte di luce, collocata in alto a sinistra, “investe“ la guancia della donna, il dorso della mano e il braccio, e impone a chi guarda un punto di osservazione, diciamo così, dinamico, spinge lo sguardo a “entrare nel quadro“ da una prospettiva laterale. E mi pare giusto. La bellezza è sempre un gioco di prospettive. Il “bacio“ ebbe un successo travolgente: Giuseppe Rovani, incantato dalla freschezza della pittura di Hayez, che nel 1859 aveva 68 anni, esclamò: “Quest’uomo può far figli a 90 anni”. Il pittore eseguì numerose versioni dell’opera. In quella presentata all’ Esposizione di Parigi del 1867 compare un velo bianco, steso tra i piedi dei due innamorati e gli scalini di destra; inoltre, il lembo sinistro del mantello, che pende sulla gamba in calzamaglia rossa, ha una marcata velatura di “ terra verde “ (foto). Il verde, il rosso e il bianco del velo sono i colori della bandiera italiana; il bianco, il rosso e il blu della veste sono i colori della bandiera francese (i toni del blu si percepiscono soprattutto nelle pieghe immerse nell’ombra, ma la fotografia non riesce del tutto a coglierne la presenza). Hayez contribuì al nostro Risorgimento: non con strepiti e clamori, che non si addicevano né al suo carattere, né alla sua età, già tarda, ma con lo straordinario ritratto “ psicologico “ di Manzoni, eseguito nel 1841, e con quello di Cavour, eseguito nel 1864, sulla base della maschera mortuaria in gesso. Dal quadro Cavour sorride: il sorriso postumo è appena accennato dall’angolo destro della bocca e dal grosso labbro inferiore, che è una netta striscia di vermiglione. Forse è ironia, forse è sarcasmo. Pare, al di là delle intenzioni del pittore, un commento dall’aldilà sull’Italia che i successori di Cavour stavano costruendo. LA RUBRICA

PORTICI, AL MOZARTBOX ALISA WEILERSTEIN E INON BARNATAN: UN PIENO DI EMOZIONI

Violoncello e pianoforte per il quinto appuntamento della grande rassegna invernale di musica da camera.

Metti una sera d’inverno un violoncello e un pianoforte assieme, aggiungi la musicalità appassionata di due giovani artisti padroni di una grande tecnica, di una spontaneità e sensibilità uguali e la Sala Cinese della Reggia di Portici con la sua formidabile acustica: è questa la ricetta per un grande concerto. La tournèe del duo Weilerstein e Barnatan, con concerti programmati in dodici capitali europee, si è fermata anche a Portici per il quinto appuntamento del “MozArtBox Winter” 2012, confermando che i luoghi cari a Mozart sono scenario ideale dello spirito musicale. È stato veramente un concerto spettacolare: Alisa Weilerstein, violoncellista, e Inon Barnatan, pianista, hanno eseguito musiche di Johannes Brahams, Benjamin Britten, Igor Stravinsnkij, Frederic Chopin, ed in, ultimo, un fuoriprogramma d’eccezione: una sonata di Sergei Rachmaninoff.

È difficile raccontare le emozioni della platea, sempre numerosa, competente, in un silenzio quasi mistico. Del resto, non poteva essere diversamente: Inon, nato a Tel Aviv nel 1979, cominciò a suonare il piano a tre anni; Alisa, nata a Rochester, N. Y., nel 1985, diede il suo primo concerto insieme al padre Donald, violinista, e a sua madre Vivian Hornik Weiklerstein, pianista, a soli sei anni. L’incontro di queste due anime musicali non poteva che registrare una grande intesa; e allora, i difficili grappoli di note di Strawinskij sono stati eseguiti con una semplicità che li hanno resi comprensibili a tutti, la dolce tristezza di Chopin ha parlato con la voce umana del violoncello, e così per i brani di Britten e Brahams. L’altezza è stata toccata col brano fuori programma di Rachamaninoff, di cui hanno saputo rendere la genialità con lievità, come se la sua musica fosse semplice da suonare.

Bisogna dire che la rassegna di musica cameristica “MozArtBox Winter”, che vede la direzione artistica di Stefano Valanzuolo, sta crescendo notevolmente di anno in anno. Nel 2012 conferma appieno la sua vocazione di festival internazionale, offrendo un programma ed interpreti di primordine. Ricordiamo, inoltre, che l’Herculanense Museum della Reggia è aperto in via straordinaria in occasione dei concerti.
Gli spettacoli del MozArt Box Winter 2012 sono a pagamento, posto unico € 8,00; per l’evento finale € 10,00. E’ possibile acquistare i biglietti in prevendita a Napoli presso Box Office (Galleria Umberto I) e a Portici presso la Biblioteca Comunale (Villa Savonarola). Per informazioni: tel 081.480384, www.mozartbox.it. Il festival “MozArtBox Winter 2012” è un progetto del Comune di Portici in partenariato con il Comune di Napoli, cofinanziato dall’Unione europea, dallo Stato italiano e dalla Regione Campania nell’ambito del Programma Operativo FESR 2007-2013.  

LE EMOZIONI NATE DAI SOGNI DI ANNE FRANK

0
In occasione dei 70 anni del Diario di Anna Frank al Teatro Cilea gli studenti hanno assistito allo spettacolo “I sogni di Anne Frank” di Bernard Kops. Ne è seguito un confronto ricco di emozioni. Di Annamaria Franzoni

Nell’ambito delle attività programmate nel piano dell’offerta formativa del liceo Mercalli, alcuni docenti hanno aderito all’iniziativa proposta dal Teatro del Sole di Francesca Calabrese in occasione dei 70 anni del Diario di Anna Frank e del giorno della memoria (27 gennaio), per commemorare tutte le vittime dell’Olocausto, dei crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Presso il Teatro Cilea di Via San Domenico a Napoli a partire dal 27 gennaio al 31 gennaio tanti giovani adolescenti del territorio partenopeo e della provincia, prevalentemente delle scuole medie di I e II grado hanno assistito allo spettacolo “I sogni di Anne Frank”di Bernard Kops. musiche originali di Fabrizio Romano, con la regia di Giancarlo Cosentino
I giovani spettatori hanno avuto occasione, subito dopo la spettacolo di riflettere sulle tematiche emerse con il regista e con gli attori presenti in sala, di porre domande, esprimere emozioni, condividere pensieri e dubbi.

Il lavoro è proseguito per tutti in aula ed in particolare allievi della I G del liceo Mercalli hanno svolto un circle time nel corso del quale sono emerse le contrastanti emozione che già avevo colto in modo silente durante e dopo lo spettacolo: gli interventi tuttavia sono stati più schietti e sinceri tra le pareti della propria aula che non nella vastità del teatro.

Nel “tempo del cerchio” infatti è emerso che tra le aspettative e la realtà rappresentata sulla scena, c’è stato molto divario: alcuni hanno sottolineato che avevano vissuto le emozioni in modo più intenso durante la lettura del libro soprattutto perché il diario presenta attraverso la vita di Anna la storia dell’olocausto che nello spettacolo non emerge e, come ha sottolineato Michele la giovane protagonista “si creato un mondo tutto suo per sfuggire alle brutture della guerra” e Alexander ha aggiunto che “la musica è riuscita a sdrammatizzare la tristezza di quei tragici momenti”.
Adriana ha sostenuto che “la gradevolezza dello spettacolo non corrisponde alla verità storica dell’olocausto e il comportamento di Anna è pura follia, la guerra non emerge e la ragazza è come in una bolla d’aria”.

È, poi, finalmente emerso che il regista voleva rappresentare i “sogni” di una fanciulla che , sebbene in “un’atmosfera confusa e disordinata”, così come è quella onirica, riesce a trascinare persino Margot a pattinare sul ghiaccio. Alessandro ha riflettuto su un aspetto emerso già nel dibattito del dopo spettacolo, precisando che coloro che hanno partecipato allo sterminio e si sono discolpati in quanto “esecutori d’ordine”, e sebbene non possano essere assolti dalle loro colpe, forse la loro giustificazione va intesa in questo modo: l’uomo di fronte ad una leadership molto forte diviene fragile e tale debolezza provoca una non consapevolezza delle proprie azioni. Così il Nazismo avrebbe creato dei “poveri di spirito”.

Eppure grazie ai “sogni di Anna” persino la categoria del tempo si altera e passa velocemente: ecco perché, come ci ricorda Chiara “ci aspettavamo tristezza e abbiamo trovato gioia e felicità”. “Abbiamo ricevuto un messaggio di grande speranza” ci sottolinea Milan, che nel suo paese ha conosciuto la guerra ed ha avuto esperienza di bombardamenti, “ecco perché è assente la tristezza”. Milan ci descrive anche le forti sensazioni che si provano nel rifugio, a contatto con altre persone, magari estranee e aggiunge che quella sana paura che si prova a vedere queste scene deve essere di monito affinché le violenze e guerre possano interrompersi.
Infine Gustavo ci offre uno spaccato sulla drammaticità dell’olocausto rifacendosi all’esperienza che ha conosciuto dai racconti di suo nonno ebreo.

Ed è lo stesso regista, Giancarlo Cosentino, a spiegarci che la sua “messinscena” pone in risalto proprio “il sentimento di dolore e ingiustizia per tutte le giovani vite a cui è stata negata la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni, rappresentate simbolicamente dai tre ragazzi ebrei”. Ma egli aggiunge che “è anche una commedia musicale, con canzoni e musiche originali, e coreografie che sembrerebbero stridere con l’atmosfera suggerita dal tema dello spettacolo, ma che asseconda invece l’indole gioiosa e positiva della protagonista, non a caso grande appassionata del cinema hollywoodiano”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI 

:E LO CHIAMANO MANAGER, IL DIRIGENTE SCOLASTICO

0
Il sistema scolastico, diciamo così, non gode di ottima salute. I plessi meriterebbero maggiore cura (non ci sono soldi!) e tutto il peso delle eventuali ma probabili disfunzioni è sul collo del Dirigente Manager. Di Ciro Raia

Pioggia, neve, freddo: a pagare, per le avverse condizioni climatiche, è anche la scuola con le sue (quasi sempre) fatiscenti strutture. L’impianto di riscaldamento, infatti, è andato in tilt, perché la tubatura è vecchia, ogni tanto fa registrare perdite nei punti più impensati. L’altra mattina alcuni zampilli da una parete sembravano uscire da una fontanina d’accesso allo stabilimento delle terme.

La squadra di pronto intervento ha lavorato tutta la mattinata, non prima di aver dovuto svuotare tutti i tubi dell’acqua. Le mamme, preoccupate per la rigidità delle giornate di febbraio, son subite corse ad inscenare una quasi protesta. E dove, se non a scuola? mica possono protestare contro gli enti proprietari (comune o provincia)! I bidelli, chiamati ad assorbire i rivoli d’acqua che invadevano i corridoi, hanno alzato bandiera bianca. Si sono arresi ed hanno manifestato tutta la loro rabbia. È un aggravio di lavoro, mica possono sostenere questi ritmi di quasi schiavitù!

I professori, con i termosifoni temporaneamente spenti, irrigiditi nei loro tabarri di lana, nelle loro pellicce di visone o di lapin, nei variopinti ponchos messicani, si sono subito lamentati, dichiarando l’impossibilità a fare lezione. I concetti, si sa, si ghiacciano facilmente, il freddo accentua la balbuzie e le parole, come cachi acerbi, allappano la bocca. Gli unici a fregarsi le mani son statti gli studenti. Approfittando degli ambienti freddi, hanno tenuto addosso i loro ampi giacconi dalle mille tasche, con la ricca e consueta mercanzia fatta di figurine (per i più piccoli), di ipod touch, qualche portacipria e -perché no?- di accendini con le sigarette. Sicuramente molti di loro hanno anche cullata la speranza -non improbabile- di un giorno di vacanza.

– Chiamate l’ufficio tecnico; fate subito un fax, dichiarate l’urgenza.
– Preside, al momento non abbiamo personale e neanche soldi. Pazientate.
– Ma come faccio? I lucernai sono permeabili, gli intonaci cadono a pezzi, le pareti sono scrostate, gli infissi arrugginiti e senza chiusura…
– Non vi preoccupate; ritenetevi fortunato. La vostra scuola è fra quelle destinatarie dei prossimi interventi, ve lo avevo già detto l’anno scorso. Stiamo preparando la gara…
– Ma dite sempre così!
– È vero ma che possiamo farci se le amministrazioni si dibattono in frequenti crisi politiche e sono sempre senza soldi?

Ogni anno (come nella poesia di Totò), ogni giorno a voler essere più corretti, un preside (veramente un dirigente scolastico) è chiamato a confrontarsi, oltre che con le mille problematiche connesse alla didattica ed all’organizzazione, con le altrettanto innumerevoli incombenze legate alle condizioni di sicurezza sostanziale della scuola. Sono operazioni come da manuale delle Giovani Marmotte: si devono fare, perché si devono fare e perché, se non si fanno, denunciano tutta l’incompetenza e le responsabilità del dirigente manager. Ma, onestamente, non sempre conseguono risultati lusinghieri.

Dunque, a parte le informazioni d’uopo a tutti gli operatori scolastici circa i rischi per la salute e la sicurezza sul lavoro, cos’altro deve fare, in sintesi, un preside?
Designare il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (a pagamento), insieme agli addetti allo stesso Servizio; designare, poi, gli addetti all’antincendio (con formazione a pagamento), gli addetti al primo soccorso ed il medico competente (a pagamento). Riuscire a giostrare tra le norme capestro emanate dal MIUR sul numero degli alunni nelle classi, i limiti di legge riguardanti la sicurezza delle aule (ogni alunno deve poter godere di mq. 1,80 [nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado] e di mq. 1,96 nella secondaria di II grado; ogni aula deve avere un’altezza minima di m.3), le proteste dei genitori per i sovraffollamenti, la difficoltà a garantire un’offerta formativa a classi con un eccessivo numero di alunni (normodotati, stranieri, disabili, ripetenti, particolarmente dotati, svantaggiati sociali, drop out etc).

Il dirigente scolastico manager deve, poi, preoccuparsi di richiedere all’ente proprietario dell’edificio (Comune o Provincia): planimetrie aggiornate con destinazione d’uso, certificato di prevenzione incendi, certificato di agibilità e di collaudo, verifica degli estintori, dell’impianto idrico antincendio, dell’impianto di illuminazione di sicurezza, dell’impianto di allarme acustico, dell’impianto elettrico, dell’impianto di funzionamento e chiusura automatica delle porte tagliafuoco o di sfogo fumi, delle uscite di sicurezza, dell’impianto di messa a terra e dei dispositivi contro le scariche atmosferiche, dell’impianto dell’ascensore, dell’impianto di condizionamento…
Quante altre cose ho dimenticato? Sicuramente molte, di cui, in ogni caso, sono responsabile.

In uno dei corsi di formazione sui problemi della sicurezza, uno degli esperti -pezzo da 90-mammasantissima- sostenne che, ove mai nei pressi della scuola un’officina meccanica avesse (per esempio) procurato fastidio col sibilo di un tornio, trattandosi di inquinamento acustico, il dirigente scolastico avrebbe potuto-dovuto richiedere la sospensione dell’attività artigianale (o anche industriale), in barba alle pregresse autorizzazioni/responsabilità degli enti competenti e alla crisi del lavoro. Ad alta voce commentai “all’anema d’a palla!”. E fui pubblicamente redarguito e richiamato alle responsabilità del ruolo.

È stato recentemente calcolato che, tra alunni, docenti e ata (esclusi i genitori, i richiedenti documentazione e varia altra umanità), ogni giorno sono presenti nelle scuole italiane circa 9 milioni di persone. Dal punto di vista della tenuta strutturale, si sa, le scuole non godono buona salute. La maggior parte degli edifici sono vecchi, la loro costruzione risale, nel 77% dei casi, a prima del 1980! Il Miur, su questo drammatico aspetto, sforna dati col contagocce: l’ultima stima ministeriale, infatti, sul patrimonio edilizio scolastico è affidata ad un dossier del 2002. Aiutano a capire molto di più i report annuali di Legambiente e Cittadinanzattiva.

Intanto, in tempi di crisi, nessuno ne parla più. Si ritornerà sul problema solo nel malaugurato caso di un qualche incidente. Nel 2008, l’allora capo della Protezione Civile fece sapere che, per mettere in sicurezza tutte le scuole italiane, si sarebbero dovuti trovare 13 miliardi di euro! Nessun governo li ha mai trovati. Nell’era Tremonti-Gelmini si parlò di 1 miliardo proveniente dai Fas (Fondi per le aree sottosviluppate), ma agli enti locali, pare, che non sia mai arrivato alcun finanziamento se non 358 milioni per gli interventi urgenti e 256 milioni per le scuole abruzzesi. Se la matematica non è un’opinione, ci sarebbero da reperire ancora un po’ di miliardi per arrivare ai 13 previsti dalla Protezione Civile nel 2008.

Mi fermo qui, per due motivi. Il primo è legato al consiglio di un mio amico, che mi ha benevolmente accusato di essere eccessivamente logorroico. Il secondo motivo è dovuto a un’urgenza, come dire?, professionale. Mi hanno appena chiamato, perché l’impianto di riscaldamento di nuovo non funziona e ci sono già cinque o sei mamme, che, per questo motivo, chiedono di essere ricevute!

DIARIO DI UN PRESIDE 

IL “DEMO DAY” FA TAPPA A SOMMA VESUVIANA

E”stato presentato a Santa Maria del Pozzo l”evento promosso dall”Università di Salerno con il sostegno dell”Informa giovani e il Comune di Somma Vesuviana.

Grande successo di partecipazione tra i giovani artisti del territorio al Demo Day, evento organizzato dal comune di Somma Vesuviana, in collaborazione con il Centro Informagiovani (distretto 33), il Forum dei giovani e l’Osservatorio Partecipazione Comunicazione Culture Giovanili OCPG. I giovani artisti hanno esposto le proprie opere, che vanno ad arricchire la web-gallery «Chiamata alle arti», vetrina virtuale in cui è possibile visionare opere e ottenere informazioni e cv degli artisti emergenti.
L’evento ha visto Focus tematici, live performance e readings dedicati alla creatività giovanile.
L’Assessore alla Cultura Emanuele Coppola ha preso parte al dibattito sul focus dal titolo «Tirocinio. Reale opportunità formativa?».

Il dibattito è stato moderato da Simona Auriemma, rappresentante dell’Informagiovani di Somma Vesuviana, da lei raccogliamo un bilancio della giornata «siamo molto grati agli artisti che hanno partecipato, circa quindici talenti, che hanno reso possibile l’evento. È grazie al loro entusiasmo che siamo riusciti a costruire questa giornata con zero fondi. L’evento è una tappa del tour del Demo Day organizzati dall’Università di Salerno. Un momento di particolare importanza è stato il focus sui tirocini, che ha raccolto le testimonianze di Luca Zingone, tirocinante presso la Camera di Commercio a Budapest, Carmen Liguori, che ha raccontato la propria esperienza di tirocinio presso una Casa Famiglia e la dott.ssa Maria Esposito rappresentante l’Osservatorio Culture Giovanili (Ocpg).

Partendo dalle loro esperienze ci siamo chiesti quali possano essere gli strumenti per migliorare l’esperienza di tirocinio, come, ad esempio, un tutoraggio efficiente, il controllo da enti esterni per evitare il “tirocinio fotocopia”. La Dottoressa Maria Esposito ha presentato un interessante ricerca con un bilancio positivo sul fronte dell’impegno dei giovani, che pur di inserirsi nel mondo del lavoro sono disponibili ad offrire il proprio impegno gratuitamente, ma negativo sul fronte della qualità della formazione. L’Assessore Coppola è intervenuto per sottolineare il proprio impegno per gli Stage, soprattutto quelli svolti presso il Complesso di Santa Maria del Pozzo, rilevando il problema dei fondi sempre insufficienti e la volontà di coinvolgere degli insegnanti per formare i tirocinanti».
(Fonte Foto: Lorena Cangiano)

GUAI PER I GENITORI SE IL FIGLIO VA IN MOTORINO CON L’AMICO

In caso di incidente e di infortunio al passeggero minorenne, la responsabilità è dei genitori del guidatore (se anch”egli minorenne).

Il caso
La Cassazione aveva  attribuito ai genitori una responsabilità per fatti di un figlio diciassettenne, che trasportava sul suo ciclomotore altro minorenne, quando veniva investito da un’autovettura proveniente dall’opposto senso di marcia, che aveva improvvisamente operato una svolta a sinistra. Il minore trasportato aveva subito in conseguenza del sinistro gravi lesioni personali con postumi permanenti e la Corte  attribuiva la responsabilità  avvenuta sia al conducente dell’auto sia ai genitori del conducente del motorino per mancata educazione e per omesso controllo.

La Cassazione tra i vari motivi esplicitati, ha considerato anche il fatto che il minore,  conducente del motorino, al momento del sinistro stava trasportando il suo amico, anch’egli minore, nonostante il ciclomotore fosse omologato per il trasporto del solo conducente, per cui sulla base di nozioni tecniche di patrimonio comune, ha tratto la conseguenza logica che tale fatto avesse certamente influito sulla determinazione del sinistro in termini di manovrabilità del mezzo e di possibilità d’arresto.

E non è dubitabile che costituisca massima d’esperienza comune la circostanza che l’impianto frenante di un ciclomotore, progettato per una sola persona, abbia un’efficacia, ben minore, quando il mezzo sia appesantito per effetto del maggior peso determinato dalla presenza di un passeggero a bordo.

 Pertanto la Suprema Corte ha ritenuto, con Sentenza 21 ottobre – 29 novembre 2011, n. 25218, che si configura la responsabilità di cui all’art. 2048 c.c. in capo ai genitori che non dimostrino di aver svolto una adeguata vigilanza sulla condotta del proprio figlio minore in ordine all’utilizzo del ciclomotore, da cui sia poi derivato danno a terzi.

LA RUBRICA

SU VIA CESARE O. AUGUSTO, OTTAVIANO DARÁ LA MISURA DI SÉ

I cittadini di Ottaviano in una lettera aperta al sindaco, si dicono inquieti perchè la tanto decantata “riqualificazione” del principale asse viario è ferma. Abbiamo sentito l”assessore ai Lavori Pubblici. Di Carmine Cimmino

Ottaviano- il popolo, il luogo- farebbe la sua bella figura come protagonista di un romanzo polifonico, sintesi di tutti i registri: lo storico, il lirico, il tragico. L’epico, perfino. E il comico, in tutte le sue gradazioni. Siamo in grado di fornire filo e ago a ogni sarto. Questa rubrica sarà come un diario di memorie, di riflessioni, e soprattutto di rimorsi e di “ mea culpa “: sarà il laboratorio del romanzo che scriverò. La mia “Storia di Ottaviano“.

Da molti mesi è ostruita l’arteria cardine della città: l’asse viario viale Elena – piazza Municipio – via Giovanni XXIII – via C. O. Augusto. È il cantiere di una radicale “riqualificazione“, che fu avviata l’11 luglio 2011. Lo ricordo, perché la data fu il sobrio titolo di un trionfale manifesto con cui il PD di Ottaviano annunciava l’inizio dei lavori, finanziati dalla Giunta Bassolino. L’opposizione consiliare , in un manifesto intitolato “L’arroganza degli incompetenti“, accusò l’Amministrazione Iervolino di aver autorizzato l’apertura del cantiere senza avvertire i cittadini, senza incontrare i commercianti, senza predisporre spazi per i parcheggi. Veniva espressa anche la preoccupazione che i tempi per la realizzazione dell’opera corrispondessero, nel ritmo e nella misura, a quelli, lunghi e lenti, dei lavori di “rifacimento“ di Corso Umberto I.

Giova ricordare che sull’asse viario trasformato in cantiere si affacciano la pretura, la Casa Comunale, due scuole pubbliche, gli uffici dell’ acquedotto, si innesta l’accesso al reparto di pronto soccorso della Clinica Trusso, e insiste una buona parte di quel poco che resta dell’attività commerciale. Da quel trionfale manifesto sono passati ormai sei mesi, e la storia sta ancora all’inizio. Tuttavia, nel tratto tra piazza Municipio e piazza Rosario è già chiara e definitiva la forma della riqualificazione: due carreggiate, che non riesco a percepire – ma forse è un difetto delle forme della mia immaginazione – se non come due budelli, separati da una struttura che un giorno sarà, mi dicono, una rigogliosa e luminosa fioriera.

A destra e a sinistra ci saranno due ampi marciapiedi: anzi, quello che per chi guarda alla montagna sta a sinistra sarà così ampio da configurarsi come una sorta di piazza lunga. Il tratto di marciapiede già costruito ha un terribile colore nero: un nero sciacquo e bavoso, di catrame gonfio d’acqua. Che roba è? Ci saranno anche delle rotonde. Da qualche giorno il cantiere è inattivo, non si vedono né macchine né maestranze, e il malumore degli ottavianesi monta, all’ottavianese: in un silenzio inquieto e torvo. Si aggrovigliano voci e timori. Qualcuno racconta che non sono arrivati i soldi, che la strada rimarrà così. Una ferita da taglio, una sdrucitura, uno strappo nel corpo della città. Si esagera. Se ci fossero problemi così gravi, gli amministratori ci informerebbero, il PD, pur distratto da altri problemi, ci illuminerebbe: ne sono certo. Tra le forme della mia immaginazione c’è l’ottimismo.

L’assessore ai lavori pubblici, ing. Michele Bianco, mi riceve e mi ascolta con cortese disponibilità. Mi dice che i lavori sono fermi perché dal ventre della strada sono venuti fuori tubi in eternit, e quindi è stato necessario prima rimuoverli, e poi bonificare il sito. Garantisce che i lavori riprenderanno immediatamente. Ricorda che il progetto di riqualificazione fu adottato dalla prima Giunta Iervolino, chiarisce che lui lo condivide in pieno. Ne condivide i principi culturali: è necessario che i pedoni ridiventino i padroni dei luoghi, bisogna lasciare l’auto a casa, dice l’ing. Bianco. E aggiunge che questa filosofia ha ispirato la riqualificazione di piazza San Gennarello e di piazza San Lorenzo.

Credo che in questo programma culturale rientri quell’anello pedonale che si sviluppa nel rione Maveta: per i maligni mormoratori è solo un marciapiede asfaltato, ma per me, panciuto sedentario invidioso degli agili e svelti camminatori ma predisposto all’ottimismo, quel marciapiede può essere anche una pista da footing. A proposito: ho dimenticato di chiedere all’assessore che fine hanno fatto i basoli di spuma lavica divelti dal marciapiede, prima che diventasse pista, e da piazza San Lorenzo, prima che fosse ridisegnata. Glielo chiedo ora.

L’ing. Bianco dichiara che sarà difficile parcheggiare l’auto lungo la strada “riqualificata“, mi ricorda che le carreggiate, che a me sembrano budelli, sono in realtà larghe ben tre metri e mezzo, dice che l’Amministrazione sta meditando sulla possibilità di aprire un ampio parcheggio dalle parti della Clinica Trusso, e che, essendo vuote le casse del Comune, si pensa di promuovere, per la realizzazione del parcheggio, l’intervento di investitori privati. Era della stessa opinione la prima Giunta Iervolino? C’è qualcosa che non quadra. Controllerò.

Intanto i cittadini stanno firmando una lettera aperta al sindaco, in cui si indicano “alcuni aspetti patologici“ del progetto di riqualificazione; “difficoltà di ingresso e di uscita dai passi carrabili delle abitazioni private“; “assenza, lungo l’asse dello spartitraffico, di idonei varchi pedonali (si suggerisce di aprirne uno ogni 25 m.)“; “dimensione delle corsie eccessivamente ridotta“: una vettura ferma per guasto paralizzerebbe totalmente il traffico, e, inoltre, diventa impossibile scaricare e caricare merci presso le abitazioni private. Si ricorda, infine, che Ottaviano “ricade“ nella zona “rossa“. La lettera si chiude con l’invito al sindaco perché intervenga: “per far sì che via Cesare Ottaviano Augusto diventi veramente il modello di una strada che risponde a tutte le esigenze della comunità e si conforma ai criteri del bello e della funzionalità, e non si trasformi, invece, in una fonte perenne di disagi, di impedimenti, di contenzioso“. Firmo la lettera e mi associo all’invito.

Così stanno le cose. Rimando il commento al prossimo articolo. Mi dicono che ci sarà, a breve, una seduta del consiglio comunale, e che le vicende della strada saranno tra i capi dell’ordine del giorno. Così sia. Dissi e ripeto che non è una strada qualsiasi: è un riepilogo della storia di Ottaviano. Nel confrontarsi con questo “monumento“ il sindaco, gli assessori, i consiglieri, i cittadini daranno la misura di sé.