I POLITICI NON SOGNANO PISELLI MA FAVE

Ragionando attorno al significato di alcuni sogni, non possiamo non celebrare la bontà di pasta e piselli, e denunciare l”ottuso vincolo dell”Ente Parco del Vesuvio che ha fatto morire la coltivazione dei piselli a Trecase…

Una tradizione, in verità non molto solida, fa dei piselli un simbolo di felice fortuna: nel II sec.d.C. Artemidoro, il fantasioso storico dei sogni, spiegava il senso dell’immagine collegando il nome pisos alla radice di un verbo greco che significa persuadere, persuadersi, obbedire. Perciò il sognare piselli era cosa di buon auspicio, soprattutto per i timonieri e gli avvocati, “poiché ai primi obbediranno i timoni, agli altri i giudici”.

Credo che quasi tutti i politici italiani da tempo non sognino piselli: se Artemidoro li conoscesse, dichiarerebbe che certamente sognano fave. Le fave provocano sconcerti viscerali – così li chiamava De Renzi – e flatulenze, – soffi indecenti li chiama Artemidoro: gli uni e le altre si credeva che turbassero l’immaginazione e alterassero i sogni: e dunque sognare fave era cosa veramente funesta. I semi chiusi nel baccello richiamavano alla mente l’immagine della sepoltura, e tutti gli storici della civiltà contadina, da Catone il Censore fino a Camporesi e a Montanari, hanno parlato della complessa relazione tra le fave e il culto dei morti.

Ippolito Cavalcanti, primo storico della cucina popolare napoletana, consigliava, per il pranzo del Venerdì Santo, una zuppa di fave secche spugnate: fai ‘na semmola di fave, ci metti tre mesurelle d’uoglio zuffritto co l’alice salate, sale e pepe, e mbruoglie ogni cosa buono buono, ma ti dico che hanno da essere no poco brodose; poi piglia quattro pagnotte, le fai a crustenielli, a crostini, friggi i crostini nello stesso olio di prima, e mischi tutto, pane e semmola, in una zuppiera. Ancora oggi in alcune regioni italiane si preparano, per il 2 novembre, le fave dei morti, pasticcini croccanti fatti con farina, mandorle, zucchero e uova. Nei Fasti Ovidio descrive il rito dei Lemuria, dedicato ai Lemures, gli spiriti dei defunti.

Le notti del 9, dell’11 e del 13 maggio il capofamiglia si alzava dal letto, attraversava le stanze a piedi nudi e in silenzio, teneva lontani gli spiriti puntando verso il buio il pollice e il medio congiunti : insomma, faceva le fiche, che è antichissimo gesto di scongiuro. Poi, senza voltarsi, gettava alle proprie spalle fave nere e ripeteva per nove volte: “offro queste fave e con esse riscatto me e i miei famigliari”. Infine percuoteva i cembali e per nove volte invitava gli spiriti dei morti a uscire dalla casa. Era opinione diffusa, ma Aulo Gellio non la condivise, che i Pitagorici non mangiassero fave. È probabile che avessero intuito il rapporto tra il legume e la malattia che va sotto il nome di favismo, forse credevano che i baccelli contenessero le anime dei morti, forse collegavano la fava a due “cose“ impudiche: il membro virile e il potere.

Nelle elezioni il voto veniva espresso con le fave bianche e nere, e in questa funzione usarono le fave, fino ai primi anni dell’Ottocento, anche i capitoli dei monasteri. Pare quanto meno imprudente questo abbinamento tra un legume funesto e il governo degli uomini, ma non possiamo escludere che esso sia stato suggerito dalle immagini positive connesse all’idea della fecondità: pisello e fava sono termini con cui la cultura popolare, ragionando per analogia di immagini, indica il membro virile: perciò la simbologia della fava oscilla tra i segni neri della morte e quelli chiari della vitalità. Il matrimonio tra fave fresche e ventresca, che è un rito di questo scorcio di stagione, funziona soprattutto perché si combinano bene la dolcezza densa e saporosa della pancetta e la punta di tenue amaro che sta in coda alla freschezza del legume.

Ma nel connubio si intrecciano alcuni simboli della civiltà contadina: il maiale rappresenta la prosperità, la ventresca è in alcuni dialetti il nome dell’organo sessuale della donna, delle fave abbiamo già detto.

A Ottaviano la pasta con i piselli freschi è piatto rituale per la festa di San Michele : l’Arcangelo è anche nume dell’agricoltura e i piselli di Ottajano, soprattutto quelli degli orti di Recupe, hanno goduto, per lungo tempo, di chiara fama. Ancora negli anni ’70 con le prime corse di giornata della Vesuviana sbarcavano a Napoli i contadini che portavano spase di piselli e andavano ad aspettare i clienti a Porta Nolana e in via Giacomo Savarese. Così scrive Silvestro Sannino nel libro “Civiltà agricola vesuviana“ ( 2009), che è la bibbia della civiltà contadina del Vesuvio:

“Con le fave è notevole la coltura del pisello, sia di quello piccolo, nano, detto zimperiniello, sia della varietà rampicante precoce di Napoli, sia del pisello maestoso verde di Trecase, che raggiunge altezze superiori ai due metri ed offre uno spettacolo meraviglioso con i suoi frutti pendenti a cascata. In questa zona di Trecase che oggi cade nel Parco Nazionale del Vesuvio la coltivazione del pisello è diventata, in pratica, impossibile, perché le tenere piantine vengono divorate dai famelici conigli selvatici che si sono diffusi e moltiplicati nell’ area del Parco per opera e virtù dell’Ente. Peraltro la difesa dai temibili roditori mediante recinzioni con reti risulta, oltre che costosa, impossibile, perché l’ Ente Parco ne vieta l’impianto.”.

Ricorda lo studioso che i piselli vesuviani di primo raccolto, dolcissimi e delicati, erano il contorno ideale del capretto di Sant’Anastasia, mentre quelli di secondo raccolto entravano nelle minestre.
Intorno alla pasta e piselli ci sono molte scuole di pensiero. La scuola radicale sostiene che non dovrebbero mai essere usati i piselli surgelati: e mi pare giusto. I teorici e i pratici delle altre scuole si limitano a contendere intorno al tipo di pasta: alcuni ritengono canonico l’uso della pasta mmiscata, altri quello dei tubetti e dei ditali. Se i piselli sono freschi, ‘a pasta mmiscata, che per la sua stessa composizione tende ad essere invadente, ne soffoca e ottunde il sapore: che viene rispettato, invece, dal rigore dei tubetti, e dalla loro struttura cava, in cui talvolta il pisello va ad incastrarsi.

I piselli non vogliono né affogare nel brodo, né boccheggiare nell’assoluto asciutto: la loro fragile eleganza non reggerebbe l’attassatura, che invece esalta la robusta sostanza della pasta e fagioli.
La cipolla serve a controllare la densità dell’umido, e la pancetta ha il compito, fondamentale, di dar grasso e sale alla magra e timida dolcezza della minestra. Solo un barbaro potrebbe umiliare la classicità di tanta delicatezza sommergendo i suoi toni in una poltiglia di uova sbattute e di parmigiano.
(Quadro: Alceste Campriani, “Mercato napoletano”,1874)

L’OFFICINA DEI SENSI

GRAGNANIELLO E CAPONE&BB CHIUDONO LA MEGARASSEGNA MUSICALE AL TRIANON

Due grandi concerti per chiudere una rassegna importante: Enzo Gragnaniello questa sera e Capone & BungtBangt venerdì 18 maggio, chiuderanno la megarassegna Trianon music live.

Questa sera alle 21 l’attesissimo concerto che chiude la rassegna musicale «Trianon music live» al teatro Trianon. Enzo Gragnaniello presenterà «Mala vista social tour», un concerto che ha come filo conduttore l’ultimo disco, Radice, che racchiude a pieno la sua musica e la Napoli che lui rappresenta, vive e respira ogni giorno: quella città che l’artista non ha mai abbandonato e nel cui cuore pulsante, i Quartieri Spagnoli, continua orgogliosamente a vivere e creare. Sul palco sarà accompagnato da Piero Gallo al mandolino, Franco Del Pretealla batteria e Francesco Iadicicco al basso, con la partecipazione di Erasmo Petringa, oud e violoncello. Il programma della serata vede la presenza sia di brani classici, quali Passione e Scetate, sia di canzoni scritte dallo stesso cantautore, come ‘O mare e tu, scritta per Andrea Bocelli, Senza voce e Cu me, tradotta in otto lingue e campione di vendita in Grecia e America Latina.

La rassegna ha visto il palco del Trianon protagonista della musica Napoletana: Sepe, Zurzolo, Barra, Raiz, Bennato, Senese, tanti gli artisti coinvolti in questa bella rassegna live.
A Capone & BungtBangt il compito di chiudere questa megarassegna musicale che il teatro pubblico del centro antico ha regalato al suo pubblico. Il concerto intitolato Eco music live, previsto per domani, sabato 28 aprile, è rinviato per motivi tecnici al 18 maggio. I biglietti acquistati potranno essere riconvertiti con quelli della nuova data o rimborsati. Il gruppo, che si definisce «a impatto zero», è costituito da Maurizio Capone voce, scopa elettrica e percussaglie, Francesco “Frankie” Capriello alle tastiere-giocattolo, Salvatore “Maestro” Zannella alla buatteria, Alessandro “Mr Paradais” Paradiso al basso da ponte e Diego “Zelo” Leone alla mazzarra.

Il concerto rientra nel discorso ecologico del gruppo, che sostiene un «tour ecologico, all’insegna del concetto che «la musica è di tutti e può essere fatta con poco». Ospite di & BungtBangt sul palco del Trianon il rapper napoetano Lucariello.
Il costo del biglietto è 15 euro, ridotto a 10 per il loggione, in vendita nelle prevendite abituali e anche online sul sito del Trianon www.teatrotrianon.org.
Informazioni telefoniche allo 081-225 82 85 .
Approfondimenti informativi su radio Marte, media partner ufficiale del teatro (www.radiomarte.it).

I COLORI DELLA PASSIONE

Il regista polacco Lech Majewski prende La Salita al Calvario di Bruguel il Vecchio e prova a spiegarci il senso del quadro con un film che “entra”, letteralmente, nel capolavoro fiammingo.

Nel 1564 Bruegel il Vecchio terminava una delle sue opere più ambiziose, La Salita al Calvario. Il dipinto – oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna – rappresenta un momento della salita di Cristo al Calvario, in un paesaggio misterioso e denso di simboli che ricorda la campagna fiamminga. Oltre 100 personaggi – vestiti con abiti del Cinquecento – animano la tela, lasciando quasi ai margini, sebbene al centro del dipinto, la figura di Cristo. Tra simboli di morte e un teatro umano variegato, l’aspetto che colpisce è l’indifferenza degli uomini al dolore.
Lech Majewski non è nuovo ad operazione sofisticate. Questa volta realizza un film su un quadro, o meglio, dentro il quadro.

Perché I colori della passione non è semplicemente la spiegazione della genesi della Salita al Calvario, ma è soprattutto un tentativo di raccontare il significato di un’opera attraverso la sua drammatizzazione, restituendola al movimento, per poi fermarla nel momento più importante. Bruegel – interpretato da Rutger Hauer – ci introduce sulla scena ai segreti del suo capolavoro.
Il film parte dai dettagli. Assistiamo al risveglio di un villaggio fiammingo del Cinquecento, al tempo della dominazione spagnola. Il grande mulino che domina la scena (e il quadro di Bruegel) si mette in moto lentamente al sorgere del sole. Un uomo e una donna fanno l’amore, poi vanno per strada a vendere il latte. Un gruppetto di ragazzini si sveglia e fa baccano. L’inizio del giorno è avvolto dal silenzio, senza dialoghi, in una scenografia che riprende sullo sfondo il dipinto di Bruegel.

La prima svolta drammatica arriva con la tortura di un uomo protestante da parte delle milizie spagnole. Il terribile supplizio della ruota rompe l’idillio del villaggio e fa irrompere nella narrazione la violenza della storia e delle guerre di religione. Gradualmente si ricompongono tutti gli elementi del quadro, mentre Bruegel si aggira per la scena con le tele in mano e mette a fuoco i dettagli del capolavoro, vivi davanti ai suoi e ai nostri occhi.
Cristo arriva sulla scena. Viene preparata la croce e prelevati i due ladroni. Quasi dal nulla, in un paesaggio nordeuropeo, vediamo inscenata la dolorosa marcia di Cristo verso il Calvario. Bruegel continua a muoversi sullo sfondo. Nel momento di massima sofferenza di Gesù, circondato da una folla rumorosa e poco attenta, il pittore “blocca” la scena. Il capolavoro è realizzato.

Con questo film difficile, Majewski coglie alla perfezione lo spirito della tela del genio fiammingo. Bruguel dichiara che il compito dell’arte è fermare per un attimo la realtà, in modo da portare una testimonianza dei grandi eventi storici che all’uomo comune, indaffarato nelle sue cose, spesso sfuggono.
Il merito del regista polacco è di aver costruito un percorso estetico e narrativo perfetto per ricordarci l’importanza dello sguardo dell’artista (regista-pittore) nel fissare in un’opera gli eventi. Il film è un viaggio che parte dal particolare del risveglio del villaggio, con le piccole attività che fanno girare la vita dei contadini, e arriva allo straordinario momento della crocifissione di Cristo. Grazie a questa struttura, il messaggio arriva in modo limpido, rispettando il lavoro di Bruegel: gli uomini si immergono nelle loro cose, insensibili al dolore altrui e ai grandi passaggi della Storia. L’arte, un quadro, un film, hanno il potere di rendere immortale un attimo e il suo significato.

Oltre ai grandi meriti tecnici (il film è un complesso incastro tra immagini realistiche e sfondi che richiamano la pittura), l’opera di Majewski riesce nell’obiettivo ambizioso di “entrare” in un quadro e restituire allo spettatore non solo il suo fascino ma anche una parte dei motivi della sua genesi. Un film complesso, silenzioso ma ricco di simboli e spunti, che conquista con il suo inno all’importanza dell’arte.

Voto 7,5/10
Regia di Lech Majevski, con Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling
Titolo originale: The mill and the cross
Durata: 100 minuti
Uscita nelle sale: 30 marzo 2012

I PENSIERI SOCIALI DI GIUSEPPE TONIOLO

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Tra i pensieri fondamentali dell”economista cattolico, quello di considerare la finanza un mezzo e non un fine, con l”impresa che deve essere al servizio dell”uomo e del bene comune. Di Don Aniello Tortora

In occasione della beatificazione di Giuseppe Toniolo, la casa editrice Ecra (la casa editrice delle Banche di Credito Cooperativo), ha pubblicato “Per un miglior bene avvenire – Scritti scelti (1871-1900)”. Si tratta di una serie di testi dell’economista cattolico che sono alla base della cooperazione di credito italiana. Al pari di Friedrich Wilhelm Raiffeisen, Leone Wollemborg, don Luigi Cerutti, papa Leone XIII, lo studioso veneto è infatti una delle figure fondamentali per il Credito Cooperativo, nonché personaggio chiave al fine di capire le origini ed i valori fondanti del Movimento delle banche di credito cooperativo – Casse rurali.

Toniolo, docente di Economia politica, prima alle Università di Padova e Modena, poi di Pisa, ha spaziato nei suoi studi dall’economia, alla storia, alla sociologia, cercando costantemente di dimostrare il primato dei valori morali e religiosi. Il “Trattato di economia sociale” è considerato tra le sue opere più importanti. Nei suoi scritti, con dovizia di argomentazioni, Toniolo contesta alla scuola di pensiero economico prevalente ai suoi tempi (ma anche ai nostri) che la regola economica sia assoluta e non ammetta limitazioni ‘esterne’ da parte dell’etica – rammentano gli estensori del volume -. Secondo Toniolo, invece, bisogna ricondurre il discorso economico nell’alveo di un’attività di impresa al servizio dell’uomo e del bene comune (così come insegna la dottrina sociale della Chiesa, fondata da Leone XIII).

In ambito bancario Toniolo affida questo compito alle Casse Rurali, oggi per lo più banche di Credito Cooperativo. Il libro parla molto della cooperazione di credito e del profondo, attuale, concreto significato che il nostro operare quotidiano assume sin dalle origini. Potremmo sintetizzare il pensiero del Toniolo con una semplice frase: “ Finanza come mezzo e non come fine”. Già nell’Ottocento Toniolo insiste sulla necessità di rendere onesto l’esercizio del credito, contro gli abusi. Il primato dell’etica sull’economia era la sua stella polare. Quando Toniolo scrive dell’elemento etico come “intrinseco alle leggi economiche” è il 1873. Ha 28 anni, è assistente a Padova, in un ambiente accademico molto laico. In tale contesto le successive teorie sul credito rappresentano uno sviluppo coerente con il suo pensiero.

Per un cattolico, nel rapporto tra cristianesimo e capitalismo, il giudizio sul credito è funzionale al giudizio sul capitalismo. Nell’Enciclica Centesimus Annus (1991), impresa, mercato e proprietà privata vanno intesi come mezzo e non come fine. Anche sul lavoro il Toniolo ha precorso i tempi. Prendendo, ad esempio, la remunerazione del fattore lavoro, cioè il salario, Toniolo valorizza questo fattore mettendo al centro la persona umana. E questo in un’epoca di industrializzazione, di frequente sfruttamento dei salariati. Non era affatto scontato all’epoca mettere al centro il lavoratore. Toniolo sconvolge le categorie economiche perché parte dal presupposto che l’uomo non è mosso dal mero perseguimento dell’utile individuale, ma da fini e bisogni ulteriori e, quindi, vi è una visione umana-antropologica di economia che vede una nuova scala di valori, in cui al vertice stanno quelli etici e religiosi e solo alla base quelli economico-finanziari.

Toniolo affermava che se si mette al centro la persona, non si fa un favore al lavoratore, ma è “tutto il sistema“ che funziona meglio. Da qui poi deriva anche la valorizzazione della piccola e media impresa. Da qui discendono anche tutta una serie di strumenti a tutela dell’integrità fisica e spirituale della classe lavoratrice: sospensione periodica del lavoro, critica dell’avviamento dei giovani fanciulli al lavoro nelle fabbriche, accorgimenti per la donna lavoratrice….Problemi e soluzioni di un’attualità impressionante. Senza dubbio Giuseppe Toniolo rappresenta un intellettuale ancora vivo e un possibile modello per i giovani e la società di oggi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=27

LA MOZZARELLA D.O.P., L’ORO DI NAPOLI

Ricca di proteine e sali minerali, è l”eccellenza del nostro territorio. Ai nostri taccuini Antonio Lucisano, direttore del Consorzio Tutela.

Il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana, nato nel 1981, è l’unico organismo riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali per la tutela, la vigilanza, la valorizzazione e la promozione di questo straordinario formaggio del Centro-Sud Italia. La Mozzarella di Bufala Campana ha ottenuto nel 1996 la Denominazione di Origine Protetta, il prestigioso marchio europeo con cui vengono istituzionalmente riconosciute quelle caratteristiche organolettiche e merceologiche di questo formaggio, derivate prevalentemente dalle condizioni ambientali e dai metodi tradizionali di lavorazione esistenti nella specifica area di produzione.

La lavorazione della mozzarella avviene maneggiando con le mani il pezzo di cagliata, staccando ovvero ‘mozzando’, poi, con gli indici ed i pollici i singoli pezzi di pasta filata. Già nel XII secolo si parlava di bufale e del loro latte eccellente, ma è verso la fine del XVIII secolo le mozzarelle diventarono un prodotto di largo consumo, quando i Borbone realizzarono nel sito della Reggia di Carditello, la tenuta reale in provincia di Caserta, un grosso allevamento con annesso caseificio sperimentale per la trasformazione del latte.

Le mozzarelle, avvolte in foglie di giunco o di mortella, ordinatamente disposte in cassette di vimini o castagno, venivano avviate ai mercati e si affermarono come regine delle tavole partenopee.
Abbiamo incontrato Antonio Lucisano, direttore generale del Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana D.O.P., che ha risposto gentilmente alle nostre domande.

Quante sono le aziende consorziate?
“Il Consorzio raggruppa circa 300 aziende che producono mozzarella di bufala campana certificata a livello europeo. Non solo in Campania, ma anche Roma, Foggia, Latina, Isernia. La mozzarella è uno dei cinque prodotti italiani, molto apprezzato in tutto il mondo; anche da noi lo è, ma non abbastanza valorizzato. Noi rappresentiamo quelle aziende che fanno il prodotto leader, la vera mozzarella; poi, esistono aziende che producono mozzarelle d’imitazione, che non hanno certificazione, non hanno marchio, che di volta in volta vengono chiamate ‘mozzarella di latte di bufala’, ‘mozzarella mista’, ‘mozzarella con latte di bufala’, e così via.

E’ un ragionamento molto complicato: soprattutto dalle nostre parti, si usa ancora, sebbene vietato dalla legge, vendere il prodotto sfuso, cosa pericolosa dal punto di vista igienico-sanitario, ma anche poco economico, perché si spaccia per mozzarella di bufala, che ha un certo costo, un prodotto che non lo è. Noi del Consorzio cerchiamo di far comprendere al consumatore che la vera mozzarella è un prodotto realizzato esclusivamente con latte fresco al 100% di bufala di razza mediterranea italiana. Un litro di latte di bufala ha un costo corrispondente a quello di quattro litri di latte vaccino: chi non è obbligato a scrivere sulla confezione la composizione del prodotto, ha tutto l’interesse a vendere per mozzarella di bufala un prodotto che, invece, non lo è.

Il lavoro del Consorzio è improbo: dobbiamo spiegare alla gente cose che sono il loro interesse, non il nostro. Il nostro è l’unico formaggio che non può essere marcato sulla crosta, ne’ che può essere rivestito, con delle cere, perciò va acquistato nella sua confezione dove sono riportati i marchi. Abbiamo promosso una campagna il cui slogan è: “O è così o non è”, proprio per sottolineare che se non ci sono i marchi D.O.P. e Mozzarella di Bufala Campana, non è mozzarella. Un precedente campagna, invece, diceva: “L’originale non è mai nuda”, sempre per sottolineare la necessità della confezione”.

Come risponde il mercato?
“Lavoriamo con soddisfazione in tutto il mondo: basti pensare che un quarto della produzione viene esportata in Francia, in Svizzera, negli U.S.A. ed in Giappone, ad esempio: è un prodotto che il mondo ci invidia. Abbiamo realizzato un ricettario con piatti creati da chef stellati che la utilizzano per piatti molto sofisticati, a dimostrazione del fatto che la mozzarella, oltre che essere straordinario tal quale o con qualche fetta di pomodoro, è un prodotto che può arricchire qualsiasi piatto di qualunque tradizione gastronomica.

Noi del Consorzio siamo stati nei mesi scorsi in Russia, in Corea ed in Giappone: abbiamo fatto utilizzare la mozzarella a chef locali, che hanno realizzato piatti sorprendenti col salmone, col caviale rosa, con prodotti a noi sconosciuti, tirando fuori delle prelibatezze. Abbiamo veramente per le mani l’oro bianco, però dobbiamo imparare a riconoscerlo e a diffidare delle imitazioni. Dobbiamo, finalmente, essere orgogliosi della vera mozzarella, che è una delle tante risorse eccellenti di questa terra. Invece, quando si parla della nostra terra vengono fuori solo gli aspetti deleteri”.

Qual è la capacità occupazionale di questo comparto?
“Il Consorzio Tutela Mozzarella di Bufala Campana impiega circa 20.00 addetti che lavorano nell’allevamento, la trasformazione e la commercializzazione. Gli allevamenti che producono latte di bufala sono circa 1.500, i caseifici che producono la mozzarella D.O.P. 110. Sono dati più che confortanti: l’indotto che gira intorno alla mozzarella di bufala vale 500 milioni di euro: non ci sono altri comparti produttivi di questa regione che sviluppino un fatturato che si avvicini al nostro. Bisognerebbe, perciò, che chi ci governa a livello regionale, si interessasse di questo settore molto, molto importante.

Quando si fanno le programmazioni d’investimenti, bisognerebbe tenere in considerazione tutti i dati economici e sociali, per decidere dove debbano essere allocate le risorse di produzione. Basta accendere la tv e vedere quali sono le pubblicità di formaggi: ci sono tutti, tranne la Mozzarella di Bufala Campana D.O.P., perché non sono stati investiti soldi per farla. In compenso, devo dire che le reti televisive spesso ci invitano nei programmi, perché ben riconoscono l’importanza di questo prodotto, che finisce così, col promuoversi da solo. Il marketing territoriale si fa anche facendo conoscere le zone da cui provengono i nostri prodotti d’eccellenza e, che, volente o nolente, il mondo ci invidia. Abbiamo un mix di tesori agroalimentari strepitosi che potenzialmente sono capaci di attrarre un turismo stanziale che può portare ricchezza alla nostra terra. Altrimenti, continueremo ad avere nemici, gente che continua a considerarci cialtroni, mantenuti e parassiti”.

IL SUD CHE CAMMINA 

I POLITICI LOCALI IN RITARDO SULLO SVILUPPO

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Non è più possibile governare le città secondo modelli che non danno priorità alle nuove tecnologie per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ma dalla lettura dei programmi dei candidati Sindaci sembra di stare in un”altra epoca.

A maggio, in Campania come nel resto d’Italia, si va al rinnovo di centinaia di amministrazioni locali. Dopo il terremoto del Governo tecnico di Mario Monti ci si sarebbe aspettata una diversa aggregazione delle forze politiche anche a livello locale per tentare di dare risposte ad una crisi economica e di governance che investe il Paese a cominciare dalle sue articolazioni territoriali.

L’Italia ha bisogno di un nuovo modello di sviluppo fondato sulle nuove tecnologie, sul risparmio energetico, sulla razionalizzazione efficiente delle macchine amministrative, su nuovi modelli di azione politica, e invece niente. A leggere i programmi dei candidati Sindaci sembra di stare in un’altra epoca, quando non c’era internet, non si parlava di connettività, di sviluppo sostenibile, di risparmio energetico, di energie alternative. Il problema sembra essere solo quello dell’edilizia, di nuove costruzioni, di consumo del territorio senza neppure la dovuta attenzione alle riqualificazione urbanistica per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Un modello obsoleto, incapace di promuovere sviluppo ed occupazione.

Per contrastare questa incapacità di immaginare un futuro diverso e un migliore uso delle nuove tecnologie L’Europa sta promuovendo il modello delle smart city e delle smart communities. Nonostante la ricchissima dotazione economica, più di 11 miliardi di euro, l’idea delle smart city non riesce a decollare nelle città della Campania. Non si può attribuire questa carenza a mancanza di informazione, piuttosto bisogna pensare al fatto che l’adozione di un tale modello stravolgerebbe completamente il modo di fare politica consolidato nelle nostre realtà. Non si tratta infatti solo di dotazioni tecnologiche. Le reti e tutte le infrastrutture immateriali, il cloud computing, l’elettronica distribuita sono solo degli strumenti che devono essere finalizzati ad un obiettivo con tre punti di forza:

-quello economico, legato alla presenza di attività innovative, di ricerca, e alla capacità di attrarre capitali economici e professionali;
-quello del capitale umano e sociale, perché una città è smart quando sono smart i suoi abitanti in termini di competenze, di capacità relazionali di inclusione e tolleranza;
-quello della governance, da intendersi come adozione di modelli di governo improntati a dare centralità ai beni relazionali e attenzione ai beni comuni, oltre alla creazione di opportunità per favorire la partecipazione civica nella creazione di valore pubblico.

Assumendo questa prospettiva, il concetto di smart city si lega strettamente a quello di innovazione sociale. Le Smart Cities sono le città che creano le condizioni di governo, infrastrutturali e tecnologiche, per produrre innovazione sociale, per risolvere cioè problemi sociali legati alla crescita, all’inclusione e alla qualità della vita attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei diversi attori locali coinvolti: cittadini, imprese, associazioni. La materia prima diventa l’informazione e la conoscenza e le città si possono qualificare nel modo in cui informazione e conoscenza sono prodotte, raccolte e condivise per produrre innovazione. Sia essa comunicazione finanziaria, economica, sociale e culturale le città sono sempre più nodi attivi dei flussi fisici ma anche, appunto, di quelli immateriali.

Negli ultimi dieci anni, però, è drasticamente cambiato il modo in cui le informazioni vengono elaborate e trasmesse, grazie soprattutto allo sviluppo delle tecnologie di rete. Lo stesso spazio urbano è divenuto un luogo ibrido nel quale esperienza fisica ed esperienza virtuale si combinano insieme creando un sistema socio-tecnico esteso basato sulla combinazione di luogo e network. Una interazione continua tra luoghi fisici e flussi informativi resa ancora più intensa dalla recentissima diffusione delle applicazioni georeferenziate utilizzate dai moderni device (i cosiddetti Location Based Social Network). La fruizione della città diventa una esperienza che non finisce a quello che è direttamente osservabile ma che viene arricchita da comunicazioni, annotazioni e segnalazioni che provengono dalle comunità in rete.

Naturalmente, a seconda della priorità data alle diverse forme di comunicazione e di partecipazione, si possono isolare diversi modelli di smart city, di cui parleremo nel prossimo articolo. L’importante è aver chiaro che non è più possibile governare le città secondo modelli che non danno priorità alle nuove tecnologie per migliorare la qualità della vita dei cittadini e per promuovere saperi, innovazione, e quindi sviluppo, crescita, occupazione adeguati alle aspettative delle nuove generazioni.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

AL PAN SI RIVIVONO “CINQUANT”ANNI VISSUTI DIABOLICAMENTE”

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Testimone longevo dell”ultimo mezzo secolo del nostro Paese, il fumetto sul “Re del terrore” viene celebrato al Palazzo delle Arti di Napoli con una mostra eslcusiva.

Il Palazzo delle Arti di Napoli ospiterà fino ai primi di maggio una mostra “da brividi”; protagonista assoluto il fumetto più amato d’Italia, Diabolik, approdato in città per celebrare “Cinquant’anni vissuti diabolicamente”. Il 1 novembre del 1962, il nostro Paese conosceva per la prima volta il ladro mascherato più famoso di tutti i tempi che, nelle pubblicazioni successive, sarebbe stato affiancato dalla conturbante Eva, compagna di vita e complice fredda e lucida dei crimini di cui i due sono protagonisti numero dopo numero. Il re e la regina del terrore mettono costantemente in atto ingegnosi metodi perché i loro piani criminali possano raggiungere l’esito sperato; e puntualmente ci riescono.

Privo di scrupoli, Diabolik sa essere meschino e crudele, freddo e calcolatore non sbaglia mai un colpo. La figura di Eva riesce ad ammorbidire, ma mai ad ammansire completamente, il carattere fermo del re del terrore che diventerà gradualmente più umano e sempre contraddistinto da una sua rigida, intaccabile e personalissima etica sul “lavoro” e nelle scelta della vita. Questo mix spiega il fascino noir del cattivo, il criminale che diventa eroe e per il quale l’attrazione è inevitabile – "Si prova una soddisfazione non del tutto pacifica (ma per questo più eccitante) nel parteggiare per il cattivo", per citare Umberto Eco- . Capostipite degli antieroi che popoleranno l’immaginario collettivo, Diabolik è diventato oggetto di culto plurigenerazionale.

La mostra napoletana, anticipata nel marzo scorso dalla tappa milanese, riconsegna l’universo di mezzo secolo dell’affascinante ladro in calzamaglia: cimeli, memorabilia, immagini e filmati d’epoca, poster, manifesti e locandine storiche per la sezione “Diabolik al muro”. I comics incarnano una parte integrante e significativa della cultura contemporanea. Anzi, nell’alveo dei linguaggi visivi nati sulla scia della mass culture, ne sono la manifestazione più emblematica. Il fumetto accompagna, infatti, lo sviluppo delle moderne società occidentali affermandosi come fenomeno di costume e come autonoma forma di espressione artistica, tanto che i protagonisti della Pop Art – movimento che della società di massa riflette i canoni e, soprattutto, i disvalori – si rapportano al fumetto spesso e volentieri.

È celebre il metodo di Roy Lichtenstein che parte dal prelievo di una qualsiasi vignetta, estrapolata dal marasma di strisce che imperversavano sulla carta stampata, dilatandone le dimensioni e riconsegnando al lettore-spettatore un inconsueto e macroscopico frammento di quelle immagini figlie del consumismo. Questo, il pop artist comincia a farlo a partire almeno dal sessantuno. L’anno dopo, come accennato, nasce a Milano, dalla penna di Angela e Luciana Giussani, l’inquietante sagoma nera del maestro del furto; in un formato tascabile, e questa è una novità importante. La nuova forma di letteratura gialla, di cui gli italiani del boom erano voraci consumatori, acquista una praticità fuori dal comune col fumetto delle sorelle Giussani.

D’altronde, la sua funzionalità esprimeva al meglio le esigenze di quei pendolari, delle migliaia di lavoratori disseminati in lungo e in largo per lo Stivale, spina dorsale e motore di quel progresso (e del consumismo) che aveva convertito l’ Italia alla modernità. Diabolik, in definitiva, è anche questo: un fedele compagno con cui consumare un ritaglio di tempo libero, che, con centinaia di edizioni pubblicate nell’ultimo mezzo secolo, rappresenta, a tutti gli effetti, uno spaccato di storia italiana.
(Fonte Foto:Rete Internet)

LA TRISTEZZA DI OTTAVIANO IN QUESTI TEMPI DI MAGRA

In attesa della Festa di San Michele, che si prevede sobria e perciò in linea con i tempi che stiamo vivendo, riflettiamo su cerimoniale e diplomazia. E del libro sulla mafia di Dacia Maraini. Di Carmine Cimmino

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Aspettiamo che venga pubblicato il verbale dell’ultimo consiglio comunale: vi troveremo senz’altro una chicca, una perla, un ghiribizzo, che diano lo spunto per un articolo. Si approssima l’8 maggio, il giorno del Santo Patrono San Michele. L’anno scorso fu una festa agitata. Non si sparò, non si accese la “diana“, non crepitarono le “spalliere“ dei botti, si rischiò il tumulto. Quest’anno sarà festa sobria, lo impongono i tempi di magra, la tristezza dell’Italia, la tristezza di Ottaviano.

Per decenni una data del calendario dei festeggiamenti per il Patrono, quasi sempre il 10 maggio, è stata riservata allo “Scherzo continua“, organizzato dal Circolo “A. Diaz“. Ora lo scherzo si è interrotto: il Circolo è sballottato dai venti di una crisi che lo costringerà a rinnovarsi radicalmente, o a perire. Ma riusciremo a salvarci: San Lorenzo vive. L’anno venturo il Diaz organizzerà di nuovo la corsa degli asini: i soci tutti dovranno capire, una volta per sempre, che gli asini non possono più correre per via Roma, che è strada di collegamento intercomunale, ed è a traffico intenso. Le casse vuote dei Comuni e la paralisi della politica impongono, ormai, che le associazioni si assumano il compito di muovere le acque dello stagno, e di tutelare, e di far conoscere le tradizioni di un territorio, il suo patrimonio culturale, le bellezze dell’ambiente.

Chiedo ancora una volta al sindaco, dott. Iervolino, di firmare con l’Ente Parco il regolamento per la gestione della scuderia e dei giardini del Palazzo Medici, e di concordare con i parroci un protocollo d’intesa per l’apertura delle Chiese ai visitatori. Sulle opere d’arte, sul Palazzo Medici e sulla Montagna giovani di buona volontà e di lucido ingegno possono costruire, nel segno del turismo culturale, un interessante programma di manifestazioni. Chiedo solo un regolamento e un protocollo: mi pare di non chiedere troppo.

A Ottaviano sopravvivono, a fatica, tre, quattro pizzerie, un paio di ristoranti, qualche bar. Il movimento di clienti è fiacco, al primo tramonto pare che ci sia il coprifuoco: insomma, ristoratori e baristi se la sciosciano. Che è una splendida immagine della lingua nostra: le zitelle che non trovavano marito si facevano vento, con il ventaglio e con il mantesino, per raffreddare, soprattutto in alcuni punti del corpo, le vampe del desiderio surriscaldato. Insomma, se la scioscia chi non trova clienti. La festa di San Michele, che porta gente in piazza Municipio e nelle strade storiche, dovrebbe dare una scossa agli affari. Dico dovrebbe, perché da qualche anno la Parrocchia di San Francesco è autorizzata a organizzare, nei giorni della festa, una sagra a via Casalnuovo, e cioè proprio nel cuore della festa.

Questa sagra è, in sé, una manifestazione da applausi: per la bellezza del luogo, per l’eleganza dell’organizzazione, per l’impegno del parroco, delle parrocchiane e dei parrocchiani. Ma i baristi e i ristoratori applaudono anche loro? L’assessore al ramo si è chiesto se e quanto incida la concorrenza della sagra sugli incassi di bar e di ristoranti, i cui proprietari pagano tasse e balzelli? L’assessore al ramo ha parlato con i diretti interessati? ha un’idea chiara dei termini della questione?

E ora parliamo di diplomazia e di cerimoniale. Alcune settimana fa la Curia Vescovile di Nola ha organizzato un convegno sul lavoro. Il convegno si è tenuto a Ottaviano, nella scuderia di Palazzo Medici, il cui uso viene autorizzato – lo dico per esperienza personale – dal sindaco. Sul manifesto ufficiale il sindaco non era citato: né come relatore, né come “padrone di casa“, che viene a dare il suo saluto, ecc.ecc. Tuttavia il sindaco è andato al convegno, è stato invitato a salutare i convenuti, e li ha salutati. Ha fatto ciò che sentiva di dover fare: si parlava di lavoro, c’era il vescovo, c’erano imprenditori importanti: la loro presenza era un onore per la nostra città. Qualche giorno fa il Liceo “A. Diaz“ di Ottaviano (lo chiamo così per abitudine) ha ospitato Dacia Maraini, che ha discusso con gli studenti del suo libro “Sulla mafia“.

L’incontro tra la scrittrice e i ragazzi – centinaia – si è svolto a San Giuseppe Vesuviano, in un cinema. Il sindaco di Ottaviano non è stato invitato. Mi dicono che non l’ha presa bene. Non entro nel merito della questione: non mi interessa, non mi compete. I rappresentanti delle istituzioni sanno come e quando confrontarsi e spiegarsi. Mi domando, però: se il dott. Iervolino, sindaco di Ottaviano, si fosse presentato nel cinema di San Giuseppe Vesuviano così come si presentò al convegno della Curia Vescovile, avrebbe qualcuno osato impedirgli di prendere la parola? La sostanza è sempre anche forma, ma non sempre la forma è anche sostanza. Antonio Tuccillo è ancora il cerimoniere dell’ Amministrazione Comunale? Qual è la sua opinione?

Nel 1995 la diciannovenne Maria Concetta Riina, primogenita del capo dei capi di Cosa Nostra, arrestato due anni prima, fu eletta rappresentante degli studenti nel consiglio d’istituto del liceo “Don Giovanni Colletto“ di Corleone. Il preside ci tenne a precisare che la scuola era “decisamente contraria alla mafia“: su quell’avverbio, forse superfluo, vorrei scrivere un articolo. La signora Ilda Boccassini, magistrato della Repubblica, chiese che la ragazza prendesse pubblicamente le distanze dal “sistema“ che il padre rappresentava. Dacia Maraini scrisse sul Corriere della Sera (25/11/1995): “Qui nessuno sta chiedendo a Maria Concetta Riina di farsi confidente della polizia…Le si chiede soltanto di dimostrare, in quanto rappresentante di istituto e quindi in qualche modo portavoce dei suoi compagni, che sa distinguere coraggiosamente fra giudizio morale e affetti familiari, fra arcaica solidarietà e moderna indipendenza di opinione.“.

La signora magistrato Ilda Boccassini aveva il diritto di fare quella richiesta alla diciannovenne Maria Concetta Riina?
(Quadro di Jacques Volaire (o Pietro Fabris): Il Palazzo Medici di Ottajano, 1777).

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A CASORIA L’ARTE E” AL ROGO

A Casoria l”arte contemporanea è messa a rogo, mentre poco più lontano, a Pompei, crolla e si frantuma quello che è un patrimonio unico al mondo. Arte e cultura muoiono.

Immagini surreali. Il direttore del Museo d’Arte Contemporanea di Casoria, Antonio Manfredi, da fuoco alle opere della collezione permanente del museo. Cosa porta un direttore artistico di un museo ad una manifestazione così scellerata? Questo è un atto finale, la manifestazione di chi probabilmente ha raggiunto la consapevolezza di dover combattere con mezzi estremi. Una disperata protesta per portare l’attenzione sulle difficoltà di sostenere la cultura. Così succede di accendere la televisione e vedere proprio lui, Antonio Manfredi, che a «Piazzapulita», il programma condotto da Corrado Formigli su La7, continua la sua «rivoluzione» dando fuoco, davanti alle telecamere, ad un opera che lui stesso dichiara di amare.

«In Italia stanno distruggendo l’arte e la cultura. Ci sono i tagli, stanno chiudendo i musei. Noi stiamo facendo la rivoluzione, la rivoluzione si fa con il fuoco» dice Manfredi, in un Paese che non ha o non trova le risorse per sostenere il suo patrimonio artistico e culturale.
Così l’elenco delle opere bruciate aumenta di giorno in giorno, in questa singolare rivoluzione, come se fosse l’elenco di soldati caduti: il giorno 2 marzo, è Antonio Manfredi a dare fuoco ad una sua opera esposta alla 56° Biennale di Venezia. Alle ore 18.00 del 17 aprile, davanti l’ingresso del museo CAM, si è consumato il dramma dell’incendio dell’opera di Séverine Bourguignon, bruciata dallo stesso direttore, che aveva atteso tutta la giornata un cenno da parte delle istituzioni.

Il segnale non è arrivato e con la rabbia e la commozione di Manfredi, dello staff del museo e della stessa artista, presente via Skype all’azione, si è svolto il sacrificio di un’opera d’arte della collezione permanente del CAM. L’artista francese ha confermato la sua decisione di far distruggere la propria opera, decisione che ha definito “politica” e necessaria perchè obbligata dalle contingenze nefaste. Il 18 aprile, sempre alle ore 18.00, un’artista napoletana, Rosaria Matarese, ha dato fuoco ad una sua opera. Il 19 è stata immolata l’opera dell’artista greco Tsitsopoulos Fillippos, il rogo ripreso dalle telecamere di «Piazzapulita».
(Fonte Foto:Ufficio Stampa)

UN FIGLIO:É PER SEMPRE

Il diritto al mantenimento di un figlio è così importante che la sua privazione va risarcita anche dopo trascorsi 40 anni dalla nascita.

Il caso
Un uomo, di età matura, esponeva di essere figlio naturale, essendo nato da una relazione della mamma con un uomo di cui non era la moglie. Aggiungeva che il padre, venuto a conoscenza del concepimento, aveva interrotto ogni rapporto con la donna, rifiutandosi, anche in seguito, di riconoscerlo come figlio e di mantenerlo, così costringendolo a un’esistenza , considerate le misere condizioni della madre, piena di stenti e di privazioni. Perciò, chiedeva che il Tribunale di Catania, accertata detta filiazione naturale, condannasse il padre a corrispondergli quanto dovuto per la mancata assistenza e mantenimento.

Il padre si opponeva a tale richiesta, contestando principalmente di essere il padre naturale dell’uomo. Il Tribunale, sulla base delle prove acquisite e del sostanziale rifiuto del convenuto di sottoporsi al prelievo per l’esecuzione della disposta consulenza ematologica, accoglieva la domanda di dichiarazione di paternità presentata dopo quarant’anni .

Risulta agevole quindi constatare come, sulla base di tali emergenze processuali, la corte territoriale abbia correttamente affermato la responsabilità del padre naturale, derivante dalla volontaria, grave e reiterata sottrazione agli obblighi tutti derivanti dal rapporto di filiazione, con conseguente risarcibilità "per la subita lesione dei fondamentali diritti della persona inerenti la qualità di figlio".

Con la sentenza 10-04-2012, n. 5652, la Corte sostiene che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli sussiste per il solo fatto di averli generati e prescinde da qualsivoglia domanda, sicchè nell’ipotesi in cui al momento della nascita il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, tenuto perciò a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l’obbligo dell’altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia della dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, essendo sorto sin dalla nascita il diritto del figlio naturale ad essere mantenuto, istruito ed educato nei confronti di entrambi i genitori (Cass., 2 febbraio 2006, n. 2328).

Nell’ambito di un vasto orientamento, formatosi sia in dottrina, che nella giurisprudenza, è stato, da tempo enucleata la nozione di illecito endofamiliare, in virtù della quale la violazione dei relativi doveri non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c..

Inoltre la Corte ribadisce che non può dubitarsi, con riferimento al caso di specie, come il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determini un vulnus, dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costituzionale (in part., artt. 2 e 30), e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela.

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