QUANDO IL CARCERE É MEGLIO DELLA STRADA: LA TRISTE STORIA DI FRANK

0
Frank è un extracomunitario arrestato qualche giorno fa. Ignora il suo passato, è certo di non avere un buon futuro, vive un triste presente. Di Simona Carandente

L’approccio con il complicato mondo del diritto penale, sia dal punto di vista sostanziale che processuale, non può prescindere da un dato: l’attenzione che l’operatore deve riservare, sempre e comunque, all’aspetto umano dei casi che viene chiamato a trattare. Nelle pur variegate situazioni che si prospettano, accanto ad individui che scelgono di improntare la propria esistenza al crimine, ovvero a scelte di vita moralmente e giuridicamente opinabili, può accadere di imbattersi in situazioni e persone pressoché drammatiche, con un vissuto a dir poco raccapricciante e nessuna, o quasi, prospettiva di recupero di un’esistenza normale.

Ancor più delicati sono i casi in cui i soggetti deboli sono stranieri, con minime possibilità di comprendere la lingua italiana, senza alcuna fissa dimora e senza che nessuno, parente o amico, manifesti il benché minimo interesse al proprio stato di detenzione. Qualche giorno fa, un giovane extracomunitario veniva tratto in arresto in un noto comune dell’area flegrea, per aver posto in essere una condotta di atti osceni sulla pubblica via, dopo aver palpeggiato una giovane donna di passaggio, nello sconcerto generale della piccola comunità in cui viveva da pochi giorni. Il tutto avveniva pubblicamente, in pieno giorno, con una dinamica che lasciava presagire una ricostruzione dei fatti non propriamente convincente.

Nei tempi di rito, il giovane veniva poi sottoposto ad udienza di convalida dell’arresto, alla presenza del giudice, del difensore e dell’interprete di lingua inglese. Tuttavia, agli operatori appariva evidente lo stato di confusione in cui versava il giovane, che però all’apparenza non dava segni evidenti di squilibrio ed appariva pressoché normale. La situazione ricreatasi all’udienza era al limite tra lo sconcerto ed il paradosso: il giovane, frastornato, non era neanche in grado di riferire come si chiamasse e la sua data di nascita, limitandosi ad osservare i suoi interlocutori con fare interrogativo. Addirittura, non era in grado neanche di fornire il proprio domicilio, o l’indirizzo di qualcuno presso il quale essere collocato in regime di arresti domiciliari.

Per il giudice, pertanto, non rimaneva che disporre la custodia cautelare in carcere del giovane extracomunitario, in attesa della celebrazione del processo di merito: la decisione del giudicante, tuttavia, non poteva che apparire sofferta. Nello scenario che si era posto allo sguardo degli operatori, una cosa appariva certa: a parte il penitenziario, nessun altro tetto avrebbe atteso il giovane straniero, né probabilmente un piatto caldo. Addirittura, si poteva paventare l’ipotesi che questi avesse architettato l’ ”anomala” violenza proprio per sfuggire ad un destino di miseria e strada.

Dal punto di vista processuale, la questione della capacità di intendere e di volere del soggetto verrà rimessa al giudice, che attraverso la nomina di un perito stabilirà se confermare i dubbi di cui sopra, ovvero propendere per l’evidente incapacità del soggetto di rendersi conto di quanto avesse posto in essere. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

PERCORSI SENSORIALI NEL TUNNEL BORBONICO: MUSICA E COREOGRAFIE NEL GREMBO DI NAPOLI

La kermesse in programma da aprile a giugno del Tunnel Borbonico riporta in vita personaggi legati alla storia ed alla vicenda del luogo, con coreografie e visite guidate nella suggestiva location.

Napoli: non si può dire di averla davvero conosciuta se non per il frastuono delle sue strade, tracimanti d’ogni cosa. Neppure però, se non si è vissuta l’esperienza di camminare, anche solo per pochi istanti, lontano dai cori stonati dei clacson e delle grida sonore. Non si può dire di aver capito, almeno un pò, questa arcaica e contorta metropoli, senza essersi immersi nel silenzioso respiro del tufo, per cogliere l’alchimia di simboli nella penombra delle acque sotterranee. Perché è laggiù, nel grembo di Partenope, che la magia e le leggende che accompagnano la città dalle sue origini vivono ancora. Insomma, il sottosuolo della nostra città è una delle più potenti arme di seduzione della cultura.

Si pensi alla cavità sotto il Monte Echia, lungo un percorso da Palazzo Reale a via Morelli: il Tunnel Borbonico, dove da sempre regna il silenzio delle grotte di tufo, si prepara ad ospitare percorsi sensoriali da aprile a giugno. Coreografie e visite guidate, ma soprattutto concerti di musica classica e spettacoli teatrali come "Sub Urbe – emozioni sottovoce" a cura dell’Associazione culturale NarteA, in cui alcuni attori riportano in vita personaggi legati alla storia ed alle vicende del luogo. Dopo le musiche originali di sabato 14 aprile con pianoforte e fisarmonica del Maestro Luca Amitrano; la kermesse prosegue domenica 6 maggio con "La Serva Padrona" di Pergolesi, mentre domenica 13 maggio è invece la volta del concerto per arpa di Gianluca Rovinello, con musica di Chopin.

Si prosegue sabato 19 maggio con la Corale Polifonica di "Città di Ercolano e Somma Vesuviana", con musiche della tradizione napoletana; il giorno successivo 20 maggio torna invece Luca Signorini, primo violoncello del Teatro San Carlo, musica di J.S. Bach. Si chiude sabato 9 giugno con "Arti itineranti": performance di musica, danza e pittura. L’inizio di ogni appuntamento è fissato per le 19.30 (ingresso in Vico del Grottone 4): la suggestiva location è dunque, oltre l’esempio tangibile della storia della città, la giusta destinazione per spettacoli e passeggiate.

Cinque sono stati gli anni di duro lavoro di pulizia e risistemazione per aprire l’ingresso in via del Grottone (traversa di via Gennaro Serra a Monte di Dio). Un gruppo di volontari istruiti e guidati da una squadra di esperti, con a capo il dr. Gianluca Minin ed il dr. Enzo De Luzio hanno fatto del tunnel (un tempo ricovero bellico nel corso dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale) un vero e proprio museo che restituisce alla città un pezzo importante della sua storia.

Di quel periodo si conservano scritte sui muri, statue fasciste, macchine d’epoca e documenti relativi al Deposito Giudiziale Comunale che arrivano fino agli anni 70: un luogo celato fino a poco tempo fa, ora patrimonio di tutti.

LA RUBRICA 

GASPAR VAN WITTEL, IL PITTORE CHE “DIEDE VITA” ALL’ARCHITETTURA NEOCLASSICA ITALIANA

0
Gaspar van Wittel, pittore olandese naturalizzato italiano, è uno dei più celebri vedutisti del XVIII secolo ma anche il padre del più importante genio dell”architettura neoclassica italiana: Luigi Vanvitelli.

Quando si dice “figlio d’arte” ci si riferisce, in genere, a quei ragazzi che hanno ereditato dai propri padri il talento in un particolare mestiere. Di questi “figli” la storia è ricca di esempi, dal calcio al cinema, dalla televisione all’arte. Anche Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel, uno dei più grandi architetti della XVIII secolo, può essere annoverato tra essi. Dal padre Gaspar, genio indiscusso della pittura settecentesca, ereditò il mestiere di artista, anche se, alla passione paterna per la pittura, Luigi preferì, con successo, dedicarsi all’architettura, non senza, è plausibile, qualche risentimento da parte del padre.

Gaspar van Wittel, italianizzato poi come Gaspare Vanvitelli, è stato uno dei più grandi “pittori di vedute” che operò in Italia tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento e forse il primo vero “vedutista” della storia dell’arte. Spesso ricordato come anticipatore dell’italiano Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, il pittore olandese è celebre per le sue cosiddette vedute esatte di molte città e paesaggi italiani, a cui lo stesso Canal farà riferimento.

Come il Canaletto più tardi, e per questo associato da molti al giovane veneziano, Gaspar fece largo uso della camera ottica, uno strumento protofotografico a quel tempo straordinariamente moderno, che permetteva agli artisti di avere dinanzi agli occhi il riflesso capovolto dell’immagine da dipingere. Si trattava di una cabina portatile, completamente oscurata, alla cui sommità era applicato un foro e uno specchio che, opportunamente inclinato, proiettava all’interno della cabina l’immagine inquadrata, una visione “esatta” del soggetto ritratto che il pittore ricalcava e dipingeva.

Il van Wittel, originario della cittadina olandese di Amersfoort, in provincia di Utrecht, fa parte di quei tanti artisti olandesi che, nel corso del XVII secolo, lasciarono il proprio paese alla volta dell’Italia, il più delle volte per non tornarvi mai più. In Olanda, in gioventù, aveva iniziato a dipingere sotto la guida di Jan van der Heyden, Gerrit Berckheyde e Matthias Withoos, tutti paesaggisti del “secolo d’oro”, che impressero al giovane pittore un certo gusto per il genere del paesaggio ideale la cui “antitesi”, la veduta esatta, verrà perfezionata proprio dallo stesso van Wittel.

Come molti altri suoi coetanei, Gaspar sentì improvvisamente il bisogno di partire per l’Italia per ammirare le rovine della civiltà romana e i capolavori dei grandi maestri del Rinascimento italiano. Così, nel 1674, giunse Roma, dove si stabilì per un lungo periodo. Divenne in breve famoso per le sue vedute della città eterna e per i suoi paesaggi tiberini, riprodotti fedelmente sin nei minimi particolari, che gli valsero il favore delle più importanti famiglie aristocratiche romane.

Le sue opere sono soprattutto frutto di una società illuminista, razionale e moderna. L’indagine pittorica del van Wittel è, infatti, un’indagine sensoriale, scientifica, esatta. Privi di ogni contributo intellettuale e sentimentale, i suoi dipinti riproducoino la realtà così come è, senza che la mente artistica agisca su di essa secondo proprie interpretazioni. Basta guardare la sua “Veduta del Largo di Palazzo Reale di Napoli” (foto) per capire che i suoi quadri sono vere e proprie fotografie, istantanee di un tempo lontano che conservano ancora oggi tutto il loro valore storico.

A Napoli, d’altronde, Gaspar van Wittel era particolarmente legato. Vi si trasferì per un breve soggiorno nel 1699 ed è qui che, il 12 maggio 1700, vide la luce il figlio Lodewijk, Luigi Vanvitelli. La Reggia di Caserta, suo capolavoro, che è considerata uno dei primi esempi di Neoclassicismo in Italia, deve forse, dunque, gran parte del suo fascino a quelle architetture che Gaspar fissava nei suoi quadri e che il piccolo Luigi studiò a lungo, imparando a progettare edifici sulla tela prima ancora che sulla carta.
(Fonte foto: Rete Internet

GLI INCENTIVI ALLE CITTÁ E GLI AVANZI DI GALERA

0
I fondi europei incoraggiano le smart city. Sarebbe una buona occasione per città medie come Torre del Greco o Acerra, ma se tra i candidati ci sono camorristi e avanzi di galera, c”è poco da fare. Di Amato Lamberti

L’Europa ha previsto investimenti di circa 11 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per il progetto comunitario che incentiva le "Smart city", città di medie dimensioni capaci di coniugare città sostenibili e competitività. La maggioranza della popolazione vive infatti in città di medie dimensioni che consumano il 70% dell’energia della Unione Europea. Su questo enorme potenziale di risparmio energetico le istituzioni europee fanno leva per ridurre del 20% le emissioni entro il 2020 e al contempo sviluppare una economia low carbon entro il 2050.

La formula individuata associa l’utilizzo più razionale delle risorse all’integrazione delle tecnologie pulite. L’Europa incoraggia quindi le "comunità intelligenti" che vadano verso soluzioni integrate e sostenibili in grado di offrire energia pulita e sicura a prezzi accessibili ai cittadini, ridurre i consumi e creare nuovi mercati in Europa e altrove. In altre parole, possiamo dire che una città smart è una città in cui gli spostamenti sono agevoli; che promuove lo sviluppo sostenibile; che promuove la sua immagine turistica; che offre un ambiente creativo e promuove l’innovazione; che ha una visione strategica del proprio futuro.

Una città smart è uno spazio urbano, ben diretto da una politica lungimirante, che affronta la sfida che globalizzazione e la crisi economica pongono in termini di competitività e di sviluppo sostenibile con un’attenzione particolare alla coesione sociale, alla diffusione e disponibilità della conoscenza, alla creatività, alla libertà e mobilità effettivamente fruibile, alla qualità dell’ambiente naturale e culturale.

La sfida, in Italia, è già stata accettata, con modelli diversi, da Milano, Bari, Torino, Genova e l’intera Sardegna. Milano vuole puntare all’attivazione di sinergie pubblico-privato attraverso bandi riguardanti i temi dell’efficienza energetica, dei trasporti e della pianificazione, coinvolgendo tutta la cittadinanza. Bari si presenterà ai bandi europei come interlocutore diretto pur nell’ambito di una associazione a tal fine costituita su base territoriale. Edifici pubblici e privati, mobilità sostenibile ed elettrica, gestione ottimale dell’acqua e dei rifiuti, creazione di reti intelligenti, sono i campi d’azione dei 78 interventi previsti. Torino, punta tutto sulle reti a banda larga di nuova generazione, capaci di fornire un supporto tecnologico per lo sviluppo di progetti innovativi e di nuovi sevizi digitali per imprese, istituzioni e cittadini.

Genova ha già al suo attivo azioni concrete realizzate con finanziamenti europei per le Smart City: l’illuminazione del waterfront portuale e dell’acquario, gli edifici scolastici intelligenti, la ristrutturazione sostenibile di 250 edifici scolastici, dei musei e degli edifici pubblici ripagabili con il risparmio energetico, il Piano di Azione sulla sostenibilità e per l’energia, il Peap, Piano di azione portuale per l’Energia prodotto dall’Autorità portuale. La Regione Sardegna si pone invece come supporto ai suoi comuni per la realizzazione del percorso indicato dalla Commissione Europea. Ha messo a punto una serie di azioni concrete, quali un protocollo d’intesa per trasformare Porto Torres nel primo polo europeo della chimica verde; un progetto smart city per i comuni di classe A e un bando rivolto a selezionare 20 comuni da accompagnare nella realizzazione dei loro Piani d’azione per l’energia sostenibile (Paes).

Anche Napoli, con una delibera di Giunta dell’8 marzo 2012, ha aderito al percorso smart city avviando la costituzione di una Associazione Napoli Smart City avente per oggetto lo studio e la realizzazione di un progetto per il miglioramento della qualità della vita attraverso l’incentivazione di modalità di sviluppo economico rispettoso dell’ambiente. Meraviglia il fatto che avendo la città di Napoli approvato un Piano Strategico già largamente in linea con le indicazioni europee sulle Smart City non si sia ritenuto opportuno assumerlo a base dei previsti interventi. Meraviglia anche il silenzio della Regione Campania che non ha previsto nessun intervento di coordinamento e di sollecitazione di proposte innovative.

Allo stesso modo meraviglia che anche in città medie come Torre del Greco ed Acerra che vanno al rinnovo delle amministrazioni comunali nessuno dei candidati a Sindaco abbia pensato che il percorso della Smart City poteva essere lo strumento per reperire fondi utilizzabili per un reale e concreto sviluppo di città che si presentano assillate dai problemi della disoccupazione e della crisi delle imprese. La meraviglia diminuisce, naturalmente, quando si tiene conto dei primi risultati della verifica dei candidati alle prossime elezioni comunali.

Quando tra i candidati si verifica la presenza di pregiudicati e di affiliati a clan camorristici c’è poco da parlare di sviluppo tecnologico, di smart city, di big society. C’è solo da pensare a ristabilire le regole della democrazia e della pubblica amministrazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO 

QUANDO LA LONGOLA ERA LA PORTA DELL’INFERNO

Per impedire a cavallette e ad altri insetti di devastare i raccolti dei campi vesuviani, la chiesa nolana le ha provate tutte. La testimonianza di un processo di maledizione e scomunica. Di Carmine Cimmino

Tra gli strumenti della “magia buona“ della Chiesa ci sono i riti che propiziano la pioggia: di recente sono stati “usati“ contro la siccità che affliggeva il Nord Italia. Non fu facile per la Chiesa nolana trovare i rimedi contro le periodiche invasioni di insetti: muroli, campe e cavallette, che richiamavano alla mente Mosè e le piaghe d’Egitto, e dopo l’eruzione del 1631, vennero associati all’immagine infernale del Vesuvio. Nel 1640 muroli -nome locale di un micidiale coleottero- e cavallette flagellano le vigne e i frutteti del Vesuviano e della Campania felice.

Mons. Lancellotti, vescovo di Nola, decide di maledirli, di scomunicarli -gli insetti- , e di obbligarli, con la maledizione e la scomunica, a ritirarsi. Ma il vescovo è costretto ad aspettare la sentenza di un vero e proprio processo, che si tiene in curia, e in cui gli imputati -gli insetti- sono difesi da un teologo. L’avvocato teologo dice che non è lecito né maledirli, né cacciarli via, perché essi, gli insetti, non solo sono creature di Dio, ma, dai tempi di Mosé, sono soprattutto lo strumento dell’ira di Dio. Ma don Domenico Ingolo, utriusque iuris doctor, dottore di diritto civile e di diritto canonico, dimostra che le cose non stanno così, che i voracissimi insetti non sono stati mandati da Dio, ma da Belzebù.

E così il vescovo Lancellotti può celebrare il rito della maledizione e della scomunica, e può ordinare agli insetti scomunicati di ritirarsi nell’Inferno attraverso le paludi della Longola, in pertinentiis terrae Striani, e attraverso lo “squallore“ dell’ Atrio del Cavallo, in pertinentiis Octajani. Nell’immaginario popolare, da sempre e dovunque, le putride paludi sono segnate da presenze diaboliche, e le lave del Vesuvio vengono direttamente dalle fornaci dell’Inferno. Gli insetti devastatori tornano nel 1668. Si tiene un nuovo processo, in cui Giulio Casaburo, procurator et defensor animalium, fa sue le tesi sviluppate dall’avvocato difensore del 1640, ma la sua arringa è fredda e di maniera. Lo spinge alla prudenza l’agitazione dei proprietari e dei contadini: sono incazzati, poiché, mentre a Nola si parla, muroli e cavallette fanno scempio delle loro viti, dei loro alberi da frutta.

Secondo i cronisti del tempo, i Vesuviani sono un popolo di briganti e di grassatori, e gli Ottajanesi e il loro Principe, Giuseppe I Medici, sono la “crema“ di queste masnade. Pare naturale a quei cronisti che i fulmini dell’ira di Dio si scarichino soprattutto sulle loro vigne. Per ottenere il perdono, gli Ottajanesi ascoltano per otto giorni i sermoni di tre “missionari” gesuiti, padre Carlo Marchese, padre Tommaso Auriemma e padre Ignazio, digiunano per tre giorni, il 6, l’8 e il 9 giugno, si confessano, si comunicano, e il 12 giugno scortano in processione San Michele, “con musiche e sparatorie artificiali con concorso grande dei forestieri, dove si è rappresentata l’opera spirituale di Santa Timpana, .. e con numero di 200 soldati.”.

Il 15 giugno 1668, venerdì, il vicario del vescovo di Nola, accompagnato da due notai e da Giovanni Lombardo, procuratore dell’ universitas Octajani, si reca allo “Torcigno“, a Terzigno, e nella Chiesa di Sant’Antonio, “sita nella masseria di Tommaso Iovino al Campitello, “scaglia l’anatema contro gli insetti devastatori, dopo aver garantito che gli Ottajanesi si sono pentiti dei loro peccati, hanno dispensato elemosine ai poveri, e, cosa che sarebbe incredibile se non venisse detta da un prete, e per di più, dal pulpito, hanno posto fine a contese e rivalità. Il 18 giugno, infine, gli Ottajanesi, purgati e bonificati, si stringono intorno al vescovo di Nola, Francesco Gonzaga, il quale “vestito pontificalmente in virtù di Breve Apostolico ha benedetto il popolo tutto e poi davanti al portone del palazzo dell’Ecc.mo Principe padrone, et torce accese et campanelli sonati, ha maledetto et interdetto li muroli et campe.“: e ha ordinato che si ritirassero nell’Inferno attraverso le due porte che già conosciamo.

Il notaio cancelliere dell’Universitas di Ottajano conclude il verbale della cerimonia esprimendo la speranza che “alla Presenza di Iddio della Beata Vergine del Carmine et intercessione del Glorioso San Michele Arcangelo nostro Protettore e padrone cesseranno detti animaletti di fare tanto danno et non comparranno più.”. E invece gli “animaletti“ tornarono, due anni dopo. Questa volta Giuseppe Medici e gli amministratori di Ottajano ordinarono che tutti i proprietari provvedessero a distruggere, con il fuoco, gli insaziabili insetti. ”E acciò non si possa allegare causa di ignoranza“ il bando con la disposizione fu “pubblicato per i luoghi soliti di Ottajano e copia di esso fu affissa nella piazza.”

Nel 1672 insieme con una nuova ondata di muroli e cavallette venne in Ottajano, “con una sua squadra“, Domenico Cardamomo, scrivano del Regio Tribunale di campagna: avevano, lui e i suoi, il compito di controllare che venissero bruciate anche “le sementa“ degli “animaletti”. La disinfestazione durò 20 giorni.

Il cancelliere, dopo aver misurato e registrato a verbale le notevoli spese di “alloggiamento“ per Cardamomo e i suoi, postillò che essi avevano portato “utile al pubblico“, ma “un gran danno“ al bilancio della città. E mise punto. Ma subito dopo chiosò: “il che è stato castigo e flagello di Dio“, lasciando a noi il piacere di indovinare se “il che“ si riferisse ai muroli, o a Cardamomo e alla sua squadra, o all’ insieme dei voraci invasori.
(Foto: Statua di S.Michele portata in processione ad Ottaviano l’8 maggio scorso)

LA RUBRICA 

“LA MERCALLI VA IN PENSIONE”

Si conclude il ciclo degli incontri dell”Istituto di Studi del Mediterraneo con le generazioni che si avviano al duro e faticoso lavoro di formazione e di ricerca. Di Annamaria Franzoni

Giovedì 12 Aprile 2012, presso il Liceo Scientifico “G. Mercalli” di Napoli, la dott.ssa Sabina Porfido – ricercatore presso l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero, IAMC(Institute for Coastal Marine Environment) e presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR (National Research Council), ex studentessa del Liceo Mercalli – ha svolto un interessante seminario di formazione – orientamento sul passaggio epocale dell’ultimo lustro, dalla scala Mercalli alla scala d’intensità ESI 2007, nell’ambito del progetto “Il Consiglio Nazionale delle Ricerche va a la scuola e incontra gli studenti del Liceo Mercalli”.

Tale progetto nato a seguito di un protocollo d’intesa tra il d. s. dott. Luigi Romano e il C.N.R. ha offerto la possibilità ad un vasto gruppo di allievi del IV e del V anno di conoscere la storia della vita di alcuni ricercatori e la variegata gamma dei settori che hanno reso grande e competitivo il nostro paese e la nostra regione in campo scientifico: le risorse messe in campo in particolare hanno avuto lo scopo di favorire l’opportunità di pervenire ad una scelta maggiormente consapevole della facoltà e dell’università per coloro che desiderano intraprendere un percorso di studi universitari che si presentano negli ultimi anni sempre più specializzati e variegati.

«È stata una bella esperienza – ha detto la ricercatrice – ritornare nel mio Liceo…, quanti bei ricordi!» e dopo aver narrato la storia del C.N.R. e l’esperienza della propria vita di ricercatrice attraverso l’impegno profuso, a partire dal terremoto dell’80, è passata a descrivere quali siano la strade attualmente percorribili per accedere a tale professionalità, la Prof.ssa Porfido ha svolto una lezione dinamica e interattiva che ha catturato l’attenzione degli allievi delle classi V sull’ “intensità dei terremoti” in relazione alla classificazione degli effetti prodotti dal sisma sull’uomo, sulle costruzioni, sull’ambiente naturale.

La ESI 2007, articolata su 12 gradi, è una nuova scala d’intensità sismica che integrando la scale già esistenti, fornisce un quadro più completo degli effetti del terremoto ed è utile anche in ambito preventivo. A seguito dei devastanti terremoti che hanno interessato il nostro Paese, in particolare quello del ’76 nel Friuli e quello dell’ ’80 che ha interessato particolarmente l’Irpinia e la Basilicata, gli studiosi italiani hanno osservato che l’intensità non poteva essere stimata in modo affidabile sulla base dei soli danni sulle costruzioni presenti sul territorio: gli effetti ambientali venivano invece trascurati nonostante alcuni di loro non soffrissero di simili limitazioni.

Ecco quindi che la ESI 2007 (ENVIROMRNTAL SEISMIC INTENSITY SCALE) è il risultato di un processo di revisione durato otto anni, nato da uno studio avviato proprio da studiosi italiani che ha visto il coinvolgimento di scienziati, geologi, ingegneri, provenienti dalle varie parti del mondo nell’ambito dell’attività dell’INQUA e coordinati dal Servizio Geologico d’Italia dell’APAT.
Alla richiesta della scuola partenopea di svolgere ulteriori di seminari, a malincuore la ricercatrice, dott.ssa Porfido, ha dovuto rinunciare perché impegnata in Centroamerica, per una attività di lavoro con studiosi provenienti da diverse parti del mondo.

LA RUBRICA 

IN CASO DI LITIGIO, TENETE LA LINGUA A FRENO. ALTRIMENTI SONO GUAI

La potenza delle parole: prospettare la morte violenta ha un carica potenzialmente paralizzante della libertà della persona.

L’espressione "ti ammazzo", talvolta , usata senza intenzione di ammazzare veramente, può configurare un reato di minaccia, bastando che il male prospettato possa incutere timore nel destinatario, menomandone potenzialmente la sfera di libertà morale.
È questo il principio affermato dalla Corte di Cassazione, sezione V penale, con la sentenza 19 settembre-15 dicembre 2011, n. 46542.

Il caso
Il Tribunale di Roma ha confermato la sentenza del giudice di pace che aveva condannato il marito alla pena di euro 700 di multa, al risarcimento dei danni e alla rifusione delle spese in favore della moglie, in quanto ritenuto responsabile dei reati, uniti dal vincolo della continuazione, di lesioni, ingiuria, minaccia in danno della moglie. Da qui il ricorso per cassazione dell’uomo che lamentava, tra l’altro, la violazione della legge in riferimento alla valutazione dell’attendibilità della moglie, in quanto il giudice aveva riconosciuto credibilità alla donna, senza tenere conto del suo coinvolgimento in prima persona nel fatto e, quindi, interessata a un determinato esito del processo.

Tuttavia, la Cassazione ritiene che la testimonianza della moglie, al pari di tutte le testimonianze, deve essere sottoposta solo al generale controllo sulle sue capacità percettive e mnemoniche nonché sulla corrispondenza al vero della sua rievocazione dei fatti, desunta dalla linearità logica della sua esposizione e dall’assenza di risultanze processuali incompatibili, caratterizzate da pari o prevalente spessore di credibilità. Questo controllo, si legge nella sentenza, è stato effettuato in maniera esaustiva dal giudice di appello.

I Giudici ribadiscono quindi il principio in base al quale le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, sono ugualmente valutabili e utilizzabili ai fini della tesi di accusa, poiché, a differenza di quanto previsto nel processo civile, circa l’incapacità a deporre del teste , coinvolto in prima persona, il processo penale risponde all’interesse pubblicistico di accertare la responsabilità dell’imputato, e non può essere condizionato dall’interesse individuale rispetto ai profili privatistici, connessi al risarcimento del danno provocato dal reato, nonché da inconcepibili limiti al libero convincimento del giudice.

Quanto all’interpretazione delle parole “ti ammazzo” ,pronunciate dal marito e alla loro specifica rilevanza penale, va rilevato che la carica lesiva delle parole, in danno della rettitudine e della dignità della donna, una volta riconosciuta la loro pronuncia da parte del marito, non necessitano di alcuna ulteriore argomentazione, da parte del giudice di appello, ai fini della conferma della sua responsabilità.

Pertanto, la rilevanza penale dell’espressione “ti ammazzo” è determinata dalla configurazione della minaccia come reato di pericolo: per la sua integrazione non è richiesto che il bene tutelato, in questo caso la vita, sia realmente leso, bastando che il male prospettato possa incutere timore nel destinatario, menomandone potenzialmente, secondo un criterio di medianità riecheggiante le reazioni della donna e dell’uomo comune, la sfera di libertà morale.

LA RUBRICA

IL GOLFO DI NAPOLI, DAI GRECI ALL’AMERICA”S CUP

La città partenopea vanta uno dei luoghi più belli al mondo: il suo Golfo, una delle bellezze naturalistiche più decantate della storia, un luogo magico che, dall”antichità, continua ad affascinare i visitatori di tutto il mondo.

Napoli è il suo golfo, è quella splendida veduta che di esso si ha dal quartiere Posillipo (foto), quell’immagine che resta fissa nella mente e che è stampata su migliaia di cartoline, riprodotta in centinaia di quadri. Il Golfo è Napoli, la sua icona, che incarna tutta la bellezza di una città adagiata sul mare, da sempre decantata da poeti, scrittori e cantanti. Napoli è una città magica, che resta impressa nel cuore, il cui golfo, come scrive Guido Piovene, è il più bello della terra.

Un articolo solo non basterebbe a citare tutti quelli che hanno scritto e parlato di Napoli, delle sue bellezze e dei suoi guai, di quell’aria tragicomica che si respira in città e che hanno, in fondo, tutti i cittadini partenopei. Troppi i nomi dei pensatori a cui Partenope, anche solo per un attimo, ha rubato il cuore. Torquato Tasso, Stendhal, Goethe, sono solo alcuni di loro. Per una strana alchimia, di fronte al golfo napoletano, non si può fare a meno di pensare, di riflettere. È un panorama che da secoli toglie il fiato e che da più di duemila anni continua a far sognare.

Lo sapevano gli antichi greci, che per primi colonizzarono le rive napoletane e diedero alla collina a picco sul mare il nome di Posillipo, in greco Pausylipon, letteralmente “che fa cessare il dolore”, convinti che lo spettacolo del Vesuvio e del Golfo placasse ogni male del cuore e aprisse la mente a pensieri più profondi. Lo sapevano i romani, che lungo le coste partenopee e le isole del golfo costruirono suntuose ville e fecero di Neapolis (“la città più greca d’Italia”) un luogo di riposo e villeggiatura.

Per secoli la dominarono i normanni, gli svevi, gli angioini, gli aragonesi, poi gli spagnoli e infine i Borbone. Tutti vollero possedere quel Golfo, quel mare, e governare su quella città indomabile che, tutt’oggi, vive secondo proprie regole e proprie leggi. Una città che, nonostante tutti i suoi mali, conserva l’aspetto di una capitale e quella sua magia, quella dicotomia tra sacro e profano, quella sua superstizione, quel suo modus vivendi incomprensibile al di fuori di Napoli eppure straordinariamente attraente.

Napoli spaventa e intimorisce e tuttavia affascina, incuriosisce. Napoli si odia e si ama. “È lo scontro del fuoco del Vesuvio con l’acqua del Golfo” (Augusto De Luca). È una città dai mille volti, dai mille vicoli e dalle mille leggende. Una città per cui l’America’s Cup non è che un modo per far parlare di sé, per ricordare al mondo e all’Italia la sua storia, troppe volte e troppo spesso dimenticata. Per ricordare, come scrisse Andrea Geremicca, che, “già nello scorcio del Medio Evo, Napoli oltrepassava i 200 mila abitanti, quando Milano non sorpassava che di poco i 50 mila e Torino ne contava 16 mila soltanto; quando Amburgo ne aveva meno di Torino e Londra meno di Milano”.
(Fonte foto: Rete Internet

SANT”ANASTASIA. AL VIA LA RACCOLTA ALIMENTARE PER SANTA MARIA LA NOVA

L”evento è organizzato per questo fine settimana dall”associazione “Salacabula” di Susy Rea che denuncia: “Pochi sono i giovani che si impegnano nel sociale”.

Due giorni di raccolta alimentare le cui derrate verranno consegnate alla parrocchia di Santa Maria La Nova. I ragazzi dell’associazione "Salacabula Animation" di Susy Rea mettono in atto tale iniziativa (la seconda dall’inizio di quest’anno) che porta il nome de "Mani unite per donare".

La raccolta verrà effettuata presso i punti vendita di tre grandi supermercati dislocati sul territorio oggi, sabato 14 aprile dalle 15 alle 19.30 e domani, domenica 15 aprile, dalle 9 alle 13. L’obiettivo è quello di raccogliere cibi di prima necessità come pasta, scatolame, merendine, passate, omogeneizzati, biscotti e tanto altro ancora e, tramite la Chiesa madre, di distribuirli alle famiglie meno abbienti della cittadina vesuviana. Tra le altre attività messe in campo dalla "Salacabula", segnaliamo anche "Vestiamoci di bene", la raccolta di indumenti che si terrà il 28 e 29 aprile; "Sant’Anastasia in art", la seconda fiera di artigianato organizzata in collaborazione con l’associazione "Hobbisti Millemani" per il 20 maggio in via Roma.

In programma vi sarà anche "Dolce e salato", la prima fiera di dolci e pizze salate organizzata per il 27 maggio in piazza IV Novembre e la terza edizione de "Il coraggio di aiutare", manifestazione benefica per bambini che si svolgerà il 9 e 10 giugno. «Per quanto riguarda la colletta alimentare, chiunque volesse donare un alimento può recarsi presso i punti di raccolta nei supermercati aderenti mentre per chi invece non può andare ai supermercati sarà aperta anche la nostra sala di via Strettola. Dobbiamo rapportarci con varie realtà ecco perché la nostra attenzione è rivolta verso tutte le fasce d’età» dichiara ai nostri taccuini Susy Rea che conclude:

«Stiamo attualmente curando anche dei laboratori con i ragazzi che frequentano il Centro Polifunzionale "G. Liguori". L’impegno nel sociale è il nostro primo obiettivo ma con rammarico notiamo che sono pochi i giovani che si mettono in gioco in tal senso: confidiamo, per questo, nella buona volontà dei ragazzi i quali, oltre a rappresentare un esempio per i coetanei possono avere l’occasione di portare il proprio contributo concreto alla società». 

SANT”ANASTASIA. AL VIA LA RACCOLTA ALIMENTARE PER SANTA MARIA LA NOVA

L”evento è organizzato per questo fine settimana dall”associazione “Salacabula” di Susy Rea che denuncia: “Pochi sono i giovani che si impegnano nel sociale”.

Due giorni di raccolta alimentare le cui derrate verranno consegnate alla parrocchia di Santa Maria La Nova. I ragazzi dell’associazione "Salacabula Animation" di Susy Rea mettono in atto tale iniziativa (la seconda dall’inizio di quest’anno) che porta il nome de "Mani unite per donare".

La raccolta verrà effettuata presso i punti vendita di tre grandi supermercati dislocati sul territorio oggi, sabato 14 aprile dalle 15 alle 19.30 e domani, domenica 15 aprile, dalle 9 alle 13. L’obiettivo è quello di raccogliere cibi di prima necessità come pasta, scatolame, merendine, passate, omogeneizzati, biscotti e tanto altro ancora e, tramite la Chiesa madre, di distribuirli alle famiglie meno abbienti della cittadina vesuviana. Tra le altre attività messe in campo dalla "Salacabula", segnaliamo anche "Vestiamoci di bene", la raccolta di indumenti che si terrà il 28 e 29 aprile; "Sant’Anastasia in art", la seconda fiera di artigianato organizzata in collaborazione con l’associazione "Hobbisti Millemani" per il 20 maggio in via Roma.

In programma vi sarà anche "Dolce e salato", la prima fiera di dolci e pizze salate organizzata per il 27 maggio in piazza IV Novembre e la terza edizione de "Il coraggio di aiutare", manifestazione benefica per bambini che si svolgerà il 9 e 10 giugno. «Per quanto riguarda la colletta alimentare, chiunque volesse donare un alimento può recarsi presso i punti di raccolta nei supermercati aderenti mentre per chi invece non può andare ai supermercati sarà aperta anche la nostra sala di via Strettola. Dobbiamo rapportarci con varie realtà ecco perché la nostra attenzione è rivolta verso tutte le fasce d’età» dichiara ai nostri taccuini Susy Rea che conclude:

«Stiamo attualmente curando anche dei laboratori con i ragazzi che frequentano il Centro Polifunzionale "G. Liguori". L’impegno nel sociale è il nostro primo obiettivo ma con rammarico notiamo che sono pochi i giovani che si mettono in gioco in tal senso: confidiamo, per questo, nella buona volontà dei ragazzi i quali, oltre a rappresentare un esempio per i coetanei possono avere l’occasione di portare il proprio contributo concreto alla società».