Ragionando attorno al significato di alcuni sogni, non possiamo non celebrare la bontà di >pasta e piselli, e denunciare l”ottuso vincolo dell”Ente Parco del Vesuvio che ha fatto morire la coltivazione dei piselli a Trecase…
Una tradizione, in verità non molto solida, fa dei piselli un simbolo di felice fortuna: nel II sec.d.C. Artemidoro, il fantasioso storico dei sogni, spiegava il senso dell’immagine collegando il nome pisos alla radice di un verbo greco che significa persuadere, persuadersi, obbedire. Perciò il sognare piselli era cosa di buon auspicio, soprattutto per i timonieri e gli avvocati, “poiché ai primi obbediranno i timoni, agli altri i giudici”.
Credo che quasi tutti i politici italiani da tempo non sognino piselli: se Artemidoro li conoscesse, dichiarerebbe che certamente sognano fave. Le fave provocano sconcerti viscerali – così li chiamava De Renzi – e flatulenze, – soffi indecenti li chiama Artemidoro: gli uni e le altre si credeva che turbassero l’immaginazione e alterassero i sogni: e dunque sognare fave era cosa veramente funesta. I semi chiusi nel baccello richiamavano alla mente l’immagine della sepoltura, e tutti gli storici della civiltà contadina, da Catone il Censore fino a Camporesi e a Montanari, hanno parlato della complessa relazione tra le fave e il culto dei morti.
Ippolito Cavalcanti, primo storico della cucina popolare napoletana, consigliava, per il pranzo del Venerdì Santo, una zuppa di fave secche spugnate: fai ‘na semmola di fave, ci metti tre mesurelle d’uoglio zuffritto co l’alice salate, sale e pepe, e mbruoglie ogni cosa buono buono, ma ti dico che hanno da essere no poco brodose; poi piglia quattro pagnotte, le fai a crustenielli, a crostini, friggi i crostini nello stesso olio di prima, e mischi tutto, pane e semmola, in una zuppiera. Ancora oggi in alcune regioni italiane si preparano, per il 2 novembre, le fave dei morti, pasticcini croccanti fatti con farina, mandorle, zucchero e uova. Nei Fasti Ovidio descrive il rito dei Lemuria, dedicato ai Lemures, gli spiriti dei defunti.
Le notti del 9, dell’11 e del 13 maggio il capofamiglia si alzava dal letto, attraversava le stanze a piedi nudi e in silenzio, teneva lontani gli spiriti puntando verso il buio il pollice e il medio congiunti : insomma, faceva le fiche, che è antichissimo gesto di scongiuro. Poi, senza voltarsi, gettava alle proprie spalle fave nere e ripeteva per nove volte: “offro queste fave e con esse riscatto me e i miei famigliari”. Infine percuoteva i cembali e per nove volte invitava gli spiriti dei morti a uscire dalla casa. Era opinione diffusa, ma Aulo Gellio non la condivise, che i Pitagorici non mangiassero fave. È probabile che avessero intuito il rapporto tra il legume e la malattia che va sotto il nome di favismo, forse credevano che i baccelli contenessero le anime dei morti, forse collegavano la fava a due “cose“ impudiche: il membro virile e il potere.
Nelle elezioni il voto veniva espresso con le fave bianche e nere, e in questa funzione usarono le fave, fino ai primi anni dell’Ottocento, anche i capitoli dei monasteri. Pare quanto meno imprudente questo abbinamento tra un legume funesto e il governo degli uomini, ma non possiamo escludere che esso sia stato suggerito dalle immagini positive connesse all’idea della fecondità: pisello e fava sono termini con cui la cultura popolare, ragionando per analogia di immagini, indica il membro virile: perciò la simbologia della fava oscilla tra i segni neri della morte e quelli chiari della vitalità. Il matrimonio tra fave fresche e ventresca, che è un rito di questo scorcio di stagione, funziona soprattutto perché si combinano bene la dolcezza densa e saporosa della pancetta e la punta di tenue amaro che sta in coda alla freschezza del legume.
Ma nel connubio si intrecciano alcuni simboli della civiltà contadina: il maiale rappresenta la prosperità, la ventresca è in alcuni dialetti il nome dell’organo sessuale della donna, delle fave abbiamo già detto.
A Ottaviano la pasta con i piselli freschi è piatto rituale per la festa di San Michele : l’Arcangelo è anche nume dell’agricoltura e i piselli di Ottajano, soprattutto quelli degli orti di Recupe, hanno goduto, per lungo tempo, di chiara fama. Ancora negli anni ’70 con le prime corse di giornata della Vesuviana sbarcavano a Napoli i contadini che portavano spase di piselli e andavano ad aspettare i clienti a Porta Nolana e in via Giacomo Savarese. Così scrive Silvestro Sannino nel libro “Civiltà agricola vesuviana“ ( 2009), che è la bibbia della civiltà contadina del Vesuvio:
“Con le fave è notevole la coltura del pisello, sia di quello piccolo, nano, detto zimperiniello, sia della varietà rampicante precoce di Napoli, sia del pisello maestoso verde di Trecase, che raggiunge altezze superiori ai due metri ed offre uno spettacolo meraviglioso con i suoi frutti pendenti a cascata. In questa zona di Trecase che oggi cade nel Parco Nazionale del Vesuvio la coltivazione del pisello è diventata, in pratica, impossibile, perché le tenere piantine vengono divorate dai famelici conigli selvatici che si sono diffusi e moltiplicati nell’ area del Parco per opera e virtù dell’Ente. Peraltro la difesa dai temibili roditori mediante recinzioni con reti risulta, oltre che costosa, impossibile, perché l’ Ente Parco ne vieta l’impianto.”.
Ricorda lo studioso che i piselli vesuviani di primo raccolto, dolcissimi e delicati, erano il contorno ideale del capretto di Sant’Anastasia, mentre quelli di secondo raccolto entravano nelle minestre.
Intorno alla pasta e piselli ci sono molte scuole di pensiero. La scuola radicale sostiene che non dovrebbero mai essere usati i piselli surgelati: e mi pare giusto. I teorici e i pratici delle altre scuole si limitano a contendere intorno al tipo di pasta: alcuni ritengono canonico l’uso della pasta mmiscata, altri quello dei tubetti e dei ditali. Se i piselli sono freschi, ‘a pasta mmiscata, che per la sua stessa composizione tende ad essere invadente, ne soffoca e ottunde il sapore: che viene rispettato, invece, dal rigore dei tubetti, e dalla loro struttura cava, in cui talvolta il pisello va ad incastrarsi.
I piselli non vogliono né affogare nel brodo, né boccheggiare nell’assoluto asciutto: la loro fragile eleganza non reggerebbe l’attassatura, che invece esalta la robusta sostanza della pasta e fagioli.
La cipolla serve a controllare la densità dell’umido, e la pancetta ha il compito, fondamentale, di dar grasso e sale alla magra e timida dolcezza della minestra. Solo un barbaro potrebbe umiliare la classicità di tanta delicatezza sommergendo i suoi toni in una poltiglia di uova sbattute e di parmigiano.
(Quadro: Alceste Campriani, “Mercato napoletano”,1874)

