I PROBLEMI DELL’ITALIA DI OGGI: ETICA IN POLITICA, CASA, LAVORO

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Tre interventi della Chiesa sulle questioni sociali che risultano essere vitali in questo momento storico così difficile. Di Don Aniello Tortora

Il Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Mariano Crociata, il 28 aprile scorso, ha tenuto una relazione a Sorrento il cui tema è davvero attuale e affascinante: “Cattolici e società. Etica privata e pubblica”. Dopo un’ampia introduzione sulle “radici storiche e culturali di una separazione” e una riflessione su “coscienza e vita sociale”, il relatore ha affrontato il problema dal punto di vista della “peculiarità italiana”.

Centrale è stata una sua affermazione: ”Lo scandalo avvertito dai più di fronte alle frodi perpetrate da esponenti delle classi dirigenti, rivela la crescente percezione dell’urgenza di un’etica pubblica da tutti condivisa e rispettata”. Così si è espresso, ancora, Mons. Crociata: “La questione del rapporto tra etica privata ed etica pubblica assume, in Italia, – senza discriminazioni di sorta nei confronti di alcuno – una forma specifica a motivo del rapporto tra cattolici e società. Essa significa innanzitutto una visione dell’essere umano, dotato di una coscienza che lo fa accedere al senso del bene e del male, come capacità costitutiva della sua identità personale e della sua dimensione spirituale. Sta in questa capacità la radice antropologica dell’etica, precisamente come capacità di accedere con giudizio certo al bene e al suo stesso ultimo fondamento”.

E, ancora, ha continuato il Segretario della CEI: ”Il fedele cattolico è chiamato a testimoniare queste verità e ad operare in difesa della persona umana, attraverso un fattivo impegno personale, sociale e politico”. Tre sono, secondo Crociata, i vari gradi ( o livelli) di questo impegno: “coerenza personale”, “libera iniziativa associata” (sussidiarietà) e “rappresentanza o militanza politica”.

Tutte le parrocchie torinesi riceveranno domenica 6 maggio l’appello dell’arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia contro l’emergenza casa: "Mai più" alloggi sfitti. Non tenere alloggi vuoti. Affittarli alle persone indigenti, a costi contenuti". "Viviamo in un periodo storico non facile – si legge nell’appello di Nosiglia – percorso da segnali di crisi e da preoccupazioni sempre più pressanti. Tanti soffrono, tantissimi sono in apprensione, non pochi arrivano a vivere forme di ansia e di depressione. Da cristiani siamo però coscienti che il buio porta con sé anche un appello, un messaggio, un insieme di segni dei tempi che ci interpella nel nostro modo di vivere la fede e la sequela di Gesù".

"Oggi – continua l’arcivescovo di Torino – la storia ci invita a riscoprire e a rendere concreti i valori che il Vangelo da sempre ci ha presentato: la fraternità, la comunione, la sobrietà, l’amore. E, soprattutto, la condivisione. Così ce la racconta il libro degli Atti degli Apostoli: la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno, infatti, tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno".

Il cardinale di Milano, nella Veglia dei lavoratori per il Primo Maggio, intervenendo sul tema del lavoro ha affermato che “dalla crisi si esce insieme”.
È stato un Primo Maggio davvero triste, quello di quest’anno. È aumentata la disoccupazione (siamo al 9,7 %), anche se, come dicono gli esperti, il tasso reale potrebbe essere più alto, perché ai quasi 2,1 milioni di disoccupati si aggiungono 250mila lavoratori in cig. Ma la disoccupazione giovanile è quella che desta più preoccupazione: siamo ormai al 32,6%. E nel nostro Meridione la situazione è ancora più grave: tantissimi giovani il lavoro non lo cercano più.

È giunto il momento, non più rinviabile, che si facciano in Italia politiche vere e serie per la crescita, per ripartire verso un domani migliore.
I problemi dell’etica in politica, della casa e del lavoro interpellano, ancora una volta i credenti, impegnati nella storia, a “creare speranza e solidarietà”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

CONTRO LA CRISI NASCE LA “VESEVO CARD” DEI COMMERCIANTI DI TERZIGNO

Iniziativa di un”associazione che raccoglie decine di operatori economici. Sconti e promozioni nei negozi convenzionati: “In questo modo cerchiamo di rilanciare l”economia locale e aiutare i cittadini”.

Superare la crisi cercando idee nuove, inventandosi qualcosa. A Terzigno ci provano i commercianti dell’associazione Vesevo, un gruppo nato più o meno un anno fa, con lo scopo di rilanciare il territorio “attraverso un nuovo modello di confronto”. Quale sia il modello di confronto, lo dicono loro stessi: “I valori e i principi a cui essa s’ispira sono la trasparenza e il rinnovamento. Crediamo in questi valori che sono fondamentali per il rinnovamento del nostro paese. Vorremmo promuovere il bene comune come valore di guida e non come un arido slogan”. Da questo punto di partenza nasce il “Circuito Commerciale Vesevo Terzigno”.

Si tratta di una tessera, distribuita gratuitamente a tutti i cittadini, da esibire negli esercizi commerciali che aderiscono all’iniziativa per ottenere sconti e promozioni.
Decine, finora, i negozi che hanno aderito al “Circuito Commerciale”: dalle pasticcerie alle gioiellerie, passando per ottici, boutique di abbigliamento e calzature, officine meccaniche e autolavaggi. “Vogliamo aiutare i cittadini, ma anche rilanciare le attività locali”, spiegano i promotori dell’iniziativa.
L’obiettivo dell’iniziativa, considerato il forte momento di crisi economica, è infatti quello di favorire l’economia locale contribuendo inoltre alla rinascita del commercio nel Comune di Terzigno, particolarmente in difficoltà anche a causa della presenza della discarica.

Ai titolari della Carta sono riservati sconti e facilitazioni presso le attività commerciali convenzionate. La Vesevo Card viene consegnata gratuitamente dagli esercizi convenzionati ma si può farne anche richiesta scrivendo una mail a info@vesevoterzigno.it. L’elenco completo degli esercizi commerciali, invece, si trova sul sito internet dell’associazione www.vesevoterzigno.it o sulla pagina facebook “Vesevo Terzigno”.
(Fonte foto: Rete Internet

I DETENUTI MINORENNI E LE DIFFICOLTA DI GESTIONE DEGLI ISTITUTI MINORILI

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Sono forti le difficoltà di gestione degli Istituti Minorili. Si è in attesa di una riorganizzazione della giustizia penale minorile. Di Simona Carandente

Le tristemente note dinamiche del sovraffollamento penitenziario, affrontate da mass media ed esperti con frequenza pressoché quotidiana, non riguardano esclusivamente i detenuti maggiorenni, costretti a scontare la pena con modalità che, sovente, sono lontane anni luce dalle finalità del trattamento penitenziario così come previsto dalla legge. Forti problematiche di gestione concernono, infatti, le condizioni degli Istituti Minorili presenti sul territorio italiano, che non sfuggono alle difficoltà attuali del complesso mondo della detenzione, ma con caratteristiche ed aspetti peculiari di tale, delicatissimo, ambito penitenziario.

Allo stato attuale, a fronte della presenza di alcuni istituti a capienza massima (in particolare quelli di Milano, Cagliari, Roma e Nisida), vi sono strutture minorili che, pur se complete dal punto di vista architettonico e strutturale, sono allo stato vacanti e di fatto inutilizzate: si tratta, in particolare, degli istituti di l’Aquila e Lecce. Se nel primo caso la struttura, sgombrata a seguito dei tristemente noti eventi naturali, attende di fatto una definitiva ricollocazione, ben più complessa è la situazione dell’istituto di Lecce, il quale seppur chiuso continua a costare all’amministrazione penitenziaria milioni di euro, senza alcuna utilità.

È in sostanza importante il numero di persone, tra Polizia Penitenziaria e comparto ministeriale, che continua ad essere parcheggiato nella struttura carceraria in attesa degli aventi, rappresentando tuttavia un costo per l’amministrazione penitenziaria anche e soprattutto in termini di stipendi, bollette di luce e gas, manutenzione ordinaria. Il problema della fruibilità di tali istituti, già portato più volte all’attenzione delle istituzioni, appare di non facile soluzione: eppure, oltre a risolvere o almeno tamponare il problema del sovraffollamento, potrebbe altresì consentire lo svolgimento di ulteriori lavori di ristrutturazione nelle carceri già esistenti, consentendo una generale rivisitazione della capienza complessiva degli istituti.

“Se vogliamo recuperare i nostri minori, la predisposizione di nuovi spazi vitali è oltremodo necessaria- spiega Carmine D’Avanzo, Ispettore della Polizia Penitenziaria presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli- Anche la struttura di Nisida, vero e proprio fiore all’occhiello dell’intero meridione, supera allo stato di ben dieci unità la propria capienza ottimale. È fondamentale altresì –continua D’Avanzo- una rinnovata attenzione sulle misure alternative alla detenzione, con particolare riguardo alle Comunità, che è giusto garantiscano ai minori delle esperienze detentive sane, specie alla luce dei costi sopportati per ciascun minore a carico dal dipartimento per la giustizia minorile”.

Tra le proposte concrete avanzate alle istituzioni, la creazione in Campania di una vera e propria struttura all’avanguardia, di natura polifunzionale e multidisciplinare, che consenta anche di poter separare i detenuti primari (ovvero alla prima esperienza carceraria) dagli altri, in modo da poter differenziare in maniera concreta il trattamento penitenziario, evitando pericolose e pregiudizievoli commistioni. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

POMPEI, LO SCAVO CHE CAMBIÃ’ IL MODO DI FARE LA STORIA

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Trecento anni fa veniva ritrovata l”antica città di Pompei. La scoperta segnò la nascita di una nuova scienza, l”archeologia, e pale e picconi divennero utili strumenti nella ricerca storica.

C’è chi immagina gli archeologi come veri e propri avventurieri a caccia di tesori, rarità e manufatti preziosi, come tanti Indiana Jones, armati di frusta e fedora, sempre in cerca di nuove avventure, ma la vita dell’archeologo, a quanto pare, non riserva così tante sorprese. Le scoperte, anche quando avvengono del tutto casualmente, sono sempre seguite da anni di studio e di ricerca, solo al seguito dei quali è possibile rendersi conto dell’importanza di certi ritrovamenti.

Eppure l’archeologia ha sempre avuto un suo fascino. Se vi domandate perché, dovete cercare la risposta nella letteratura e nel cinema. È grazie a questi due straordinari mezzi di comunicazione, difatti, che l’archeologia appare oggi come una delle più entusiasmanti discipline umanistiche. Una disciplina che ha le sue origini proprio qui, in Campania, all’ombra del Vesuvio, nel corso del Settecento, quando, sotto la spinta degli studi illuministici, una città perduta, conosciuta solo nei libri, fu finalmente ritrovata.

Per secoli, prima di allora, i ritrovamenti di resti di antichi edifici romani non avevano mai fatto così scalpore. Qualcosa di simile era accaduto solo sul finire del Quattrocento, a Roma, con la scoperta della Domus Aurea di Nerone, fonte d’ispirazione, con i suoi splendidi affreschi, per gli artisti rinascimentali e vero e proprio giacimento di statue, gioielli, monete e manufatti antichi, tutti depredati e venduti ai collezionisti di tutta Europa.

Il Rinascimento, infatti, risvegliando l’interesse per il mondo classico, aveva portato alla formazione di un importante commercio di antichità romane che coinvolgeva tutta l’Italia del tempo. Saccheggiare monumenti antichi, come la stessa Domus Aurea, era divenuta, per molti, una prassi e una facile fonte di guadagno. Roma, in questo senso, si rivelava una miniera a cielo aperto.

Così, quando nel 1709 alcuni frati, scavando un pozzo, trovarono ad Ercolano i resti di un antico teatro e, nel 1738, a Civita Giuliana, il piccolo borgo che poi darà vita all’attuale Pompei, furono rinvenute statue, monete e resti di edifici romani, Carlo III di Borbone, era il 1748, pensò bene di avviare una campagna di scavo per trarre da quelle aree il massimo possibile. Nessuno si sarebbe mai immaginato cosa nascondesse in realtà quel sottosuolo.

La scoperta di un’intera città, l’antica Pompei, come verrà poi confermato dal ritrovamento di alcune iscrizioni, aveva dell’incredibile. Tuttavia, per molti anni, lo scavo proseguì senza alcun metodo scientifico e tanti furono i furti di statue e oggetti preziosi. Ne prese nota Johann Joachim Winckelmann, considerato il padre della moderna archeologia e della moderna storia della’arte, che visitò più volte i siti di Pompei ed Ercolano tra il 1758 e il 1767 criticandone duramente, già a quel tempo, la conduzione “selvaggia”. Il suo capolavoro, Storia delle arti del disegno presso gli antichi, è all’origine degli studi moderni e fu scritto proprio in seguito al suo soggiorno campano.

Sull’onda dell’entusiasmo degli scavi pompeiani e dei nuovi metodi di ricerca, seguì quello che è stato designato come il secolo d’oro dell’archeologia, l’Ottocento. Fu allora che il mito dell’archeologia prese forma e racconti, storie e leggende spinsero esploratori e principianti archeologi di tutto il mondo a caccia di tesori nascosti. Vennero così gradualmente riportate alla luce tracce di civiltà scomparse, scoperte antiche città perdute, come Troia, e, come nel caso dei geroglifici, decifrate scritture fino ad allora incomprensibili. Tuttavia, lì dove molti riuscirono altri fallirono miseramente nella ricerca spasmodica di oggetti e luoghi ancora oggi introvabili o sconosciuti.
Ma è qui, a Pompei, il più antico scavo archeologico organizzato, che tutto è iniziato, che la storia ha preso vita, abbandonando i polverosi scaffali di una biblioteca. Come allora, oggi è possibile nuovamente ripercorrere le strade e i borghi di quella che Goethe definì una “città mummificata”, entrare nelle case e nelle ville adorne di affreschi e sentire ancora la presenza di quella civiltà spentasi quel fatidico Agosto del 79 d.C.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE 

COSA SI APPRESTA A DIVENTARE NAPOLI

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La città di Napoli punta sull”innovazione sociale e guarda al futuro, vuole diventare una Smart City. Vediamo i diversi modelli di questo progetto. Di Amato Lamberti

Il bando “Smart cities and communities and social innovation”, promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, è scaduto il 30 aprile 2012. Il Comune di Napoli con uno sprint lodevole, dopo l’approvazione, lo scorso 8 marzo 2012, della delibera che ha lanciato il Progetto Napoli Smart City come una scelta strategica dell’Amministrazione, ha istituito un tavolo tecnico inter-assessoriale al quale hanno preso parte anche associazioni, università del territorio, enti di ricerca, imprese del settore. Da questi incontri sono state selezionate una serie di idee progettuali, inserite nel documento approvato in Giunta e che costituiscono i progetti che la città di Napoli presenta all’interno di questo primo finanziamento sul tema.

“Il futuro di Napoli è quello di diventare una smart city, prospettiva questa che ha suscitato grande partecipazione ed entusiasmo da parte del mondo universitario, della ricerca, dell’imprenditoria, afferma il vicesindaco di Napoli Tommaso Sodano, che aggiunge: “il progetto di oggi dimostra che su temi come la mobilità sostenibile, le fonti rinnovabili, le nuove tecnologie applicate a settori come turismo e cultura esiste una voglia di investimento e un grande interesse. Si tratta, inoltre, di una strada che consente anche un’importante opportunità per i progetti di innovazione sociale destinati ai giovani”.

È chiaro che la proposta del comune di Napoli lega il concetto di smart city a quello di innovazione sociale. Le smart city sono infatti le città che creano le condizioni di governo, infrastrutturali e tecnologiche per produrre innovazione sociale, per risolvere cioè problemi sociali legati alla crescita, all’inclusione e alla qualità della vita attraverso l’ascolto e il coinvolgimento dei diversi attori locali coinvolti: cittadini, imprese, associazioni. Comunque, a seconda della priorità data alle diverse forme di comunicazione e di partecipazione, si possono prevedere diversi modelli di smart city, come indicano i materiali preparatori del Forum PA.

La città delle reti o “net city”. Le città sono centri flessibili in grado di relazionarsi sia alla propria popolazione sia ai flussi internazionali legati ai settori della finanza, dell’economia e della cultura con l’ambizione di fungere da collegamento tra globale e locale, di fare da cerniera di connessione fra la dimensione locale e quella globale. Da questa prospettiva, la città diventa lo strumento per mobilitare e valorizzare le risorse umane e le competenze che ospita ai fini della concorrenza globale. Per fare questo deve essere per prima cosa “accogliente” ed essere capace di attrarre il capitale umano della classe creativa in settori innovativi e di ricerca.

La città aperta o “open city”. È la città che dà priorità alla trasparenza del suo operato. La comunicazione delle proprie attività non è mediata ma è diretta: pubblicazione online di tutti gli atti, trasmissione in diretta streaming delle sedute consiliari, accesso agli atti. È con l’adozione del modello degli open data che questo approccio ha trovato la massima espressione prima in alcuni paesi esteri e, recentemente, anche in Italia con le esperienze di Udine, Torino, Firenze.
La città senziente o “sentient cities”. Finalizzata prioritariamente a migliorare l’efficienza operativa e la sostenibilità dello sviluppo, la città senziente crea le condizioni infrastrutturali per produrre e gestire le informazioni sul suo funzionamento negli ambiti prioritari delle sue funzioni come la mobilità, le risorse energetiche, la qualità dell’ambiente. Esempi di questo approccio, tra i tanti, sono il progetto “Trash Track e Live Singapore” del MIT e il progetto del Politecnico di Torino.

La raccolta delle informazioni non è solo delegata al diffondersi di nuovi strumenti urbani sotto forma di sensori ma nuovi progetti coinvolgono i cittadini i quali da fruitori o beneficiari diventano soggetti attivi nel monitoraggio della città. Un esempio di questo tipo è la sperimentazione portata avanti nella città di San Francisco con la tecnologia Citysense che analizza i flussi dei movimenti urbani monitorando (in formato anonimo) i dati di posizionamento prodotti dai cellulari. Ancora più ambizioso il “Copenaghen Wheel project” che prevede, tramite uno speciale accessorio di trasformare normali biciclette in veicoli elettrici in grado di raccogliere informazioni sul sistema urbano: inquinamento, traffico, condizioni delle strade che vengono inviate ad un centro di controllo che le elabora e le redistribuisce in tempo reale.

La città partecipata o “wiki city”. La comunicazione è orientata a favorire il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Dai primi esperimenti di e-democracy alle recenti esperienze di contest pubblici e wiki-government i cittadini sono chiamati a diventare parte attiva nelle decisioni che riguardano la città. Esempi concreti di questo approccio sono le esperienze di Bologna e Cagliari.
La città neo-bohème o “città creativa”. È la città che dà spazio alla comunicazione che viene dal basso in formato di produzione artistica, creando così le condizioni per la riqualificazione di aree urbane. I quartieri neo-boheme sono laboratori di ricerca e sviluppo per la produzione dell’economia dell’entertainment, dei media, della pubblicità, dei lavori legati all’estetica.

La città resiliente. Il 4 novembre, a seguito dell’emergenza causata dal nubifragio a Genova, Twitter è stato utilizzato dai cittadini stessi per dare informazioni di pubblica utilità e, a fronte delle difficoltà di sovraccarico della rete cellulare, per invitare le famiglie ad aprire l’accesso ai router wifi domestici così da mettere la comunicazione su internet a disposizione della popolazione in generale. L’ashtag utilizzato su twitter è stato rilanciato dalle TV, a cominciare da Rainews24, creando così una rete di comunicazione formale-informale a disposizione della cittadinanza. È stato un classico esempio di comunità resiliente in grado, cioè, di reagire ad una calamità esterna condividendo informazioni.

Una città resiliente è quindi una città che aiuta i cittadini a meglio comprendere i rischi del proprio territorio, soprattutto legati ai cambiamenti climatici, tramite la formazione e la sensibilizzazione, e a condividere le informazioni in caso di eventi minacciosi.
La città 2.0 È una amministrazione che si mette dalla parte dei cittadini e che, con gli stessi, stabilisce una relazione di comunicazione bidirezionale perché è consapevole che nessuno meglio di loro può valutare servizi e progetti, segnalare eventuali criticità, manifestare esigenze e bisogni e fare proposte per soddisfarli. Nella sua accezione più ampia i cittadini non vengono coinvolti solo tramite consultazione ma nella progettazione stessa dei servizi, è quello che comunemente viene chiamato il co-design dei servizi. Esempi sono le esperienze di Fixmystreet, Are you safe, e in Italia, del comune di Udine.

La città come piattaforma o “cloud city”. Lo spazio urbano, con le sue strade, piazze, parchi è da sempre la precondizione per l’interazione sociale. Nella città come piattaforma la tecnologia diventa un elemento facilitatore dell’interazione, diventa software di connessione tra idee, iniziative, competenze ed esperienze diverse o, come dice Ben Cerveny, il sistema operativo della società civile in grado di “combine the reach of the cloud with the power of the crowd”. C’è chi denota questa caratteristica come MAAS, Municipality as a Service, prendendo a modello l’approccio portato avanti dalla città di New York che tra le prime città al mondo ha esplicitato il suo modello di sviluppo digitale tramite un piano di sviluppo, la Road Map for Digital City, finalizzato a “create an ecosystem that enables both transparency and also economic growth.

Come si vede i modi di essere smart, per una città, possono essere diversi e complementari tra di loro. L’importante è fare delle scelte chiare a partire dalle esigenze giudicate prioritarie per la singola città e tenendo conto che le tecnologie devono servire, innanzitutto, a promuovere il capitale sociale e a sostenere una cittadinanza attiva, una smart communities, orientata a risolvere problemi condivisi e creare nuove opportunità sociali, economiche e culturali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA 

GLI AIUTI DEI COLLETTI BIANCHI ALLA CAMORRA NOLANA E VESUVIANA (DELL’800)

Elezione di politici a vari livelli, appalti pubblici, controllo dei mercati, mani sulle forniture. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, sembra oggi. Di Carmine Cimmino

L’organizzazione della malavita nolana e vesuviana nel secondo Ottocento fu più compatta, nella struttura, e più moderna, nelle strategie, del “sistema“ della camorra napoletana. Quella malavita controllava le cave, i tagli dei boschi, i mercati del grano, dei cavalli e dei bovini, del lino e della robbia, gestiva il contrabbando dell’alcool e il gioco d’azzardo, eleggeva politici “alti“ e “bassi“, e prima ancora della camorra napoletana, si interessò degli appalti pubblici.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento la costruzione della linea ferroviaria Napoli-Ottajano e la riorganizzazione della rete viaria della Campania Felice intorno a due strade: la Napoli-Pomigliano-Nola e la Nola-Acerra consentirono ai “colletti bianchi“ della camorra vesuviana e nolana di mettere le mani su appalti e forniture di cospicua sostanza. Per tutta la seconda metà del sec. XIX i sottoprefetti di Nola dichiararono fermamente che a Nola e nel Nolano non c’era camorra: c’era qualche banda di razziatori di buoi e di pecore, c’era qualche manica di mariuoli, ma i camorristi, se c’erano, venivano da Napoli, a spacciare monete false, ad acquistare refurtive di oggetti d’oro e d’argento.

Il 1911 fu l’anno del processo Cuocolo, il primo processo di camorra, più simile a una sceneggiata che a un’azione giudiziaria rispettosa della legge. Davanti alla corte d’ assise di Viterbo andarono alla sbarra, insieme a un drappello di camorristi veri e presunti, Enrico Alfano, detto Erricone, caposocietà della Vicaria, e – dice Francesco Barbagallo – “aspirante capintesta“, il “professore“ Giovanni Rapi, guappo di sciammeria, cioè inserito nei salotti buoni di Napoli, e don Ciro Vittozzi, cappellano del cimitero di Poggioreale: un capitano dei carabinieri, Carlo Fabroni, cercò di dimostrare, con ogni mezzo, che i tre costituivano il vertice della camorra napoletana.

Nel gennaio del 1911 la Questura di Napoli comunicò ai comandi della polizia e dei carabinieri che tutta la malavita della provincia di Caserta stava “facendo il massimo sforzo“ per procurare danaro agli imputati del processo di Viterbo: ne serviva molto, per pagare gli avvocati e per corrompere, diciamo così, le parti deboli del sistema. Da Napoli davano per certo che a un camorrista legato a Giovanni Rapi, Gennaro Cirino, detto ‘o pagliettaro, perché venditore di cappelli e pagliette a via Guantai, erano già state consegnate 23.000 lire: un contributo dei camorristi e degli strozzini di Terra di Lavoro, e anche delle madame tenutarie dei bordelli: le quali, però, per mettere insieme la loro quota, “avevano sottoposto a ritenute“ le prostitute: e le prostitute avevano violentemente protestato.

La Questura di Caserta rispose, con una certa asprezza, che erano notizie prive di fondamento. Solo il comando di Pubblica Sicurezza di Maddaloni ritenne di dover mettere sotto controllo la tenutaria di un casino di quella città, una certa Elena, che incontrava spesso una collega napoletana, “sensale di donne perdute“, con “ufficio“ al largo delle Baracche di Sopra. Questa “sensale“ era nota alla polizia come Nannina Tiremmolla, e aveva rapporti con il pagliettaro.

La mattina del 7 agosto 1911, poco lontano da Nola, alcuni uomini armati, balzati fuori dalle siepi che costeggiavano la strada, bloccarono la carrozza di Francesco Allocca, un giovane orefice nolano, che si recava, per affari, nei paesi del Vallo di Lauro. Gli strapparono dalle mani una borsa, in cui c’erano oggetti di oro e di argento per un valore di lire 10000, poi, sotto l’impulso di un brusco movimento dell’Allocca, che forse aveva riconosciuto uno dei malfattori, gli spararono un colpo di fucile in faccia e l’uccisero. L’opinione pubblica fu scossa: la grassazione era stata organizzata con grande cura, e diventava certezza il sospetto che le bande si servissero di una fitta rete di informatori.

Cinque giorni dopo venne istituita una caserma provvisoria di carabinieri a Marzano di Nola, a Nola fu mandato un nuovo delegato di pubblica sicurezza, Nicola Tomatti, e fu disposto che i carabinieri della stazione di Nola, guidata da Fortunato Torrica, conducessero le indagini vestiti da borghesi. Anche i giornali governativi incominciarono a parlare apertamente di una “vasta società di delinquenti“ che gestiva il malaffare nel Nolano e nel Vallo di Lauro, e faceva scorrerie fino a Sarno. In pochi giorni gli investigatori scoprirono che alla grassazione in cui era stato ucciso Francesco Allocca avevano partecipato Luigi D.M., di San Paolo Belsito, Saverio A. di Saviano, Carmine S., di Cimitile, residente a San Gennaro di Palma. Il capo del gruppo era Luigi D.M., che qualche mese dopo i carabinieri, guidati quasi certamente da un informatore, tirarono fuori da una cantina di una masseria di Tufino, in cui si era nascosto.

La Questura di Caserta comunicò ai giornalisti che nel 1868 il nonno del bandito era stato “proposto“ per il domicilio coatto, in quanto “vagabondo e camorrista“: ma la Commissione e la Prefettura avevano espresso parere negativo.
Poche ore dopo l’assassinio dell’Allocca il Prefetto di Caserta chiese chiarimenti al Sottoprefetto di Nola sul “grave fatto di sangue“ che smentiva le sue rasserenanti relazioni sull’ordine pubblico del territorio, l’ultima delle quali era stata trasmessa nel settembre del 1910.

Nella nota di risposta, dell’8 agosto (Prefettura di Caserta, fs.32), il Sottoprefetto negò che Nola fosse infestata da bande criminali, ammise che nel territorio vi era “stato un qualche delitto di lesione personale qualificata“, commesso da persone “che hanno avuto mandato e compenso“, svelò che la malavita era “tutt’al più concentrata a San Gennaro e a Piazzolla“, spiegò che in quei luoghi “essa ha un certo rigoglio“ solo perché quelle comunità vivono “a contatto“ con alcuni paesi vesuviani in cui l’ attività criminale ha radici antiche. Il Sottoprefetto non fece i nomi dei paesi vesuviani: non era necessario. Aggiunse che non si poteva più rinviare l’istituzione di una caserma di carabinieri a San Gennaro: forse perché gli sembrava che il paese vesuviano con cui San Gennaro di Palma aveva, e ha, “contatto“, esercitasse l’influenza criminale più pericolosa.
Male a chi porta ‘ a mala nummenata.
(Quadro: Giacinto Gigante, “Maddaloni”, tempera e acquerello, 1844)

LA STORIA MAGRA

“ITALIANI VERGOGNATEVI. MA: NON DISPERATE”

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Attraverso un sogno tormentato, il viaggio tra le bellezze perdute di Napoli e dell”Italia. “Italiani vergognatevi. Ma:non disperate”. Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo alla fine s’è lasciato convincere dai suoi nipoti a partecipare, per la prima volta nella sua vita, al concerto di due grandi ( in gergo corrente = big) della nostra musica leggera, Gianna Nannini e Paolo Conte, che si sta svolgendo in Piazza del Plebiscito ma, una volta addentratosi nella folla (meglio sarebbe dire: fagocitato da un enorme mostruoso corpo semovente e ondeggiante con mille teste), all’improvviso si sente avvolto come in un vortice di vento a dir poco assordante e tale da togliere il respiro.

Tornata una calma relativa, si accorge che i nipoti sono spariti e lui si trova stretto come una sardina in una schiera di volti urlanti che gli trasmette il suo moto ondulatorio. Sente il panico montargli dentro e riconosce la sua inguaribile e immedicabile oclofobia (= paura della folla). Sta per svenire quando giunge da lontano un turbine di luce che lo investe come un lampo e lo sospinge al margine della folla e della piazza; finalmente può infilare un vicolo laterale e allontanarsi di corsa dal baratro di incoscienza in cui sarebbe sicuramente precipitato. Si ferma in uno slargo, non sa dove si trova né riesce ad orientarsi nell’aria della sera resa fosca da una insolita nebbia fuori stagione.

Aguzzando gli occhi, intravede un grosso edificio a forma di un’enorme cattedrale e sul frontone legge la scritta Tempio della Cultura…Istintivamente decide di volgere le spalle e girare al largo, provando, come spesso gli accade negli ultimi tempi, una specie di orticaria pruriginosa ogni volta che sente o legge la parola cultura, che ognuno usa e serve in tutte le salse quando e come meglio gli conviene, ma lo ferma una cosa curiosa che vede accadere sulla soglia del tempio…una fila di persone attende di entrare ma, appena varca la soglia, ciascuno viene miracolosamente rimpicciolito a giudizio insindacabile di un diabolico dispositivo elettronico collocato nell’ingresso.

Si accorge che la misura del rimpicciolimento è diversa da un aspirante all’altro. Raramente qualcuno rimane di statura normale, molti sono ridotti alla dimensione di formiconi che a fatica si riescono a vedere. Incuriosito, si mette in fila e quando viene il suo turno varca la soglia…che strana sensazione subire un accorciamento di tutto se stesso e vedere intorno a sé tutto farsi più grande e perfino ingigantire…vorrebbe tornare indietro ma non può…una forza misteriosa lo sospinge ed è costretto a entrare in un vasto atrio.
Qui si ergono due giganti dei quali uno somigliante al leggendario Matusalemme e facilmente riconoscibile come la personificazione del Tempo, cerne in un enorme crivello i libri che tutti quelli che entrano (e sono migliaia e migliaia), credendosi e spacciandosi per grandi scrittori degni di successo nell’oggi e di fama imperitura in avvenire, vi gettano dentro per farseli accreditare.

Quasi tutti i volumi di piccolo o grande formato fuoriescono dalle maglie dell’arnese e cadono su un tapis roulant che li trasporta verso una porta su cui è scritto Macero. I pochissimi libri che restano sono versati in un cesto che un valletto porta via attraverso un’altra porta su cui è scritto Classici.
L’altro gigante indossa una logora toga tribunalizia e ha il volto ghignante e feroce, un misto tra il Minosse dantesco e Frankenstein, esamina con domande specifiche chiunque voglia entrare in una delle tre porte di accesso all’interno del tempio. La prima è quella della cultura alta, la seconda della media, la terza della bassa (definita recentemente anche “frivola” dallo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa).

Con il prof. Carlo il gigante si mostra inaspettatamente benevolo e, dopo averlo fissato con uno sguardo che il malcapitato sentì penetrargli fin nelle viscere gelate dalla paura, forse per aver letto in lui se non una sufficiente dignità e un oggettivo merito, almeno una retta intenzione e un sincero desiderio di apprendere, acconsente a fargli effettuare i tre percorsi culturali che si snodano dietro le tre porte prima di essere valutato e assegnato in modo definitivo al percorso che merita.
Entra dunque nella prima stanza. Alle pareti i ritratti di illustri personaggi antichi e moderni, filosofi, letterati, scienziati, giuristi, politici e statisti intervallati con scaffali pieni di libri. Il prof. percorre numerose altre stanze simili tutte deserte. Incontra alla fine un custode, vecchio e curvo.

Ormai quasi nessuno – si lamenta costernato – viene più a leggere o solo a consultare questi volumi …tutti ormai preferiscono piuttosto scrivere…E questi preziosi volumi son diventati pezzi di antiquariato…I miei superiori mi hanno ordinato di fare più attenzione perché proprio in questo edificio dove ci troviamo, dove c’è la biblioteca dei Girolamini, una delle più antiche e gloriose di Napoli dove veniva a studiare Gianbattista Vico…hanno già trafugato 1500 volumi per venderli agli antiquari e ai negozi di libri antichi…Ora il prof. attraversa un lungo corridoio, sbuca in un cortiletto dove, seduti all’ombra di una quercia, siedono due signori che parlano pacatamente di poesia e ciascuno legge all’altro qualche verso da un suo libro. Aguzzando lo sguardo, il prof. legge su uno dei volumi “Myricae” e sull’altro “Il passaggio di Enea”, riconosce così i due poeti Pascoli e Caproni che festeggiano a loro modo l’uno il centenario della morte e l’altro il centenario della nascita.

Vorrebbe fermarsi ad ascoltarli ma ancora una volta è spinto a proseguire da una forza invisibile. Diciamo che è anche attratto da una musica fascinosa…riconosce l’ouverture del Guglielmo Tell seguita dall’aria Selva opaca sempre della stessa opera…ah! il nostro esilarante e gioioso Rossini, una delle nostre glorie più alte! Anche lui ha festeggiato a febbraio scorso il suo duecentoventesimo compleanno e la sua musica non ha perso neppure una virgola della sua vivezza e del suo smalto sublime. Ora è entrato in una stanza luminosa ma dall’arredamento e dall’atmosfera severi. Sulla parete di fronte riconosce il volto fiero di Friedrich Nietzsche. Un gruppo di persone sta discutendo animatamente. Riconosce il filosofo Maurizio Ferraris che ha in mano il suo ultimo libro (“Manifesto del nuovo realismo”).

E legge ad alta voce: “…quello che chiamo «nuovo realismo» è dunque anzitutto il nome comune di una trasformazione che ha investito la cultura filosofica contemporanea e che si è declinata in molti sensi. In primo luogo, la fine della svolta linguistica, e la più marcata inclinazione realistica di filosofi che in precedenza, pur non aderendo a posizioni postmoderniste, erano stati più sensibili alle ragioni del costruzionismo, del ruolo modellizzante degli schemi concettuali nei confronti dell’esperienza….Un secondo modo in cui si è declinata la svolta è il ritorno alla percezione, ossia a una esperienza tradizionalmente negletta dal trascendentalismo filosofico culminato con il postmodernismo. Caratteristicamente, il fatto che si sia tornati a considerare l’estetica non come una filosofia dell’illusione, bensì come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che esorbita dagli schemi concettuali, e che ne è indipendente….”.

Il richiamo all’oggettività delle cose come sono in sé stesse – lo interrompe deciso un distinto signore con una rada barba bianca e con nello sguardo un lampo di fastidio e di sdegno, nel quale il prof. riconosce il filosofo del «pensiero debole», Gianni Vattimo – pesa solo in quanto è una tua tesi, e cioè è una tua interpretazione motivata da tuoi progetti, insofferenze, interessi…”.
“ Signori, – è Umberto Eco a intervenire pescando nel mucchio consistente delle sue opere collocate in uno scaffale alle sue spalle e agitando in aria un suo famoso testo del 1990 – anche l’interpretazione ha i suoi limiti…”.

Non sa come ma il prof. si ritrova in altra stanza dove un giovane in abito ottocentesco e con una folta e arruffata capigliatura rossiccia sta tenendo una dotta orazione. “O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri…” (U. Foscolo, “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura”). Sta per sedersi, vuole ascoltare e anche riposarsi un po’, ma all’improvviso l’edificio comincia a tremare e il prof. capisce che si tratta di un terremoto e di un terremoto di elevata intensità. Si affretta perciò verso una grossa porta e finalmente esce in un giardino. S’accorge subito che è la villa comunale della sua città ma a stento sono distinguibili le aiuole e anche le piante appaiono del tutto irriconoscibili, ci sono dovunque cumuli di rifiuti…la vede ora l’insegna che qualche giorno fa non c’era “Discarica pubblica”.

Prova una stretta al cuore e lo opprime un senso di profonda disperazione…non bastano a consolarlo le parole che sente venire da uno schermo televisivo che occhieggia poco lontano, pronunciate da un signore che somiglia molto al noto critico d’arte francese, naturalizzato italiano, Philippe Daverio ”Qualche anno fa l’Italia era molto bella anche se molto povera, oggi essa è molto meno povera ma anche molto meno bella…Italiani, vergognatevi! Ma…non disperate! volendo, siamo ancora in tempo. Salviamo le bellezze dell’Italia!”

Una porta che sbatte, la voce della dott.ssa Raffaella che gli rivolge un allegro buongiorno e il prof. Carlo si riscuote. Non gli era mai successo di addormentarsi al suo tavolo di lavoro in un luminoso e terso mattino d’aprile.

LA RUBRICA

MAGGIO DEI MONUMENTI: PRIMAVERA DI CONCERTI, ARTE ED ITINERARI GUIDATI

Dal 2 maggio al 3 giugno torna la rassegna di spettacoli e visite: c”è un po” di tutto nel cartellone del “Maggio”, il grande festival dei monumenti che quest”anno giunge alla sua 18esima edizione.

Cala il sipario sull’America’s Cup partenopea e comincia l’ora dei conti. Una cosa è certa: Napoli e la Campania entrano di diritto nei più importanti circuiti internazionali. Con un lungomare in bella mostra, un Castel dell’Ovo più imponente che mai, il Vesuvio nel ruolo del leone ammaestrato, le isole poco distanti, e ancora il fascino di Posillipo, il verde della villa comunale e San Martino che guarda dall’alto. Ma a maggio, la Regione che sotto certi aspetti prova a "rinascere", aspetta i suoi turisti (e non ) anche senza America’s Cup. E lo fa con sei luoghi privilegiati e dodici itinerari inconsueti. Spettacoli, concerti e visite guidate. Inaugurazioni di siti monumentali ed incursioni nella stazione Toledo della Metropolitana.

Sono le grandi direttrici attorno le quali ruotano le iniziative del Maggio dei Monumenti: un calendario che va da mercoledì 2 maggio al 3 giugno, con appuntamenti che scandiscono non solo il fine settimana, ma ogni giorno, o quasi, del mese. Ed il primo, quello che apre il Maggio, è uno speciale allestimento teatrale delle "Operette Morali" di Giacomo Leopardi, un lavoro teatrale che sceglie un palcoscenico inconsueto: Palazzo Serra di Cassano, sulla collina di Pizzofalcone a Napoli. Tra i siti privilegiati del Maggio il Complesso di san Domenico Maggiore, che riaprirà al pubblico il 15 maggio dopo un lunghissimo restauro assieme alla Galleria Principe di Napoli (con omaggi alla musica napoletana e al tango argentino); Castel Capuano (spettacoli itineranti nei cortili e nelle strade) : insomma, si fa sul serio.

E ancora, il museo di Santa Chiara e la stazione della Metro di via Toledo, con le installazione di Wllliam Kentridge e Bob Wilson, rappresentano bene l’idea di fondo che anima questa edizione, che vuole esaltare il contrasto antico-contemporaneo di Napoli. In programma anche la notte dei musei, il 19 maggio, tra il museo di San Gennaro, quello di Capodimonte, Santa Maria del Purgatorio, il museo Nitsch e la casa-museo di Roberto Murolo. Tra gli appuntamenti "Wine & The City", calici e vino nelle boutique patinate, negli atelier storici e nelle gioiellerie, nelle terrazze vista mare e nelle gallerie d’arte di Napoli: è la formula del circuito che da cinque anni porta il vino, i vignaioli e i sommelier tra le vie dello shopping, e che dal 15 maggio si sostanzierà al Pan, prima di spostarsi il 17 a Palazzo Caracciolo.

E torna Roberto Vecchioni, dopo il " rifiuto" della Presidenza del Forum delle culture e dopo il concerto per la campagna elettorale di de Magistris. Il cantautore sarà al Teatro San Carlo, il 21 maggio, con "I colori del buio", spettacolo che ripercorre gli oltre quarant’anni della sua avventura discografica. Chi arriverà a maggio in città, dunque, troverà una metropoli accogliente e piena di iniziative che non mancheranno di interessare turisti, adulti e bambini. Perché il fondo il "monumento" non è soltanto a maggio, e non è vero che a maggio la città è ancora più bella. Il monumento è lei, è Napoli, ed è più duraturo del bronzo.
(Fonte Foto:Rete Internet)

DAI DIAMANTI AGLI ELICOTTERI

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Tanzania, Namibia, Angola e India, Cosa nostra, “Ndrangheta e Camorra, Lega, Finmeccanica, Orsi e Belsito, elicotteri, diamanti ed auto di lusso. Un”intricata e complessa matassa da sbrogliare, tutta italiana. Anzi Padana.

Quando l’intreccio politica, mal’affare, settori pubblici e organizzazioni criminali vengono ad incontrarsi, il risultato è una rete di rapporti che si infittisce, dove diventa sempre più difficile osservare il fenomeno che assume dimensioni sempre più estese.
Per ora in Italia sono i diamanti e le grandi commesse pubbliche che provengono da questo network.
Analizziamo la situazione:

• Lo scandalo della Lega Nord e dell’ex tesoriere Francesco Belsito, connesso agli investimenti in oro e diamanti in Tanzania, auto di lusso e ristrutturazioni edili;
• L’appoggio della Lega a sostegno del Presidente ed Amministratore Delegato Giuseppe Orsi e dell’ex tesoriere del partito, a ricoprirne le poltrone più alte della Company Finmeccanica;
• Le presunte tangenti versate da Finmeccanica al partito della Lega;
• La vendita di elicotteri Agusta al governo Indiano da parte della AgustaWestland del gruppo Finmeccanica.

Sono passati già due anni da quando le procure italiane hanno iniziato ad indagare su Finmeccanica. Era il 2010 quando la Procura di Roma aprì le indagini sul colosso di stato, per presunto uso di fondi neri per l’agevolazione di alcune commesse e riciclaggio di denaro.
Dalle indagini della procura di Napoli risulta, infatti, che anche il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, “sponsorizzato dalla Lega a ricoprirne la poltrona più alta”, insieme all’ex tesoriere Belsito, sembra che siano coinvolti.
“Il presidente e a.d. di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, è stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti alla Lega. L’ipotesi di reato, a quanto si è appreso, è di corruzione internazionale e riciclaggio”.

“L’indagine riguarda la vendita di 12 elicotteri Agusta Westland all’India per la quale il gruppo, avrebbe versato tangenti a un intermediario, indicato come persona vicina a Orsi.”, dove l’intermediario, avrebbe ricevuto una somma di 51 milioni di dollari, parte della quale – probabilmente 10 milioni, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero andati alla Lega.

In questa come in altre vicende giudiziarie, scandali, tangenti, partiti politici e movimenti coinvolti, affaristi, intermediari, pezzi dello Stato, ballerine, nani e saltimbanchi, prestigiatori, presta nomi e tesorieri, la presenza di elementi strettamente legati a ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra spuntano ovunque.
Quanto pesa tutto ciò sull’opinione pubblica? Quanti sono i coinvolti realmente? Quali sono i pezzi mancanti del puzzle tridimensionale?
(Fonte foto: Rete Internet)

CRIMINOPOLI

IL FALLIMENTO EDUCATIVO DEI GENITORI SI MISURA DA TANTE COSE

Se per ottenere delle fragole si lancia un sasso, si può ipotizzare il fallimento educativo dei genitori.

Il caso
I genitori di una ragazza denunciavano i genitori di un altro ragazzo, per ottenere il risarcimento dei danni patiti dalla figlia in conseguenza del lancio di un sasso da parte del ragazzo, per ottenere delle fragole. La Corte di appello di Catanzaro condannava i genitori del ragazzo. Avverso la suddetta condanna i genitori del ragazzo, propongono ricorso per cassazione.

La Corte di merito ha ritenuto accertata la dinamica del fatto dedotta dai genitori della ragazza, valorizzando la corrispondenza tra la testimonianza dell’unico teste oculare (il fratello della vittima) e la compatibilità delle lesioni con il lancio del sasso. La Cassazione, quindi, con la sentenza n. 4762/2012, ha ritenuto sussistente la responsabilità dei genitori del minore , per “il danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori”, in quanto i genitori non hanno presentato nessuna prova liberatoria. In particolare, ha radicato la valenza attribuita alla testimonianza del fratello della vittima sulla corrispondenza della dinamica con quella ritenuta, dal consulente tecnico d’ufficio, pienamente compatibile con i danni subiti.

Inoltre, la Corte di merito ha fondato la mancanza della prova liberatoria in ordine alla educazione del minore sulle modalità stesse dell’incidente (il lancio volontario di un sasso contro un obiettivo umano per ottenere delle fragole), è elemento decisivo per attestare la responsabilità dei genitori in merito al fallimento educativo, a nulla valendo la regolare frequenza scolastica come elemento apportato dai genitori a prova dimostrativa dell’educazione impartitagli.

In conclusione, il ricorso proposto dai genitori del ragazzo è inammissibile e l’inammissibilità è correlata alla sussistenza di precedenti sentenze in tal senso, v.sentenza 20.04.2007 n° 9509) , ove più volte si precisato che i genitori hanno l’obbligo non solo di vigilare sulla condotta del minore in misura adeguata all’ambiente in cui vive, alle sue abitudini, al suo carattere, ma anche di educarlo ed istruito in modo consono alle sue condizioni familiari e sociali mediante un’opera educativa finalizzata alla realizzazione di una personalità equilibrata e consapevole, anche considerando la necessaria relazione della propria esistenza con quella degli altri.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44