Consiglio Regionale, De Luca attacca l’opposizione:«Ho buttato il sangue per salvare la nostra terra dal disastro»
Di seguito una parte dell’intervento di De Luca nel consiglio regionale in videoconferenza di ieri pomeriggio.
«Esprimo il mio disprezzo per i colleghi che sono intervenuti per offendere la dignità della Campania. Ho buttato il sangue per salvare la nostra terra dal disastro. Non ha risparmiato nessuno il presidente Vincenzo de Luca nel consiglio regionale di ieri in video conferenza. La Campania- ha proseguito De Luca- si è salvata non per un miracolo, non per fortuna ma per l’impegno straordinario dei medici, degli infermieri, dei dipendenti regionali e dei servizi pubblici; e se consentito perché c’è stato un presidente che ha buttato il sangue dalla mattina alla sera . Voglio discutere con uomini che hanno onestà intellettuale e non con chi ignora i fatti. Dovreste vergognarvi e con voi non discuto: come diceva il filosofo Bacone, la stupidità non è un argomento. I vostri interventi sono come le lettere di Totò, pensate e scritte mesi fa, non durante l’emergenza. Una demagogia insopportabile. Io qua non parlo come centrosinistra, ma chi se ne strafrega del centrosinistra? Parlo da uomo che vuole collaborare con uomini in buona fede, non mi importa del centrodestra, del centrosinistra, del pipipi e del pipipa. Siamo l’unica Regione che fa un piano economico sociale da 1 miliardo di euro e alcuni consiglieri criticano? Prima la litania era pensare ai poveri e all’economica, allora? Un eminente statista in questo consiglio mi ha detto che non dobbiamo sostenere l’economica passiva ma quella attiva. Attivo-passivo sono concetti equivoci, ma che significa? loro si presentano come centrodestra, io invece mi presento come de luca, non sono più niente. Mi avete sottratto due ore di tempo per fare altre ordinanze in vista del 4 maggio. Ringrazio quei pochi colleghi che hanno dato un contributo di merito e non quelli che sono intervenuti in questo dibattito offendendo la dignità della Campania e di coloro che hanno lavorato per due mesi».
Somma Vesuviana. Primo maggio nel ricordo del giovane operaio Arnaldo Petta, vittima del lavoro
Alle ore 7:55 di sabato 29 gennaio 1938 un tremendo boato scosse profondamente la città di Colleferro in provincia di Roma. Lo scoppio dei reparti per la produzione del tritolo dello stabilimento Bombrini Parodi Delfino causò la morte di numerose persone, tra cui un giovane sommese. L’intervista al prof. Domenico Parisi.
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Prof Parisi, il Centro Studi dell’Archivio Storico di Somma Vesuviana da diversi anni sta conducendo delle nuove ricerche per arricchire la nostra storia locale: quali sono le ultime acquisizioni? C’è qualche novità nel campo della ricerca locale?
“Si una novità c’è: riguarda un nostro giovanissimo concittadino, Arnaldo Petta, deceduto in uno scoppio di una fabbrica a Colleferro nel 1938. E’ doveroso ricordare e tramandare alle generazioni future, soprattutto in occasione del 1 maggio, questa nostra vittima del lavoro”.
Chi era Arnaldo Petta?
“Era figlio del percettore del dazio di Somma, Giacomo Petta e di Assunta Renzo. Nacque a Somma Vesuviana in piazza Vittorio Emanuele III il 31 luglio 1919, diventato poi un giovane robusto e di belle speranze, si traferì a Colleferro in provincia di Roma, dove trovò lavoro come operaio nella BDP, una fabbrica di esplosivi di proprietà di Parodi Delfino, passato alla storia come imprenditore illuminato, perché, in pratica, attorno alla sua fabbrica, fece sorgere dal nulla la città di Colleferro, affidando l’incarico ad un nome oggi di stretta attualità, l’ing. Riccardo Morandi”.
Cosa successe al giovane Arnaldo la mattina del 29 gennaio 1938?
“Arnaldo non aveva ancora compiuto vent’anni. La mattina del 29 gennaio 1938 il giovane sommese era appena arrivato nel suo reparto; all’improvviso il suono della sirena lanciò l’allarme per un principio d’incendio nel lontano reparto del tritolo. Arnaldo lasciò, immediatamente, il suo posto e si precipitò lì, insieme ai pompieri, per dare una mano nello spegnimento. Poi, improvvisamente, la tragedia: una tremenda deflagrazione distrusse la torre del tritolo, gran parte della fabbrica e molte case intorno. Alla fine si contarono 60 vittime e 1500 feriti! Tra le macerie non fu trovato il corpo del povero Arnaldo: era stato completamente disintegrato”.
Ci fu un colpevole per quella tragedia?
“Dal verbale del processo si evince che la vicenda fu chiusa senza colpevoli, sappiamo bene, però, che il giovane fu riconosciuto tra le vittime in base ad alcuni testimoni, che lo avevano visto entrare nel reparto tritolo e ad un brandello del maglione che indossava quella mattina, riconosciuto dalla sorella Vanda”.
Lo Stato riconobbe queste morti?
“Il 5 settembre successivo un Regio Decreto di Sua Maestà Vittorio Emanuele III gli conferì una medaglia di bronzo alla memoria con questa motivazione: PETTA Arnaldo di Giacomo e di Renzi Assunta da Somma Vesuviana (Napoli) operaio Società BPD. Alla memoria. Operaio addetto a stabilimento ausiliario di produzione bellica, all’allarme lanciato per un incendio sviluppatosi nel reparto tritolo, pur non appartenendovi, vi accorreva ugualmente, cooperando con altri animosi nel generoso tentativo di domare le fiamme ed evitare uno scoppio. Investito dall’esplosione seguita, cadeva sul campo del lavoro. Luminoso esempio di elevato senso di altruismo e di eroica abnegazione. Colleferro, Roma,29 gennaio 1938 XVI”.
Professore Parisi, che iniziativa vorrebbe per l’Archivio Storico cittadino?
“Ho più volte sensibilizzato l’istituzione di un Quaderno d’Archivio, dove poter finalmente annotare tutte queste novità storiche, per poi tramandarle alle future generazioni. Arnaldo Petta, martire del lavoro, merita un posto d’onore nella memoria scritta. Ben venga, quindi, una piccolo opuscolo mensile dove poter esaltare le gesta di questi uomini. A ciò aggiungo che, alla ripresa dei lavori, chiederò ai colleghi della Commissione Toponomastica di intitolargli una stradina del paese”.
Affrontare l’emergenza Coronavirus con un “Ospedale virtuale” per le persone con Parkinson
L’iniziativa del Centro per lo Studio e la Cura della Malattia di Parkinson dell’IRCCS Neuromed e dell’Associazione ParkinZone per un rapporto diretto tra clinici e pazienti, unito a classi virtuali di attività fisica.
Usare le tecnologie telematiche per mantenere i contatti con le persone con Parkinson anche in questa fase di emergenza Coronavirus, rispondere alle loro domande in diretta e seguirli nei percorsi di attività fisica attraverso vere e proprie classi virtuali. Sono questi i punti fondamentali dell’iniziativa che il Centro per lo Studio e la Cura della Malattia di Parkinson dell’I.R.C.C.S. Neuromed e l’Associazione ParkinZone stanno portando avanti in quello che rappresenta un innovativo progetto di medicina partecipativa, nel quale gli stessi pazienti sono protagonisti anche della realizzazione tecnica.
In dettaglio, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle 19 alle 20, i pazienti si collegano con clinici ed esperti per seguire sessioni di “question time” (QT) su temi specifici legati alla malattia di Parkinson. Domande e risposte, ma anche la possibilità di discutere con diversi professionisti degli argomenti più svariati, dai sintomi alle terapie, dai disturbi cognitivi all’alimentazione. “L’idea – dice il dottor Nicola Modugno, Responsabile del Centro Parkinson – nasce dal concetto di discussione libera, in un rapporto diretto tra pazienti, medici ed esperti. L’avevamo già sperimentata dal vivo in occasione delle ‘Sail4Parkinson’, iniziative in cui i malati fanno esperienze di navigazione a vela, trekking e surf sulle coste della Sardegna. Quei momenti sulla spiaggia, così informali, diretti, spontanei, oggi li abbiamo portati su internet. E stiamo riscontrando un grande interesse”.
Il QT cerca di favorire l’incontro online tra i membri della comunità “Parkinson”, con l’obiettivo di affrontare il lungo periodo di isolamento domestico, all’interno di un contesto informale e partecipativo in cui discutere argomenti di comune interesse.
In poco tempo, si sono uniti al piccolo gruppo iniziale diverse decine di pazienti, caregiver, medici e operatori di altre realtà associative italiane attive nella cura e nella ricerca sulla malattia di Parkinson. Attualmente gli incontri, ospitati su piattaforma Zoom, raccolgono ogni giorno circa 70-80 persone. Tra i temi trattati: creatività e Parkinson, ruolo della fisioterapia, mindfulness e stress, problemi intestinali e microbiota, disturbi della vista, Parkinson avanzato e terapie correlate, chirurgia del Parkinson, disturbi del controllo degli impulsi, genetica del Parkinson, teatro, danza, nutrizione.
Lo spazio online di Question Time, nato per supplire alla mancanza di occasioni di socializzazione, ha acquisito in breve tempo un ruolo del tutto nuovo tra gli strumenti terapeutici di supporto alla terapia farmacologica. Da una parte, infatti, i pazienti hanno trovato una risposta alle proprie difficoltà legate all’isolamento, potendo incontrare altri pazienti e caregiver e condividendo in tal modo il proprio stato d’animo e le proprie paure. Dall’altra, medici e operatori artistici e sanitari hanno scoperto un’occasione unica per poter ascoltare la comunità, e allo stesso tempo hanno potuto offrire loro una risposta a molti quesiti di varia natura, che sono stati affrontati in modo pratico e approfondito. Grazie allo strumento online, hanno potuto partecipare medici da ogni parte d’Europa e del mondo.
“Lo spazio online – continua il neurologo – ha rappresentato un’opportunità per favorire l’incontro tra molte realtà in ogni parte d’Italia e in diverse occasioni ci sono stati scambi utili di informazioni, oltre a incontri tra pazienti che si erano conosciuti molto tempo prima in occasione di eventi nazionali. Question Time sta assumendo in questi giorni la caratteristica inaspettata di uno spazio terapeutico innovativo, in cui le persone sentono di poter crescere insieme in un contesto intimo e protetto, grazie anche alla presenza di medici esperti e specializzati, accompagnati e guidati dalla dottoressa Silvia Della Morte, psicologa e psicoterapeuta”.
Alle sessioni del QT giornaliero si aggiungono delle classi virtuali di attività teatrale con le insegnanti dei corsi di teatro di Roma, e di attività fisica, legate a diversi progetti e metodologie: DanceWell, Metodo Feldenkrais, attività fisica con un Personal Trainer, e Pilates anche queste in diretta internet. In questo caso i pazienti vengono seguiti nell’esecuzione di attività artistiche legate al teatro, alla danza e al movimento. “Sono momenti importanti – aggiunge Modugno – perché studi scientifici recenti hanno mostrato come queste attività abbiano effetti positivi sui sintomi e sulla qualità di vita delle persone con Parkinson”.
Tutta l’iniziativa si basa sulla partecipazione diretta dei pazienti dell’associazione. “Abbiamo soprattutto cercato – dice Andrea Spila, volontario di Parkinzone e professionista nel campo delle tecnologie di comunicazione, nonché paziente – la massima facilità di utilizzo, sia al computer che al cellulare. Le tecnologie che stiamo impiegando e le modalità di interazione sono rivolte a mantenere il clima di rapporto uno ad uno tra paziente e professionista sanitario, ma anche a creare il senso di una vera comunità. Comunità, tra l’altro, che si è già estesa a livello internazionale. Alcuni degli incontri, infatti, si sono svolti in collegamento con una associazione di pazienti di Londra. Un dialogo in diretta con traduzione simultanea, proprio come se fossimo tutti presenti in una sala. Pensiamo siano le basi per una serie di attività regolari tra Italia e Gran Bretagna”.
“Questa triste esperienza dell’epidemia – conclude Modugno – ci sta insegnando come migliorare il rapporto tra centro clinico e malati di Parkinson, anche quando saremo fuori dall’emergenza. Stiamo sviluppando il concetto di ospedale virtuale che, alle normali attività cliniche all’interno delle sue mura, affianca un rapporto continuo con il paziente, particolarmente importante in questa patologia. Le tecnologie per farlo esistono, le stiamo sperimentando intensamente e siamo molto colpiti dalla partecipazione attiva dei pazienti, in quello che in inglese viene definito empowerment. Andrea Spila, Luca Berti, Pino Catapano, Vittorio Andretta sono i nostri redattori, i più impegnati nella produzione degli eventi online, ma dietro di loro c’è tutta la nostra comunità. Infine una nota particolare va aggiunta per fare riferimento a un’ulteriore innovazione che ParkinZone ONLUS sta cercando di portare avanti: stimolare e coinvolgere nell’organizzazione i pazienti stessi, cercando di valorizzare le loro capacità e dando loro obiettivi comuni e individuali, sempre con il minimo comun denominatore della crescita e di una progettualità e sempre con l’affiancamento costante del neurologo. Riteniamo essere questo un obiettivo nuovo che il SSN e l’organizzazione ospedaliera non hanno mai preso in considerazione per ovvi motivi, ma che questa realtà ha dimostrato essere possibile”.
Qui sul canale Youtube di ParkinZone onlus alcune lezioni tipo.
L’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (I.R.C.C.S.) Neuromed di Pozzilli (IS) rappresenta un punto di riferimento a livello italiano ed internazionale per la ricerca e la terapia nel campo delle malattie che colpiscono il sistema nervoso e cardiovascolare. Un centro in cui i medici, i ricercatori, il personale e gli stessi pazienti formano una alleanza rivolta a garantire il miglior livello di assistenza possibile e cure all’avanguardia, guidate degli sviluppi scientifici più avanzati.
Marigliano, con le dovute precauzioni riaprono alcune attività di ristorazione
Con l’ordinanza n.37 del 22 aprile 2020 il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, aveva offerto uno spiraglio a quanti erano giustamente desiderosi di riaprire le attività commerciali. Il documento disciplinava, infatti, le aperture a partire dal 27 aprile di esercizi di ristorazione, cartolerie e librerie. Il governatore aveva parlato non a caso “di un primo passo e di un primo segno di rilancio delle attività economiche secondo una linea di responsabilità e di prudenza” che avrebbe richiesto da parte di tutti il rispetto rigoroso delle regole di tutela della propria e dell’altrui incolumità. “Il provvedimento – sottolineava De Luca – è articolato in maniera da diluire la mobilità nel corso della giornata ed evitare assembramenti. Sarà fondamentale rispettare tutti i dispositivi di sicurezza, pena sanzioni severe a carico degli inadempienti”.
A pochi giorni dalla riapertura è possibile fare un primo quadro della situazione anche a Marigliano, dove non sono poche le attività di ristorazione che hanno deciso di riaprire i battenti, attrezzandosi esclusivamente per le consegne a domicilio, previa ordinazione effettuata telefonicamente oppure online.
I primi riscontri confermano la sensazione che gli esercizi commerciali abbiano fatto un considerevole lavoro per adeguarsi alle nuove normative e rispettare i protocolli di sicurezza: eccezionalità che invero rischia di tramutarsi in consuetudine, se pensiamo che i prossimi a doversi abituare saranno proprio i clienti, quando anche l’asporto verrà ripristinato. Sì, perché a dover cambiare sarà tutta la filiera che dal produttore porta al consumatore, ancora rinchiuso e probabilmente provato dall’isolamento, ma chiamato a incidere sul cambiamento epocale che attende anche e soprattutto questa fetta di mercato.
I controlli effettuati dalle forze dell’ordine su tutto il territorio dell’agro nolano stanno testimoniando la bontà dell’impegno promosso dagli imprenditori – alcuni dei quali non hanno ancora aperto ma sono alle prese con le operazioni atte a consentire la ripresa – e per il momento si registrano grandi encomi nei confronti di chi si è voluto mettere in gioco e lo ha fatto con criterio, sacrificio e massimo senso di responsabilità.
D’altronde, ancora per diverso tempo, il delivery sarà l’unico strumento a disposizione di ristoratori, baristi e pizzaioli per esserci, in quanto anche i potenziali acquirenti non si potranno concedere fin da subito la fiducia per affollare nuovamente i locali.
“Occorrerà utilizzare i prossimi giorni per sviluppare tutte le operazioni di sanificazione e igienizzazione dei locali, in qualche caso chiusi da molte settimane, per sottoporsi a visite mediche e per preparare tutte le certificazioni necessarie dal punto di vista sanitario”, aveva avvisato Vincenzo De Luca, e in base ai controlli effettuati risulta che a Marigliano tutti abbiano fatto del proprio meglio, anche nell’offrire certezze al momento della consegna.
In città, solo per la consegna a domicilio e al netto dei controlli da parte delle autorità, per il momento hanno riaperto:
– Big one Marigliano, in via Isonzo
– AZZ CH PIZZ dei Fratelli Esposito, lungo Corso Umberto I
– Acqua & farina, lungo Corso Umberto I
– Antica pizzeria degli artisti, lungo Corso Vittorio Emanuele III
– Pizzeria Careca Gourmet, lungo Corso Umberto I
– Pizzeria Voglia Di Pizza, in via Pontecitra
– Ristorante-Pizzeria O’ Scialatiello, in via Padre Pio
– Pizzeria Da Pulcinella (F.lli Percuoco), in via San Rocco
– Hope Bistrot, lungo Corso Umberto I
– il Vagabondo, lungo Corso Umberto I
– GOLD BarFrutteria, in via G. Amendola
– Bellebuono, in via Nicotera/via Isonzo
– Oven.58 Pizza & Panuozzi, in via Luigi Mautone
– Ciccio’s Pizzeria, lungo Corso Umberto I
Dal Ristorante-Pizzeria O’ Scialatiello, situato a margine della frazione di Miuli, quasi al confine tra Marigliano e Somma Vesuviana, sottolineano che “la risposta dei cittadini è stata ottima e la prima sera non siamo riusciti ad accontentare tutti, ma il servizio continua”. I cittadini premiano in un colpo solo la loro attesa e la bontà di questa operazione di rinascimento enogastronomico, come testimoniano anche le cronache che arrivano da Napoli, dove ci sono attività che hanno sfornato fino a settecento pizze in poche ore.
Ricordiamo che per il momento, date le recenti disposizioni nazionali, il servizio di consegna a domicilio è vincolato ai confini del comune nel quale si esercita.
(foto dal web)
Saviano, incidente contro new jersey: deceduto l’uomo di San Gennaro Vesuviano
Il 49enne che nel giorno della chiusura di Saviano, causa zona rossa, è stato protagonista del grave schianto contro i new jersey non ce l’ha fatta. I danni agli organi interni non hanno permesso al suo cuore di continuare a battere. Sgomento tra i cittadini, rabbia dei familiari. Una vita spezzata a causa di un incidente stradale. Il virus, almeno questa volta, non è stato il colpevole. Aperte le indagini dalla Procura di Nola.
L’impatto è stato troppo forte, il dolore insopportabile, nessuno avrebbe mai immaginato una tale fine. Non ce l’ha fatta il 49enne che nella notte del 19 aprile è stato coinvolto in un grave incidente contro i new jersey posizionati per impedire il transito attraverso il comune di Saviano dopo l’annuncio della zona rossa.
Tanta è la rabbia da parte dei familiari dell’uomo, che hanno riposto le proprie speranze nelle mani dell’avvocato Saverio Salierno. L’accusa è rivolta alla scarsa visibilità delle barriere non segnalate. A seguito dell’impatto contro i blocchi di cemento, l’uomo aveva riportato gravi traumi con frattura del femore e dell’anca, oltre a danni agli organi interni e perforazione del polmone. Originario di San Gennaro Vesuviano, quella tragica sera tornava dall’Ospedale del Mare, dove si era recato per far visita alla suocera, ricoverata e deceduta la scorsa settimana a causa di un’ischemia. La salma dell’uomo verrà trasportata al secondo policlinico di Napoli, dove nei prossimi giorni sarà effettuato l’esame autoptico.
Il dramma, consumatosi sulla strada provinciale di Fressuriello, chiude quella serie di tristi eventi, iniziata oltre un mese fa dopo l’annuncio di positività al virus da parte del primo cittadino, venuto a mancare lo scorso 17 aprile. Da quel momento in poi il comune di Saviano è stato causa di numerose polemiche sopraggiunte in seguito all’assembramento durante il funerale del Sindaco – comportamento sanzionato con la chiusura dei confini per circa una settimana. Una tragedia nella tragedia. Due giorni dopo oltre ai militari e alle forze dell’ordine per i consueti posti di blocco all’ingresso delle strade principali, sono stati posizionati i new jersey, predisposti per le vie secondarie.
Sgomento da parte dei cittadini di Saviano, subito corsi in strada quella sera per prestare i primi soccorsi in seguito al fatale incidente. Le condizioni dell’uomo sembravano stabili, invece sono iniziate a peggiorare dopo la corsa in ospedale. Negativo al Covid-19, non è stata rilevata alcuna traccia di alcol o stupefacenti. Dieci giorni di lotta e agonia, ma i medici non hanno potuto evitare la dipartita del paziente. Ogni sforzo è stato vano, ogni speranza si è spenta nella triste giornata di ieri. La cittadinanza intera, che apprende con profondo dispiacere la notizia, si unisce al dolore della vittima con messaggi di cordoglio sui social. Si confida nelle indagini che saranno condotte dalla Procura di Nola.
Giochi tradizionali campani: un viaggio antropologico
Il gioco accompagna il destino dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Parlare di gioco significa parlare della cultura di un popolo. Già al tempo della Grecia Antica il gioco era parte integrante dell’educazione, così come, tra gli altri, suggeriva Platone. Anche i romani davano una grande importanza al gioco e al suo ruolo pedagogico per la formazione del cittadino, essendo una simulazione delle regole della società.
Perché l’attività ludica è fondamentale per l’uomo, in ogni fase della sua vita? Perché il gioco stimola la creatività, aiuta a conoscere l’altro, a socializzare e a sviluppare l’empatia, a costruire senso identitario e comunitario. Ecco perché in tutte le culture umane è presente il gioco, ed ecco perché anche attraverso il gioco si può conoscere un popolo e il suo “carattere”.
La Campania, come tutte le regioni italiane, ha i suoi giochi tradizionali: alcuni si sono persi nel tempo e fanno parte della tradizione, altri sono arrivati indenni fino a oggi e godono ancora di buona salute.
Antesignano dello skateboard può essere considerato il Carruocciolo: due assi di legno e qualche ruota per sfrecciare tra le strade e i vicoli di Napoli. Un gioco non certo ripetibile oggi, ma molto in voga negli ann’50, quando il traffico era decisamente differente da come lo conosciamo oggi.
Altro gioco “da strada” era la pallamaglio, una sorta di golf – o polo – ante litteram, oppure, se vogliamo, la versione povera degli stessi: i giocatori dovevano colpire con una mazza una palla di legno e farle percorrere un circuito stabilito. Gioco tipico era lo strummolo, una trottola che veniva fatta volteggiare da una corda, ‘a funicella. L’obiettivo? Farla girare più tempo possibile.
Oggi, è rimasta vivo l’appellativo “strummolo” per definire una persona non esattamente acuta oppure troppo svagata.
Giochi popolarissimi, anche oltre i confini della Campania, sono i giochi legati alle carte napoletane.
Le carte e i giochi ad esse correlati hanno sempre attratto gli uomini di ogni latitudine e spesso ci sono state influenze tra culture e popoli diversi: si pensi a quante persone, grazie a servizi come Fun2Play, oggi sfidano altri giocatori online al poker Texas Hold’em, uno delle versioni del poker più note al mondo.
Le carte napoletane sono uno dei simboli di Napoli e sono parte della tradizione della città. Le carte presentano quattro semi: coppe, bastoni, spade e denari, con dieci carte per seme, di cui 7 numerate e 3 rappresentate da figure, il fante, il cavaliere e il re. I tratti femminili del fante fanno sì che le carte con questa figura siano chiamate “donne”, mentre il “gatto mammone”, nella tradizione popolare un inquietante, enorme gattone, è rappresentato al centro del tre di bastoni.
Le carte napoletane sono legate ad alcuni giochi della tradizione famosissimi: scopa, tresette, 7 e ½.
La scopa è forse il gioco più noto. Si può giocare in due, in quattro, in coppia: prendere più carte possibili e fare scopa, ossia prendere anche l’ultima carta sul tavolo, sono gli obiettivi del gioco.
Altrettanto caratteristico è il gioco del 7 e ½, per certi versi simile al blackjack, il cui scopo è raggiungere, o avvicinarsi il più possibile, al punteggio di 7 e ½.
Infine, non si può non citare il tresette, da giocare in 4 a coppie: distribuite 10 carte a testa, chi ha il 4 di denari deve cominciare la mano, con gli altri giocatori a scartare le carte dello stesso seme. Quando si esauriscono le carte dello stesso seme, i giocatori possono scartare le altre: la scelta è una questione di tattica. Vince chi ottiene più punti.
Lasciando le carte, concludiamo questo percorso nei giochi tradizionali campani con la tombola, nata nel 1734 per volontà del re Carlo III di Borbone e oggi il gioco per antonomasia del Natale dei napoletani e degli italiani tutti, che spesso accompagnano il cenone e il pranzo di Natale, tradizioni radicate in tutta Italia, con una bella tombolata.
Sulla nascita della tombola si narra un aneddoto divertente: il frate domenicano Gregorio Maria Rocco riteneva il gioco del Lotto, molto in voga, immorale, e si scontrò col re Carlo III a proposito. I due arrivarono a un accordo: le estrazioni del Lotto sarebbero state vietate durante il periodo natalizio. I napoletani, allora, inventarono la Tombola per divertirsi in famiglia e con gli amici in assenza del lotto.
Negli anni ’80 il napoletano Emilio Salvatore ha inventato il Sinco, una versione moderna della tombola, che prevede l’uso di 25 carte napoletane come cartella. La vittoria va a chi completa la cartella.
Abbiamo visto alcuni dei giochi campani, simbolo di una tradizione e di un popolo che hanno saputo manifestare nel gioco un segno della propria, peculiare e inimitabile cultura.
E’morto l’uomo che andò a sbattere contro i blocchi di cemento a Saviano
In seguito all’assembramento per il funerale del sindaco Carmine Sommese, il presidente DE Luca chiuse Saviano per sette giorni dal 19 a l 25 aprile. I confini di Saviano furono sbarrati da grosse transenne di cemento, contro cui nella serata del 20 andò a sbattere violentemente un uomo a bordo di una punto. Anche se cosciente, l’uomo apparve subito grave e fu trasportato all’ospedale Cardarelli. Dopo una settimana di coma, l’uomo, originario di San Gennaro Vesuviana, non ce l’ha fatta.
Covid 19, protesta dei barbieri, taglio di capelli in piazza Bovio
Taglio di capelli in piazza oggi a Napoli per sollecitare una rapida apertura, dopo il lockdown del Coronavirus, di barbieri e parrucchieri.
Il salone improvvisato e’ stato allestito per pochi minuti avanti alla sede della camera di Commercia in piazza Bovio dove una piccola rappresentanza della categoria aderenti alle associazioni ‘ Hair work team’ e Tricostyle, ha anche esposto uno striscione con la scritta ‘ Fiducia a chi taglia in sicurezza no a chi di nascosto infetta ‘.
Il riferimento, come si legge in un volantino distribuito durante la protesta, e’ all’aumento di lavoratori abusivi che, approfittando della chiusura dei locali, stanno operando andando loro a casa dei clienti.
” La nostra – ha spiegato un portavoce – e’ una dimostrazione che, con le adeguate misure di prevenzione per noi e per i nostri clienti, e’ possibile lavorare in maniera sicura ed ridurre al minimo il rischio di contagio.” Barbiere e cliente , durante la protesta, erano infatti dotati di mascherine, guanti e visiera”.
(FONTE FOTO:RETE INTERNET)
Norme di sicurezza Fase 2, controlli nelle aziende delle filiere produttive di prima necessità
Una task force dei Carabinieri del Comando provinciale di Napoli sta effettuando controlli nelle imprese produttive per verificare l’ applicazione delle norme di sicurezza previste dalla fase 2 dell’ emergenza Covid-19, che comincerà il 4 maggio.
Al momento i controlli riguardano le aziende delle filiere produttive di prima necessità, che sono rimaste aperte, e quelle in possesso del codice Ateco rilasciato dalla Prefettura che hanno riaperto o che sono state riconvertite per le esigenze dell’ epidemia di Coronavirus.
I controlli riguardano l’ uso dispositivi di protezione individuale ed il rispetto delle distanze di sicurezza.
Le aziende sono monitorate anche sull’ eventuale impiego di lavoratori “in nero” che non hanno tutela sanitaria, e diventano potenziali veicoli di epidemia e contagio.
(fonte foto: ansa.it)
Esposizione Universale di Vienna del 1873: l’Europa incomincia a conoscere il vino e l’olio del Vesuvio
Il successo della “Casa vinicola Giuseppe Scala” di Resina, produttrice di vari tipi di “lacrima”. La guerra dei dazi con la Francia e l’ affinamento del “lacrima spumante” presentato a Resina nel 1890. L’interesse dei banchieri Meuricoffre per l’esportazione dei vini “lacrima”. Presente nell’ Esposizione anche l’olio del Vesuvio. Una ditta di Ancona dichiara di produrre “maccheroni ad uso Napoli”.
La “Casa vinicola” di Giuseppe Scala, che aveva sede in Resina, ottenne medaglie e riconoscimenti nell’Esposizione Universale di Vienna, soprattutto per il “lacrima Christi” bianco e per il “lacrima rosso di Torre”: ma anche gli altri vini presentati dalla “Casa”, il “Gragnano”, il “lacrima spumante”, il “Capri” bianco e il “Capri” rosso vennero apprezzati dalla giuria e dal pubblico. Il “Capri” bianco aveva conquistato la medaglia d’oro già all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. I giurati lodarono anche la forma delle bottiglie, la raffinatezza delle etichette e l’alta qualità delle locandine pubblicitarie: la “Casa” aveva messo in mostra una confezione di 12 bottiglie, venduta, a seconda del vino, da lire 15 a lire 38. Gli eredi di Giuseppe Scala, i fratelli Raffaele, Giovanni e Vincenzo, portarono a compimento il progetto del fondatore della “Casa” di affinare il “lacrima spumante” seguendo le indicazioni di Giuseppe Frojo, che ai vini “napoletani” aveva già dedicato libri importanti. Il nuovo “lacrima spumante” venne presentato nel 1890, nello “stabilimento” di Resina, durante una “festa enologica” a cui parteciparono tutti i membri del “Comizio Agrario “ di Castellammare, il Presidente Fedele De Siervo, Giuseppe Frojo, Oreste Bordiga, Luigi Savastano che nel 1884 aveva pubblicato il fondamentale studio sulla “Cimatura delle viti” e gli amministratori della ditta Meuricoffre che da almeno dieci anni aveva aggiunto anche il commercio del vino a quello dell’olio e della canapa – è utile ricordare che rimaneva centrale l’attività nel mercato finanziario – e aveva curato l’esportazione negli Stati Uniti e nel “Levante” dei “lacrima” della “Casa Vitiello e Torrese” di Torre del Greco e della “Casa Roux” di Napoli.
Guidati da Giuseppe Frojo, i giornalisti presenti notarono la novità tecnologica dei fusti da 400 hl., che impedivano all’odore del vino di diffondersi per i locali dello stabilimento, la modernità delle macchine impiegate nelle operazioni di travaso e di filtraggio, la destrezza degli operai incaricati di selezionare le uve, in gran parte fornite dai viticultori di Bosco e di Terzigno. Giuseppe Frojo spiegò che la “sciampagnizzazione del vino” era il risultato di un processo naturale, e non l’effetto dell’ “immissione forzata di acido carbonico, che fa del vino una gassosa qualunque, più o meno buona”. Bisogna dire che l’attenzione dei produttori italiani per i vini “spumanti” era anche la conseguenza della dura politica protezionistica che dal 1886 i Francesi avevano adottato contro i nostri vini, provocando, per reazione, l’inasprimento dei dazi sulle importazioni in Italia dello “champagne”. E infatti un giornalista, che era presente alla “festa”, raccontò il giorno dopo ai lettori che grazie agli Scala, definiti “i cantinieri d’Europa”, i vini del Vesuvio venivano esportati in Inghilterra, in Argentina e negli Stati Uniti e che il “lacrima spumante è destinato a combattere e a sostituire lo sciampagna per ora in Italia, in seguito, chi sa, anche fuori. Ciò deve confortare l’amor proprio di noi Italiani..”.Partecipò all’ Esposizione Universale di Vienna, attirando l’attenzione dei mercanti inglesi, austriaci e tedeschi anche l’oleificio di Matteo Capone che aveva sede a Salerno, ma che acquistava cospicue quantità di olive vesuviane, coltivate dai Contaldi di Terzigno nella Masseria del Mauro.. E infatti la ditta Capone non legò al territorio di Salerno l’olio presentato all’Esposizione, ma lo definì genericamente “olio campano”. Ricordiamo anche che nel 1888 l’olio di Angelo Sangiovanni, enfiteuta della Masseria Masche al Mauro, conquistò il diploma d’onore al Concorso di Castellammare, organizzato dall’Istituto Agrario di Portici.
Non possiamo non ricordare che tra gli espositori di Vienna c’erano anche Nicola Montagna di Marigliano che ricavava olio dai “residui di granone”, Filippo Somma di Napoli che produceva maccheroni, e Giovanni Metter, che era di Ancona, ma si dichiarava “fabbricante di maccheroni ad uso Napoli”: e l’”uso” si riferiva alla forma – ziti e vermicelli- , alle farine e alla lavorazione dell’impasto.
