L’ETERNA BATTAGLIA TRA LA GRAMMATICA E L’USO DELLE PAROLE

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Il prof. Giovanni Ariola risponde ai lettori che gli sottopongono curiositĂ  e dubbi circa l”uso delle lingua italiana. Dalle domande viene fuori il disagio per i troppi forestierismi.

Salvatore M. da Nola scrive: “Vorrei sottolineare ancora una volta la cattiva abitudine di noi italiani di usare le parole straniere anche quando esistono parole della nostra lingua corrispondenti. Ieri ad una conferenza sul tema dell’intercultura l’oratore di turno ha esordito: «Vi mostrerò alcune slide che potranno più efficacemente ecc. ecc.» Perché non usare la parola italiana diapositiva?

Risposta – Più volte i linguisti hanno consigliato di evitare i forestierismi (barbarismi) quando è possibile, ossia proprio quando si possono utilizzare termini italiani di significato uguale o affine. Nel caso di slide tuttavia vanno fatte alcune considerazioni. È pur vero che slide si traduce in italiano, tra l’altro, con diapositiva ma questa non indica propriamente un’immagine documentaria originata da un computer ma genericamente un’immagine fotografica proiettata con un apparecchio chiamato diaproiettore. È pertinente perciò l’uso del termine slide che attualmente, e non solo in Italia, si intende come una particolare schermata (o videata) di computer proiettata su un apposito telo.

C’è da dire piuttosto che, nel trasporre e nell’innestare il termine dall’inglese nella lingua nostra, forse proprio condizionati dal lemma italiano diapositiva che è sostantivo femminile, gli si è arbitrariamente attribuito il genere femminile da neutro che era nella lingua originaria. Quindi the slide è diventato la slide. Errore o se si vuole un’anomalia. A fronte di esempi di diverso impiego per parole come the week – end = il week end. (= il fine settimana. Si considerino anche il fine mese, il fine corsa o finecorsa, il fine partita, ma … la fine stagione).

In veritĂ , correttamente i vari dizionari di lingua italiana qualificano grammaticalmente il lemma definendolo s.m. inv. = sostantivo maschile invariabile. Quindi propongono di dire e scrivere lo slide e quindi gli slide.
Che fare? Chi vincerĂ  alla fine, o chi ha giĂ  vinto, la grammatica o l’uso? Intanto, non so quale reazione avrebbero avuto gli ascoltatori, se l’oratore di cui sopra avesse detto: Vi mostrerò alcuni slide illustrativi ….

Carlo L. da Dugenta scrive: “La nostra lingua avrebbe bisogno di una bella ripulita …dalle frasi fatte…Mi è capitato di udire persone che continuano ad usare espressioni come ‘a spron battuto’ quando di sproni ormai non se ne vedono più in giro, ‘a tamburo battente’…. figuriamoci!, ‘levata di scudi’ o ‘a spada tratta’, veramente da ridere!”

Risposta – Sì, perdurano nella nostra lingua molte frasi fatte o modi di dire che all’origine erano traslati, per lo più metafore, efficaci che vivacizzavano il linguaggio. Tali frasi, spesso di sapore militaresco o persino guerresco, con il mutare delle situazioni storiche e culturali, sono in seguito collassate, ossia si sono svuotate della loro funzione trasfigurativa, perdendo la freschezza e la efficacia comparativa dell’inizio, e sono rimaste incistate nella lingua, conservando tuttavia la valenza semantica generale. A riprova della pervicace sopravvivenza di queste larve lessicali, propongo una esilarante conversazione tra due politici:

A – Sono rimasto di stucco di fronte a tanta arroganza…
B – E io di sasso a vedere quel pallone gonfiato spadroneggiare liberamente…
A – Quella volta ho dovuto fare marcia indietro e mi sono ritirato in buon ordine ma ora basta, resisterò fino all’ultimo respiro…
B – L’importante è non restarsene con le mani in mano
A – E quando mai? Dimentichi che ho sudato sette camicie
B – Per questo, anch’io mi sono fatto un cuore così…
A – Purtroppo non ho cavato un ragno dal buco…il servilismo e la pecoraggine sono dure a morire…mi sono sgolato ma non sono riuscito a smuovere di un millimetro tutti quei battilocchi (nel dialetto napoletano = persone stupide e servili), quelle mazze di scopa che pendono dalle labbra del loro capo e sono pronti, allineati e coperti, ad applaudirlo qualsiasi cosa dica o faccia…

B – E io? Mi sono arrampicato sugli specchi, e mi sono ritrovato con il sedere per terra, sembra di essere tornato a usi e costumi medievali…
A – Ma io non mi faccio passare la mosca per il naso
B – Non mi prenderanno per i fondelli
A – Li tallonerò…
B – Gli starò con il fiato sul collo
A – Certo che la vita politica è diventato un campo minato
B – Bisogna forse imparare l’arte di fare buon viso a cattivo gioco
A – Tu sai che non ho peli sulla lingua
B – Non ce la farai con quelle facce di bronzo

A – Non fingerò…
B – Non ti sto invitando a menare il can per l’aia né a fare il gioco delle tre carte ma ad essere cauto ad adottare una strategia efficace…quando si fiuta la sconfitta, meglio levare le tende
A – Ho sempre combattuto a viso aperto mi piace l’arma bianca e ho sempre vinto…
B – Non sedere sugli allori con questi ci vuole altro che l’arma bianca…
A – Sono un osso duro
B – Nun te fa’ masto (= non farti maestro). non cantare vittoria troppo presto…
A – Deve aver paura chi ha scheletri nell’armadio
B – Ti rivolteranno come un calzino, faranno le carte false e ce lo metteranno loro uno scheletro nel tuo armadio…

A – Ma non getterò la spugna
B – Non ti conviene fare il braccio di ferro…A fare il bastian contrario, ci lascerai le penne
A – Chi vivrĂ , vedrĂ 
B – Buon pro ti faccia!

Doveroso, anche se decisamente superfluo, precisare che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
Ma qualcuno, alquanto malizioso, dice che spesso questa frase cautelativa risulta chiaramente una antifrasi.

LINGUA IN LABORATORIO

RIFIUTI: L’EMERGENZA STRATIFICATA

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La popolazione campana vittima di azioni politiche poco lungimiranti, ma adesso cӏ da disinnescare la bomba ecologica delle discariche storiche. Serve un concorso internazionale di idee per eliminare il pericolo e per risanare. Di Luigi Jovino

“Se la camorra non avesse incassato i soldi per sotterrare rifiuti pericolosi, proveniente da tutta l’Italia adesso dovremmo parlare di una semplice banda di criminali a diffusione regionale”. Paolo Chiariello, inviato di Sky è stato molto chiaro nel riportare una opinione corrente, ormai accettata dagli studiosi dei fenomeni della malavita organizzata. Mentre il giornale La Padania titola “Non vogliamo i rifiuti di Napoli”, risulta ben chiaro che le campagne del casertano e del napoletano hanno invece “ingoiato” rifiuti e veleni delle fabbriche del nord Italia, favorendo un surplus di benessere esentasse che poi è stato spalmato nei territori a vocazione industriale.

A loro i soldi e a noi i veleni! E non si riesce neanche ad evitare la beffa. Infatti è difficile far capire all’opinione pubblica internazionale che i campani sono vittime incolpevoli di un sistema illegale che ha avuto come braccio armato la camorra, nata proprio all’interno della sottocultura locale. La classe politica campana ha però grandi responsabilitĂ . Vorrei sapere che cosa hanno fatto per risolvere la situazione rifiuti in Campania anche i “Soloni” che oggi, essendo oramai all’opposizione, pontificano sulle disgrazie del popolo vesuviano e sull’inefficienza del Governo nazionale? Che la camorra stesse puntando sul business del rifiuti è cosa nota da almeno 25 anni.

Ricordo che una sera di tanti anni fa, Enrico Fontana, giornalista dell’Espresso e redattore dei primi rapporti di Legambiente su Ecomafia, mi confidò le sue paure perché era entrato nel mirino del clan dei casalesi. Le parole, i numeri e i grafici davano fastidio ai camorristi prima ancora che ci fosse il clamore letterario di Gomorra. Insomma un caso “Roberto Saviano” ante litteram che nessuno, però si è preoccupato di prendere in considerazione. Bisognerebbe ricordare che Legambiente ed Enrico Fontana, attualmente consigliere regionale del Lazio, sono patrimonio della cultura di sinistra, così come appartengono alla cultura progressista esperienze ambientaliste che proprio a Napoli hanno trovato terreno di elezione.

Viene voglia di chiedere, a questo punto, cosa abbiano fatto le amministrazioni di centro sinistra che hanno governato il 75 per cento dei paesi campani almeno per un quindicennio? Se non si voleva entrare in rotta di collusione con la camorra che alle buone intenzioni, agli studi pianificati e alle carte bollate oppone colpi di fucili e stragi organizzate si poteva pensare di avviare una strategia per rendere vana la loro azione criminosa. Si poteva far partire la raccolta differenziata per tentare di costruire fabbriche e impianti di riciclaggio piuttosto che discariche incontrollate. Bastava inondare le cittĂ  di campane e contenitori delle frazioni riciclabili per costruire nella gente una nuova coscienza. Una diversa sensibilitĂ .

Non è detto che questa strategia dovesse per forza produrre una situazione diversa da quella vissuta oggi, però almeno avremmo provato a resistere, creando un argine alla diffusione del malcostume in cui (ahimè) la malavita organizzata è abituata a pescare. Alcuni comuni del salernitano e la stessa cittĂ  di Salerno, ad onor del vero, questo progetto l’hanno realizzato e adesso sono in testa nella graduatoria dei comuni virtuosi e ricicloni. Sono convinto, però, che non serve recriminare e che le accuse valgono solo se finalizzate ad evitare errori del passato. Adesso c’è da disinnescare le bombe ecologiche delle discariche che pullulano in molti terreni della provincia di Napoli e in quella che fu Terra di lavoro. Potrebbero esserci disastri ecologici dalle conseguenze inimmaginabili per le popolazioni residenti.

Credo che la ComunitĂ  europea, il Governo, la Regione e i Comuni debbano avviare al più presto un concorso internazionale di idee, finalizzato a smaltire le montagne maleodoranti. Questa deve essere l’emergenza primaria. La scienza, l’ingegno umano dovrebbero essere capaci di trovare alternative di smaltimento diverse da quelle che considerano il trasferimento dei rifiuti in vagoni ferroviari diretti in Germania.

LA RUBRICA

QUANDO IL TERRITORIO FORMA ANCHE IL CARATTERE. I “FARENIELLI…

Narcisi e farenielli: chi sono e che mangiano. Considerando che quando camminano se quarteano, ecco cosa provano per loro i napoletani. Di Carmine CimminoI caratteri degli uomini saranno pure forme universali, ma alcuni di essi hanno certamente anche una storia territoriale. Dedicheremo alcuni articoli alla versione napoletana e vesuviana del narciso, del lussurioso, dell’avaro, del violento, e al loro rapporto con il cibo e in particolare con i maccheroni e con la loro filosofia.

Il narcisismo è una costellazione di vizi, difetti e patologie, al cui centro c’è la vanitĂ  assoluta. Il narciso esiste solo per sé stesso, e crede che gli altri esistano solo grazie a lui e per lui, solo per dipendere da lui. La sua vita scorre davanti a un perpetuo specchio, in cui egli perpetuamente trova solo la propria immagine, ed è perciò fatale che egli si innamori di sé. Il tipo lo conosciamo tutti, anche perché dosi, piccole o grandi di narcisismo, si trovano in ciascuno di noi. Il narcisismo patologico domina tutta la storia contemporanea, e, secondo Christopher Lasch, è una delle radici della dittatura. Il morbo si manifesta in forme nuove nella civiltĂ  della televisione, di Internet e dei telefonini, in cui esistere significa essere visti.

Oggi, se uno non appare, non è. Ma in questa strana societĂ  dell’apparire può anche capitare che qualcuno, giunto al culmine della fama, si nasconda, fugga dalla folla, si sottragga all’attenzione, soprattutto se al centro di essa può mettere un segno di sé: Mina mette la voce, la voce mise Lucio Battisti, Thomas Pynchon si fa sostituire dai libri che continua a scrivere e a pubblicare. J. D. Salinger fu ancora più rigoroso: nel 1953 si ritirò a Cornish, non concesse più interviste, e non pubblicò più nulla, eccezion fatta di un racconto che comparve sul New York Times nel ’74. Il narcisismo è impastato di antitesi e di paradossi.

Il disprezzo che da sempre i napoletani hanno provato per questo carattere si manifesta nella cattiveria con cui ne hanno distinto i livelli, e nell’ironia dei nomi che hanno appioppato alle sue varie forme. Il narciso può essere un buriuso e un muccuso: può essere nu fareniello. I Toscani usavano il termine farinello, che il Lessico Battaglia spiega come ribaldo, mariuolo. Questo farinello non appena da Firenze arriva a Napoli, e incomincia a respirare aria densa di zolfo vulcanico, si trasforma: cambia nome in ‘o fareniello, e da ribaldo che era diventa impiccione, intrigante, invadente, nu ‘nciuciere, o se è donna, na nciucessa. Usiamo, per abitudine, il maschile: ma ci sono anche le narcise, le farenielle. Ma al femminile questo carattere napoletano è tutta un’altra cosa e merita una trattazione a parte.

Traducendo narciso con fareniello, i napoletani hanno voluto dire che a loro non interessa la versione tragica del tipo: interessa quella comica. Il narciso napoletano è una macchietta. A partire dal modo di camminare. Il fareniello non cammina normalmente: incede, se quartea, sempre, anche quando va in bagno: come se passasse eternamente tra ali di folla delirante; quando entra nel bar, non è solo la porta, ma è tutto il bar che gli si spalanca davanti. Prima di entrare in una piazza si ferma, nell’angolo alto, bene in vista, e se potesse, si farebbe annunciare da orchestre di tamburi e di trombe. Cammina a testa ritta: ma l’occhio obliquo ruota tutt’intorno, controlla se lo stanno guardando aspettando salutando, se si stanno scappellando. Il narciso fareniello vuole essere il centro, e dunque ha bisogno che gli altri gli facciano da circolo.

Se gli altri se ne vanno per i fatti loro, e non gli badano, il narciso si affloscia si smonta si sgretola. Per un momento la prende con filosofia: mi invidiano. Ma un attimo dopo, i nervi saltano, e allora egli sbraita, si dimena, fa ‘a vaiassa. Vi farò vedere io, chi sono. Poiché egli è innamorato solo di sé, la sua personalitĂ  è lacerata: e dalla netta fessura vengono fuori tutte le maschere della sua vanitĂ . ‘O fareniello, carattere ermafrodito, fa il generoso e il miserabile, il nobile e l’ignobile, il timido e l’aggressore, il mite e il crudele. Fa, non è. Egli combatte ogni momento feroci battaglie con la realtĂ  delle cose: ora le vede, le cose, con una certa chiarezza, ora se ne tiene lontano, ora cerca di nasconderle, di alterarle, di manipolarle: si propone di ingannare tutti, e prima di tutto cerca di ingannare sé stesso.

Con il cibo si comporta allo stesso modo. Digiuna spesso e a lungo, poiché attraverso il rifiuto del cibo rifiuta gli altri, ma può essere anche un raffinato piluccatore di squisitezze, e nei momenti in cui la vanitĂ  gli arroventa il cervello, è uno che si ingozza con volgare aviditĂ . Se mangia ‘o munno. Potrebbe trovare un po’ di serenitĂ  nella patata bollita, o nel sushi, il solo cibo, scrive Ilaria Bellantoni, che sia capace di rasserenare i sensi. ‘O fareniello non ama per principio i maccheroni, che inducono alla meditazione e al culto del valore unico e irripetibile dell’individuo. Ma non è ostile agli spaghetti, perché possono essere ingoiati in corposi viluppi, e senza una masticazione analitica.

Se potesse, egli si consentirebbe sempre il lusso della violenza, e dunque non farebbe mai mancare dal menu quotidiano gli alimenti dell’aggressivitĂ , la carne prima di tutto, il basilico, il peperoncino, i frutti di mare, e il piacere sadico di raschiarli succhiarli strapparli dalle valve, lacerando e sfrangiando in filamenti il morbido tessuto della polpa, prima di torturarla sotto la macina lenta dei denti o di sfibrarla implacabilmente nella pressione della lingua contro il palato. Ma poiché oggi il pane della violenza è alla portata di tutti, ‘o fareniello preferisce acquattarsi nella sua viltĂ  e da qui manovrare inganni e trappole, e accontentarsi di insalate di lattuga.

Francesco I Borbone, re di Napoli, e in quanto re, narciso istituzionale, fu un carnivoro convinto: ospiti assai frequenti dei suoi menù erano starne, piccioni, quaglie, pollanche, fegatini, ‘ntruglietielli di capretto, filetti di maiale casertano. Ma non disdegnava piattini di asparagi, budini alla francese e filetti di anguilla del Garigliano. Due volte alla settimana chiedeva maccheroni incaciati, e la zinna in umido: la mammella cotta in un bagno di vino bianco, sedano e cipolla.

Scrisse Nicola Nisco che c’era in Francesco un fondo di crudeltĂ , che nessuno avrebbe trovato in Ferdinando I suo padre, e in Ferdinando II suo figlio. Quel fondo di crudeltĂ  penso che sia svelato pienamente dal piacere che egli provava nell’addentare la mammella sconciata della vacca.
(Foto: Narciso, di Caravaggio. Fonte: C.C.)

CIBI E RITI VESUVIANI

QUANDO IL TERRITORIO FORMA ANCHE IL CARATTERE. I “FARENIELLI…

Narcisi e farenielli: chi sono e che mangiano. Considerando che quando camminano se quarteano, ecco cosa provano per loro i napoletani. Di Carmine CimminoI caratteri degli uomini saranno pure forme universali, ma alcuni di essi hanno certamente anche una storia territoriale. Dedicheremo alcuni articoli alla versione napoletana e vesuviana del narciso, del lussurioso, dell’avaro, del violento, e al loro rapporto con il cibo e in particolare con i maccheroni e con la loro filosofia.

Il narcisismo è una costellazione di vizi, difetti e patologie, al cui centro c’è la vanitĂ  assoluta. Il narciso esiste solo per sé stesso, e crede che gli altri esistano solo grazie a lui e per lui, solo per dipendere da lui. La sua vita scorre davanti a un perpetuo specchio, in cui egli perpetuamente trova solo la propria immagine, ed è perciò fatale che egli si innamori di sé. Il tipo lo conosciamo tutti, anche perché dosi, piccole o grandi di narcisismo, si trovano in ciascuno di noi. Il narcisismo patologico domina tutta la storia contemporanea, e, secondo Christopher Lasch, è una delle radici della dittatura. Il morbo si manifesta in forme nuove nella civiltĂ  della televisione, di Internet e dei telefonini, in cui esistere significa essere visti.

Oggi, se uno non appare, non è. Ma in questa strana societĂ  dell’apparire può anche capitare che qualcuno, giunto al culmine della fama, si nasconda, fugga dalla folla, si sottragga all’attenzione, soprattutto se al centro di essa può mettere un segno di sé: Mina mette la voce, la voce mise Lucio Battisti, Thomas Pynchon si fa sostituire dai libri che continua a scrivere e a pubblicare. J. D. Salinger fu ancora più rigoroso: nel 1953 si ritirò a Cornish, non concesse più interviste, e non pubblicò più nulla, eccezion fatta di un racconto che comparve sul New York Times nel ’74. Il narcisismo è impastato di antitesi e di paradossi.

Il disprezzo che da sempre i napoletani hanno provato per questo carattere si manifesta nella cattiveria con cui ne hanno distinto i livelli, e nell’ironia dei nomi che hanno appioppato alle sue varie forme. Il narciso può essere un buriuso e un muccuso: può essere nu fareniello. I Toscani usavano il termine farinello, che il Lessico Battaglia spiega come ribaldo, mariuolo. Questo farinello non appena da Firenze arriva a Napoli, e incomincia a respirare aria densa di zolfo vulcanico, si trasforma: cambia nome in ‘o fareniello, e da ribaldo che era diventa impiccione, intrigante, invadente, nu ‘nciuciere, o se è donna, na nciucessa. Usiamo, per abitudine, il maschile: ma ci sono anche le narcise, le farenielle. Ma al femminile questo carattere napoletano è tutta un’altra cosa e merita una trattazione a parte.

Traducendo narciso con fareniello, i napoletani hanno voluto dire che a loro non interessa la versione tragica del tipo: interessa quella comica. Il narciso napoletano è una macchietta. A partire dal modo di camminare. Il fareniello non cammina normalmente: incede, se quartea, sempre, anche quando va in bagno: come se passasse eternamente tra ali di folla delirante; quando entra nel bar, non è solo la porta, ma è tutto il bar che gli si spalanca davanti. Prima di entrare in una piazza si ferma, nell’angolo alto, bene in vista, e se potesse, si farebbe annunciare da orchestre di tamburi e di trombe. Cammina a testa ritta: ma l’occhio obliquo ruota tutt’intorno, controlla se lo stanno guardando aspettando salutando, se si stanno scappellando. Il narciso fareniello vuole essere il centro, e dunque ha bisogno che gli altri gli facciano da circolo.

Se gli altri se ne vanno per i fatti loro, e non gli badano, il narciso si affloscia si smonta si sgretola. Per un momento la prende con filosofia: mi invidiano. Ma un attimo dopo, i nervi saltano, e allora egli sbraita, si dimena, fa ‘a vaiassa. Vi farò vedere io, chi sono. Poiché egli è innamorato solo di sé, la sua personalitĂ  è lacerata: e dalla netta fessura vengono fuori tutte le maschere della sua vanitĂ . ‘O fareniello, carattere ermafrodito, fa il generoso e il miserabile, il nobile e l’ignobile, il timido e l’aggressore, il mite e il crudele. Fa, non è. Egli combatte ogni momento feroci battaglie con la realtĂ  delle cose: ora le vede, le cose, con una certa chiarezza, ora se ne tiene lontano, ora cerca di nasconderle, di alterarle, di manipolarle: si propone di ingannare tutti, e prima di tutto cerca di ingannare sé stesso.

Con il cibo si comporta allo stesso modo. Digiuna spesso e a lungo, poiché attraverso il rifiuto del cibo rifiuta gli altri, ma può essere anche un raffinato piluccatore di squisitezze, e nei momenti in cui la vanitĂ  gli arroventa il cervello, è uno che si ingozza con volgare aviditĂ . Se mangia ‘o munno. Potrebbe trovare un po’ di serenitĂ  nella patata bollita, o nel sushi, il solo cibo, scrive Ilaria Bellantoni, che sia capace di rasserenare i sensi. ‘O fareniello non ama per principio i maccheroni, che inducono alla meditazione e al culto del valore unico e irripetibile dell’individuo. Ma non è ostile agli spaghetti, perché possono essere ingoiati in corposi viluppi, e senza una masticazione analitica.

Se potesse, egli si consentirebbe sempre il lusso della violenza, e dunque non farebbe mai mancare dal menu quotidiano gli alimenti dell’aggressivitĂ , la carne prima di tutto, il basilico, il peperoncino, i frutti di mare, e il piacere sadico di raschiarli succhiarli strapparli dalle valve, lacerando e sfrangiando in filamenti il morbido tessuto della polpa, prima di torturarla sotto la macina lenta dei denti o di sfibrarla implacabilmente nella pressione della lingua contro il palato. Ma poiché oggi il pane della violenza è alla portata di tutti, ‘o fareniello preferisce acquattarsi nella sua viltĂ  e da qui manovrare inganni e trappole, e accontentarsi di insalate di lattuga.

Francesco I Borbone, re di Napoli, e in quanto re, narciso istituzionale, fu un carnivoro convinto: ospiti assai frequenti dei suoi menù erano starne, piccioni, quaglie, pollanche, fegatini, ‘ntruglietielli di capretto, filetti di maiale casertano. Ma non disdegnava piattini di asparagi, budini alla francese e filetti di anguilla del Garigliano. Due volte alla settimana chiedeva maccheroni incaciati, e la zinna in umido: la mammella cotta in un bagno di vino bianco, sedano e cipolla.

Scrisse Nicola Nisco che c’era in Francesco un fondo di crudeltĂ , che nessuno avrebbe trovato in Ferdinando I suo padre, e in Ferdinando II suo figlio. Quel fondo di crudeltĂ  penso che sia svelato pienamente dal piacere che egli provava nell’addentare la mammella sconciata della vacca.
(Foto: Narciso, di Caravaggio. Fonte: C.C.)

CIBI E RITI VESUVIANI

QUESTA TERZIGNO DA BERE

Come anche altre volte, oggi la riflessione è a due teste; con me, Sergio Beraldo, docente presso la “Federico II” e membro della Commissione “Problemi sociali e lavoro, Salvaguardia del Creato” della Diocesi di Nola…

Sabato scorso, insieme al vice-parroco della mia comunitĂ  residente a Terzigno, ci siamo recati sui luoghi della guerriglia.

“Uagliò, tu stai camminando sopra una bomba”, dice don Carmine a Sergio. Sembra strano questo richiamo; la discarica è molto più in lĂ .
“Parlavo del Vesuvio; qui le case nemmeno dovrebbero esserci”.
Ma questa forse è un’altra storia. O forse è la stessa storia di sempre. O magari è una storia che meriterĂ  di essere raccontata quando le altre emergenze saranno risolte: ma quando saranno risolte? Terzigno è un posto come tanti dell’Italia martoriata, dove la sfida sembra essere quella di individuare uno spazio in cui non svetti la carcassa di un edificio in costruzione. Senza alcuna velleitĂ  di essere ultimato. Senza fretta. Un altro condono arriverĂ .

Dove la bellezza è stata sacrificata, sarĂ  sacrificata; e con la bellezza, l’etica. Il bello è anche buono, come la biografia di qualsiasi principe azzurro dimostra.
Siamo stati a Terzigno. E poi a Boscoreale, a Boscotrecase. Una breve immersione in alcune tra le comunitĂ  interessate da una discarica che nelle previsioni dovrebbe essere la più grande d’Europa. In un paese in cui vantare i primati del proprio campanile pare essere tra le preoccupazioni dominanti (di recente i giornali regionali hanno salutato con grande orgoglio l’ingresso di alcuni campani nella casa del grande fratello), questa potrebbe anche essere considerata una cosa di cui andare fieri.
Siamo stati a Terzigno: ecco alcune riflessioni.

Risolverò il problema in dieci giorni
È strumentale attribuire all’attuale governo la colpa di un problema riconducibile, nella più benevola delle interpretazioni, all’incapacitĂ  degli amministratori locali. Il peccato dell’attuale governo è piuttosto quello di aver trascurato la virtù cardinale della prudenza, lasciando intendere che dove altri avevano fallito, il successo avrebbe ad esso arriso in un breve volgere di tempo. In questi anni, a Napoli, era comune la domanda: “ma dove l’hanno messa l’immondizia?”. GiĂ , dove l’ha messa?

Abbiamo peraltro sempre ritenuto curiosa la leggerezza con cui tale domanda veniva posta. L’importante era naturalmente che il proprio uscio di casa venisse sgomberato; dove andasse a finire l’immondizia non era certo affare di chi la domanda se la poneva, quando se la poneva.
C’è stato naturalmente un piano. Disatteso in molti punti. Innanzitutto perché non si è riusciti ad attuare un “ciclo integrato” per lo smaltimento, il cui presupposto è un’efficace raccolta differenziata. Una circostanza peraltro che induce a chiedersi cosa, in effetti, venga bruciato nell’inceneritore di Acerra.

Quando non è stato disatteso, il piano non è stato compreso. Per esempio, gli amministratori locali – e ciò giĂ  rende l’idea della loro qualitĂ  – pare non avessero previsto la sollevazione di massa che sarebbe risultata non appena fosse arrivato il momento di dare corso alla discutibile idea di utilizzare una cava dismessa all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio (patrimonio dell’umanitĂ  secondo l’Unesco: ma evidentemente solo secondo l’Unesco), per dare luogo alla più grande discarica d’Europa.

È la criminalitĂ  ad attizzare gli animi
Che quella di Terzigno sia una protesta complessivamente pilotata dalla criminalitĂ  è una tesi non condivisibile, anche se negli ultimi giorni di guerriglia urbana si sono verificati eccessi su cui occorre fare piena luce. Sia il Procuratore Giandomenico Lepore, persona di conclamata onestĂ  e competenza, sia Guido Bertolaso, cui spetta la soluzione dell’ emergenza, sono d’accordo su questo. Entrambi si sono resi conto che, al di lĂ  di uno sparuto gruppuscolo di facinorosi, si tratta di una protesta largamente sostenuta da persone oneste.

Le madri vulcaniche, come le chiama don Alessandro, parroco a Boscoreale: quelle con il Rosario sgranato davanti ai blindati; quelle del pellegrinaggio a Pompei. In un Paese in cui devi rivolgerti alla Madonna per veder tutelato il tuo diritto ad un’esistenza dignitosa.

Meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera
L’argomento che circola con insistenza è il seguente: gli abitanti della zona interessata dalla nuova discarica – oltre centomila – non devono mettersi di traverso, altrimenti Napoli sarĂ  sommersa dai rifiuti. Quest’argomento non è solo moralmente sbagliato, è anche profondamente dannoso.
È profondamente dannoso perché deresponsabilizza. Se i miei rifiuti vanno in casa d’altri, che incentivo ho, per dire, ad effettuare la raccolta differenziata? Che incentivo ho a limitare gli sprechi?
Inoltre: anche la nuova discarica di Terzigno (per inciso: confinante con la vecchia discarica, giĂ  colma) non è l’ingresso degli inferi. Stando ai calcoli traboccherĂ  nel giro di quattro anni. E dopo? Dove andranno a finire i rifiuti di Napoli?

Nel giro di quattro anni, è la risposta, saranno pronti i nuovi inceneritori e avrĂ  preso piede la raccolta differenziata. Con l’aiuto della Madonna i cittadini di ciascun Comune saranno in grado di prendersi la responsabilitĂ  dei rifiuti che producono.
Con l’aiuto della Madonna. Appunto.

LA RUBRICA

IL CASO CONCRETO DEL MINORE NEL PROCESSO PENALE

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Quando il minorenne è autore di reati, il processo penale mostra tutte le sue particolaritĂ  rispetto al processo ordinario. Di Simona Carandente

Torniamo ancora una volta a parlare di quella particolare forma di processo penale i cui istituti, nella loro interezza, volgono ad esclusivo vantaggio di soggetti minorenni, pur se autori di gravi reati.
Quando l’indagato è, come si suol dire, a "piede libero" il processo penale, pur con le inevitabili ansie ed i timori che accompagnano assistito e difensore, viene affrontato in maniera diversa, sicuramente più rilassata rispetto ai casi, frequentissimi nella pratica, in cui a seguito di un arresto si decide della libertĂ  personale di un individuo in tempi strettissimi.

Nel caso in cui, poi, l’individuo sia soggetto minorenne, gli interessi in gioco sono anche maggiori: da una parte vi è il minore, che vive un’esperienza nuova e difficile, dall’altra i familiari, il più delle volte scossi ed incapaci di gestire la situazione, dall’altra ancora gli assistenti sociali, che hanno il difficile compito di supportare il minore nel corso dell’intera avventura giudiziaria.
Qualche giorno fa ho assistito un minore, appena sedicenne, il quale era stato arrestato per aver preso parte, insieme a maggiorenni, ad uno spaccio di stupefacenti piuttosto improvvisato, messo su per la prima volta e senza neanche particolare perizia.

In casi del genere, il processo penale minorile mostra tutte le sue particolaritĂ  rispetto al processo ordinario: il minore ha il supporto della famiglia, colloquia con assistente sociale e difensore, segue un percorso diverso e viene collocato, nelle fasi iniziali della privazione della libertĂ , in appositi Centri di Prima Accoglienza.
La vita non è stata benevola con il mio giovane assistito: solo due anni fa ha perso il proprio padre, al quale era legatissimo, davanti ai propri occhi, per overdose. Per uno scherzo del destino, o forse per una precisa volontĂ  di emulazione, il ragazzo ha cominciato giovanissimo ad assumere droghe, arrivando addirittura a spacciarle per procurarsi denaro.

All’esito dell’udienza di convalida il giudice, nell’ottica rieducativa tipica del processo minorile, ha disposto che lo stesso venisse collocato in comunitĂ , seguendo un regime di fatto detentivo ma, nella sostanza, improntato a logiche di reinserimento giuridico e sociale.
Al ragazzo verrĂ , di fatto, data la possibilitĂ  di ripensare al suo gesto, contando sull’aiuto di persone esperte e sull’esperienza di coetanei difficili come lui, potendo nel frattempo recuperare il rapporto con la propria madre e la possibilitĂ , offertagli in comunitĂ , di coltivare anche interessi afferenti al campo scolastico e ricreativo. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

GOVERNO E CAVA VITIELLO. MUORE IL SOGNO DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

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Il piano del governo e di Bertolaso è chiaro: cava Vitiello sarĂ  aperta, prima o poi. E allora, come dare torto ai cittadini che lottano per difendere la loro terra? Di Amato Lamberti

La strategia di Bertolaso, e quindi del Governo, è ormai chiara. Cava Sari resterĂ  aperta e accoglierĂ  in prevalenza i rifiuti prodotti dai diciotto Comuni che fanno parte del Parco del Vesuvio. I rifiuti della discordia, quelli di Napoli, andranno, oltre che a Chiaiano, al termovalorizzatore di Acerra che diventa dedicato alla cittĂ  di Napoli, in attesa che la stessa si doti di un proprio termovalorizzatore. È probabile che i rifiuti che si sono negli ultimi giorni accumulati per la strada, e che sono largamente putrescenti e, quindi, inutilizzabili dal termovalorizzatore, prendano la strada di Chiaiano, con tutte le conseguenze che giĂ  hanno reso impraticabile la discarica vesuviana. Mi riferisco ai miasmi dovuti alla presenza di umido nei rifiuti urbani.

Per quanto riguarda i rifiuti prodotti dagli altri Comuni della provincia di Napoli, per ora non viene detto nulla, ma appare probabile che verranno distribuiti sulle discariche provinciali ancora in funzione, alcune delle quali, come Tufino e Giugliano, dichiarate esaurite da tempo, ma anche sulle discariche ancora capienti dell’avellinese e del beneventano, contando sulla scarsitĂ  dei residenti nelle vicinanze delle discariche.
Al di lĂ  di ogni altra considerazione, una cosa sembra certa: il Parco del Vesuvio continuerĂ  ad ospitare discariche, gestite forse meglio di quanto si è fatto finora, ma pienamente operative.

Quando Cava Sari sarĂ  stracolma e non più utilizzabile, si passerĂ  a Cava Vitiello, per
ora congelata visto che la Sari ha ancora diversi mesi di vita prima di poter essere colmata; anzi, se la si utilizza come le discariche Paenzano di Tufino, sopraelevate fino a quando i camion cominciavano a ribaltarsi, potrebbe durare anche qualche anno. Tanto, al posto di un invaso gli abitanti di Terzigno si troverebbero una bella collina che prima o poi potrebbe anche riempirsi di alberi, speriamo non da frutta.

D’altra parte, avrĂ  pensato l’efficientissimo Bertolaso, i diciotto Comuni del Parco da qualche parte dovranno pure sversare i loro rifiuti e quale migliore soluzione di una discarica in casa, bella, larga e capiente, come Cava Vitiello, la discarica più grande d’Europa. Se poi la casa è il Parco Nazionale del Vesuvio tanto meglio: le folle di turisti che affollano Pompei, oltre all’antiquarium a Boscoreale potranno visitare, o almeno ammirare, la più grande discarica d’Europa, con il suo corredo di migliaia di gabbiani che volteggiano e si azzuffano per qualche brandello di carne o di pesce.

Il destino è segnato: c’è poco da scherzare. Come insegna Giugliano, ma anche Parete, S.Maria la Fossa, Lo Uttaro, una discarica segna il destino e lo sviluppo del territorio circostante. Quasi sempre lo desertifica, ma può anche dar vita a un distretto industriale del rifiuto, a cominciare da una piattaforma di stoccaggio di rifiuti industriali da riciclare e riutilizzare, per finire a inceneritori e termovalorizzatori. Certo, gli abitanti dei Comuni vesuviani avevano immaginato un altro futuro, fatto di agricoltura biologica, di vini ed olii di qualitĂ , di accoglienza turistica, di valorizzazione delle risorse ambientali, a cominciare dal Vesuvio, dall’aria e dall’acqua, ma anche dei monumenti, delle chiese, dell’archeologia che pian piano stava venendo alla luce, delle tradizioni popolari ancora vive ed attive.

Forse è per questo che sono così irritati, delusi, incazzati e anche un po’ sfiduciati. Certo i miasmi rendono oggi l’aria irrespirabile e fanno pensare a conseguenze anche gravi sulla salute; non si può vivere senza poter aprire le finestre in luoghi celebrati per la salubritĂ  dell’aria; non si può vivere senza poter uscire a farsi una passeggiata e sedersi all’aperto in una trattoria a mangiare il pezzo di stocco e bere vino vesuviano. Ma vedrete che gli odori saranno via via abbattuti; certo non completamente; sempre di una discarica si tratta.

Ma quel futuro, bello, pulito, di qualitĂ , immaginato e perseguito, dopo tante incertezze, ricordiamolo, rischia di restare un sogno: e, dovrebbero ricordarlo i nostri governanti, non è facile, anzi è dolorosissimo e fa venire il sangue alla testa della gente, essere costretti a rinunciare ad un sogno, specialmente quando finalmente, dopo anni di attesa e di contrasti, stava crescendo e cominciava, anzi, a correre.

Come dargli torto se lottano anche aspramente per difendere un futuro di sviluppo e di benessere del territorio vesuviano che non avrebbe più costretto i loro figli e nipoti ad andarsene lontano per cercare lavoro e speranza.
 

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI

SANT”ANASTASIA. L’ECONOMIA LOCALE SOSTENUTA DAI DOMENICANI DI MADONNA DELL’ARCO

I Domenicani di Madonna dell” Arco e l”economia di Sant”Anastasia tra ultimo Settecento e primo Ottocento. Di Carmine Cimmino

Per tutto il Settecento fu continuo il flusso dei forestieri che investivano capitali nell’acquisto di masserie e di case tra Sant’ Anastasia e Madonna dell’ Arco, attratti dalla fertilitĂ  della terra, dall’ordine sociale, dalle dimensioni della folla di devoti che accorrevano a visitare il Santuario. Un anonimo cronista dell’eruzione del 1794, che tra l’altro distrusse la maggior parte dell’abitato di Torre del Greco, dice che micidiali “proiettili“ e una lunga pioggia di cenere colpirono anche il “ricco casale di Santo Nastaso“.

I “capitalisti“ più importanti furono i borghesi napoletani, i quali fecero delle loro “ville“ deliziosi luoghi di villeggiatura, ma anche centri di quell’ agricoltura moderna e razionale che i Domenicani andavano sperimentando nelle loro masserie, da Barra a Ottajano. Alla fine del Settecento Elisabetta De Angelis, che aveva ereditato i beni di una grande famiglia napoletana, i Della Riccia, possedeva a Capodivilla un palazzo "con cappella pubblica a fronte di strada, e con giardino di due moggia", e poco più lontano, una taverna con due bassi data in fitto a Francesco Sbrescia. Sempre a Capodivilla la signora napoletana aveva comprato anche "un comprensorio di tre bassi, un cellaro grande, e un altro piccolo con palmento, che servono per comoditĂ  della vendemmia, e una masseria di circa 12 moggia", da cui traeva una rendita netta annua notevole, più di 150 ducati, che solo un vigneto di alta qualitĂ  poteva garantire.

Infine, nel luogo detto Sant’ Antoniello, la De Angelis possedeva un’altra taverna, affittata a Nicola Stefanile. Nell’ultimo scorcio del Settecento alcuni nobili napoletani vendettero quote anche estese delle loro masserie a “massari“ di Casalnuovo, che vi trasferirono residenza e impresa, cominciarono a sostituire i vigneti, in parte o in tutto, con i frutteti e avviarono la storia trionfale dell’albicocca di Sant’ Anastasia. Da Casalnuovo venivano Filippo Castiello, che possedeva una masseria di 36 moggia in localitĂ  Cavaliere; i Romano affittuari delle masserie di Sellaro grande, di Santa Caterina, di San Martino; Filippo Romano, a cui la principessa di Roccella aveva concesso in gestione la masseria Carafa: di Casalnuovo erano anche i due garzoni, Vincenzo e Filippo Barone.

I fratelli Michele e Pasquale De Mattheis, di Resina, avevano comprato 88 moggia di terra ai Terracciani, in parte “arbustati“ con peschi e albicocchi: nella vasta parte “selvatica“ c’era il recinto che ospitava per sei mesi all’anno circa trecento pecore, protagoniste, con altre greggi, di quella transumanza interna tra Sant’ Anastasia e il Partenio, su cui si innestò la storia del capretto di Sant’ Anastasia, e di cui giĂ  abbiamo dato qualche notizia in un articolo precedente.

Le trasformazioni del modello dell’economia locale vennero sostenute dai capitali che i Domenicani di Madonna dell’ Arco prestavano generosamente, o investivano nella manutenzione di case, botteghe e selve entrate nel patrimonio del Santuario attraverso oculati acquisti, lasciti e donazioni: la masseria Borrelli, con bassi e camere, data in fitto a Gaetano Dati; un casino e una selva a Fontanarosella, affidati alla cura di Francesco Maione, detto Quattrova; un territorio paludoso in luogo detto Purchiano, locato a Domenico Incarnato; un comprensorio di case ai Portali, in cui Antonio Coppola detto Codella si era messo a vendere ricottelle, caci e salumi; il palazzo dato in fitto ai Marigliano; un comprensorio di case a Capodivilla, in cui Domenico Aliperta, detto Nottamponta, aveva aperto un negozio di zagarellaro, cioè di merciaio. L’osteria presso il Convento venne affidata prima a Domenico Pone, e dal 1807, a Andrea Liguori.

Ovviamente, non c’era, nel territorio, un ordine religioso che potesse gareggiare con il potere finanziario dei Domenicani di Madonna dell’ Arco. Dalla Masseria ricavavano, in media, 500 ducati all’anno, e altri 10 dalla vendita di minestra verde prodotta nel giardino grande annesso al Santuario. Nella prima metĂ  del 1791 il Bancone della Spezieria, tenuto dallo speziario maggiore fra Domenico Oliverio incassò 60 ducati dalla vendita di pomate e di erbe medicamentose, che venivano raccolte sul Somma-Vesuvio e poi lavorate nell’ officina.

Nel 1792 il Bancone della Chiesa, amministrato dal sacrestano maggiore Giovanni Battista Carpano, incassò 2200 ducati, metĂ  dei quali vennero spesi sul territorio: 450 ducati per 800 messe, celebrate nel Santuario dai sacerdoti locali, 38 ducati per le caraffine dell’olio santo fornite in grande quantitĂ  dal carrafaro Mariano Foglia, 36 ducati per le 20000 figure della Beata Vergine stampate dal figuraro Tommaso Palumbo, 256 ducati per la "rifazione e la doratura delle lampade avanti alla Cappella della Vergine".

L’orefice e indoratore di fiducia era Costanzo Mellino, napoletano, che però aveva aperto bottega anche a Sant’ Anastasia, nella casa di Vincenzo Maione, detto Abate Fummo. Ma furono cospicue anche le spese fisse e le imprevedute: mezzo ducato al garzone Giorgio che portò le candele al vescovo di Nola; 3 carlini al servitore della contessa Anguissola che aveva portato un’ elemosina di 20 ducati; 2 ducati a Giuseppe De Luca detto Picione per due frasche di seta; 5 ducati a Mastro Gerardo il Marmoraro che ogni anno interveniva sui marmi della Cappella; 2 ducati alla lavannara dei corredi di sacrestia, e 2 a mastro Ciccio Scarpinelli, addetto alla pulizia del Santuario; 10 ducati per le consuete regalie ai tribunali di Napoli; altri 10 per la squadra di campagna che manteneva l’ordine durante la Settimana Santa.

Cinque ducati vennero versati all’ "incantatore per la vendita di oro, argento, granatelli e coralli". Circa 400 ducati venivano investiti ogni anno per la manutenzione ordinaria del patrimonio immobiliare, affidata, a rotazione, a tutti i mastri muratori e a tutti i pozzari, gli esperti di pozzi, di Sant’ Anastasia.

Nei primi anni del 1800 la crisi istituzionale, l’arrivo dei Francesi e il tracollo dell’economia gettarono sul lastrico grande parte della nobiltĂ  napoletana. Anche le entrate del Santuario si ridussero. E tuttavia nel 1807 un duca, un marchese e un principe, tutti di grande nome, erano debitori dei Domenicani di Madonna dell’ Arco per una somma complessiva di 4200 ducati: una somma di poco inferiore agli introiti che il Comune di Sant’ Anastasia registrò, pochi anni dopo, nel secondo bilancio della sua storia autonoma.
(Fonte foto: Rete Internet)

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C’É POESIA, NONOSTANTE LE INSUFFICIENZE IN ITALIANO

Al via la nuova stagione del “Salotto Romano” con i giovani poeti. Di Annamaria Franzoni

Ad ottobre avviato l’“Associazione Fabrizio Romano" ha riaperto il salotto culturale della stagione 2010-2011, presso la sua sede di Napoli, con la presentazione del progetto "La poesia salva la vita", realizzato dalla prof.ssa Marilena Cicala insieme a venti alunni dell’ Istituto polivalente “Pitagora” di Pozzuoli (nella foto gli sudenti).
È stata una bella occasione di incontro tra i poeti in erba, provenienti dal Liceo classico, scientifico, socio-pedagogico e dai corsi professionali, guidati magistralmente dalla professoressa Cicala e i poeti presenti in sala, Gennaro Autoriello, Giulio Pacella, Renato Cammarota, Bianca Adele Sole, Luisa Scala, Rosario Imparato, Franco Scollo, Giuseppe Gabriele e Giuseppina Scognamiglio, docente di letteratura teatrale italiana della facoltĂ  Federico II, che hanno dimostrato enorme interesse ed hanno valutato le poesie in modo lusinghiero.

È stata l’occasione per presentare anche il libro intitolato "Oltre le distanze" e il video di poesie transcodificate da testi figurativi, testi musicali e filmici selezionati ad arte. I giovani poeti emergenti, alla fine del video, hanno declamato alcune poesie per loro maggiormente significative sul piano emozionale.
È stata definita da tutti i partecipanti una serata magica, non solo per la bravura dei giovani poeti e della prof.ssa Cicala che è riuscita a portare fuori una sensibilitĂ  troppe volte covata in silenzio e che spesso crea atteggiamenti di chiusura nei confronti di se stessi e degli altri, ma anche per l’armonia che si è creata tra i giovani e il pubblico adulto, che ha saputo cogliere i segnali e i contenuti del mondo interiore dei giovani.

Il progetto "La poesia salva la vita" dell’ Istituto Pitagora di Pozzuoli ha vinto il premio nel dicembre 2009 presso l’auditorium della regione Campania nella decima edizione del Premio "Fabrizio Romano".
Nella stessa serata si è esibita, tra gli altri, Rita Riccio una giovane cantante che ha al suo attivo giĂ  un diploma di canto professionale ed ha partecipato al musical Mal’aria di Bruno Garofalo con musiche di Antonio Sinagra e coreografie di Franco Miseria.

La serata è quindi trascorsa tra emozioni differenti in uno scenario di realtĂ , storie e destini distanti che ha messo a confronto realtĂ , opinioni ed esperienze diverse e quando Ornella Romano ha ricordato quanto fossero infinite, per Fabrizio, le possibilitĂ  che la poesia offre agli animi sensibili, Agostino, un ex allievo del Pitagora, tornato tra i banchi per seguire il progetto, ha affermato che probabilmente lui e i suoi compagni hanno proseguito idealmente quello in cui Fabrizio credeva.

La riflessione che nasce da questa occasione d’incontro ha sottolineato quanto la poesia possa unire e per dirla con le parole della prof.ssa Cicala possa offrire, in certe realtĂ  scolastiche, anche “la possibilitĂ  di esprimersi nonostante le insufficienze in italiano o la possibilitĂ  di essere compagni di banco nonostante si appartenga a mondi diversi, ed ancora che sia possibile parlare di poesia, nonostante tutti parlino raramente di poesia”.

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A VITA É NU MUORZO…

Quando l”intenzione viene sopraffatta dal caso, basta poco, e una frase, detta senza pretese, aiuta a riflettere sulla miseria e la rabbia antica della fame napoletana. Di Carmine CimminoDovrei scrivere un altro capitolo della filosofia dei maccheroni, ma l’ispirazione è fiacca. Dovrei parlare di Prezzolini, e del saggio sugli spaghetti che gli fu commissionato, per il pubblico americano, da Buitoni, e che egli scrisse tra il 1952 e il 1953, tirandosi addosso i rimproveri di Giovanni Papini: ma come, tu che hai scritto dei mistici tedeschi, ora ti abbassi a scrivere di spaghetti? E Prezzolini avrebbe voluto rispondere – ma si trattenne – che la mistica non riempie la pancia. Dovrei notare che in nome della pancia, e in nome delle ragioni di Buitoni, gli spaghetti di cui parla Prezzolini sono cittadini italiani: solo italiani: Napoli, l’hanno scordata.

Scriverò di maccheroni la prossima volta. E ora, invece? Penso di scrivere degli scrittori e dei giornalisti che scrivono di vino, e della caccia che essi danno all’aggettivo che illumina, all’immagine che colpisce, al sostantivo che scolpisce. Non è facile cantare le lodi di decine e decine di vini con una scorta esigua di parole e di metafore. È un articolo a cui penso da tempo. Ma ancora una volta il caso è più forte delle intenzioni.

La salumeria di cui sono cliente è un tempio dell’abbondanza lussuriosa: gli alimenti vi sono disposti non in file lunghe, magre e scarne, ma a squadroni, a torme, a cunei e a quadrati: incalzano il cliente, gli vanno addosso, lo circondano in uno sfavillio di colori, di trasparenze, di riflessi metallici, di trascoloramenti maccheronici, di brillantezze prosciuttesche. Il colore di un prosciutto di classe è un miracolo dell’arte: concorrono a formarlo i colori di Velazquez e di La Tour, e cioé il bruno Van Dick, e la terra di Siena bruciata, e il giallo aranciato, e il vermiglione, e nel filo di grasso, un bianco malinconico e misterioso, che pare il pudore di una vergine triste. Triste prima del peccato.

Ma la mano maestra del salumiere imprime forte il suo segno nel cosmo del banco dei formaggi, lĂ  dove il latte declina tutte le gradazioni del suo incantesimo, sotto la luce viva e maliziosa di un faro sapientemente orientato. Un signore, nobilmente anziano, parecchio anziano, sta osservando con occhio bramoso le forme adagiate nella voluttĂ  della luce: cacio sardo, gorgonzola, asiago, taleggio, fontina, il vanitoso castelmagno, l’asimmetria snobistica di un camembert normanno. Pare che le forme giĂ  aperte e, diciamo così, scantucciate rispondano agli sguardi con occhiate di provocazione e di sfida. Il signore anziano supera di slancio il debole ostacolo di un dubbio: dice tra sé: il gorgonzola dolce il dottore me l’ha vietato. Ma uno strappo che fa? ‘a vita è nu muorzo’.

Non è facile rendere l’intensitĂ  e le sfumature di tono della sua voce che scorre su muooorz’.: la vita diventa un frammento strappato a forza di denti dalla ruota gigantesca di un compatto e tenace grana padano, o da uno scoglio di gorgonzola dolce. Noto che nel pronunciare il motto che lo scusa e lo giustifica ha chiuso gli occhi, come se un ricordo improvviso gli attraversasse il pensiero. L’ immagine straordinaria di questo muorzo, tutta napoletana, solo napoletana, porta in sé la rabbia antica della fame napoletana, che è l’altra faccia dello stereotipo nascosto nel piatto ricolmo di maccheroni. Il napoletano, immortalato da disegni e da fotografie mentre afferra con la mano gli spaghetti, e li solleva in alto, prima di calarli e immergerli lentamente nella gola aperta, ama e odia quegli spaghetti: li ama perché lo sfamano e lo deliziano, li odia perché gli ricordano che egli convive con la fame.

È Perseo vincitore che solleva la testa tronca di Medusa. La vita è nu muorzo, perché è breve, e perché è un lampo che si consuma nella ricerca del muorzo che consente di campare. La fame di Napoli, la sua guerra per sopravvivere e il complicato rapporto tra i napoletani e il cibo sono concentrati in modo sublime nella scena memorabile di Miseria e NobiltĂ : le sedie che avanzano, lo spiarsi degli affamati che ancora non credono ai loro occhi, l’assalto alla zuppiera, la conquista degli spaghetti, la spartizione del bottino in cui ognuno pensa solo a sé stesso, gli spaghetti messi in tasca, nascosti, conservati: l’illusione di una inesauribile cuccagna, costruita sul cibo più esposto alla tirannia dell’istante.

‘A vita è nu muorzo, scrisse Raffaele Viviani in una poesia del 1947, in cui invitava i Napoletani a “sollevarsi“, con la sola forza delle loro braccia, dal disastro della guerra e dal dramma della miseria. Sedici anni prima egli aveva scritto la poesia Faciteme magna’, in cui cercava di demolire un fastidioso luogo comune della fastidiosa oleografia napoletana: il connubio tra gli spaghetti e il mandolino, l’idillio sciropposo in cui la musica dello strumento caccia via la presenza della fame vorace e trasforma il piatto in un ornamento della tavola, in una portata coreografica, che non si divora, ma che si assaggia e si pilucca. Il protagonista, che ha fatto il mestiere del cantante, alla Santa Lucia delle canzoni preferisce quella delle vongole sui vermicelli e del pesce fresco cucinato con l’olio e con il limone.

La vera poesia, dice, non è la “posteggia“, ma “nu vermicello a vongole abbundante / cu’o ppetrusino cruro e’ addore ‘e scoglie, / e a’ primma forchettata, t’ hé ‘ a scusta’/, si no svenisce, mentre l’arravuoglie.“.

ArravugliĂ : corrisponde all’italiano avvolgere. Più o meno. Ma in avvolgere c’è un movimento elegante e misurato, non c’è l’impeto della voglia famelica di arravugliĂ , la rabbia che doma i vermicelli e li avviluppa e li ingoia. L’anziano signore s’è fatto staccare uno spicchio di gorgonzola, i suoi occhi hanno seguito con piacere il coltello che spaccava la crosta e tagliava, lungo la linea del verde muffoso, la pasta molle, che, come tutte le cose molli, resisteva fingendo di cedere.

Non appena tacciono i mandolini, dice il personaggio di Viviani, “me spacco ‘o merluzziello“: e il verbo, sostenuto dal totale coinvolgimento del pronome, scende oltre il sapore e gli odori, e tocca il ritmo profondo del piacere e della sofferenza del mangiare. Il ritmo della gola.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI