I NOSTRI BRAVI “SORBETTIERI…

Cibi e riti vesuviani” questa settimana ci porta a conoscere il lavoro che si svolgeva nei mercati alimentari del nostro territorio prima dell”Unità d”Italia. La curiosità: anche in quel periodo l”acqua (la neve), “mancava” spesso…

I mercati alimentari di Nola e di Castellammare, in cui andavano a rifornirsi i “dettaglieri” della provincia, dettavano i prezzi per i “salami”. Nel giugno del 1854 il primo Eletto del Comune di Nola, che si firma con un geroglifico indecifrabile ( forse un R. Spena) invia ai sindaci dei comuni vesuviani la consueta relazione con l” “assisa de” salami”: la sua penna, nel tracciare sulla carta spessa del Fibreno i nomi dei caci e delle ricotte e delle alici salate, non corre, si sofferma, indugia sulla rotondità delle “a”, traccia con cura gli apici e le lunghe code a pavone della “f”.

I sensi dell” Eletto, incantati dalla memoria degli odori e dei sapori, trasmettono alla mano un piacere particolare, quello di elencare le cose indicandole con il loro nome: è un piacere di cui hanno parlato Walter Benjamin e Umberto Eco, ma che ho trovato espresso al massimo grado di intensità negli epigrammi di Marziale e nelle straordinarie pagine in cui Emile Zola descrive i suoi notturni pellegrinaggi tra i banchi dei mercati generali di Parigi e tra le lunghe carovane dei carri che ogni notte portavano dalla campagna il cibo per la capitale di Francia.

Sui banchi del mercato nolano i compratori trovavano vari tipi di “nzogna: “pani” di sugna fresca e di sugna “vecchia”, dell”anno precedente; sugna nelle “pignatte”, sugna nelle “vesciche”. Ricordo la concentrazione con cui mia madre tagliava il grasso del maiale in “dadi” di misura uguale, che poi venivano cotti in una pentola su fuoco a legna, in un rimescolio continuo di odori densi e di sfrigolii. Noi ragazzi aspettavamo pazientemente una prelibatezza, che alcune vicine chiamavano i “ciculi”, e altre “le cicole”: insomma, i ciccioli, densi, saporosi, che si squagliavano in bocca: un”ebbrezza, uno schiaffo in faccia al colesterolo, un”illusione di abbondanza.

La sugna liquida veniva versata in vasetti grigi, in cui si sarebbe compiuto, lentamente, il processo di consolidamento, sotto la protezione di un cerchio di legno poggiato sulla bocca del recipiente in modo da farvi entrare l”aria, e solo l”aria. Il macellaio, invece, versava il liquido in vesciche di maiale, che aveva a lungo lavato con una mistura di acqua, di aceto, di succhi di limone e di scorze d”arancia.

I venditori di cacio più importanti avevano magazzino in Castellammare, presso il porto. I banchi, che allestivano nei mercati, erano uno spettacolo di forme sapientemente ordinate in piramidi, protette, contro le mosche, da ampie cortine di strisce di carta colorata. I ragazzi di bottega agitavano incessantemente i ventagli dal manico lungo e “gridavano” nomi e virtù dei vari tipi di cacio: cacio vecchio e fresco di Puglia, cacio di capra di Altomonte, cacio “muscio pecorino stagionato e fresco”, cacio di Castello “nuovo e vecchio”, cacio di Moliterno, cacio di Crotone ( ma allora i napoletani dicevano Cotrone ).

A Nola e a Castellammare si trovava anche cacio d”Olanda, che costava, al chilo, 39 grana: ricordiamo che a metà del secolo la “giornata” di un muratore era di 15-18 grana. E poi provole di bufala, caciocavalli caprini, costosissimi caciocavalli stravecchi, capocolli, “prosciutti coll”osso e senz” osso”, “ventresche vecchie e nuove”, “ricotte perute di Montella”, che erano famose in tutto il regno. Da Sarno arrivavano i gamberetti di fiume. In prossimità delle feste, al mercato di Nola si potevano trovare, a buon prezzo, le anguille del Garigliano, mentre a Castellammare arrivavano quelle di Comacchio.

Il commercio dello stocco e dei “baccalari” era tutto nelle mani dei grossisti di Somma e di Sant”Anastasia, che avrebbero potuto costituire una lobby e dettar legge: ma il prezzo era sottoposto a calmiere, e perciò un chilo di “stocco verace” costava circa 7 grana, e 9 grana un chilo di “scelle nuove” o di “mossilli nuovi di baccalari”. Le alici meritano un discorso a parte, per il ruolo che hanno svolto nella storia sociale di Napoli.

A Napoli i “pizzicagnoli” di via Toledo importavano, già dopo il 1821, zamponi di Modena e di Bologna e formaggi di Sardegna, e dopo i moti del “48 la polizia mise sotto controllo – un controllo discreto –, il negoziante di salumi Giovanni Biagio Jaselli, che aveva bottega al largo Grande Dogana, e il collega Luigi Ielpo, che teneva banco in una via dal nome beneaugurante, Conservazione de” grani. I due avevano stretto relazioni commerciali con l” “estero”, importando parmigiano da Parma e da Lodi, e stracchino da Milano.
I “sorbettieri” dei paesi in cui si tenevano mercati importanti, o c”erano santuari di gran nome – Castellammare, Nola, Somma, Ottajano, Sant”Anastasia, – non potevano che essere bravi.

La “neve”, materia prima della loro arte, essendo considerata un genere di prima necessità, cadeva sotto il regime della “privativa”, e intorno a questo appalto si costruirono solide fortune. Gli appaltatori andavano a procurarsi la “neve” a Monteforte, dove veniva conservata in capaci vasche: da qui la trasportavano nei paesi, la ammassavano in buche profonde o, come a Ottajano, in grotte, e la coprivano con strati di terra e con tela grezza, che veniva continuamente impregnata con quantità misurate di acqua. La” neve” era un genere di prima necessità, non solo per chi vendeva carni, pesce, vino e acqua fresca e per i “sorbettieri”, ma soprattutto perchè svolgeva un ruolo essenziale nella medicina dei poveri: i medici la usavano per combattere le febbri, la dissenteria, gli sbalzi di pressione e le emorragie.

Non c”era comune del territorio in cui, incominciata l”estate, non si levassero proteste vivaci contro gli appaltatori, accusati di negare la neve ai poveri per venderla a macellai e a sorbettieri; e non c”era appaltatore che non rispondesse che l”inverno, a Monteforte o a Laceno, non era stato il solito inverno, ma un”estate africana: non era caduto un fiocco di neve. Nei contratti d”appalto erano previste multe salate per chi facesse mancare il prezioso “elemento”.

Credo di aver letto tutti i contratti stipulati a Ottajano tra il 1820 e il 1872: non si contano le multe inflitte dagli amministratori ai signori della “neve”. Ma le multe vennero pagate solo in quattro, cinque casi. Non di più. No, non c”è nulla di nuovo sotto il sole: anzi, non c”è nulla di nuovo nel mercato dell” acqua. Dell” acqua ghiacciata. Dell”acqua corrente. Dell”acqua che non corre.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI

A POMIGLIANO, FIAT, VIENE PRIMA IL LAVORO. LA DIGNITÁ POI

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Bisogna fare di tutto per salvare il lavoro degli operai e garantire la permanenza della fiat in città. Lavorare, lavorare, lavorare!
Di Don Aniello Tortora

La città di Pomigliano d”Arco e il suo stabilimento Fiat G.B.Vico hanno attirato da qualche giorno l”attenzione dell”intero Paese.
Mi par di capire che la vertenza tra l”Azienda e i sindacati sia emblematica e faccia da apripista per il futuro, nel rapporto tra capitale e lavoro, nell”era della globalizzazione e della flessibilità.
Tutti guardano a Pomigliano, a quanto accadrà dopo il 22 giugno, giorno del referendum tra gli stessi lavoratori.

Mi sento di condividere in pieno il comunicato-stampa della Diocesi di Nola, che riporta il pensiero ufficiale del vescovo Beniamino Depalma, sempre attento e vicino ai lavoratori della Fiat.
Il vescovo inizia dicendo che “quanto sta accadendo in questi giorni a Pomigliano d”Arco è straziante. Migliaia di famiglie e tantissimi giovani sono in balia di notizie e di scontri che si svolgono letteralmente sopra la loro testa e al di fuori della loro volontà”.

E, dopo aver affermato che “come pastore di questa diocesi non ho soluzioni tecniche nè posso entrare nei dettagli dell”accordo” il Vescovo rinnova “l”invito a tutte le parti a guardare unicamente ai due obiettivi fondamentali che in questo momento si pongono innanzi a noi:
– salvare il lavoro delle migliaia di persone impiegate al Vico di Pomigliano, con il relativo indotto regionale
– assicurare la permanenza nella città di Pomigliano del grande stabilimento Fiat.

Chiede, inoltre,” all”azienda e ai sindacati l”utilizzo della ragione e del buon senso. Ai primi chiedo che la riorganizzazione della produzione sia sempre equilibrata da dignitose condizioni di lavoro, e di fare, se possibile, ulteriori sforzi in questa direzione. Ai secondi chiedo di ritrovare subito l”unità, e di sintonizzarsi immediatamente e pienamente con i bisogni e le richieste degli operai, che chiedono un”unica cosa: lavorare, lavorare, lavorare, senza il timore di finire in strada da un momento all”altro”.

Continua, poi, dicendo: “Si cerchino, se possibile, ancora margini per migliorare l”accordo, ci si attivi con coscienza per una vigilanza serrata sulle condizioni di lavoro degli operai, ma non si blocchi per nessun motivo il piano che porta a Pomigliano una vettura di largo consumo come la Panda”.

Infine l”ultimo invito alla responsabilità e alla speranza: “Ai responsabili di tale situazione, mi limito a ricordare la posta in gioco: migliaia di posti di lavoro in terra di camorra, in città dove la malavita non attende occasione migliore per girare e rigirare nelle ferite personali e collettive il proprio coltello insanguinato.
Come pastore sono chiamato a indicare sentieri di speranza. Ma la speranza non è disincarnata, la speranza si compie anche costruendo dignitose condizioni sociali ed economiche. Io ho fiducia che i posti di lavoro saranno salvi. E che la soluzione positiva della vertenza porterà speranza a Pomigliano e in tutta la regione”.

A me pare che il Vescovo colga i due elementi-chiave della difficile vertenza: Lavoro e Dignità.
La dignità non va mai svenduta e deve essere sempre rivendicata. Ma prima della dignità, oggi, a Pomigliano viene il lavoro. Non sono un tecnico di vertenze sindacali, ma a me sembra che le questioni poste da qualche sindacato pur valide e condivisibili, non siano insormontabili. Sono convinto che, strada facendo, come è già accaduto altre volte, le cose si aggiusteranno in meglio. Parafrasando il grande Aristotele che diceva: “Primum vivere, deinde philosophare”, oserei dire: “Primum lavorare, deinde cogitare”.

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LE VUVUZELA CONTRO IL BAVAGLIO ALLA LIBERTÁ DI STAMPA

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Con questo articolo, il prof. Scarpone si congeda dalla rubrica per la pausa estiva. Ma non esita a lanciare nuove e condivisibili provocazioni.

Caro Direttore,
con oggi ti saluto, vado in vacanza. Ti riscriverò, se ancora ti farà piacere, a fine agosto. “Ma come”, -certamente dirai- “ne hai dette di cotte e di crude sul conto del Paese vacanziero e, poi, sei il primo a lasciare il campo”? Vedi, Direttore, sono costretto a prendermi una vacanza dalla rubrica, perchè, a complicare la già precaria attenzione dei miei pochi lettori, è sopraggiunto il campionato mondiale di calcio. Finalmente! Una manifestazione capace di risvegliare lo spirito nazionale (o nazionalistico?) e di giustificare le prese di distanza da ogni altro problema.

Fosse anche un problema di sopravvivenza legato al lavoro o alla difficoltà di pagare il fitto mensile o di onorare i debiti contratti dal salumiere. È stato commovente l”attesa della prima partita dell”Italia. Il mio vicino di casa ha imbandierato tutta la terrazza; dai balconi e dalle finestre garrivano tricolori infiniti; uno sventolio simile non l”avevo notato nemmeno per la festa dei battenti del lunedì in albis. E, poi, quel riunirsi attorno a una tavola imbandita, brindare insieme, bestemmiare per un gol mancato o subìto, correggere animatamente gli schemi di gioco, è proprio esaltante.

Pensa che una mia carissima amica, amante delle conversazioni telefoniche, poche ore prima della partita col Paraguay, mi ha velocemente liquidato, perchè doveva preparare la cena in vista della diretta televisiva. C”erano, oltre al nucleo familiare, i fidanzati delle due figlie, la signora del piano di sotto col nipote seminarista, Carmine il bidello e la signora Cascetta, una collega pensionata.
Ma è proprio importante parlare di Marchisio e Pepe? Ebbene, sì! Almeno non ci si perde nelle stupide beghe della politica, della società che va all”incontrario, del sistema marcio. Un guaio grosso sarebbe stato (ma nel nostro Paese non sarebbe mai potuto accadere) se, per esempio, avesse giocato uno di nome Paolo Sollier. Crisi, profonda crisi! Quello là avrebbe fatto meglio a fare i gol, piuttosto che ad aprire la bocca!

“Triste come un Consiglio di fabbrica/ in un pomeriggio d”inverno,/ tra un palleggio e un collettivo politico/, sogni dittature proletarie e coi gol/ richiami alla lotta di classe./ Sotto le curve dei popolari/ composto esulti e nelle domeniche/ di pioggia è più efficace/ il tuo pugno chiuso.” (Fernando Acitelli, “La solitudine dell”ala destra”, Einaudi, 1998).

E, poi, Direttore, devo anche confessarti che avevo immaginato di scriverti una lettera su una pagina completamente bianca; scriverti senza veramente scriverti. Insomma, una lettera vuota. Voleva essere il mio personale contributo alla lotta per l”informazione libera, la mia protesta contro il bavaglio alla libertà di stampa. Ho pensato che mi avresti censurato (e, dentro di te, anche chiamato scemo). Se muore un attore, lo spettacolo ha l”obbligo di continuare. Figurati se uno ti manda un pezzo senza parole! Il giornale ha l”obbligo di essere riempito di parole.

Allora, lasciami almeno riproporre alcuni versi di Martin Niemolver, già citati tempo fa: “Quando i nazisti hanno portato via i comunisti,/ ho taciuto,/ perchè io non ero comunista./ Quando hanno messo in galera i socialdemocratici/ ho taciuto,/ perchè io non ero socialdemocratico./ Quando hanno portato via me/ non c”era più nessuno che potesse protestare”.

Come dici? Non ti va di far polemiche? Sono pesante?.. non ho capito bene. Mi stai consigliando, per il futuro, di essere meno incazzato e più incline ai piaceri della vita, meno criticone e più maneggione: Non replico. Per rispetto, si intende. Ma anche perchè sta per cominciare una bella (si spera) partita e devo provare se funzionano le vuvuzela!

IL CROLLO DI FIDUCIA VERSO I POLITICI

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In Campania i cittadini non hanno fiducia nelle istituzioni perchè nelle loro attività, negli obiettivi, nei mezzi e nelle risorse usate, non vi è trasparenza.
Di Amato Lamberti

In Campania, a Napoli come a Caserta, nelle città come nei paesoni informi e sgangherati dell”hinterland napoletano, sul litorale domizio come nella pianura nolana e lungo le pendici del Vesuvio, la gente è molto sconcertata. Forse sarebbe meglio dire che è molto preoccupata e spesso addirittura angosciata, senza neppure sapere bene il perchè.

“Mi sentivo affaticata. Sentivo il mio corpo affaticato. L”aria era brutta e mi sentivo anch”io peggio. In certi momenti non ce la facevo nemmeno a rifiatare. Se penso a quei momenti me ne andrei di qui. Anche a livello di lavoro, di tranquillità:” dice una casalinga, 49 anni, licenza elementare, abitante a Mugnano di Napoli, intervistata nel corso di una ricerca del CNR sulla percezione, da parte dei cittadini, sulle conseguenze dell”inquinamento sulla salute delle persone.

L”emergenza rifiuti, tra gli altri disastri, sul piano dell”immaginario collettivo. ha portato alla luce, per così dire, un malessere che covava, sepolto, nascosto ma non inavvertito, nel terreno, nella frutta degli alberi, nel latte degli animali, ma, soprattutto, nel corpo della gente, di ciascun cittadino, uomo o donna, anziano o bambino. Il terreno è talmente “marcito” che nulla riesce a crescere, a fiorire e a maturare senza la continua irrorazione con “medicine” che sono contemporaneamente “rimedi” e “veleni”:

“:i pesticidi? La medicina per le piante? Ah sì. Certo che inquinano. Il problema è che senza non si può fare. Sono micidiali però sono obbligatori. Prima cosa devo chiamare ” “o soraciaro” (il disinfestatore dai topi), i topi si mangiano tutte le radici degli ortaggi e delle piante. L”altra settimana l”ho chiamato e ha preso più di 1000 topi. Poi devo usare i pesticidi. Sennò tutte le cose vanno a male. Siamo obbligati a mangiare il veleno! ” A parlare è sempre la casalinga, 49 anni, licenza elementare, di Mugnano di Napoli.

Una situazione assolutamente paradossale perchè si sa bene che le piante riescono a dare frutti solo trattandole con il veleno-rimedio dei pesticidi, ma lo stesso veleno, assorbito dai frutti, come dagli ortaggi, avvelena chi lo mangia senza neppure avvertirne la presenza, convinto di averlo eliminato con il lavacro purificatore dell”acqua corrente. Nel momento in cui ci si è resi conto che quei dati denunciati dalle indagini epidemiologiche, e riportati dagli organi di informazione, non erano solo numeri, statistiche, percentuali, ma erano diossina, metalli pesanti, sostanze tossiche che si erano addirittura incistati nelle ossa, nei polmoni, nelle cartilagini, nella vescica, nelle ghiandole più nascoste, e stavano proliferando senza nessun contrasto, ogni certezza è venuta meno, nelle pratiche quotidiane ma anche a livello di immaginario.

Nella terra felice, la Campania felix, da sempre abbondante di frutti e di messi, oggi ridotta ad una marea di costruzioni circondate, quando non sommerse, da cumuli di rifiuti di ogni specie e provenienza, oscure presenze si nascondono nella terra, nell”acqua, nell”aria, nei frutti, nella verdura, negli animali, pronte ad aggredire gli abitanti entrandogli nel sangue, nel latte materno, nelle articolazioni, nelle cartilagini, nelle mucose, per crescere, moltiplicarsi e diffondersi.

Il “tumore”, quasi un quinto nero cavaliere dell”Apocalisse, in quanto struttura proliferante, grumo di umori acidi e velenosi, è diventato così il simbolo stesso del disfacimento visibile dei corpi, e di quello invisibile delle coscienze, delle istituzioni, della politica, del territorio dell”intera regione. È come se improvvisamente ci si accorgesse che è marcito tutto, la terra, gli alberi, l”erba da pascolo, le pecore, le persone. Tutto marcio e putrescente: dentro e fuori; in superficie e in profondità; nel corpo e nell”anima.

A nulla valgono le rassicurazioni degli esperti dei vari ministeri che minimizzano il disastro ecologico e parlano di bonifiche che prima o poi dovrebbero risolvere tutto. Non gli dà credito nessuno: è crollatala fiducia nei confronti delle istituzioni, oltre a quella nei riguardi di politici e amministratori, incapaci a risolvere i problemi.
Il crollo della fiducia ha prodotto quella che gli studiosi chiamano una condizione di “anomia” generalizzata: una società governata dal sospetto, dalla paura dell”altro, dalla sfiducia nelle leggi e nei suoi rappresentanti. Un luogo di questo tipo, segnato dalla più profonda insicurezza individuale e collettiva, non potrebbe, in teoria, neppure esistere, perchè, per aversi una società degna di questo nome, è indispensabile un certo grado di fiducia e di condivisione sulle regole e pratiche sociali necessarie per lo svolgimento della vita collettiva.

Ma Napoli e la Campania, per quanto possa sembrare teoricamente paradossale, esistono realmente, ma, in esse, nessuna istituzione può realmente funzionare, perchè priva di ogni fiducia da parte dei cittadini. Si può avere fiducia in una istituzione, solo quando vi è piena trasparenza delle sue attività, funzioni, procedure, obiettivi, come anche dei mezzi e delle risorse finanziarie utilizzate; e non è certo questa la situazione di Napoli e della Campania. Senza fiducia non c”è società, non c”è partecipazione, non c”è condivisione, ma solo conflitto, scontro di interessi, lotta per la sopravvivenza. Uscire dall”emergenza è necessario ma non basta.

È fondamentale e indispensabile ricostituire la fiducia tra cittadini e istituzioni. Senza fiducia sono condannati al fallimento tutti gli sforzi di rassicurazione dell”opinione pubblica, anche in termini di qualità dei prodotti e di rilancio turistico del territorio. Impresa non facile, perchè nessuno sembra avere l”autorità morale per realizzarla: certo non possono farlo nè il Governo nazionale, nè nuovi Commissari, nè, tantomeno, quanti, politici e amministratori, nazionali e locali, in tutti questi anni, hanno fatto di tutto per distruggere ogni forma di fiducia individuale e collettiva nelle Istituzioni.

Ma bisogna farlo in fretta, prima che si solidifichi quel “cupio dissolvi” che oggi sembra caratterizzare l”atteggiamento di tutti in Campania e che sta producendo come un rifiuto per tutto ciò che è campano nell”opinione pubblica nazionale e internazionale.

CITTÁ AL SETACCIO

IL NONO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Il sentiero n°9, “Il fiume di lava”, è il logico prolungamento del n°8 ma è anche una piccola perla naturalistica dove, dall”alto della colata lavica del “44 si potrà ammirare tutto il Napoletano. All”interno fotogallery

Per accedere al sentiero si può seguire lo stesso itinerario che da San Sebastiano al Vesuvio ci conduce al numero otto. Un”alternativa può essere invece quella di entrare dall”ingesso che il percorso ha sulla strada provinciale (m. 572), più o meno all”altezza dell”osservatorio e di ciò che rimane dell”Eremo (c”è un ristorante in disuso e un uno spiazzo utile come parcheggio nelle immediate vicinanze). Da qui, in discesa, raggiungiamo facilmente il piccolo spiazzo, corredato di segnaletica, che coincide col punto d”arrivo del precedente sentiero. S”imbocca dunque la stradina a monte che, in questo caso incontriamo sulla nostra destra (altrimenti, in salita, sarà giusto di fronte). Dopo poco questa si trasforma in discesa che tra la folta vegetazione, prevalentemente lecci e robinie, si apre gradualmente fino a farlo completamente sulla spettacolare colata lavica del 1944 (dopo 530 m e a quota 517 mslm).

In questo luogo, conosciuto anche come il fosso della Vetrana, il giorno 19 marzo 1944, tracimò il magma incandescente proveniente da uno dei due flussi lavici principali fuoriusciti dal cratere (uno meridionale esauritosi a quota 350 e l”altro in direzione nord). In maniera lenta ma inesorabile (300 m/h) la colata settentrionale, seguendo il tragitto delle lave del 1855 e del 1872, raggiunse gli abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, ricoprendone i due terzi del loro territorio. Il flusso colpì le prime case all”alba del 21 marzo, fermandosi definitivamente solo il giorno dopo. Una lingua di fuoco deviò dal suo cammino principale in direzione Lave Novelle (Ercolano) ma s”arrestò poco prima che di raggiungere la Sazione-Centrale Elettrica della Ferrovia Vesuviana (l”attuale Cook).

Lo scenario odierno lascia solo in parte immaginare l”inferno del “44, la vegetazione rigogliosa colora e profuma tutto il fiume pietrificato, lo stereocaulon vesuvianum, un lichene autoctono, ha colonizzato di argentee foglioline le dure pietre laviche, ne ha roso lentamente la struttura, creando il primo humus per le piante colonizzatrici. Oggi ginestre, valeriana ed elicriso rendono questo luogo tutt”altro che infernale. Il panorama che ci si presenta è realmente di quelli più belli delle nostre passeggiate, la colata multicolore davanti a noi, a settentrione e a occidente Napoli, il golfo, le isole e tutto il suo hinterland. Più in basso si intravedono San Sebastiano e Massa e in particolar modo via Luca Giordano che, al confine dei due centri, segna con una netta linea retta l”ovest, proprio dove la lava, perdendo la sua spinta, risparmiò l”abitato di Cercola.

Il percorso prosegue sulla pietra lavica fino a interrompersi ai margini impenetrabili del bosco; all”ombra di una roverella (dopo 870m) contempliamo la meraviglia di cui siamo partecipi e prendiamo la via del ritorno. Prima di rientrare nella boscaglia da cui proveniamo volgiamo lo sguardo a sinistra e, a monte, scorgeremo la sommità del cratere che affiora appena, coperto sulla sinistra dal duomo lavico di colle Umberto. A destra osserviamo poi la sede storica dell”Osservatorio Vesuviano, un edificio rosso situato sulla collina del Salvatore, il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato nel 1841 da Ferdinando II di Borbone, anche se oggi la sua funzione è prevalentemente museale (il centro di sorveglianza è attualmente a via Manzoni a Napoli). Raggiunto nuovamente lo spiazzo prenderemo la nostra strada sia essa quella che va a monte sia quella che scende a valle del sentiero.

SANGUINETI, POETA CONTRO

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In questo articolo, gli artisti della parola che danno vita a dialoghi unici per i loro contenuti, parlano anche di Edoardo Sanguineti.
Di Giovanni Ariola

L”articolo precedente (VEDI), si chiudeva con una riflessione divertita sul neologismo “mezzacalzettaggine”, coniato da Giuliano Ferrara. Da lì, il dialogo fra quei mattacchioni del prof. Carlo e il collega Eligio, si sposta abilmente alla serie di parole col suffisso in “aggine”, che dalla lingua italiana sono passate nel dialetto napoletano. Tipo fessaggine o scemitaggine.

– Questa parola fessaggine – osserva il prof. Carlo con il tono grave e preoccupato che assume quando è costretto a constatare un”amara verità, un dato di fatto indubitabilmente negativo – è destinata a cadere in disuso, soppiantata dal suo contrario furbaggine, termine finora inesistente e non confondibile con i tradizionali furbizia e furberia. Il neologismo si rende necessario per un tipo di furbo diverso da quello tradizionale, di uno che è regredito a tal punto ad una completa indifferenza morale da comportarsi da furbo apertamente, pretendendo anche di far passare la sua furbizia per prassi normale e persino meritoria.

– Il guaio – ribatte il prof. Eligio – è che siamo alla giungla, all”arraffi chi può. Ognuno ormai è convinto che può ottenere tutto quello che vuole, basta agire da furbi, non importa se oltre il limite del lecito. Si mette in pratica sempre più frequentemente il vecchio adagio “Chi campa sturtariello campa bunariello, chi campa adderitto campa afflitto” ( Chi vive alquanto illegalmente, vive in condizioni di relativa agiatezza, chi vive onestamente, vive spesso di stenti). Adagio che mio padre ci ripeteva, a noi figli, in un senso diverso, per ammonirci ed esortarci ad accettare pazientemente qualche ristrettezza economica pur di continuare a vivere onestamente e conservare così l”onorabilità.

Si odono intanto le voci di una discussione animata che, intuitivamente, si ritengono sbucate dall”ascensore e si riconoscono per quelle del prof. Fantasia e del prof. Piermario. Si sente chiaramente pronunciare il nome di Edoardo Sanguineti, il poeta morto alcuni giorni or sono a Genova, all”età di 79 anni.

– Sanguineti – dice il primo – ha voluto fare una rivoluzione politica con la sua poesia:D”altronde lo diceva lui stesso di essere “un politico prestato alla poesia“:.
– :.è vero – ribatte il prof. Piermario – Sanguineti è stato prima di tutto un politico, un marxista coerente e convinto, “materialista storico“, come si dichiarava egli stesso, ma contemporaneamente, è stato un poeta, e da poeta, ossia operando sul linguaggio e con il linguaggio, ha fatto una rivoluzione nel campo della poesia dando inizio, con il Gruppo 63, al movimento della Neoavanguardia, che ha prodotto una svolta radicale nel modo di intendere e fare poesia :

-:è proprio questo che non riesco a tollerare, questa ostinazione nel fare tabula rasa della tradizione:
-:.ha demistificato e mandato a farsi benedire tutto il metafisicume ermetico, con il lirismo del chiar di luna, il sentimentalume insomma e il linguaggio aulico e raffinato del perbenismo borghese:
– :era proprio necessario distruggere ogni ordine morfologico e sintattico e sovvertire lo stesso tessuto lessicale? Hanno fatto bene a definirlo guastatore, sempre per quella sua smania di essere contro, come pure nel romanzo, anche lì ha fatto il guastafeste, se penso con quanta arroganza ha liquidato Cassola e Bassani definendoli “nuove Liale” per poi scrivere due romanzi “antiromanzi” che per me sono di poco o nessun valore e del tutto incomprensibili:

-:.era ora che si facesse un po” di pulizia e si facesse entrare aria nuova nella nostra letteratura, cosa che Sanguineti ha fatto con la sua prima raccolta, Laborintus, nel 56, in cui partendo dalle ardite proposte poundiane e utilizzando in senso nuovo la lezione e quindi l”esperienza delle avanguardie storiche ha creato un impasto plurilinguistico capace di rappresentare anche mediante una generale atonalità e con il verso che si allunga e diventa quasi prosa, con il discorso che si articola e si ramifica con i suoi rivoli logici e con i suoi tentacoli combinatori di rara efficacia, di rappresentare, dicevo, mimeticamente ma anche dinamicamente la palus putredinis, il caos della società e i suoi miasmi infernali nel momento di una profonda trasformazione:.

– :ecco, l”idea fissa è quella della realtà da combattere, da aggredire, da cambiare con una rivoluzione radicale, perchè non vuoi ammetterlo?, è stato succube della sua ideologia:lui stesso si è autodefinito un chierico rosso:.
– :.non si può negare che è stato un intellettuale organico, inteso gramscianamente, ma bisogna distinguere: se per ideologia intendiamo un progetto di pensiero e di azione politica finalizzato al cambiamento della realtà, ebbene credo che l”ideologia sia un fatto positivo e andrebbe adottata da ogni essere umano :sempre che non diventi una rigida camicia di forza:

– :e Sanguineti ce l”aveva addosso questa camicia di forza:
– :.come si può parlare di camicia di forza per un uomo e un poeta così intelligente e con una libertà intellettuale così radicata, che ha avuto il coraggio di scrivere “:moglie mia, figli miei/:.vi lascio cinque parole, e addio:/ non ho creduto in niente” e intendeva dire appunto a niente di dogmaticamente definitivo:
– :hai dimenticato Tienanmen e la sua celebre frase riferita alle giovani vittime “Quelli erano veramente dei ragazzi – poveretti – sedotti da mitologie occidentali”?

-:.è stata una frase a mio giudizio molto fraintesa e utilizzata a scopo polemico, ovviamente decontestualizzata e privata della seconda parte che istituiva un confronto con le vittime del massacro cileno. E poi ti voglio ricordare che fu proprio Sanguineti che difese il diritto e la libertà espressiva di Giorgio Forattini quando questi fu accusato di aver esagerato nel ritrarre proprio lui, Sanguineti, in una vignetta con una falce insanguinata in mano fra i teschi degli studenti di piazza Tienanmen:

– Debbo confessare – interviene il dottorino che è entrato n tempo per ascoltare il battibecco tra i due colleghi – che, nel vedere sui giornali la fotografia che ritraeva il poeta sorretto dalla moglie Luciana, che gli è stata vicina per 56 anni, nel vederlo così invecchiato, curvo, indebolito, ancora più magro del solito, mi sono commosso:

– Sanguineti – osserva il prof. Carlo – è stato un intellettuale di alta cultura e come poeta un abilissimo manipolatore di linguaggi. Interessante tra l”altro l”aspetto ludico della sua poesia, specie nelle ultime raccolte, di cui ci occuperemo ancora in questo laboratorio:
– Per parte mia – lo interrompe il prof. Eligio – apprezzo molto la sua opera di traduttore, in particolare dei poeti tragici greci:

– Comunque sia – continua il prof. Carlo – ora che il poeta Sanguineti è morto, facciamo silenzio e onoriamo la sua memoria, magari rileggendoci, almeno in parte, la sua vastissima produzione. Solo allora forse potremo chiederci con le parole di un altro poeta – “Fu vera gloria?” E potremo non demandare ai posteri “l”ardua sentenza” ma esprimere serenamente la nostra personale valutazione.

LA RUBRICA

LE RAGIONI DELLA SOLIDARIETÁ A SCUOLE APERTE

Gli alunni della I G del Liceo Mercalli, nell”ambito del percorso formativo “Per Gazzella” hanno ideato, come prova d”opera finale del Progetto al quale hanno aderito, un significativo manifesto.
Di Annamaria Franzoni

Con partecipazione attiva ed interesse condiviso, questo significativo manifesto per sintetizzare il loro pensiero maturato durante gli incontri tenuti dal prof.Alberto Clarizia e dalla prof.ssa Francesca Cozzi.

Le attività programmate nell”ambito del progetto “Uno sguardo verso l”altrove” ha sollevato l”attenzione, mediante il modulo “Per Gazzella”, sul fatto che le nostre ragazze e i nostri ragazzi vengono esposti quotidianamente, come ci riferisce l”orientatore di questo segmento formativo, il prof. Alberto Clarizia, attraverso i principali mezzi di comunicazione, “alla menzogna più spudorata, all”ignoranza fatta sistema, al canto ambiguo e scellerato delle sirene del mercato e del profitto”.

Egli, infatti, intervistato in merito al lavoro svolto con i giovani adolescenti che hanno aderito al Progetto, afferma: “Molti di noi, educatori e non, anche all”interno della scuola, vacilliamo e prestiamo il fianco forse inconsapevoli alla strumentalizzazione e, sebbene riempiamo le nostre azioni e le nostre lezioni di richiami al messaggio universale della salvaguardia dei diritti elementari dell”uomo, in realtà corriamo il rischio dello “slittamento di senso” e della vuota retorica di apparato, se non addirittura “di regime”.

Un laboratorio come antidoto, dunque, un tenue esperimento di discorso sul pregiudizio, attraverso la struttura accogliente di Scuole Aperte.
Le ragazze e i ragazzi sono storditi dalle innumerevoli richieste che provengono dalle famiglie e dalla struttura scolastica, che è attraversata dalle tensioni di questo momento difficile – ci riferisce il Prof. Clarizia – ciononostante un motivato gruppo di adolescenti si è interrogato su alcune esemplificazioni di violazione dei diritti umani, e soprattutto sulla difficoltà di parlarne e di comunicarle – il tema dunque della comunicazione e dell”informazione, oggi… esso stesso un diritto a rischio.

Due film hanno accompagnato la prima fase del laboratorio. Il primo è il film d”esordio nel campo della “fiction” dei fratelli Dardenne, belgi ed esperti di documentario. “La promesse” è il titolo. Lo consigliamo vivamente, quale introduzione notevolissima ed efficace alla storia dello sfruttamento della migrazione verso le nostre città opulente e alla possibile presa di coscienza, da parte di un giovane ingenuo e “normale”, della complessa realtà del proprio pregiudizio e della prevaricazione ovvia e “banale” nei confronti dei più deboli.

Per i nostri ragazzi è stato uno shock ed è stato immediato ripensare alle vicende sconvolgenti degli immigrati di casa nostra, da Castel Volturno a Rosarno, ed alle ragioni profonde del loro sfruttamento ed alle ambiguità del discorso pubblico, seguendo il quale si rimane facilmente vittima della retorica della sicurezza, dello spazio e del lavoro che non c”è, della diversità culturale, ecc. I pregiudizi più comuni sono stati messi in evidenza nel lavoro di gruppo che abbiamo effettuato in un momento di gioco condotto da due brave operatrici dell”Associazione CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud), che ha collaborato al nostro laboratorio.

Il secondo film è un sorprendente film di un giovane autore, Saverio Costanzo. E il film è la sua opera seconda, “Private”. Esso ci è servito come introduzione a quella che è una delle maggiori violazioni dei diritti umani della nostra epoca, su un”intera popolazione, quella palestinese, nella propria terra occupata. E qui c”è l”origine del progetto di solidarietà dell”Associazione “Gazzella Onlus”, nostra partner, di “adozione a distanza” di piccole e piccoli palestinesi, residenti nella Striscia di Gaza, vittime da anni delle cruente offensive militari dell”esercito israeliano. La scuola Poerio da 6 anni partecipa a questo progetto raccogliendo contributi tra gli allievi di numerose classi. Anche questo è un film forte, dove la presenza di cinque adolescenti, segregati nella propria casa, immediatamente fa scattare il coinvolgimento emotivo.

A questo punto è apparsa sulla scena del nostro laboratorio un”altra “attrice”, molto brava, Cristina Spina, che da un anno sta portando in giro in tutta Italia uno spettacolo creato in Inghilterra, “Mi chiamo Rachel Corrie” (sulla base delle e-mail inviate alla madre). Ed ecco che Rachel sembra quasi rivivere sotto le mura del Maschio Angioino, in una riedizione organizzata espressamente, sotto gli auspici di “Marzo Donna”, per gli studenti di alcune scuole napoletane: è un colpo di fulmine! E l”incontro con Cristina, nel pomeriggio al Mercalli, conquista la sensibilità di alcune delle ragazze del laboratorio.

Rachel è stata una ragazza, a nostro parere, eccezionale; la sua vita è stata una testimonianza di purezza, di intelligenza e di grande passione civile. Siamo molto soddisfatti del fatto che per alcune nostre ragazze sia stato un incontro così proficuo. Esso si concretizzerà in una “rappresentazione civile” nell”anfiteatro della scuola Poerio. Ma qui vedremo anche i contributi degli altri gruppi del laboratorio.

Tutto il lavoro che è stato fatto dopo è stata un”elaborazione autonoma delle ragazze e dei ragazzi. Come per tutte le attività di gruppo c”è stata qualche scontentezza e qualche sfilacciatura, ma vogliamo rivolgere un grande grazie a Alberta, Alessia, Andrea, Camilla, Ciro, Donatella, Federica, Francesca, Irene, Lorenza, Lorenzo, Luca, Maria Carla, Maria Rosaria, Roberta, Sofia .

Ci sembra un ottimo suggello la scelta del titolo per la rappresentazione alla Poerio, una frase comparsa alcuni mesi fa sulla facciata di un”altra scuola, l”istituto Tilgher di Ercolano:
“Se sei neutrale di fronte all”ingiustizia, hai scelto di stare dalla parte dell”oppressore”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

IL PANE VESUVIANO, I RITI, I SIMBOLI, LA MAGIA

Il pane ha una storia vera e seria, in particolare nei nostri territori. I forni di Somma, la produzione a Pollena e S.Sebastiano, il gusto del pane di Pompei. È del 1872 il primo sciopero della storia sociale di Napoli, ad opera dei “panizzatori…

Non aggiungeremo chiacchiere superflue (esistono anche chiacchiere necessarie) alla lunga litania di libri e di articoli scritti intorno al pane, l”alfa e l”omega della civiltà alimentare per grande parte dell”umanità. Nel pane c”è tutto: la mitologia, la religione, il mistero della vita e della morte, il nutrimento, l”immagine archetipa della vitalità. Il pane irradia la sua forza simbolica su tutto il sistema di cui è centro: la terra; la spiga; il covone; l”erba cattiva che minaccia le messi; la falce e il mietitore, la madia.

Il pane andava impastato sempre con la mano destra: i tribunali ecclesiastici, ancora nel Cinquecento, furono severi contro le donne accusate di aver impastato il pane con la sinistra o di non aver rispettato la rituale procedura di impasto e di cottura: progettavano certamente di
“affatturare” l”uomo a cui avrebbero offerto quel pane. Sospetti ancora più neri cadevano sulle donne che nascondevano la cenere dei “forni del pane”: ricordo di averne sentito parlare, a bassa voce, dalla mia nonna materna, che veniva da Pagani. Quando ero ragazzo, a una vicina di casa nacque un figlio impastato di umori leopardiani: nacque piangendo e continuò a piangere ininterrottamente, per molti giorni.

A calmarlo non bastarono nè le carezze nè gli strepiti nè la scienza medica. Piangeva come un indemoniato. Infine, un”anziana signora avviluppò il neonato in uno scialle, lo avvicinò alla bocca del forno già pronto per ricevere le pagnotte, e lo “basculò” con delicatezza, per qualche minuto. Ricordo, vagamente, d”averla sentita mormorare, durante l”operazione, alcune parole. È facile capire perchè il “forno del pane” suggerisse simboli e significati: il pane, le fiamme, la cenere favoriscono l”associazione di certe immagini e di certe idee. Secondo gli antropologi, le forme stesse del pane avrebbero un significato simbolico: la forma rotonda richiamerebbe il disco del sole e della luna, la forma allungata alluderebbe alla fecondità del fallo.

Anche le incisioni sulla crosta erano cariche di sensi che il tempo ha a poco a poco spento: le incisioni si praticano ancora, per scopi, diciamo così, tecnici, ma la loro forma è in genere frutto del caso: inutilmente si cercherebbero la croce, o il triangolo, simbolo della fertilità femminile, o il cerchio, che invece i contadini fornai disegnavano ancora, all”inizio del “900, sotto gli occhi della Commissione parlamentare d”inchiesta sullo stato dell”agricoltura nel Sud.

I forni feudali e quelli delle masserie degli ordini religiosi, come il forno della masseria che il Convento di Sant” Anna fuori Porta Capuana possedeva a Somma, “zeccavano” il pane, prima di tutto per motivi fiscali, e poi perchè quelli del posto sentissero, a ogni morso, il sale della sudditanza. A Matera ogni famiglia imprimeva sulle pagnotte che produceva in casa un suo proprio marchio: mi dicono che il costume ancora sopravviva.

Nelle terre vesuviane il pane contende al vino il trono del regno dei simboli. Non era un granaio la pianura tra Nola e Sarno, ma si coltivò grano, intorno alle sorgenti del Sarno e in Terra di Lavoro, fin dall”antichità. Scrive Strabone che la Campania produceva “il grano più bello, con cui si fa “l”alica””, e cioè una semola impareggiabile, di cui dovremo parlare quando verrà affrontato, fatalmente, il tema della pizza. Pompei era famosa per il pane. Sul muro di una taverna un certo Sabinio scrisse la sua sentenza: Viandante, il pane gustalo a Pompei, ma il vino compralo a Nocera. Ma nel primo Ottocento il Comune di Nocera era tra quelli che dettavano “assisa” per il pane
“bianco” e per il pane “bruno”.

Il pane bianco, di “fiore di saragolla” e di “fiore di Carosella”, costava, a rotolo (circa 900 grammi), tra grana 5 e grana 7: la saragolla è un grano duro autoctono che ancora si coltiva nel Sannio, mentre la varietà carosella, diffusa dal Cilento alla Basilicata, è un grano tenero. Il pane nero, invece, costava tra grana 3 e grana 4 a rotolo: questo, nel 1855. Nello stesso anno il salario di un muratore non superava il 18 grana al giorno. E dunque non ci dobbiamo meravigliare se nel 1861 i vicini di casa dichiararono senza esitare che Vincenzo Lettieri, che abitava alla contrada Finelli di Boscotrecase, era certamente un “manutengolo” del brigante Antonio Cozzolino Pilone: Vincenzo, “un miserabile bracciante”, e sua figlia mangiavano “pane bianco della Torre”, e la figlia, sfrontata, se ne vantava con tutti i vicini.

La produzione casalinga di pane era un”attività commerciale importante tra Somma , Pollena e San Sebastiano, in un territorio in cui tenevano villa nobili napoletani e alti funzionari della capitale: anzi, i Grassi, conti di Pianura, che possedevano tra San Sebastiano e Massa case e vigneti, tenevano le mani in pasta nel commercio del grano e nei traffici navali tra Odessa e Torre Annunziata. Castellammare aveva il monopolio della produzione del pane dei marinai, la galletta. Nel 1872 risultavano in attività 17 forni specializzati: i più importanti erano quelli di Giovanni Esposito detto Cerasiello, di Nicola Acanfora e di Stanislao Somma, che nel 1875 impiantò un forno anche a San Giuseppe di Ottajano.

I 17 forni di Castellammare davano lavoro a circa 150 operai e producevano 3500 quintali di gallette ogni anno. Nel 1872 proprio i “panizzatori” organizzarono il primo grande sciopero della storia sociale di Napoli. Chiedevano migliori condizioni di vita e aumenti salariali: lavoravano da 14 a 16 ore al giorno, e raggruppati in squadre di 12 uomini, impastavano e infornavano da 7 a 9 quintali di farina: il salario giornaliero era di una lira.
Alla prossima. Ancora con il pane, e con la trafica del vino.

Per il pranzo pasquale un ricettario del primo Ottocento suggeriva la pagnottella alla tedesca. La pagnotta, svuotata dalla mollica, veniva riempita con polpettine di funghi, di pesce e di frutti di mare; rimessa a posto la mollica, il pane imbottito veniva passato nella farina, e poi messo a friggere in una “tiella” dal lungo manico, per consentire al cuoco di cecoliarla, di muoverla con arte e di distribuire sapientemente l”azione della frittura.
(Fonte foto: Rete Internet)

IL MONDO DELLO SPORT PARTECIPI AI SACRIFICI…

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La pratica sportiva ha sempre avuto una dimensione educativa, perchè elimina barriere e favorisce socialità. Ed è appunto per questo che il mondo sportivo deve partecipare ai sacrifici che questi tempi difficili richiedono…

Per la riflessione di questa settimana mi sono lasciato “provocare” dalle dichiarazioni del Ministro Calderoli sul mondo del pallone. Tali affermazioni, come spesso è accaduto per il passato, hanno provocato un vero putiferio “mediatico-calcistico-politico”.

Il Ministro ha affermato qualche giorno fa: “È giusto che anche il mondo del calcio partecipi ai sacrifici degli italiani di fronte alla crisi. In vista dei Mondiali faccio appello alla Figc affinchè gli eventuali premi che spetteranno ai calciatori vengano ridimensionati rispetto alla crisi. Anzi sarebbe un bel gesto se calciatori e Federcalcio ne devolvessero parte a titolo onorifico”. Quanto alle società di calcio, Calderoli ha chiesto, anche, che “ridimensionino gli ingaggi”. Immediate e piccate le reazioni dei giocatori azzurri.

Il più adirato è stato Fabio Cannavaro che ha detto: “Quanto a Calderoli, neppure commento. Ribadisco, siamo proprio un Paese ridicolo:”. Anche Buffon ha detto la sua: “Se Calderoli mi dice dove dovrebbero andare i nostri possibili non introiti, magari ci potrei fare un pensierino. Non capisco come mai i politici cavalchino sempre l”onda dei Mondiali per fare certe sparate, per poi fare retromarcia se le cose vanno bene”.

A questo punto faccio le mie considerazioni etiche sul fatto.
L”attività sportiva ha assunto nella nostra epoca, e come mai prima, carattere di consolidato fenomeno di massa. Con la sua capacità di coinvolgere su scala planetaria folle enormi, anche grazie alle moderne tecnologie della comunicazione di massa, lo sport è diventato oggigiorno un generatore di esperienze forti che possono esporre però a gravi rischi. Lo sport viene vissuto da molti come una sorta di “estasi” per distaccarsi dal grigiore del quotidiano, per altri è semplicemente un gigantesco affare economico. Da un”attività al servizio della cura della propria salute, si è passati a un”attività finalizzata al culto del corpo e alla forma fisica, per il conseguimento della quale non si esita a compromettere la salute e, in alcuni casi, a mettere a repentaglio la vita stessa della persona.

Oggi lo sport (e, in primis il calcio) occupa uno spazio enorme nel mondo della comunicazione e – sia esso praticato in prima persona o vissuto come intrattenimento – fa ormai parte della quotidianità dell”uomo. Ma la crisi dei valori e la mancanza di un sistema etico coerente sembrano oggi aver offuscato la valenza educativa e formativa dello sport, lasciando prevalere esclusivamente l”aspetto della competizione, e di una competizione non sempre rispettosa delle regole. Quanti scandali nel mondo dello sport e soprattutto del calcio. Ingaggi da favola, stipendi altissimi, premi partita favolosi. Anche qui regna sovrano il dio-denaro. Ci si vende (o svende) per una manciata di euro in più! Non c”è più amore, come una volta, nè per la maglia, nè per la gente. È qui che si rende necessario l”intervento della Chiesa, per annunciare, denunciare e chiedere di rinunciare, soprattutto oggi, in piena crisi economica.

C”è da dire che la Chiesa si è sempre interessata allo sport. Diceva nel lontano 1945 Pio XII agli sportivi romani riuniti nella solennità di Pentecoste: “Che cosa è lo “sport” se non una delle forme della educazione del corpo? Ora questa educazione è in stretto rapporto con la morale. Come potrebbe la Chiesa disinteressarsene?”. E, nel secolo appena passato, parrocchie e oratori con la loro opera hanno fatto maturare la coscienza civile delle potenzialità educative dello sport, evidenziando l”importanza dell”esperienza sportiva come sostegno alla crescita integrale dei giovani. La Chiesa non può e non deve ignorare la sfida pastorale che ai nostri giorni le viene dal mondo dello sport.

La comunità cristiana deve anche favorire lo studio di tematiche specifiche attinenti lo sport soprattutto dal punto di vista etico, diffonderne i risultati e promuovere iniziative atte a suscitare testimonianze di vita cristiana tra gli stessi sportivi credenti. Tante volte lo stesso Giovanni Paolo II, il “papa sportivo”, nel suo alto magistero ha sottolineato la dimensione educativa della pratica sportiva e la sua funzione di socializzazione e sviluppo della personalità dei giovani, invitando lo sport a purificarsi e a tornare alle sue vere radici.

È quanto mai urgente, oggi, aiutare gli sportivi a ritrovare un nuovo slancio creativo e propulsivo, così che lo sport risponda, senza snaturarsi, alle esigenze dei nostri tempi: uno sport che tuteli i deboli e non escluda nessuno, che liberi i giovani dalle insidie dell”apatia e dell”indifferenza, e susciti in loro un sano agonismo; uno sport che sia fattore di emancipazione dei Paesi più poveri ed aiuto a cancellare l”intolleranza e a costruire un mondo più fraterno e solidale; uno sport che contribuisca a far amare la vita, educhi al sacrificio, al rispetto ed alla responsabilità, portando alla piena valorizzazione di ogni persona umana.

Il mondo dello sport rimane, ancora oggi, un importante areopago dei tempi moderni, per annunciare coraggiosamente che l”attività sportiva, se praticata nel rispetto delle regole, diventa strumento educativo e veicolo di importanti valori umani e spirituali, vera scuola di umanità, di virtù, di vita.
In questa ottica condivido (e non mi sembra vero, vista la fonte leghista!) persino il richiamo, ai sacrifici e alla sobrietà, del ministro Calderoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

SIAMO IN CRISI DI TUTTO, MA LE VACANZE INCOMBONO:

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Benchè si sia cercato di seminare sorrisi e ottimismo, alla fine la crisi è uscita dal sacco di bugie in cui era stata nascosta. E ora? Niente! Ci penseremo poi.

Caro Direttore,
un lettore che si definisce amico (ma non so se lo sia davvero!), dopo quanto ho scritto la settimana scorsa, mi ha detto che, pur condividendo l”essenza del ragionamento, tuttavia, non può sposarne le conclusioni (VEDI).
E sì, Direttore, il “tuttavia” è sempre preoccupante. Negli incontri pubblici, nei dibattiti, nelle discussioni accademiche, per prassi, si è sempre -inizialmente- d”accordo con gli interlocutori; arriva, poi, il “tuttavia” che capovolge il senso dell”intera argomentazione usata in precedenza.

Dunque, senza ripetermi ulteriormente, la situazione italiana (politica, sociale, culturale, sanitaria, scolastica, occupazionale) è catastrofica. Anzi, ha raggiunto un livello al di sotto dello zero. Tutti lo sanno, ne prendono atto e chiedono che si corra ai ripari. Ovviamente, gli altri (in modo indefinito, indeterminato, dei cavalieri senza volto, oltre che senza macchia e senza paura!) hanno l”obbligo di correre ai ripari. Coloro che, pur con preoccupazione, prendono atto della rovinosa realtà, confidano, così, nel tanto comodo istituto della delega.

Vuoi perchè, questi ultimi, sono impegnati a preparare le vacanze in località alla moda o la festa per la prima comunione dei figli con musiche ed animatori al seguito, vuoi perchè distratti dall”iscrizione al beauty farm (in Toscana, in Umbria, a San Marino?) o al corso di decoupage o ai balli latino-americani o allo yoga. Insomma, tutta una serie di impegni “distrattori”, che impediscono, nella migliore delle ipotesi, di assumere responsabilità in prima persona. Senza dimenticare che, al ritorno dalle predette attività (primarie?), subentrano, poi, le marmellate da fare, l”auto da revisionare, la canna fumaria (o la caldaia) da far pulire, i figli da seguire per i compiti (si tratta quasi sempre di un copia e incolla). Insomma, un casino!

Veramente non si riesce ad avere un momento di libertà, di respiro, di quiete per poter raccogliere i pensieri, affrontare (il riconosciuto) disagio politico, sociale, culturale, sanitario, scolastico, occupazionale ed agire! Meno male, però, che qualcuno lo farà al posto nostro!
Ma qualcuno, chi? I santi, le madonne, il destino, la fortuna, il caso, una veglia di preghiera, un voto venduto (o comprato, è sempre lo stesso!), un capitano di ventura, un esercito di lanzichenecchi, un grassatore, un maestro o un imbianchino o un barzellettiere ugualmente tutti unti dal Signore!

Ed allora, Direttore, chi dovrebbe essere il primo a protestare? Semplice: il più debole, il più povero, il più bisognoso. Ma non ce ne sono, purtroppo, di questa risma! I veramente deboli, poveri e bisognosi sono anche drammaticamente dignitosi, silenziosi, indifesi. Si chiudono nella loro sofferenza, nelle loro difficoltà e, spesso, nelle loro terribili ultime decisioni. Che si riscontrano nell”aumento dei suicidi di quanti hanno perso il posto di lavoro, di quanti non sono riusciti a sostenere lo sguardo implorante di un consorte avvilito o di un figlio affamato, di quanti hanno sperato, sino all”estremo, che un raggio di sole potesse riscaldare tutti. Macchè!

Però, qualcosa cambierà. Lo assicurano quelli del Pd; lo assicurano anche quelli del Pdl e della Lega. Sì, devo essere onesto ad ammetterlo (anche se mi costa un po” di fatica), lo assicurano anche l”Udc, l”Idv, l”Udeur, Marchionne, Marcecaglia, i sindacati unitari ed autonomi, il Papa, Rocco Segatore (un mio amico di Stigliano), Montezemolo, il sindaco, l”assessore, il presidente della Regione ed anche Riccardo Levratti, un bagnino di una spiaggia di Cattolica (molto frequentata da vip, politici, industriali, gente dello spettacolo e dello sport, oltre che dalla mia collega di Groppello Cairoli).

“Pci, psi,/ dc dc/, pci, psi, pli, pri/, dc, dc, dc, dc/, Cazzaniga/, avvocato Agnelli, Umberto Agnelli/, Susanna Agnelli, Monti, Pirelli/, dribbla Causio, che passa a Tardelli/, Musella, Antognoni, Zaccarelli/, Gianni Brera/, Bearzot/, Monzon Panatta, Rivera, D”Ambrosio/, Lauda, Toheni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno/, Villaggio, Raffa, Guccini/, onorevole, eccellenza, cavaliere, senatore/, nobildonna, eminenza, monsignore/, vossia, cherie, non amour/, nun te reggae più”, (Rino Gaetano, “Nun te reggae più”, 1978).

Caro Direttore, in questi casi si dice che siamo veramente alla frutta. Cioè a fine pranzo o, meglio, a fine corsa. E la cosa preoccupante è che non scendono solo i macchinisti ed i controllori! No. Sono costretti a scendere soprattutto i viaggiatori di terza classe, quelli con gli abiti impregnati di sudore e la puzza di piedi, perchè non possono consumare nemmeno un euro per un poco costoso deodorante! Altro che viaggi di piacere in capo al mondo!
Intanto, Direttore, come sai meglio di me, l”ultima relazione della Banca d”Italia sullo stato della Campania denuncia che, dal 2004 a oggi, si sono persi 200 mila posti lavoro. Sì, duecentomila. E si prevede che nel 2010 l”emorragia non si fermerà.

Ancora, la relazione ha fotografato anche lo stato dell”istruzione: in Campania consegue una laurea solo il 9% della popolazione! Poco? No, molto, visto il coma irreversibile in cui versa il mondo dell”istruzione. Ma che fa! Ora pensiamo alle vacanze, poi, eventualmente, dopo, ma molto dopo, magari penseremo agli alunni che non avranno il tempo pieno (150 mila in Italia, oltre 1000 solo nella città di Napoli!), alle classi delle elementari condannate dai tagli del ministero a stare nelle 24 ore settimanali (maestro unico), alla scuola degli asini. Tanto i bravi e i meritevoli si rivolgono unicamente agli istituti privati!

GLI ARGOMENTI TRATTATI