I COMUNI INQUINATI DALLA CAMORRA

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Grazie ad uno studio della Protezione Civile, sono state individuate le aree nelle quali discariche abusive e smaltimento illegale hanno inquinato l”ambiente e rovinato la salute dei residenti.
Di Amato Lamberti

I rifiuti hanno compromesso il futuro della regione Campania? È una domanda angosciante alla quale, forse, non sappiamo ancora dare una risposta. Roberto Saviano, in un articolo sull”emergenza “spazzatura” a Napoli e nei comuni limitrofi, pubblicato su “La Repubblica”, afferma: “ciò che rende tragico tutto questo è che non sono le strade che oggi sono colpite dalle “sacchette” di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare.”

In effetti, da anni, come abbiamo già documentato in precedenti articoli, la pratica della disseminazione di discariche abusive sul territorio si accompagna a innumerevoli forme anch”esse illegali di smaltimento e incenerimento di rifiuti che producono un crescente inquinamento ambientale, certamente dannoso per la salute degli abitanti di quelle aree geografiche. Ne possiamo ricordare alcuni, come emergono dalle innumerevoli indagini della magistratura:

Il tradizionale tombamento, ovvero l”apertura di buche, anche di rilevanti dimensioni, dove vengono seppelliti i rifiuti tossici, accuratamente ricoperti con uno strato di terriccio; lo spandimento sul terreno di pseudo fertilizzanti provenienti da attività di compostaggio di fanghi non sottoposti ad alcun trattamento e, quindi, non idonei per le elevate concentrazioni di metalli pesanti e la presenza di sostanze cancerogene; l”impiego di rifiuti pericolosi in ripristini ambientali, in rilevati stradali o in riempimenti di cave trasformate in vere e proprie discariche abusive, l”immissione in cicli produttivi, cementifici e fornaci per la produzione di laterizi, di fanghi industriali, polveri di abbattimento fumi, ceneri e scorie derivanti dalla lavorazione dei metalli; lo smaltimento di rifiuti speciali derivanti da impianti di trito vagliatura dei rifiuti urbani in ripristini ambientali.

Le aree maggiormente colpite da questi fenomeni, individuate grazie ad uno studio commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile, sono, per la provincia di Caserta, i Comuni di Aversa, Capodrise, Casagiove, Casal di Principe, Caserta, Castel Volturno, Marcianise, S.Cipriano d”Aversa, Santa Maria Capua Vetere, San Nicola la Strada, Villa Literno; e per la provincia di Napoli, i Comuni di Acerra, Afragola, Arzano, Caivano, Casoria, Frattamaggiore, Giugliano in Campania, Marano di Napoli, Marigliano, Mariglianella, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Pomigliano d”Arco, S.Antimo, Somma Vesuviana, Terzigno, Tufino, Villaricca, Volla. Napoli città non è stata presa in esame e non se ne capiscono le motivazioni.

Lo studio ha preso in esame, una prima volta il periodo 1994-2001 e in una seconda fase il periodo 2002-2007, individuando prima le aree con i più alti livelli di mortalità totale e, in seguito, per alcune patologie tumorali, ha effettuato una correlazione tra mortalità e rischio ambientale da rifiuti. I risultati dello studio hanno permesso di accertare l”esistenza di una forte correlazione tra malattie tumorali e concentrazione di pratiche criminali di smaltimento dei rifiuti. La mortalità prodotta dai tumori maligni, nel periodo preso in esame, è aumentata in provincia di Caserta del 29% e in provincia di Napoli dell”8% come media complessiva.

Nello stesso periodo, in Italia, la mortalità per tumore è diminuita del 5%. Se si considerano le localizzazioni tumorali, l”aumento più marcato nel periodo preso in esame riguarda la mortalità per tumori del fegato (54% a livello regionale, 80% per la provincia di Caserta, 52% per la provincia di Napoli per i tipi primario e secondario insieme), seguiti dal tumore del sistema linfatico (47% a Caserta, 27% a Napoli e 34% nella regione) e da quelli maligni della trachea, bronchi e polmoni (26% a Caserta, in calo -0,1% a Napoli, 8% in regione e -8% in Italia).

Questi dati riguardano le intere province di Caserta e Napoli, non le zone a maggiore rischio per le quali si registrano dati ovunque in preoccupante aumento (dati che magari forniremo nel prossimo articolo). Non si tratta quindi di un fenomeno recente e superficiale: potremmo quasi dire che il tumore, nelle sue diverse forme, ha fatto metastasi sul nostro territorio. E pensare che ci siamo resi conto delle operazioni criminali che si stavano perpetrando sul territorio nel quale vivevamo solo il 4 febbraio del 1991, quando all”ospedale Cardarelli di Napoli arriva un uomo che ha perso la vista perchè rimasto contaminato da sostanze chimiche contenute in bidoni che stava scaricando illegalmente in una discarica abusiva tra Qualiano e Villaricca, precisamente in località Torretta Scalzapecora. L”uomo si chiama Mario Tamburrino, un autista che trasportava sul suo camion 571 fusti prelevati da una azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti tossici della provincia di Cuneo.

Comunque, proprio nel triangolo tra Giugliano, Villaricca e Qualiano, in un ristorante molto noto, viene siglato, secondo gli atti dell”indagine che porta il nome di “Operazione Adelphi”, l”accordo tra imprenditori, camorra e politici per la gestione e il controllo del traffico e dello smaltimento rifiuti. Un accordo fondato sull”autorizzazione dell”assessore all”Ambiente della provincia di Napoli a smaltire, in ambito provinciale, rifiuti di provenienza extraregionale in cambio di una percentuale sui rifiuti smaltiti. In pratica, la politica imponeva il “pizzo” alla camorra.

Naturalmente, pur essendo passati 19 anni, i bidoni tossici , come ci informa il rapporto “Rifiuti S.p.A.” di Legambiente, sono quasi tutti ancora in località Torretta Scalzapecora, tra Villaricca e Qualiano.

LA STORIA TRISTE DI SALVATORE ERCOLE, MORTO A 14 ANNI DILANIATO DA UN”ELICA

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Non capita spesso ad un avvocato penalista di piangere un giorno intero per la morte di un suo assistito. Ma questo ragazzo di 14 anni è rimasto nel cuore di tanta gente.
Di Simona Carandente

Il destino, beffardo, a volte può giocare brutti scherzi, mettendo la parola fine ad una giovane esistenza, già di per sè non facile e costellata da mille ed alterne difficoltà.
Esattamente una settimana fa perdeva la vita Salvatore Ercole, 14 anni, residente a Licola assieme alla madre Veronica: secondo una versione dei fatti ancora tutta da chiarire, Sasy (come lo chiamavano gli amici), dopo aver trascorso qualche ora in compagnia di alcuni amici, a bordo di un pedalò, veniva ucciso e travolto dall”elica di un gommone, di proprietà di un sub immersosi pochi istanti prima.

Tanti sono i nodi irrisolti di questa orribile storia: perchè Salvatore si trovava nei pressi del gommone, assieme ad altri tre compagni? Forse questi ultimi avevano pensato di rubarlo? E, cosa ben più grave e triste, perchè i suoi amici sono scappati, lasciandolo morire senza prestargli soccorso?
Se a questi interrogativi la magistratura, nei prossimi mesi, cercherà di dare una risposta, niente e nessuno potrà restituire il sorriso alla povera madre di Salvatore, figlio unico ed unica, vera e sola ragione di vita.

Per una volta, mi sento di voler abbandonare il tono strettamente “giornalistico” con cui sono solita trattare i miei casi giudiziari. Questo perchè ho avuto modo, in più di un”occasione e per motivi connessi alla mia professione, di conoscere Salvatore e la sua mamma, una donna semplice che, dopo la separazione dal marito, si è dovuta sobbarcare da sola l”onere di provvedere all”educazione ed al mantenimento del suo unico figlio.
Come se non bastasse il peso di un vissuto già difficile, Sasy era rimasto suo malgrado vittima di un reato ignobile, e questo l”aveva condotto presso il mio studio legale, dove avevo avuto il piacere e l”onore di assisterlo e coadiuvarlo nella sua posizione di persona offesa.

Solo pochissimi mesi fa l”accompagnavo dal pubblico ministero, lo sostenevo assieme alla mamma ed alla nonna, adoperavo tutte le mie energie di “giovane avvocato” per far emergere la verità della triste vicenda in cui era incappato, tenendolo al riparo da chi, colleghi di parte avversa in primis, cercava di buttare fango su di lui per poter riabilitare il proprio, economicamente importante, cliente.

Sasy era una persona pulita, semplice, dignitosa. Un ragazzo dolce, onesto, di sani principi, perbene. Non era un delinquente, ed anche se non dovrei puntare il dito contro chi quasi “giustifica” una morte così orrenda, sul presupposto che i ragazzi stessero perpetrando un furto: Sasy era il più piccolo della compagnia, non era una testa calda. Una bravata giovanile non può, non doveva sfociare in tragedia. Inutile dire che questo ragazzo resterà nel mio cuore, come di quelli che l”hanno conosciuto.

Ci sono vite spezzate, vite che nascono sotto una cattiva stella, quasi come se qualcosa si accanisse contro di loro. Io sono sicura che Sasy, nella sua breve e non semplice esistenza, sia entrato nel cuore di tutti quelli che l”hanno conosciuto:avvocati compresi. Non capita spesso, ad un penalista, di piangere un giorno intero per la morte di un assistito. (mail: simonacara@libero.it)
(Spiaggia di Lucrino. Fonte Internet)

LA RUBRICA

“PAROLE PER CAMBIARE :CANZONI PER PENSARE”

Serata conclusiva del progetto “Destinazione: L”Altro” ad opera dei ragazzi di scuola Media della “Carlo Poerio”.

Il 4 giugno scorso presso il Teatro dell”Istituto Grenoble di Via Crispi a Napoli la Scuola Secondaria di 1° grado “Carlo Poerio”, in collaborazione con l”Ente di Formazione Mater, la Fondazione Corsicato, l”Associazione “Tutti a scuola”, ha presentato l”evento conclusivo del Progetto “Destinazione: L”Altro”.

L”evento, dal significativo titolo “Parole per cambiare :canzoni per pensare”, ha offerto un polifonico intreccio di suoni, immagini, coreografie, testi narrativi e poetici che hanno fortemente coinvolto un pubblico emotivamente partecipe in un cammino di riflessione e di speranza verso un mondo migliore.
I ragazzi delle scuole del territorio che hanno partecipato al percorso formativo di Scuole Aperte, nell”ambito dei Moduli “Gli altri siamo noi”, “Si può dare di più” e “Un linguaggio condiviso: Il PC” hanno realizzato un Musical che ha trattato il tema della diversità intesa nell”ampio ventaglio delle sue accezioni civili, culturali, politiche.

I giovani attori sono riusciti a comunicare al pubblico presente il messaggio di sincera e profonda accettazione dell”altro, alla quale sono approdati nel corso dei laboratori svolti nel corso dell”anno scolastico. I laboratori sono stati, infatti, strutturati tenendo conto delle metodologie innovative in cui il sapere e le competenze si costruiscono, come luogo di sperimentazione e di interiorizzazione favorendo l”acquisizione e la rielaborazione di concetti e di argomentazioni, in cui realtà e simulazione si affiancano e si sovrappongono.

I ragazzi hanno ricevuto scroscianti applausi dal pubblico, che ha mostrato di comprendere la consapevolezza della situazione didattica che i giovani adolescenti hanno vissuto, interagendo, progettando, cooperando, riflettendo sulle importanti tematiche affrontate.
La riflessione finale con la quale i giovani attori hanno salutato il pubblico è stata di speranza ed è stata tratta da un testo di Jovanotti: “La Storia ci insegna: non c”è fine all”orrore. La vita ci insegna: vale solo l”amore”.

In conclusione della rappresentazione il Dirigente scolastico, la Prof.ssa Daniela Paparella, ha ringraziato gli esponenti delle Istituzioni locali e del mondo della scuola presenti in sala, lo Staff di Scuole Aperte e tutti coloro che con entusiasmo e professionalità hanno reso possibile la realizzazione del Progetto.

CIBI E RITI VESUVIANI

Con questa nuova rubrica apre la serranda uno spazio molto particolare: un”Officina dei sensi, in cui i lettori troveranno Storie vesuviane di cibi, di vini, di identità.
Di Carmine Cimmino
“Cibi e riti vesuviani” è una sorta di officina dei sensi, un luogo in cui troveranno spazio Storie vesuviane di cibi, di vini e identità. Si tratta di una rubrica nuova di zecca ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze: non offrirà ricette “tout court” bensì farà chiarezza sulla corrispondenza tra cibi e bevande e credenze e riti.

L”oggetto dell”analisi, di partenza, dovrebbe riguardare la Comunità Vesuviana, ma il condizionale è d”obbligo dal momento che a curare la rubrica sarà il prof. Carmine Cimmino, uno storico, scrittore, ricercatore appassionato di storie non comuni, che quando tratta certi argomenti sai da dove inizia ma nemmeno immagini dove ti condurrà, dal momento che ti affabula e affascina in un continuo rimando di argomenti correlati, ciascuno dei quali è un vero e proprio filone d”oro di notizie originali e curiosità incredibili.

Il prof. Cimmino per il nostro giornale ha iniziato a curare anche “La storia magra” (VEDI). Una rubrica che sta già riscuotendo molto interesse da parte dei lettori, nella quale il prof. riporterà documenti e fatti puliti dal peso dei condizionamenti, per aiutarci a capire perchè i nostri territori sono così come li viviamo (subiamo?), da dove siamo partiti e in quali condizioni. E cosa è successo durante il tragitto storico.
Buon viaggio a tutti.
LP

Conti i libri che si ammassano nelle vetrine e sulle bancarelle, e ti viene da pensare che sulla cucina napoletana sia stato scritto tutto. Poi sfogli, leggi, rifletti, e ti accorgi che quei libri, quasi tutti, sono “minestre” tirate fuori, più o meno abilmente, da pochi testi sacri: Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, Salvatore Di Giacomo, Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Mario Stefanile, Nello Oliviero. Si mettono insieme le solite notiziole sui maccheroni, sulla “margherita” e sulla mozzarella, sul “capretto fujuto” e sull” insalata di rinforzo, sulla minestra maritata e sulla pastiera di grano, si mischia il tutto, si guarnisce con qualche ricetta, e il libro è fatto.

Capita perfino che qualcuno, confidando nella distrazione del lettore, infili nella tradizione napoletana qualche piatto che di napoletano non ha proprio nulla. O che qualcuno si azzardi a dichiarare, per esempio, che senza la mozzarella la cucina italiana non esisterebbe.

La storia dell”alimentazione è molto di più che una storia della cucina: essa cerca le corrispondenze che una comunità ha stabilito, a conclusione di una tormentata sequenza di impulsi, di riflessioni, di associazioni visive e concettuali, tra cibi e bevande, da una parte, e credenze e riti, dall”altra. Riti “alti”: come l”usanza dei contadini vesuviani – usanza rispettata ancora nel primo Novecento – di mangiare pane e fave, o pane e noce, subito dopo il funerale di un congiunto: il pane è un simbolo della luce solare e della vita che si rinnova, la fava e la noce rappresentano, invece, il legame con il mondo sotterraneo.

Riti minimi: mia madre era categorica: la “palatella” di pane non andava mai nè poggiata nè tagliata a rovescio, dalla parte del dorso. L”olio e il sale erano protagonisti delle pratiche contro il malocchio, e contro le “fatture”; rompere la bottiglia piena d”olio era un tremendo malaugurio, e non solo per il costo dell”olio; se invece si versava vino rosso sulla tovaglia, era necessario, per stornare il malaugurio, che tutti i presenti intingessero il dito nella macchia ancora umida, e lo portassero a tracciare un segno sulla carotide.

Duby, Le Goff, Ariès, Piero Camporesi Folco Portinari e Massimo Montanari ci hanno svelato quanta cultura si nasconda dentro un piatto e in un bicchiere di vino, ma Napoli aspetta ancora che qualcuno scriva la storia della sua alimentazione (e anche la storia dei suoi odori, prima che si cancelli dalla memoria il ricordo degli orrori olfattivi prodotti dai cumuli della monnezza). Si potrebbe partire, per scrivere questa storia dell”alimentazione, da un” idea di Camporesi, che distingueva, in Italia, il nord della civiltà del lardo e del burro dal sud della civiltà dell”olio; sarebbe necessario indagare le ragioni – la religione, il clima, le paludi – che portano sulla tavola napoletana ricotta e mozzarella, ma ne tengono lontano, per secoli, il formaggio a pasta dura.

Bisognerebbe capire perchè i “mangiafoglie” – così i toscani chiamavano i napoletani – si trasformarono in “mangiamaccheroni” e cosa spinse Caflish, a metà dell”Ottocento, a impiantare una fabbrica di birra in una città come Napoli, che nei suoi vini rossi mescolava le suggestive memorie di Dioniso, del sangue dei tori del dio Mitra, del sangue di San Gennaro, e del fuoco del Vesuvio. Si potrebbe raccontare la storia del pomodoro, dalla sprezzante condanna che Castor Durante pronunciò nella seconda metà del “500, “dà poco e cattivo nutrimento”, al sospettoso elogio di Vincenzo Corrado, “varie gustosissime vivande si possono fare di pomidoro, ed infinite conditure col sugo loro si prestano alle carni, ai pesci, alle uova, alle paste..”, fino al libro di Artusi che nel 1891 riconosce il sugo e la salsa di pomodoro come condimenti nazionali.

Napoli è una città doppia. La città di sopra e la città sotterranea, la luce e le tenebre, si contaminano senza sosta, oggi con la stessa forza di ieri: così che i valori rituali e magici delle cose, e dunque anche del cibo, vivono intatti nel sentimento collettivo. Nel “500 il papa Paolo III Farnese beve il Greco di Somma, e se ne serve per bagnarsi, ogni giorno, gli occhi e “le parti virili”; tre secoli dopo Salvatore De Renzi, Maestro della clinica napoletana, mette l”aglianico nella dieta dei colerosi convalescenti, e lo conferma in quella dei melanconici e dei nevrastenici, e un medico francese, che ha il suo studio nei pressi della Vicaria, suggerisce impacchi di vino bianco alle signore che vedono la loro bellezza minacciata da cuscinetti di grasso e da deformanti gonfiori.

I camorristi non mangiano carne il venerdì, perchè la Chiesa lo vieta, ma non la mangiano nemmeno il mercoledì, giorno sacro alla Madonna del Carmine, di cui tutti gli affiliati alla Onorata Società si dichiarano devoti. Parleremo un”altra volta dello stocco, di cui alcuni ordini religiosi favoriscono il consumo, classificandolo come cibo penitenziale, e del perchè già nell”Ottocento la lavorazione dello stocco è concentrata a Somma, e Sant” Anastasia è la patria dell” arrosto di capretto, e stocco e capretto sono i piatti rituali del lunedì d”Albis a Madonna dell”Arco.

Un almanacco del 1848 propone per Pasqua e per l”8 maggio, giorno sacro a San Michele, questo menù: zuppa de” pesielli, composta di piselli bolliti e cepollette zoffritte: il tutto adagiato su fette di pane abbrustolito; zeppolelle di baccalà, e cioè porpa di mussillo di baccalà “mbrogliata in una pasta molla molla di grano di criscito e “na presa di vino: il tutto fritto in una tiella chiena d”uoglio. Il Cavalcanti riteneva che non potessero mancare dalla mensa pasquale le carcioffole mbottunate de scammaro, cioè imbottite di magro, con un ripieno di capperi, ulive, prezzemolo, alici salate “ntretate (tagliate cioè a piccole strisce): tutti ingredienti dalla storia complessa: capperi, olive, prezzemolo, baccalà, piselli e cipolle.

Complessa e infelice è la storia della cipolla, che soffrì anche nell” “immaginario” dei napoletani di quella crisi di identità che si era prodotta nel mondo antico e fu confermata nel Medioevo, quando non si riuscì a trovare un accordo tra i teologi che vedevano nel bulbo il simbolo positivo dell”itinerario che porta dall”inganno delle apparenze alla sostanza della verità, e quelli che invece consideravano la cipolla una pianta malefica. Anche di questo parleremo prossimamente.
(Foto tratta da “Luisieri” di Fabrizia Spirito)

LA NOSTRA CRISI ECONOMICA

Come, quando e perchè è nata la crisi economica che ha reso necessaria la nuova manovra per la quale ci vengono chiesti ulteriori sacrifici. Il prof. Sergio Beraldo, dell”Università di Napoli, ci aiuta a capire cause ed effetti…

Questa settimana voglio affrontare, con l”aiuto di un esperto, il tema dell”attuale crisi economica, che ha reso necessaria la manovra di cui tanto si parla, allo scopo di risalirne alle cause, per valutarne gli effetti. Per la prima parte, che ci introduce nell”analisi del tema, mi avvarrò della preziosa consulenza del Prof. Sergio Beraldo, Università degli studi di Napoli “Federico II & ICER”, Dipartimento di Scienze dello Stato. Queste le sue considerazioni.

E così, ancora una volta, tutti gli italiani sono chiamati a sopportare necessari sacrifici. Molti non capiranno neanche perchè. Le ragioni, come al solito, vengono presentate come complesse, ma in realtà lo sono meno di quanto sembra. Proviamo a spiegarci.
La crisi finanziaria scoppiata nel 2007, che ha condotto al fallimento di diverse banche, è stata causata da comportamenti che solo utilizzando un eufemismo possono dirsi non prudenti. Meglio sarebbe dire truffaldini. In pratica, la causa di quella crisi, è stata l”eccessivo indebitamento del settore privato, favorito da istituzioni finanziarie che hanno elargito prestiti a mano larga anche a persone che per la loro condizione attuale o per la loro storia passata di cattivi pagatori, non lo avrebbero meritato.

Questi cattivi crediti, opportunamente occultati e rivenduti, sono finiti nel portafoglio di molte banche in giro per il mondo, causandone la rovina. Ciò è stato all”origine di una profonda recessione, di una riduzione cioè dei livelli di attività economica, con conseguente riduzione dell”occupazione ed aumento della disoccupazione. In casi come questo, il bilancio pubblico subisce notevoli pressioni, per la semplice ragione che le spese automaticamente aumentano (per esempio perchè aumentano le prestazioni sociali a favore dei disoccupati) e le entrate si riducono (per la semplice ragione che le entrate dello Stato sono proporzionali al reddito, e se questo si riduce, le entrate tendono a ridursi, a meno di interventi ad hoc che però potrebbero aggravare la situazione).

Una conseguenza della crisi è stata pertanto l”aumento dell”indebitamento di gran parte degli Stati appartenenti all”Unione Europea. Alcuni di questi, in particolare la Grecia (ma anche l”Italia), erano già fortemente indebitati. L”accresciuto indebitamento ha fatto sorgere il sospetto nei mercati, cioè nelle istituzioni finanziarie che muovono miliardi di dollari ogni giorno, ed i cui comportamenti erano alla base della crisi in atto, che questi Stati non sarebbero riusciti a fare fronte ai propri impegni. Si badi che questa è una profezia che si realizza con precisione pari a quelle di Isaia: se molti di coloro che sono creditori di un certo Stato, ritengono che questi non pagherà il debito, cercheranno di riavere indietro, al più presto, i propri soldi.

Ciò farà crescere il prezzo dell”indebitamento, per la semplice ragione che lo Stato in questione, per indurre qualcuno a fargli credito, dovrà in qualche modo premiarlo per il rischio che corre. L”elargizione dei premi peggiora però ancora di più la situazione e lo Stato viene risucchiato in un vortice che conduce alla bancarotta. Quindi, il sospetto che uno Stato non ripagherà il proprio debito, induce comportamenti da parte degli operatori privati che indurranno davvero lo Stato a non fare fede ai propri impegni.

Per evitare che una situazione simile a quella greca si verificasse anche in Italia, si è approntata una manovra correttiva volta a ridurre l”indebitamento ed tranquillizzare i mercati; si chiederà a tutti di sopportare i necessari sacrifici per il bene del Paese.
È certo che ciascuno farebbe la propria parte molto volentieri se gli fosse spiegato che il necessario sacrificio di ciascuno è orientato al maggior benessere di tutti. È certo che questi sacrifici sarebbero sopportati con maggiore letizia se non fossero immediatamente evidenti situazioni scandalosamente inique.

Sono sotto gli occhi di tutti i costi legati alla ricerca disperata del vantaggio individuale, i costi delle rendite che spesso ci si riesce ad accaparrare attraverso un”attività politica non certamente orientata al bene comune. Tra i migliaia di casi che si potrebbero addurre, ci soffermiamo su uno, quasi divertente, riportato da Gian Antonio Stella, una tra le migliori firme del Corriere della Sera. Stando a quanto riportato, un ex dirigente della Regione Sicilia è appena andato in pensione a 47 anni con 6.462 euro netti al mese grazie a una leggina isolana che gli consente di dedicarsi al doveroso compito di badare al papà infermo. Nonostante il papà infermo, una volta ottenuta la pensione, questo ex dirigente ha accettato (a malincuore, si capisce) il gravoso incarico di assessore all”Energia.

Dopo queste eccellenti e chiarissime riflessione del Prof. Beraldo, faccio, a questo punto, le mie considerazioni.
La finanza internazionale è diventata un potere occulto, che rende le Nazioni “Stati a sovranità limitata”, in campo economico, perchè oggi gli Stati nè individualmente, nè in forma associata (ad es . la Comunità Europea), sono in grado di esercitare una funzione di indirizzo e di controllo, politicamente ed eticamente di loro competenza . Sarà necessaria, allora, una governance a livello globale, che “limiti” questo neo-liberismo selvaggio, che ricusa l”intervento dello Stato quando questi vorrebbe imporgli delle regole, mentre lo invoca quando vuole essere salvato dai disastri che esso stesso, senza regole, ha provocato.

Nell”ultima enciclica sociale, Caritas in veritate, Papa Benedetto, dopo aver affrontato le cause della crisi, dopo aver detto che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale”, affronta un tema importante in economia: la fiducia. Dopo aver affermato che “il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere, tra soggetti paritetici” il papa asserisce, ancora, un concetto fondamentale, quando dice che “il mercato lasciato al solo principio dell”equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave”.

L”attività economica, in altri termini, non può risolvere tutti i problemi sociali, con la sola logica mercantile. L”economia deve essere necessariamente finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Non è assolutamente possibile separare l”agire economico, cui spetta la produzione della ricchezza, da quello politico, cui spetta di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione.
A me sembra che sia proprio questa la soluzione del problema: il recupero dell”etica della solidarietà, della fraternità universale, della giustizia sociale, dell”attenzione ai più deboli.

Può sembrare una soluzione utopistica, visto il mondo nel quale viviamo. Ma spetta alla chiesa denunciare le “strutture di peccato”, presenti nella storia dell”uomo, annunciare che siamo tutti fratelli, non a chiacchiere, e rinunciare, per dare l”esempio di attenzione ai poveri, che, purtroppo, in questo contesto socio-economico aumenteranno sempre di più, se non ci sarà un”inversione di rotta etica e morale.

A FORZA DI FARE SACRIFICI SIAMO GIÁ PRONTI PER I VERMI DI TERRA

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A noi tasse e a “loro” niente, eh? A noi pensione più lontana, e a “loro” più pesante, eh? Ma questo cetriolo si infila sempre ai soliti noti?

Caro Direttore,
a inizio settimana sono caduto in una profonda crisi. Ho pensato che non valeva la pena continuare a scriverti e che le mie riflessioni (pensieri, considerazioni, stati d”animo) erano solo il frutto di elucubrazioni di una mente sfatta, andata, se non folle. Insomma, mi sono sentito come uno – pazzo, fesso, ingenuo, sognatore, utopista, demente?- che continua a parlarsi addosso, credendo di parlare a qualcuno e non ottenendo mai risposta. Hai presente quelli che parlano da soli e, talvolta, si infervorano anche, rivolgendosi ad un interlocutore fantasma? La stessa cosa!

Perchè? E c”è bisogno di chiederlo? Scrivo, parlo; parlo e scrivo. Alcuni mi danno anche ragione, nel senso che dichiarano di condividere le mie ansie, le mie preoccupazioni. Altri pensano che le mie siano solo ubbie. Ma alcuno mai (nè della prima nè della seconda schiera) che sia entrato in un contradditorio di comportamenti. In altre parole, alcuni (una sparuta minoranza!) dicono: hai ragione, così si dovrebbe fare. Altri, invece, dicono: povero scemo, parla, tanto si vede che non hai capito un tubo (volevo scrivere una parola più forte e di uso corrente, ma tu me l”avresti censurata!) di come si vive nella società di oggi.

Cosa, invece, mi sarei aspettato? Semplicemente una incazzatura, una bestemmia, una mano sbattuta sul tavolo, un pugno in un vetro, una scelta di campo, un rischio, un voto in dissenso. Insomma, la traduzione personale della rabbia, della delusione, del disincanto, delle disillusioni. Macchè! Niente, ma proprio niente.
A livello nazionale si sta vivendo il peggior momento dalla nascita della Repubblica. Non c”è certezza del diritto nè dei diritti; nemmeno di quelli acquisiti per età, per vecchi contratti di lavoro, per anni di sacrifici. Una scure affilata si abbatte sempre e solo sulle classi meno abbienti. Sacrifici, sacrifici, sacrifici!

Non esistono altre vie d”uscita. Ormai si paga anche l”aria che si respira! E che fa? Bisogna sacrificarsi sempre di più! Bisogna diventare come i cavalli di monsignor Perrella, che, quando finalmente si erano abituati a non mangiare più le già scarsissime porzioni di biada, inaspettatamente morirono. Allora, tutti a morire d”inedia per le retribuzioni dei dipendenti pubblici congelate, ai livelli del 2009, fino al 2013; per il rallentamento delle pensioni di vecchiaia; per l”innalzamento dell”età pensionabile per le donne; per l”aumento dei pedaggi autostradali; per gli ulteriori tagli alla sanità e alla scuola.

Eppure, un paio di settimane fa, a Roma, in occasione dei funerali dei due alpini caduti a Herat, 259 auto blu hanno accompagnato le cosiddette autorità in un percorso di circa 800 metri (dai ministeri alla chiesa). Pare che in tutt”Italia le auto blu siano più di 624 mila! Alla faccia dei sacrifici! Senza ricordare, ovviamente, le evasioni fiscali, i capitali all”estero e tutto quanto non appartiene al modo di vivere della gente umile, povera ma onesta.
A livello locale, nelle nostre realtà territoriali, la situazione è identica: sprechi, cattivi investimenti, scarsa attenzione alle spese superflue. Tutti ma proprio tutti hanno imparato a sostenere (e a difendere) che i mancati trasferimenti di denaro dallo Stato alle amministrazioni locali impongono un aumento delle tasse sull”acqua, sulla luce, sulla spazzatura, sul cimitero, sulle mense e sui trasporti scolastici, sull”occupazione del suolo, sui passi carrai, sul rilascio di atti amministrativi, sulla vita di ciascun contribuente.

Direttore, non succede mai niente! A Roma ci sono persone così simpatiche: raccontano barzellette, vanno a puttane, cantano e ballano, perseguitano gli oppositori, imbavagliano la stampa libera. Alla periferia dell”impero, invece, innumerevoli scherani dei potenti romani ne copiano i modelli: giurano, spergiurano, promettono, comprano voti, cambiano piani regolatori, aggirano le norme sulle costruzioni edilizie, riperimetrano i Parchi, aprono discariche, giocano con la salute degli amministrati, assumono solo propri familiari, vivono, spesso (o più che spesso), di peculato. Ma può davvero accadere tutto ciò? “Nel 1945, quando fecero scempio del corpo di Mussolini –un caso di disillusione degli italiani, queste disillusioni violente- sulla rivista Mercurio, un grande giornalista inglese, Herbert Matthews, scrisse un articolo che mi è sempre rimasto in mente. Si intitolava “Non l”avete ucciso”. Diceva: “Il fascismo sotto forme diverse, magari di finta democrazia, ve lo portate dietro per un centinaio di anni”. Vi invito a rileggerlo. E ti dico che siccome l”italiano ama il Mussolini prima maniera, come avrebbe amato Peròn, così ama Berlusconi. È semplicistico, però purtroppo è così.”, (Andrea Camilleri, “Se vince lui. Ma forse no”, supplemento al n.13 del Diario, marzo 2001).

Caro Direttore, allora, a costo di passare per il solito Bastian contrario (rompiscatole, spaccamaroni, ingombrante, scomodo), ho scritto di nuovo, non per lamentarmi ma per portare un contributo all”informazione, una spinta alla partecipazione ed al coraggio di mettersi in gioco. Perchè sono veramente molte le persone a cui piace stare alla finestra!

“C”è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perchè avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perchè mi occupi di certi temi e perchè continui a vivere questa vita infernale. A questo corridore chiesero: -ma perchè corri? E lui rispose: -perchè io corro?… perchè tu ti sei fermato. Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perchè racconto, rispondo semplicemente: -e perchè tu non racconti?”, (Roberto Saviano, “Una luce costante, Einaudi”, 2010).

PENSARE ITALIANO

PREVENIRE LA DIPENDENZA DA INTERNET

Arriva a termine il progetto di prevenzione delle dipendenze da Internet, frutto dell”intesa tra l”Unità Operativa di salute mentale del Distretto 21, Asl Na1 e il Liceo Scientifico G. Mercalli.

Venerdì 4 Giugno alle ore 15.00 presso l”aula multimediale della Sede Centrale del Liceo Mercalli, si terrà la giornata conclusiva del progetto di prevenzione delle dipendenze da internet, dal titolo “Il battello ebbro: coordinate e mappe per navigare in rete2.

Il progetto è stato realizzato grazie ad un protocollo d”intesa tra l”Unità Operativa di Salute Mentale del distretto 24 – ASL NA 1 Centro, diretta dal Prof. Claudio Petrella ed il preside del liceo scientifico G.Mercalli di Napoli , Prof. Luigi Romano. Responsabili del progetto sono il dr. Bruno Sanseverino, dirigente Psichiatra, Resp. del Servizio di Prevenzion e la dott.ssa Donatella Bottiglieri, dirigente Psicologo, Responsabile del Servizio di Terapia Familiare presso la U.O.S.M. del ds. 24 ASL NA 1 Centro. I destinatari del progetto gli alunni e gli insegnanti del primo e secondo liceo scientifico della sezione G che rappresentano il target iniziale di questo progetto pilota.

Come Rimbaud narra le visioni di un battello privo di equipaggio, abbandonato al suo destino (VEDI), così i nostri esperti hanno scelto, metaforicamente il battello come impersonificazione del percorso per navigare in rete con i giovani adolescenti, per condurli in un percorso di prevenzione dalla Iad, “Internet addiction disorder”, che espone a seri rischi chi non riesce a gestire la distinzione tra mondo reale e virtuale.

La prova d”opera finale del progetto sarà presentata al pubblico, costituito da studenti, genitori, docenti ed altre agenzie del territorio che cooperano con la scuola alla formazione dei giovani nella prevenzione dei disagi, e consisterà in due distinti prodotti multimediali creati dai ragazzi, in piena autonomia, e che costituiranno il risultato partecipato ed interiorizzato del percorso formativo avviato dagli Esperti durante le ore di formazione.

C”è molta attesa sull”esito di questi prodotti perchè essi rappresentano anche il risultato di un lavoro di equipe, svolto dai docenti del Consiglio di Classe che si ispirano a metodologie basate sulla creazione di un sistema di relazioni, sulla collegialità, sulla progettazione comune e “sulla messa in discussione del “modo di fare didattica”” e la progettazione di nuove azioni di insegnamento.

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L’ECCIDIO DI SOMMA IN NOME DELL’UNITÁ D”ITALIA

Lo storico è un investigatore e sotto la sua lente capitano indizi che “parlano”. Si scopre così, la morte ingiusta di sei sommesi, ma anche che gran parte della storia di Napoli è assurda non a caso.
Di Carmine Cimmino

Non ho mai sopportato le “lacrime napoletane”, l”abitudine di piangerci addosso, e di cercare in ogni circostanza un capro espiatorio. È questa abitudine il varco attraverso il quale entra a far parte della nostra identità uno strano miscuglio di ipocrisia, di egoismo, di una certa furbizia gaglioffa, che è poi una sostanziale stupidità. Negli anni cruciali, in cui Napoli, di caduta in caduta, è precipitata in fondo all” abisso – gli anni della Cassa del Mezzogiorno, gli anni della ricostruzione dopo il terremoto dell””80, gli anni recenti dell”affare della monnezza – leve importantissime dei poteri centrali dello Stato erano saldamente nelle mani di politici napoletani e campani.

Non c”è da meravigliarsi: da sempre i più micidiali nemici di Napoli sono napoletani. Sono i napoletani. Per quello che abbiamo fatto. Per quello che non abbiamo fatto. Nel 1900 la Commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Saredo condusse l”inchiesta sull” amministrazione del Comune di Napoli e sugli appalti per il “risanamento” della città. Novanta anni dopo Scalfaro presiedette la Commissione parlamentare incaricata di far luce sulla ricostruzione dopo il terremoto dell””80: ebbene, intere pagine degli atti di una commissione potrebbero essere trasferite negli atti dell”altra: il senso e la coerenza dei testi non ne verrebbero minimamente alterati.

Dalle carte della commissione Saredo vien fuori un quadro dai colori ancora freschi, che pare siano stati stesi da poco: è il ritratto di una società civile – politici, imprenditori, intellettuali – che non ha nulla da imparare, nelle pratiche dell”illegalità, dalla criminalità organizzata, e che spesso esibisce la propria corruzione con la clamorosa arroganza di chi si sente al di sopra della legge, e dentro la corazza dell”impunità. È la Napoli di ieri, è la Napoli di oggi.

I Borbone persero il Regno per necessità storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d”avanguardia: ma l”analfabetismo di massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere. Nell”ultima battaglia, sul Volturno, i soldati napoletani si coprirono di gloria, ma pochi di essi sapevano leggere e scrivere; tutti i sodati piemontesi, invece, leggevano e scrivevano con una certa facilità. Questo dato sarebbe sufficiente, da solo, a spiegare il crollo del Regno. La logica della storia è spesso più lineare di quanto si pensi.

I Borbone persero il regno, perchè non erano più in grado di conservarlo, e Garibaldi e i suoi furono gli eroici protagonisti di un”impresa eroica. E va bene. Ma che i metodi con cui i piemontesi realizzarono l”unificazione facessero pensare più a una occupazione che a una liberazione, lo sospettarono gli osservatori stranieri, lo dissero ufficiali e soldati dell”esercito piemontese, lo dimostrarono le stragi di Gioia del Colle, di Teramo, di Casalduni, di Pontelandolfo. Lo dimostrò l”eccidio di Somma. Il 22 luglio 1861 una compagnia di bersaglieri, comandata dal capitano Federico Bosco, conte di Ruffina, entrò in Somma, alla caccia di briganti e di manutengoli della banda Barone. I bersaglieri arrestarono otto persone, con l” accusa di “compromissione” con i briganti: è probabile che i loro nomi fossero forniti al Bosco dal Dicastero di Polizia.

In seguito, davanti al Tribunale Militare di Torino, il generale Genova di Revel dichiarò che nella notte tra il 22 e il 23 il capitano aveva tenuto un consiglio di guerra con le autorità civili e militari di Somma, e con il Giudice regio, e che la sentenza di condanna a morte era stata unanime. Il che non era del tutto vero. Già il 24, poche ore dopo l”eccidio, il Giudice Regio trasmise al Procuratore Generale della Gran Corte Criminale una dura protesta contro l”ufficiale che aveva fatto fucilare gli arrestati senza avvertire gli organi di Giustizia. Il 23 luglio 1861, alle ore 15, al largo Mercato, vennero passati per le armi Francesco Mauro, Saverio Scozio, Angelo Granato, Giuseppe Iervolino, Luigi Romano, Vincenzo Fusco.

Don Felice Mauro, canonico della Collegiata, e un altro sacerdote, furono sottratti, all”ultimo momento, al plotone di esecuzione. In una nota ufficiale le autorità civili di Somma dichiararono che Granato e Iervolino erano stati sempre “veri liberali e attaccati all”unità italiana”. Nessuno dei fucilati apparteneva alle famiglie compromesse con il brigantaggio, di cui i carabinieri e i giudici Fusco e Mezzacapo prepararono una lista completa nell”agosto del “61. In nome dell”idea di unità nazionale, i democratici napoletani sostennero incondizionatamente il Luogotenente Generale Enrico Cialdini, che mandò sotto processo il Bosco solo per le pressioni della stampa estera.

Quando l”on. Ricciardi, comprendendo che non si poteva più tacere, chiese provvedimenti rapidi e severi contro i responsabili dell”eccidio di Somma, Cialdini rispose con una punta d”ironia: “In ogni modo, ella comprenderà, signor Conte, che essendosi stabilita un”inchiesta, può la coscienza pubblica rimanere tranquilla per il corso regolare della giustizia”. Ma accadde quello che la coscienza pubblica temeva: il 30 novembre 1861 il Tribunale militare assolse Bosco di Ruffina, ritenendo provato che i sei sommesi messi al muro erano complici dei briganti. Ma fu un episodio, un incidente, si potrebbe obiettare: la storiografia è spesso una disciplina cinica, che mostra di aver pietà dei drammi degli individui, ma si consola argomentando che i casi dei singoli non intaccano la bontà dei principi generali.

Gli esuli della “consorteria”, Silvio Spaventa, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nisco, Stanislao Mancini, tornati a Napoli, amministrarono la cosa pubblica e orientarono le scelte di politica interna. Avrebbero potuto, almeno nella provincia di Napoli, allontanare dalla gestione del potere i gruppi tradizionalmente legati ai Borbone: non lo fecero. Allo “spurgo” preferirono “l”amalgama”: i borbonici vennero traghettati in massa sotto la bandiera dei Savoia. A Ottajano, a Sant” Anastasia, a San Sebastiano, a Cercola, a Pomigliano, nel Nolano, i membri dei decurionati ( cioè dei consigli comunali ) dell” ultimo decennio del regno di Napoli entrarono quasi tutti nei consigli comunali post-unitari.

Dedicheremo qualche articolo a questo tema, che è di fondamentale importanza: in quel fatale triennio 1861–1863 ci fu la prima delle molte rivoluzioni mancate che rendono strana e particolare la storia d”Italia, e “assurda” molta parte della storia di Napoli.
(Fonte foto: “Pittori e Soldati del Risorgimento”. Fabbri Editori)

LA STORIA MAGRA

MORIRE IN CARCERE A 24 ANNI

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Dopo otto mesi, rimane ancora avvolta nel mistero la scomparsa di Ciro Triunfo. La madre rivolge un appello alle Istituzioni, scongiurandole di farle conoscere la verità.
Di Simona Carandente

Ha 64 anni la sig.ra Maria Rosaria, ma è come se ne avesse “venti di più”. Non ha avuto una vita facile: un marito non vedente, invalido al 100 per cento, ed un unico figlio, Ciro, intelligente e vivace quanto ribelle (foto).
Gente semplice la famiglia Triunfo, persone tranquille, assolutamente estranee ad ogni contesto criminale. Unico “pecora nera” Ciro, che sin da giovanissimo comincia a far uso di sostanze stupefacenti, e perciò a macchiarsi di piccoli reati contro il patrimonio.
Lo scorso 29 settembre, in circostanze ancora tutte da chiarire, Ciro Triunfo è morto all”interno del carcere di Poggioreale, dove si trovava appoggiato in attesa della celebrazione di un processo a suo carico.

“Il 28 settembre Ciro è arrivato a Napoli dal carcere di Matera” spiega l”avv. Luigi Musolino, legale della famiglia Triunfo. “Appena giunto a Poggioreale si è sentito male ed è stato portato all”Ospedale Cardarelli, dove gli hanno diagnosticato un”overdose da metadone. Dopo poche ore si è inspiegabilmente ripreso, al punto da poter firmare il consenso ad uscire. Alle 21.25 del 28 settembre è poi rientrato nella Casa Circondariale”.

Quello che è successo qui, in carcere, nelle ore successive è ancora un mistero. L”unico dato certo è che l”indomani mattina, il 29 settembre, Ciro morirà, dopo esser stato trasportato nuovamente al Cardarelli, ove era giunto in condizioni disperate.
Il giallo della sua morte è avvolto da numerose incognite. “Innanzitutto” chiede l”avv. Musolino, “come è possibile che, a pochissime ore dal primo ricovero, Ciro sia stato ritenuto in grado d lasciare l”ospedale di propria volontà? Ed ancora, in che condizioni è giunto a Napoli, visto che a Matera, da diversi mesi, non faceva più uso di sostanze?”.

“Mio figlio aveva alla spalle anni di tossicodipendenza” spiega la madre. “Per lui una dose di metadone era come acqua fresca. Quanto devono avergliene somministrato a Poggioreale, per farlo morire così? E soprattutto, perchè?”

La verità su come Ciro abbia trascorso quell”ultima, terribile notte è custodita nella memoria degli allora compagni di cella, loro malgrado spettatori dell”agonia del compagno. In una lettera inviata dal carcere, uno di questi ha raccontato che il ragazzo, nel corso di quella maledetta notte, si è lamentato ininterrottamente, a nulla valendo i loro tentativi di farlo stare meglio.
A distanza di tanti mesi, le cause della morte di Ciro sono avvolte da tanti, troppi interrogativi.

“La procura sta facendo tutte le indagini del caso” conclude il legale Musolino. “Sulla vicenda, del resto, stanno indagando sia la magistratura che il penitenziario stesso”.
L”ultima volta che la famiglia ha sentito la voce di Ciro è stato il 25 settembre, il venerdì prima di morire. “Era preoccupato per la causa” dice la madre, “si sentiva che sarebbe stato condannato. Però stava bene, era vispo, in salute. Rivolgo solo un appello alle istituzioni: prima di morire, voglio sapere come è morto mio figlio e perchè. Non riesco a darmi pace”. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Repertorio)

LA RUBRICA

L’UNITÁ D”ITALIA, LA FAMIGLIA, IL LAVORO

Nella sua Prolusione alla CEI, il cardinale Bagnasco ha toccato i temi più importanti dell”agenda politica, sui quali la Chiesa non intende fare a meno di dire la sua.
Di Don Aniello Tortora

Questa settimana voglio soffermarmi sulla Prolusione del Card. Bagnasco, pronunciata lunedi 24 maggio alla 61a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 24-28 maggio 2010) e che tocca, come sempre, alcune tematiche sociali attuali e in rapporto con la comunità ecclesiale.
Il cardinale ha parlato di un evento di cui si sta discutendo, a tratti anche animatamente, e che ci interessa molto da vicino. È il 150° anniversario dell”Unità d”Italia. Ha precisato che “come Chiesa non risparmieremo energie morali nè culturali al fine di partecipare al significativo anniversario”.

“L”unità del Paese – ha continuato Bagnasco – resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti”.
Un altro passaggio del cardinale è stato molto significativo, quando ha detto: “Di fronte a tante obiezioni e a talune polemiche che ci rincorrono come italiani, verrebbe da dire: accettiamoci, amici, per quello che siamo, a partire dalla nostra geografia e dalla nostra storia, dalla nostra tradizione e dalla nostra cultura”.

E, dopo aver affrontato, nella sua Prolusione, la questione in particolare dei rapporti tra Stato e Chiesa, Bagnasco ha riaffermato ciò che sta più a cuore alla Chiesa: “È “l”interiore unità” e la consistenza spirituale del Paese ciò che a noi Vescovi oggi preme, e il servizio a cui in umiltà intendiamo applicarci, per il bene comune. Vogliamo tutti contribuire a far sì che i 150 anni dall”unità d”Italia si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell”essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale. Bisogna per questo alimentare la cultura dello stare insieme, decidere di volersi reciprocamente più bene”.

“Niente, nel bagaglio che ci distingue, può essere così incombente da annullare il nostro vincolo nazionale. Per questo servono visioni grandi per nutrire gli spiriti, vincendo paure o resistenze, e recuperando il gusto di pensarci come un insieme vivo e dinamico, consapevole e grato per la propria identità, e per questo accogliente e solidale con quanti approdano con onestà e impegno alla ricerca di un futuro più umano”.

Altri interessanti aspetti sociali, quali la famiglia e il lavoro, ha evidenziato il cardinale nel suo discorso. Puntando al futuro e affermando la centralità della famiglia fondata su quel bene inalterabile che è il matrimonio tra un uomo e una donna, Bagnasco ha denunciato come “l”Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli, e tra quelle che ne hanno quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli. Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale. Ci permettiamo di insistere con i responsabili della cosa pubblica affinchè pongano in essere iniziative urgenti e incisive: questo è paradossalmente il momento per farlo. Proprio perchè perdura una condizione di pesante difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte. Il quoziente familiare è l”innovazione che si attende e che può liberare l”avvenire della nostra società”.

L”altro punto essenziale comunicato da Bagnasco è il problema-lavoro che – ha detto – “è la risorsa, anzi la quota parte minima di capitale fornita dalla società a ciascun cittadino, in particolare ai giovani alla ricerca del primo impiego, perchè possano inserirsi e, trovando senso in ciò che fanno, sentirsi utili quali attori di crescita e di sviluppo. È questo lavoro che spesso oggi latita, creando situazioni di disagio pesante nell”ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni regione d”Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione. Il lavoro, in sostanza, è tornato ad essere, dopo anni di ragionevoli speranze, una preoccupazione che angoscia e per la quale chiediamo un supplemento di sforzo e di cura all”intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti. Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando sorprendentemente tenace, come dimostrano gli esiti cui è pervenuto qualche Paese della stessa Unione Europea”.

“I provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria hanno da un lato – pare – arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall”altra però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini. Dinanzi a questo scenario non possiamo da parte nostra non chiedere ai responsabili di ogni parte politica di voler fare un passo in avanti, puntando come metodo ad un responsabile coinvolgimento di tutti nell”opera che si presenta sempre più ardua. Bisogna, in altre parole, con tutti i mezzi, rinforzare i soggetti che meglio esprimono le qualità del territorio e più possono assorbire e rimotivare leve del lavoro”.

In questa Prolusione il cardinale Bagnasco ha espresso chiaramente il pensiero della Chiesa su alcune questioni scottanti in Italia, oggi. Dovranno necessariamente essere oggetto di riflessione da parte di tutti, laici e cattolici, se davvero vogliamo, insieme, costruire la speranza.

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