I SAPERI DI STRADA: TRAME DI PENSIERO E STRUTTURE PER LA PROMOZIONE DI ALLEANZE EDUCATIVE

Per non disperdere il metodo di lavoro dei “Maestri di strada”, si provano alleanze educative con esperti e portatori di altre esperienze.
Di Annamaria Franzoni

Durante la prima giornata di studi, svoltasi il 18 giugno presso l”Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano, Cesare Moreno è riuscito a mettere insieme intorno allo stesso tavolo di lavoro professionisti diversi per provenienza geografica, culturale e professionale, chiamati a “pensare insieme” su come gestire il complesso ambito della promozione della cittadinanza giovanile, alla luce delle proprie esperienze e delle proprie competenze.

Ciascuno dei presenti, in questa sessione preliminare, ha offerto un contributo attraverso “riflessioni” e “produzioni di senso” a partire da interazioni sperimentate nell”ambito del Progetto Chance o in altri progetti, ancora in corso, con ambienti deprivati e complessi.

L”obiettivo di questa e delle future giornate di studio consiste nel non disperdere il metodo “Maestri di strada”, valorizzandolo con nuovi apporti ed integrazioni provenienti da operatori ed esperti che dentro e fuori la scuola, dentro e fuori le agenzie educative tradizionalmente deputate all”apprendimento e alla formazione giovanile esprimono e sperimentano la loro professionalità: pedagogisti, psicologi, psico-pedagogisti, educatori, mamme sociali, filosofi, economisti, storici, giuristi e tutti quelli che intendano co-riflettere e co-costruire un progetto di promozione sociale per chi è escluso o chi rischia di esserlo.

La prima giornata è stata introdotta dalla dott.ssa Santa Parrello, ricercatrice di Psicologia dello sviluppo e dell”educazione, Dipartimento di Scienze Relazionali e dalla dott.ssa Palma Menna, dottore di Ricerca, Dipartimento di Scienze Relazionali, presso l”Università degli Studi di Napoli Federico II, che hanno invitato i presenti ad una riflessione comune su quanto sia complesso gestire la precarietà e l”incertezza che solo se condivisa diviene gestibile, anzi diviene motivo di crescita e di sperimentazione del sè, laddove il setting di professionisti funge da struttura contenitiva.

L”intervento di Cesare Moreno ha, poi, ancor di più contribuito a dare un senso alla presenza della varietà professionale come elemento costitutivo di una superprofessionalità complessa per l”elaborazione di un ambiente di apprendimento in cui ciascuno sia messo in condizione di collegare la trama del proprio pensiero con quello altrui.
Il prof. Guelfo Margherita, professore di Psichiatria, psicoanalista IPA, Istituto Italiano Psicoanalisi di Gruppo, ha fatto riferimento al Progetto Chance come un “sogno in una città disastrata” ed ha posto ai presenti il seguente interrogativo: “Quale nuovo mito è possibile?”

Numerosi interventi tra cui quello di Paolo Landri, ricercatore CRN e Spada Mario, Architetto e Urbanista, esperto di progettazione partecipata, Scuola e spazio pubblico: conoscenze dal basso di luoghi e modi d”uso della città, Valentina Ghione, dottore di ricerca, Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione, Università degli Studi di Roma la Sapienza, insieme a tanti altri hanno consentito una riflessione di alto livello, collettiva e circolare, sui capisaldi teorici legati al complesso ambito della promozione giovanile in contesti complessi.

I prossimi appuntamenti il 2 luglio dalle 14.00 alle 18.30 e il 3 luglio dalle 9.00 alle 14.00. Presso la Sala Consiliare dell”Università Parthenope per i soli addetti ai lavori e in teleconferenza presso il Centro SINaPsi della Federico II, presso il Centro Ricerche ENEA di Portici e ancora presso la Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione di Firenze, di Bologna presso l”UPTER, Università popolare di Roma.

(Fonte foto: Rete Internet)

I COMUNI SANNO COME SI FA SICUREZZA URBANA?

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Spesso il problema della sicurezza si limita a richiedere più forze dell”ordine o a lamentarsi dei pochi vigili. Altri rimedi sono possibili, più concreti e duraturi. Per sconfiggere la paura.
Di Amato Lamberti

La sicurezza è diventata il maggior problema anche degli italiani, sia che abitino in grandi città come in piccoli Comuni. Per chi abita in villette isolate, la sicurezza è addirittura diventata una ossessione che impone l’investimento di significative risorse per blindature, impianti d’allarme, guardie giurate, cani da guardia, armamenti vari, oltre a polizze assicurative per ogni tipo di rischio, sia dentro che fuori casa. Si è sviluppata una vera e propria “industria della sicurezza” con centinaia di imprese e migliaia di lavoratori che vede crescere ogni anno il proprio fatturato.

Il fenomeno delle “ronde”, presente soprattutto nel Nord Italia, si spiega proprio con la paura dilagante e la richiesta di sempre maggiore sicurezza. Sono i dati forniti dal Censis, ma anche da altri Istituti di ricerca demoscopica, ma sono ormai accertabili dall’ascolto diretto dei cittadini in qualsiasi situazione di incontro. Si sta addirittura invertendo la tendenza ad abbandonare i palazzi condominiali per trasferirsi in villette circondate dal verde, che è stata molto forte a partire dagli anni ’80, per tornare a rifugiarsi in situazioni protette, come i “parchi”, sorvegliati notte e giorno da polizia privata. In Campania il fenomeno sta assumendo dimensioni preoccupanti, anche per l’aumento costante dei furti in appartamento e delle aggressioni in casa di persone anziane.

Senza dimenticare che anche le aggressioni a scopo di rapina sono in aumento, soprattutto a danno di donne e di giovani. A sentire la gente tra le cause dell’aumento dell’insicurezza c’è la presenza sempre più numerosa e vistosa di stranieri, comunitari ed extracomunitari. Anche i rom, gli zingari, sono fonte di forte preoccupazione, come dimostrano gli abbastanza recenti episodi di intolleranza a Ponticelli e a Scampia. Serve a poco dimostrare, dati alla mano, che a commettere reati sono persone native del territorio. Lo straniero, soprattutto se in condizioni evidenti di indigenza fa molta più paura del compaesano, anche se di truce aspetto.

Le amministrazioni locali non sembrano però aver percepito la gravità del fenomeno della crescente domanda di sicurezza, nonostante i tanti “protocolli per la sicurezza” firmati con la Prefettura e i tanti “contratti per la sicurezza”, anche tra Comuni associati, presentati sempre in pompa magna con grande spiegamento di autorità civili e religiose e di rappresentanti delle forze dell’ordine. L’impressione è che molti sindaci non abbiano compreso cosa caratterizza un progetto di miglioramento della sicurezza urbana, e, in particolare, perchè normali attività quali la manutenzione dello spazio pubblico, oppure il sostegno alle fasce deboli della popolazione, o l”integrazione degli immigrati, ma anche il costante controllo del territorio, o la riqualificazione di un quartiere, possono riguardare la sicurezza dei cittadini.

Il problema della sicurezza viene ridotto alla richiesta di una sempre maggiore presenza di forze dell’ordine, accompagnata dalla costante lamentela riguardo l’insufficiente dotazione di vigili urbani. L’idea di fondo sembra essere quella che sul nostro territorio siano purtroppo presenti in gran numero persone dedite abitualmente alla professione delinquenziale, come scelta razionale di vita, tra le tante possibili, le quali non potendo essere individuate se non ad azione criminale commessa, devono essere messe in condizione di non nuocere grazie ad un controllo costante del territorio ottenuto con telecamere, sirene, sbarramenti, cavalli di frisia, riflettori capaci di illuminare a giorno strade e piazze, e, soprattutto, con auto di polizia e carabinieri, o, ancora meglio con autoblindati dell’esercito, sempre in movimento e pronti ad intervenire.

Il risultato di tale atteggiamento, vista l’impossibilità di mettere sotto controllo costante ogni angolo delle città, è che l’insicurezza, da parte dei cittadini,invece di diminuire continua a crescere con forti ripercussioni anche sulla vita quotidiana dei cittadini di ogni classe sociale. Il degrado del territorio, le inciviltà sempre più visibili, danno al cittadino l’idea di una situazione senza controllo da parte delle istituzioni. Se a questo si aggiunge la pressione costante delle organizzazioni criminali non ci si può meravigliare della caduta di nuovi investimenti anche da parte dei giovani.

In pratica, l’insicurezza aggiunta alla situazione di crisi economica, sta determinando l’asfissia dell’economia nella provincia di Napoli in modo ormai chiaramente visibile, ma non mancano segnali nella stessa direzione in tutta la regione. Se non si interviene rapidamente, da parte di tutte le istituzioni, c’è il rischio che da una situazione di insicurezza si passi ad una condizione di paura capace di bloccare ogni volontà di cambiamento e di sviluppo.
(Fonte foto: Daniele Veratti)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA STORIA MAGRA TRA PRETI E BRIGANTI

Questa settimana la nostra rubrica posta l”attenzione su tre storie di preti e briganti. Siamo tra Somma, Pomigliano, San Sebastiano, Boscotrecase, Boscoreale.
Di Carmine Cimmino

Errico Giova, uno dei capitani della Guardia Nazionale di Somma, aveva reclutato, tra i “borbonici”, assai strani informatori: Sabatiello Di Palma, Raffaele Pipolo e Pasquale Scarpati. Il primo, sommese, era già noto alla polizia di Francesco II come contrabbandiere di armi; il secondo era a capo di un gruppo di camorristi di Pomigliano; lo Scarpati, infine, “lavoriere a giornata di San Sebastiano”, aveva assassinato nel “56 una guardia del Palazzo Reale di Portici. Condannato alla “relegazione perpetua” nel forte di Ischia, era uscito di prigione all”arrivo di Garibaldi, e aveva tentato di farsi credere un liberale, perseguitato dagli “aguzzini borbonici”.

I Piemontesi non gli avevano creduto, e tuttavia se ne servivano per “mantenere l”ordine a Massa di Somma e nei comuni del circondario”. Lo Scarpati era, in realtà, uno dei capi della camorra vesuviana, e sarebbe stato attore non secondario di quella stagione micidiale della nostra storia, il ventennio 1860 – 1880 in cui gli interessi della delinquenza organizzata e quelli della così detta società civile si intrecciarono e si strinsero con nodi che non si sono mai più sciolti. Dunque, negli ultimi giorni di marzo del 1861, i tre signori informarono Giova che i borbonici si accingevano a mettere a ferro e a fuoco Cisterna e Pomigliano.

Giova passò la notizia a Gaetano Martinez, comandante di distretto della Guardia Nazionale: un personaggio pittoresco, con la smania del condottiero: una smania nuova nella città di Napoli, che pure aveva messo insieme, e ancora esibisce, la più affollata galleria di “smaniosi” e di “strani” che mai si sia vista in Italia. Nella notte tra l”8 e il 9 aprile 1861 Martinez, alla testa di una squadra di carabinieri e di guardie “vestite alla cacciatora” piombò su Cisterna. Il posto della Guardia Nazionale era chiuso: e il piantone, mezzo addormentato, si rifiutava di aprire, sebbene Martinez glielo intimasse a gran voce. Infine, la porta si aprì, e la guardia accompagnò i guerrieri a casa del parroco Mansi, che era in cima alla lista dei catturandi, come capo del partito borbonico.

Per un”ora Mansi gridò la sua innocenza, da dietro la porta che restava sbarrata, mentre Martinez, alzando progressivamente la voce, gli intimava di arrendersi. Infine, il “pievano” suonò le campane: e i parrocchiani tutti accorsero alla chiamata, impugnando “armi di campagna e lunghe mazze”. Il comandante, impaurito, ordinò a due poliziotti di montare su un calesse e di correre a Pomigliano a chiedere aiuto, mentre lui tentava di tenere calma la folla. Ma quando si capì che i rinforzi, guardie “a piedi”, carabinieri a cavallo e militi perfino in carrozza, erano già entrati in Cisterna, Martinez cambiò tono e la folla cambiò faccia. Mansi si arrese, si accomodò in una carrozza, e partì per Napoli, scortato dai carabinieri; lo seguivano altre carrozze, con gli altri capi borbonici, il canonico Aniello De Falco, il canonico Fontana di Licignano, l”avvocato Giuseppe Cirino di Pomigliano.

Nell”agosto tre agenti “segreti” Cerulli, Migliaccio e Boccabella, accompagnati da 5 guardie di Torre Annunziata e dal caffettiere Francesco Sorrentino, che fungeva da spia, entrarono in Boscotrecase per arrestare il sacerdote Giuseppe Barritto, borbonico. Il quale, accortosi della minaccia, “saltò tre mura di giardino” e andò a nascondersi tra i rami frondosi di un fico. E mentre il Cerulli, “presolo per la sottana”, cercava di tirarlo giù, il fratello del sacerdote sparò da una finestra tre colpi di fucile, “che per grazia non fecero male a nessuno”. Però accorsero le Guardie Nazionali: e non per dare una mano ai tre agenti “segreti”, ma per invitarli rumorosamente a mollare la preda e a lasciare il paese. E così fu.

Il 12 agosto il brigante Antonio Cozzolino detto Pilone, accompagnato da Domenico figlio di Luigi La Grazia, da Carminiello figlio di Carolillo il pazzo e da Peppino figlio di Luigi il Sordolillo scese dal Vesuvio a Boscoreale, per “fare il servizio” al sacerdote Vincenzo Oliva, noto liberale. Appostati dietro il muro di cinta della masseria Auricchio, che apparteneva al Principe di Ottajano, i briganti spararono “due archibugiate”, andate a vuoto, sull”Oliva, che rientrava in casa accompagnato da due congiunti. I tre, senza perdersi d”animo, “diedero di piglio agli schioppi”, si arrampicarono sui “lastrici” della casa e risposero al fuoco. La sparatoria durò poco: arrivarono da Torre i fanti della Cuneo, e i “masnadieri” fuggirono.

I fanti, che non potevano andar via a mani vuote, arrestarono Filippo Sabatino, di Lettere, colono della masseria, con l”accusa di aver aiutato “scientemente” Pilone nel tentativo di “fare il servizio” all” Oliva. L”avverbio portò il colono a un passo dal plotone di esecuzione.

Lo salvò l”intervento di Nicola Taraschi, giudice del mandamento di Torre Annunziata, il quale ricordò all” “esimia bontà” del Comandante del 7° Reggimento di Fanteria che il Sabatino era “intestato” al potere giudiziario, e perciò doveva essere processato dalla magistratura ordinaria; lo salvarono, soprattutto, “i probi e onesti cittadini informati dei fatti pubblici”, chi garantendo che la condotta morale di Sabatino era “in ogni verso, ottima”, chi dichiarandolo “troppo sciocco” per essere tenuto dai briganti in qualche considerazione.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

L’UNDICESIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

L”ultimo sentiero ufficiale del parco Nazionale del Vesuvio. Un compendio della natura Vesuviana ma anche dei suoi mali.

Terminiamo, si spera temporaneamente, il nostro viaggio lungo gli undici sentieri del Vesuvio; abbiamo seguito la sentieristica ufficiale con l”intenzione di avvicinare le persone a un escursionismo attivo e consapevole. Lo scenario che abbiamo trovato è stato sempre dei più entusiasmanti soprattutto quando ci siamo inoltrati in alto tra le nuvole del cratere o tra i boschi del Somma. Purtroppo a quote più basse (ma non solo) lo scempio delle pinete raggiunge livelli intollerabili e spesso ci ha lasciato sgomenti lo spettacolo delle discariche legali e abusive trovate lungo il nostro tragitto.

Per questo motivo l”intenzione di limitarmi alla semplice guida è spesso sfociata nella denuncia delle brutture che attanagliano il Vulcano, di questo me ne scuso chiamando in causa l”amore per i miei luoghi e il diritto di cronaca, che mai come in questo caso risulta oltremodo un dovere.

Il sentiero numero 11 denominato la Pineta di Terzigno è facilmente raggiungibile per chi si muovesse in auto (ma non mancano collegamenti con la Circumvesuviana), si userà ancora la SS268 che ad anello percorre tutto il Vesuviano fino ad Angri; usciamo anche stavolta a Ottaviano seguendo la stessa strada che ci ha condotti al vallone della Pròfica a San Giuseppe (si segue la via principale di Ottaviano Via Seggiari/Roma). Giunti a Santa Maria alla Scala quindi si prosegue ancora in rettilineo lungo via Zabatta fino a Terzigno in località Campitelli Nuovi. All”altezza di un bar tabacchi (sinistra) s”imbocca sulla destra via vecchia Campitelli che in salita arriverà, dopo poche centinaia di metri, all”imbocco del sentiero, riconoscibile per segnaletica del Parco e per alcune istallazioni di giochi per bambini ad esso adiacenti.

La particolarità del numero undici sta nel fatto che è stato immaginato a completa fruizione dei portatori di handicapp, questo grazie a un percorso su pedana, un passamano e una cartellonistica in Braille per i non vedenti. Il percorso si inoltra brevemente (1,5 km circa) nella splendida pineta di Terzigno e prevedeva anche, almeno sulla carta, una sorta di orto botanico delle essenze vesuviane battezzato Il Giardino dei colori e dei profumi, dei quali però, se si escludono quelli dei sacchetti e i miasmi della discarica di Pozzelle, non se n”è avuto sentore alcuno.

Quest”articolo ha stavolta, oltre che il valore del commiato, anche quello del beneficio dell”inventario, ci risulta in effetti difficile consigliare senza remore d”affrontare un itinerario completamente in balia del teppismo e la non curanza. La summenzionata pedana in legno versa in condizioni pietose e risulta pericolosa per chiunque la percorra. La spazzatura regna poi sovrana, buste e bottiglie di plastica, residui di gaudenti scampagnate, monitor di computer e pezzi di carrozzeria decorano l”ambiente circostante, mentre le famigliole s”intrattengono nei vicini giochi e mentre, come se niente fosse, c”è chi si allena correndo e facendo slalom tra il pattume e le coppiette.

È un peccato chiudere in questo modo la nostra avventura vesuviana ma si spera che le cose cambino prima o poi e soprattutto che cambino taluni atteggiamenti da parte della gente e soprattutto delle autorità, piuttosto inerti davanti al lordume che invade il territorio da loro amministrato. Non resta che salutarvi, sperando d”aver fatto un utile servizio e rimandandovi a settembre per la scoperta di nuovi e in parte sconosciuti itinerari vesuviani.

LA GIUSTIZIA SOCIALE NASCE DALLA DIVISIONE

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È curioso, ma oggi in TV si assiste ad una strana gara tra chi più si vanta di essere andato male in matematica durante la frequenza scolastica. Fa tendenza, come la erre moscia.
Di Luigi Jovino

La matematica fa sempre discutere. All”attenzione della cronaca nazionale ci sono oggi Quiz e Quizzoni ministeriali, proposti negli esami di Stato di medie e superiori, che semmai ce ne fosse bisogno, hanno ancora una volta dimostrato l”ignoranza dei nostri studenti in matematica. Eppure non dovremmo meravigliarci più di tanto. Nel talk show, in politica e in tante situazioni ufficiali, famosi testimonial non si fanno scrupolo di denunciare pubblicamente la loro ignoranza in matematica. Sembra uno sport nazionale. Dire che a scuola si andava male in matematica oggi fa tendenza. E come avere la erre moscia o un fazzoletto verde che fa pendant. L”espediente dialettico è chiaro. Si ammette di avere una lacuna per rafforzare negli interlocutori l”immagine di sè come essere pensante e acculturato.

Peccato che a nessuno sia mai venuto in mente di replicare: “Una persona che non capisce niente in matematica è poco più di un vegetale. Anche le piante respirano. Rispondono agli stimoli ed hanno sensibilità”. La dissacrazione pubblica della matematica, che è il campo di applicazione più stringente dell”indagine speculativa, nasce da cause culturali e da una formazione scolastica che ha privilegiato enormemente l”aspetto umanistico. Ci vuole poco a capire che il metodo di indagine scientifico porta la gente a riflettere e a trarre solo deduzioni logiche. Meglio rimanere nel vago, proponendo programmi e applicazioni matematiche che hanno funzione di orpello e alla fine fanno media con le altre discipline.

Dovremmo, invece, rifondare l”insegnamento della matematica, partendo dalla considerazione che la gente ha delle quattro operazioni. La somma (o addizione che dir si voglia), per esempio, sembra un dato accertato. Oggi tutti sono impegnati a sommare le proprie finanze, la cultura e le proprie esperienze di vita. L”addizione, insomma, gode di ottima salute anche in periodi di crisi come questo. La sottrazione, invece, è un”operazione sottaciuta. Molti politici sono impegnati in questa pratica che trova proseliti anche tra i grandi manager dell”industria e dell”imprenditoria pubblica che applicano alla lettera grandi sottrazioni. Basta che non si sappia in giro. Anche le persone normali, sottraggono a piacimento numeri dal curriculum personale, specialmente dopo aver compiuto sessant”anni. Peggio di tutti sta la divisione che è un metodo razionale di distribuzione dell”equità. Se ci sono dieci caramelle e cinque bambini, non c”è niente da fare. La divisione impone che siano date due a testa. Non ci sono scappatoie.

La giustizia sociale nasce dalla divisione. Eppure questa pratica fondamentale è oggi in gran disuso al punto che molti ragazzi non sanno fare l”operazione della divisione e per supplire alla carenza imparano strani metodi che considerano prima una moltiplicazione, poi una sottrazione. A pensarci bene anche il miracolo dei pani e dei pesci, compiuto da Gesù Cristo in un deserto è passato alla storia come una moltiplicazione e non come una grande divisione di massa. Migliaia di fedeli ricevettero a testa un pane e due pesci. La storia, però, ricorda una grande moltiplicazione che, tra l”altro è stata propedeutica per eseguire l”operazione della divisione. Ci sarebbe da riflettere sul perchè la religione cattolica, che pure si è servita della parabola, forma dialettica di comunicazione sofisticata, abbia compiuto questo errore. Molti creativi, interrogati sull”argomento, potrebbero rispondere che quel giorno nel deserto Gesù abbia lanciato il marketing promozionale.

I politici, più che dissertare sulle quattro operazioni, oggi preferiscono la statistica, facendo grande sfoggio di percentuali. All”ordine del giorno sono gli indici di gradimento. L”operazione è chiara. I dati statistici si prestano ad essere interpretati e vanno letti nel complesso delle azioni di raccolta, elaborazione, discussione e di rappresentazione. Con la statistica, insomma, si può barare, specialmente se si confida sull”ignoranza proclamata da tanti italiani. Quando Berlusconi afferma di essere il leader con il più alto indice di gradimento in Europa, in pratica afferma la sua debolezza. Ma come si fa a spiegare agli Italiani che il Pdl raccoglie solo il 26 per cento dei consensi degli elettori che sono il 60 per cento della popolazione, avente diritto?

Con una semplice operazione matematica sarebbe facile dimostrare che questi stessi numeri annunciati con enfasi, dimostrano che più dell”80 per cento degli italiani non vota Berlusconi perchè non lo conosce, non condivide oppure addirittura perchè contrasta duramente le sue posizioni. Fare chiarezza sui numeri è però obiettivamente difficile, specialmente in una nazione che denuncia crisi di identità solo per un Quiz o un Quizzone. Un”ultima considerazione andrebbe sottolineata e spero che qualche bravo conduttore televisivo, ricompensato con fior di milioni di euro, tenga in considerazione il suggerimento.

Ai politici che fanno sfoggio di dati bisognerebbe chiedere se conoscono il Chì quadrato (per esigenza di scrittura non viene segnato il simbolo matematico) che è una semplice formula, atta a definire i termini di validità di una indagine statistica. Sono convinto che nessun politico italiano (a parte qualche cattedratico) risponderebbe affermativamente, dimostrando quanto aleatori sono i giudizi, le posizioni e le formule proposte.

(Fonte foto: Rete Internet)

CI PUÃ’ ESSERE DIGNITÁ SENZA LAVORO?

La vertenza Fiat e il dibattito che imperversa. Approfondiamo l”analisi dal punto di vista della teoria economica e sul ruolo che ha avuto la Chiesa.
Di Don Aniello Tortora e Sergio Beraldo

La riflessione di questa settimana è, ancora una volta, congiunta. Sergio Beraldo ( Docente di economia – Università di Napoli, Federico II) analizzerà la questione dal punto di vista della teoria economica, ed io rifletterò sul ruolo che la Chiesa ha avuto in questa vertenza, sollecitato anche dalle osservazioni di politici ed intellettuali relative al mio precedente intervento.

Intervento di Sergio Beraldo
Una delle questioni maggiormente studiate nell”ambito della Teoria dell”organizzazione, è relativa al problema degli “investimenti specifici”, quel tipo di investimenti che avendo valore solo all”interno di una particolare relazione, espongono la parte che li pone in essere ad opportunismo. Nel caso in questione, una volta effettuato l”investimento previsto per consentire l”adeguamento degli impianti, la FIAT sarebbe vincolata ad effettuare a Pomigliano la produzione.
Questo vincolo aprirebbe notevoli spazi di opportunismo, nel senso che l”azienda, una volta effettuato l”investimento, potrebbe trovarsi a concedere ciò che in altre occasioni non concederebbe.

La teoria del comportamento strategico (teoria dei giochi) insegna che in casi come questo, per consentire che l”investimento abbia luogo, la parte che potrebbe opportunisticamente trarre vantaggio, deve, in qualche modo, legarsi le mani. Questo è il motivo per cui la dirigenza dell”azienda insiste tanto – e legittimamente dal suo punto di vista – sull”accordo, desiderando, per le ragioni su esposte, che il consenso sia il più ampio possibile.
La parte di sindacato che si oppone, solleva – ancora: legittimamente dal suo punto di vista – una questione di principio: se passa l”idea che gli investimenti vengono effettuati solo accettando condizioni di lavoro generalmente più gravose, Pomigliano diverrà un importante precedente. La funzione stessa del Sindacato verrebbe ad esser messa fortemente in discussione.

Nel caso in questione: si arriverà all”accordo? Cosa ci insegna la teoria del comportamento strategico? Magari sbaglio, ma io credo che si addiverrà ad un accordo. Perchè penso questo?
Un altro risultato non ho molto tempo per soffermarmi è il seguente: in una contrattazione ottiene i maggiori vantaggi chi ha meno timore che la contrattazione fallisca. Ora, in altre circostanze, il Sindacato sarebbe stato meno riottoso ad accettare le condizioni imposte dall”azienda. In questa circostanza, invece, esso valuta, a mio parere correttamente, che la minaccia dell”azienda di continuare in Polonia la produzione non è credibile, per il semplice motivo che dopo aver chiuso Termini Imerese, il Governo non potrebbe consentire che si chiuda anche Pomigliano. Questo il Sindacato lo sa, e si comporta di conseguenza.

A mio parere il problema è di comunicazione. Forse, se l”accordo non fosse stato presentato come una “take it or leave it offer” (un”offerta prendere o lasciare), sarebbe stato tutto molto più semplice.
In sintesi: gli spazi di trattativa ci sono. Io credo che per gli incentivi che guidano la condotta delle parti, alla fine la ragionevolezza si imporrà.

Intervento di Don Aniello
Sulla base di queste analisi, porrò in rilievo alcune considerazioni, stimolato anche dagli interventi di politici ed intellettuali, che hanno evidenziato un eccessivo coinvolgimento della chiesa, anche sul piano delle proposte.
Nell”articolo precedente, sulla vertenza Fiat, la mia sola preoccupazione, senza entrare nelle soluzioni tecniche (che spettano solo agli “addetti ai lavori”) è stata quella di “gridare” la centralità del lavoro a Pomigliano e la relativa necessità di non lasciare nulla di intentato al fine di non far chiudere lo Stabilimento Fiat. Il tono di tutto il mio articolo, letto bene e senza pregiudizi, andava nella direzione della inscindibilità del binomio LAVORO-DIGN ITÁ. Perchè se è vero che vi può essere lavoro senza dignità, è altrettanto vero che senza lavoro non vi può essere mai dignità.

Tenendo presente ciò, la mia unica preoccupazione, è stata ed è, quella di salvaguardare il lavoro, muovendo dalla consapevolezza che la ragionevolezza delle parti, scevra da irrigidimenti ideologici da ambo le parti, avrebbe potuto, e può ancora, consentire il raggiungimento di un accordo, ispirato dal bene comune, che potesse salvaguardare sia il lavoro che la dignità.
La mia storia personale e quella della chiesa locale non ha bisogno di giustificare queste riflessioni.
Parla la vita, vissuta a servizio della gente, spesso indifesa e calpestata nei suoi giusti diritti.

L”amico Tommaso Sodano ricorda benissimo le tantissime lotte fatte insieme sul nostro territorio, per affermare con forza che prima del lavoro e dello stesso capitale viene l”uomo, come insegna la Laborem exercens di Giovanni Paolo II. Ultimamente ho scritto (e tutti lo sanno) una lettera aperta a Marchionne, che fuga ogni dubbio sulle mie posizioni e quelle della Chiesa, spesso l”unica àncora di salvezza per la nostra gente.
Agli amici intellettuali, poi, vorrei dire che la Chiesa opera da sempre nel vissuto quotidiano e si è sempre fatta carico delle angosce e delle speranze degli uomini, senza parole mielose e non rinunciando a tenere la schiena diritta, indegnamente seguendo l”esempio del Maestro.

Come parroco e come responsabile della pastorale del lavoro diocesana, ho cercato sempre di operare nella direzione opposta a quanto sostenuto nelle critiche sollevate dagli amici intellettuali, che hanno il sapore di un “laicismo fondamentalista”. Sono sempre stato dalla parte dei deboli, dei poveri, dei senza-voce. Non so gli altri!

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LA FIAT INSEGNA: É FINITA UN”EPOCA

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È finita l”epoca della spesa pubblica senza freni, dell”assistenza, dell”impiego pubblico, delle pensioni di invalidità. Ora, va governato il cambiamento. Ma su questo punto nascono i dubbi.
Di Amato Lamberti

Come ho scritto nell’intervento sul dibattito, sollevato dalla Chiesa, tra lavoro e dignità, Pomigliano è diventato il luogo in cui si sta combattendo una battaglia per la ridefinizione dei rapporti industriali tra lavoratori, sindacati e aziende. La tesi di Marchionne è molto chiara: così, con gli attuali rapporti industriali, non si può andare avanti. È l’azienda che deve dettare le regole, perchè è l’azienda che deve fare i conti con i mercati nell’epoca della globalizzazione. Sindacati e lavoratori devono accettare le nuove regole, i nuovi tempi, i nuovi orari, perchè l’azienda decide, sulla base delle sue convenienze, anche la sua localizzazione in un paese piuttosto che in un altro (VEDI)

Praticamente non c’è scelta: se si vuole che lo stabilimento resti a Pomigliano, oggi, perchè del domani non c’è più certezza, la proposta Fiat non è negoziabile. Bere o affogare. A Termini Imerese è andata ancora peggio. Non c’è stata nessuna possibilità di scelta per i lavoratori. Costruire automobili in Sicilia non era conveniente per l’azienda e l’unica soluzione era la chiusura. A nulla sono valse le proteste dei lavoratori, delle loro famiglie, degli amministratori locali, dei politici nazionali. Con la chiusura della fabbrica si è segnato il presente, ma soprattutto, il futuro del territorio. Cancellata per tutti la possibilità di trovare lavoro in una fabbrica automobilistica, anche se catapultata dall’esterno e incapace di creare sviluppo industriale del territorio.

Ma le colpe sono della fabbrica o del territorio? L’impressione è che nel Mezzogiorno si trascina un problema che nessuno sembra aver voglia di affrontare: quello di interventi industriali, più di tipo assistenziale che produttivo, del tutto slegati dalle logiche del mercato come dalle compatibilità economiche e fiscali.

Basta guardare cosa sta succedendo in Campania e nelle altre regioni meridionali per quanto riguarda la Sanità. Per esigenze di bilancio regionale e nazionale è necessario chiudere un certo numero di ospedali. La popolazione si ribella non perchè vengono messi in crisi i livelli di assistenza ma perchè si perdono posti di lavoro oggi ma anche nel futuro. L’azienda ospedaliera viene da tutti i cittadini del territorio considerata una certezza di presente e di futuro che orienta anche le aspettative dei giovani e delle loro famiglie.

In pratica, una fabbrica o un ospedale, nel Sud, sono percepiti come delle pubbliche amministrazioni che mettono a disposizione per l’eternità dei posti di lavoro per i padri come per i figli e tutte le generazioni a venire. Al Comune di Napoli ho trovato dipendenti comunali figli, nipoti, bisnipoti di dipendenti comunali. Ora neppure le pubbliche amministrazioni sono più in grado di assicurare per sempre posti di lavoro anche in sovrannumero rispetto alle esigenze dell’amministrazione.

Il tema ormai ricorrente dell’eliminazione delle province riguarda sì l’utilità o meno di questa articolazione di governo del territorio, ma, soprattutto, le macchine amministrative spesso pletoriche rispetto alle funzioni dell’Ente provincia: si calcolano in 250mila i dipendenti delle amministrazioni provinciali, oltre a diverse migliaia di consiglieri, assessori, presidenti, con il loro contorno di portaborse e consulenti. Con l’attuazione del federalismo fiscale questa possibilità si ridurrà ulteriormente perchè è dalle tasche dei cittadini che dovranno uscire le retribuzioni dei dipendenti pubblici. Si dirà che anche oggi è così ma su un piano nazionale perchè è lo Stato che assicura oggi le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

Quando il cittadino della Campania si troverà scaricato sul prelievo fiscale che direttamente riguarda le sue tasche i costi delle amministrazioni pubbliche, sarà molto difficile fargli digerire piante organiche spropositate rispetto alle esigenze reali. Nè si potrà sperare nella perequazione nazionale se non all’interno dei limiti dei costi standard. Quando Marchionne denuncia la situazione limite dello sciopero o delle malattie per poter restare a casa a vedere la partita della nazionale di calcio, sposta pretestuosamente l’oggetto del dibattito, ma dice anche una verità che è quella che troppo spesso la fabbrica viene confusa dai lavoratori con una pubblica amministrazione dove certi comportamenti sono la regola perchè non si devono fare i conti con i risultati produttivi, con la competitività e con il mercato.

Fermo restando che i diritti dei lavoratori sono sacri e sono tutelati dalla Costituzione, le fabbriche, le aziende ospedaliere, le pubbliche amministrazioni, da oggi in poi, dovranno fare i conti con la produttività, il mercato, la fiscalità, le risorse a disposizione.
Bisogna prendere atto che l’epoca della spesa pubblica senza freni, perchè tanto c’era sempre pronto lo Stato a ripianare i debiti e ad evitare il fallimento degli Enti locali, è finita. Per il Mezzogiorno è la fine di un’epoca: quella dell’assistenza, dell’impiego pubblico, delle pensioni di invalidità.

Il problema vero è che per governare il cambiamento sarà necessario un ceto dirigente e una classe politica del tutto nuovi e diversi. Ma quanto tempo ancora dovranno ancora aspettare i meridionali per vedere questo necessario rinnovamento amministrativo e politico? Sono quasi 150 anni che aspettano i “cento uomini di ferro” che secondo Guido Dorso sarebbero stati sufficienti per cambiare il Mezzogiorno e allinearlo al resto dell’Italia.

LA RUBRICA

QUANDO SANT”ANASTASIA ERA RICCA, FECONDA E PRODUTTIVA

Il viaggio nella storia dei nostri territori ci ricorda da dove veniamo e cosa eravamo. In attesa di capire perchè siamo diventati quello che siamo.
Di Carmine Cimmino

Tra il 1848 e il 1860 Sant” Anastasia fu senza dubbio il paese più ricco ad est del Vesuvio: il più ricco di capitali, il più ricco di commerci. Il Santuario di Madonna dell” Arco fu un motore importante della solida economia anastasiana, ma un contributo notevole allo sviluppo venne dall”agricoltura, dalla lavorazione dei salumi e dei salami, dai primi progetti dell”industria olearia e dalla intensa attività delle officine meccaniche e dei telai domestici.

Nel 1840 Giovanni Maione, proponendosi di istituire una società industriale per l”allevamento delle api, aveva chiesto al Ministero delle Finanze l”autorizzazione a vendere azioni per 1650 ducati: quanti ne erano necessari per la formazione di 1000 sciami. La rapidità con cui fu concessa l”autorizzazione confermò il sospetto di alcuni anastasiani che il Maione fosse un prestanome dei Muscettola, proprietari, tra Sant” Anastasia e Pollena, di una villa e di tre masserie.

Nella relazione sull”eruzione del dicembre 1631 Giulio Cesare Braccini, “dottore di leggi e protonotario apostolico”, racconta che la lava, scendendo da Pollena a Sant” Anastasia, risparmiò, tra le molte greggi che svernavano tra i valloni, solo le pecore dei Domenicani. A partire dalla seconda metà del Seicento Sant”Anastasia fu la meta della transumanza annuale dei pecorai avellinesi. I quali abbandonavano, nel tardo autunno, le balze già innevate dell” Appennino irpino e menavano le loro greggi al Monte Somma. Il viaggio durava circa tre settimane: uomini e animali trovavano ristoro, lungo il cammino, a Tufino, a Visciano, a Cimitile, ospitati nei vasti nocelleti che pecore e capre fecondavano con i loro escrementi.

Si tenevano lontano dai territori di Ottajano e di Somma, coltivati a vigneti, e quindi protetti, contro le greggi devastatrici, dalla polizia rurale e dagli schioppi dei proprietari, e puntavano su Pomigliano. Da Pomigliano salivano a Sant” Anastasia e a Madonna dell” Arco, lungo gli alvei Santo Spirito e Leone ancora coperti di morbidi tappeti di erbe, e ricchi d”acqua. Lì venivano ospitati negli stazzi e nei recinti predisposti dai Domenicani e da altri proprietari all”Olivella e in cima agli alvei Murillo, Purgatorio e Sorbo. I pastori irpini prendevano la via del ritorno all”inizio della primavera, dopo la Pasqua, e dopo la grande fiera che si teneva a Madonna dell” Arco per tutta la settimana successiva al Lunedì d”Albis.

Per comprendere quale fosse la misura del flusso di visitatori, e quanto grande il consumo di carne, di stocco e di vino, basta dire che nel 1863, lungo la strada che da Sant” Anastasia porta, attraverso Guindazzi, a San Sebastiano, “tenevano frasca”, cioè fornivano vini e cibi cotti, 11 osterie. Sotto Carlo III, a metà del sec.XVIII, gli anastasiani incominciarono a intessere, intorno al fenomeno della transumanza, una fitta rete di relazioni commerciali che in poco tempo avrebbe messo nelle loro mani il controllo del mercato di agnelli e capretti.
I Domenicani diffusero, tra Ottajano e Sant” Anastasia, anche la cucina dello stocco e del baccalà, alimento “magro” e penitenziale, che si sposava splendidamente con altri prodotti vesuviani, l”olio, le erbe, il vino, i pomodorini e il pane.

Il fetore che si sprigionava dall”ammollo dei “mussilli” costrinse gli anastasiani a costruire le vasche per la lavorazione ai Romani e a Mercato Vecchio, lontano dall”abitato: quando Sant” Anastasia conquistò l”autonomia da Somma, le vasche vennero a trovarsi in territorio sommese e incrementarono un”attività in cui gli amministratori e gli imprenditori locali avevano già investito cospicui capitali.
Ma il mercato vesuviano delle carni “fresche” e dei salumi e dei salami rimase saldamente in mano ai grossisti e ai “dettaglieri” di Sant” Anastasia.

Dedicheremo un articolo alla famiglia dei Borrelli, che almeno fino al 1875 controllò le vie legali e illegali attraverso le quali arrivava a Napoli l”approvvigionamento di carni “fresche” macellate. Qui basta dire che una quota notevole della ricchezza di Sant” Anastasia proveniva dall”attività dei baccalajuoli e dei buccieri, i venditori al minuto di carne vaccina e di agnello e di capretto, che ogni giorno andavano a montare banco nei mercati del territorio. Sul finire del 1859 i due “partiti” arrivarono allo scontro frontale perchè il Decurionato aveva deciso di abolire il dazio sulle carni e di coprire la riduzione del gettito fiscale con i 300 ducati che erano un residuo attivo del bilancio.

I baccalajuoli, guidati dagli Scafuto, dai Carotenuto e dai Piccolo, fecero ricorso all”Intendente della Provincia, Giuseppe IV Principe di Ottajano, e dichiarandosi certi che “la Vergine dell”Arco avrebbe messo in testa all” Eccellenza buoni propositi”, prima ricordarono che “stocco, baccalà e salacche si consumano dalla classe infelice del popolo” e che molti baccalajuoli di Sant” Anastasia, non potendo pagare il pesante dazio, erano stati costretti a trasferirsi a Somma; poi, con molti giri di parole, accusarono i capi dei buccieri, Marino Paparo e Domenico Liguori, di aver spinto Raffaele De Luca, onnipotente barbiere, a corrompere con 30 ducati un funzionario dell”Intendenza. L” Intendente fece il Ponzio Pilato e destinò il residuo attivo “agli accomodi della Chiesa di San Francesco, indecentissima e cadente”.

Ma i Borbone andarono via. Nel marzo del 1861 i baccalajuoli tornarono alla carica. Le loro donne “istigate dalla pessima genia dei contrabbandieri” e “portando in mano il salame” circondarono il nuovo sindaco, che si chiamava Sanseverino, e gli chiesero minacciosamente di abolire il dazio. Il nuovo sindaco prima mandò a chiamare 50 soldati del distaccamento di Somma, e poi, quando gli confermarono che i soldati erano già entrati in Sant” Anastasia, propose ai baccalajuoli di mantenere il dazio sulle carni insaccate e di abolirlo sullo stocco e sul baccalà, cibo dei poveri. I baccalajuoli si dichiararono d” accordo.
(Fonte foto: wikipedia.org)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA VIOLENZA SESSUALE DA MINORE SU MINORE

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Quando cӏ violenza sessuale da minore a minore, ruota un dubbio angosciante: tutela della vittima o del carnefice? Senza dimenticare mai che il processo penale minorile risponde a logiche rieducative.
Di Simona Carandente

Non si può negare come l”ordinamento positivo, e non solo per quel che concerne il diritto penale, sia costellato da numerose contraddizioni, che risultano incomprensibili persino ai cosiddetti “addetti ai lavori”, suscitando spesso lo sdegno dell”opinione pubblica.
D”altro canto è innegabile come alcuni istituti, quale lo stesso processo penale minorile, del quale si è già ampiamente discusso in questa sede, rispondano a logiche prevalentemente rieducative, talvolta così pregnanti da apparire prioritarie rispetto ad ogni altro scopo.

Pre-adolescenza: tempo di primi amori, di primi approcci, di voglia di scoprire l”altro, con tempi che tendono a restringersi a dismisura, posto che giovani e giovanissimi cominciano ad affacciarsi alle prime esperienze sessuali in età sempre più precoce.
E. è un ragazzino ambito, anche se ha solo quattordici anni: è carino, sveglio, pratica sport e nella cerchia dei suoi amici è un vero e proprio mito. Forse proprio per questo M. , 13 anni, accetta il suo invito a farsi un giro sul motorino.
Tuttavia, quel pomeriggio succede qualcosa di irreparabile: E., nonostante i reiterati rifiuti di M., vuole a tutti i costi “andare oltre”, non accontentandosi di qualche bacio e qualche carezza.

Tra le grida di M., si consumerà sul motorino di E. una bruttissima violenza sessuale, da definire addirittura squallida per le modalità con cui è stata posta in essere.
Tempo dopo, il minore E. viene rinviato a giudizio per violenza sessuale aggravata, posto che la giovane M. all”epoca dei fatti non aveva neanche compiuto 14 anni. Inutile dire che, per le modalità del fatto e per la giovane età della vittima e del carnefice, il processo scuote gli animi di tutti, magistrati, avvocati e forze dell”ordine.

Quello che subito balza all”occhio è che E. non mostra il minimo pentimento: non ha capito quello che ha fatto, non ha compreso di aver danneggiato per sempre M., e non solo dal punto di vista fisico. In poche parole, non sembra aver capito il significato grave del suo gesto, pur se pungolato dal proprio difensore a mostrare cenni di ravvedimento.
Alla luce di tale comportamento, al minore viene negata anche la cosiddetta messa alla prova, ovvero la possibilità che il procedimento penale venga sospeso, affidando il minore stesso ai servizi sociali, affinchè compia delle attività, quali ad esempio il volontariato, che lo riabilitino nel sociale. Al suo difensore, pertanto, non rimane che procedere nelle forme del rito abbreviato.

Il finale di questa storia ha quasi del grottesco: al ragazzo viene inflitta una condanna a tre anni con pena sospesa, viene immediatamente rimesso in libertà e non dovrà in alcun modo riparare il danno alla persona offesa, posto che l”istituto del risarcimento non trova ingresso nel processo minorile.

E M.?
Oltre a non beneficiare di alcun ristoro economico (almeno in sede penale), porterà nel cuore delle ferite che difficilmente si rimargineranno. Forse, per lei rimarrà la magra consolazione di aver fatto il proprio dovere, denunciando un fatto gravissimo destinato altrimenti a cadere nell”oblio, vincendo l”omertà di chi sa e finge di non sapere, con l”avallo di un giudice che comunque ha inflitto ad un quattordicenne una condanna per violenza sessuale. Una macchia che sarà difficile da lavare, anche se da grande E. dovesse comprendere, finalmente, le conseguenze del suo grave gesto. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL DECIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Facciamo cifra tonda con il sentiero n°10 ovvero quello de “L”olivella” un breve ma singolare tragitto rurale che ci conduce a una delle due sorgenti vesuviane.

Il nostro viaggio fa stavolta tappa a Sant”Anastasia uno dei comuni più grandi e vitali del Vesuviano. Per raggiungere l”importante centro agricolo e turistico basta seguire le indicazioni della SS268 e una volta entrati nel centro cittadino, raggiungere il rione di Sant”Antonio. Per prendere invece il sentiero sono possibili più opzioni. La prima, la più comune, è quella di imboccare proprio dal suddetto rione, sede di un interessante presepe vivente, via Garibaldi che ci porterà a incrociare via Nicola Amore e che a sua volta sale lungo via Olivella, verso le sorgenti meta del nostro itinerario. Un altro accesso potrebbe essere anche quello che sale verso la stessa via Nicola Amore seguendo però via Donna Regina.

Per partire alla scoperta di queste rare e mistiche acque, uniche in un territorio che, per la sua natura vulcanica le vede assorbite in gran parte dalla falda freatica, ho deciso di seguire invece un altro cammino, più inusuale ma a mio parere più interessante, utile per apprezzare la rusticità di un mondo che tende gradualmente a scomparire sotto il peso di una modernità che tutto appiattisce.
Si partirà dunque dalle cosiddette “Murelle “e Trocchia” ovvero dalla parte terminale di via Trinchera (medico della corte borbonica a suo tempo proprietario di vasti appezzamenti in zona) che dal comune di Pollena Trocchia giunge ai confini della città del santuario. All”altezza di un piccolo giardinetto triangolare (m156 slm), approntato per un sacello a S.Pio da Pietrelcina, s”imbocca, sulla destra, l”omonima via, all”entrata della quale v”è un utile fontana.

La strada prosegue tra anonimi fabbricati moderni fino all”incrocio con via Zazzera (toponimo che caratterizza l”intera zona) dopo 390 m di passeggiata, si prende dunque la via in salita (a sinistra) e ci si inoltra in un paesaggio decisamente più agreste. A questo punto ci si renderà conto, strada facendo, che appena le abitazioni si diradano ogni luogo è buono per scaricare il proprio pattume, e anche in questo caso come per il vallone di Profica (e purtroppo non solo!), gli incontri con le discariche saranno tutt”altro che occasionali. Dopo circa 820 m di cammino giungiamo a un incrocio, noi andremo a sinistra incamminandoci lungo via N. Amore il cui palazzo diroccato ci attende da lontano; questo tratto è per me tra i più belli dal punto di vista rurale, dove l”albicocca e il pomodorino, senza dimenticare l”uva catalanesca, la fanno ancora da padrone.

Superato l”imponente e pericolante edificio, antica dimora del politico napoletano, si prosegue sempre dritto senza svoltare a sinistra (via Donna Regina) fino all”incrocio con via Garibaldi dove svolteremo a destra e inizieremo il percorso di via Olivella, scandito dalle stazioni della via crucis e dalle ormai altrettanto statutarie discariche abusive. Poco prima del confluire di questa via a valle, verso il centro abitato, passeremo sotto una sorta di ponticello che altro non è che il vestigio delle antiche strutture idrauliche che convogliavano le acque vesuviane verso la reggia borbonica di Portici.
La stradina s”inerpica finalmente verso il Somma (che poi raggiungerà superate le sorgenti) e incomincia ad essere meno esposta e resa più piacevole dall”ombra della fitta boscaglia. Dopo 2 km, a 460 m di quota, all”altezza della VIII stazione della via crucis, incomincia a sostituirsi al tedioso e malandato asfalto un ben più piacevole e utile lastricato in basalto. Dopo circa tre chilometri giungiamo a quota 343, nelle vicinanze dell”area dedicata alle sorgenti. Al bivio infatti si scende a destra superando una sbarra e si giunge in un piccolo avvallamento, mantenendo la sinistra (a destra si prende un piacevole stradello che sale gradualmente verso il Somma) raggiungiamo, dopo la XIV stazione della via crucis, la sorgente inferiore, seminascosta dalla vegetazione. Si scorgerà solo se si fa attenzione all”appena riconoscibile e breve viuzza che, a destra, porta a un arco di pietra lavica, che custodisce l”entrata delle opere idrauliche di origine borbonica.

Pur non esistendo, in questo caso, alcuno sbarramento all”accesso, va detto che l”entrata è angusta e ovviamente c”è presenza d”acqua, è opportuno quindi, per apprezzarne le caratteristiche, munirsi di strumenti e abiti adatti e soprattutto farsi accompagnare da un conoscitore del luogo, le strutture infatti, oltre ad essere antiche, sono in uno stato di totale abbandono, quindi, come sempre, prudenza!
Va inoltre detto, che come è accaduto per gran parte della sentieristica vesuviana, anche per l”Olivella non sono valsi a nulla gli sforzi delle associazioni locali per elevare a rango di patrimonio comune il proprio territorio, a niente è servito lo scontrarsi contro il muro insormontabile degli egoismi personali e delle difficoltà burocratiche. Al momento restano vane le speranze di restituire al luogo interesse e dignità che gli spettano.

Riguadagnando il sentiero principale che, se si esclude il cartellone all”imbocco delle sorgenti, non ha alcun punto di riferimento, arriviamo a una sorta di anfiteatro a monte del quale si trova la sorgente cosiddetta superiore. Giungervi non sarà facile poichè la stradina che vi sale, oltre a essere malandata, è anche bloccata da un grosso albero caduto. Se siete comunque disposti a vederla e a camminare carponi nel fango non vi sarà impossibile raggiungere la polla, che però troverete serrata da una cancellata, ben chiusa da un catenaccio.

Vi consolerà il rigagnolo che dal piccolo tunnel sgorga fresco creando un piacevole effetto esotico più in basso, presso la madonnina, dove sarà realmente possibile rinfrescarsi sotto una piacevole, anche se non abbondante, doccia d”acqua fresca circondata da capelvenere e felci di vario genere. Per i più avvezzi a questi spettacoli della natura sarà ben poca cosa e magari risulterà uno spettacolo, per quanto pittoresco, scontato ma, come s”è detto, l”acqua qui non è merce comune e qualcosa di simile, anche se di ben più ridotta portata, lo si potrà apprezzare soltanto all”altra sorgente, quella delle Chianatelle, in territorio di Pollena Trocchia.

Dopo essersi rinfrescati si potrà ritornare indietro lungo lo stesso percorso dell”andata e, magari, strada facendo, attaccare bottone con qualche anziano contadino, al quale non dispiacerà certo intessere le lodi della sua campagna dopo aver prima indagato con diffidenza, poi con curiosità e finalmente con simpatia sulle generalità di chi s”avventura ancora lungo i sentieri da Muntagna. Magari in questo modo si rinsalderà quel legame vitale tra noi e il nostro territorio che sembra tanto più lontano quanto sconosciuto.