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L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO SUL “PROGETTO VESUVIO”

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Dopo aver ascoltato gli esperti torniamo a parlare con le istituzioni e proseguiamo nel nostro viaggio nella “Città Vesuviana”. Chi meglio del Presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio può illustrarci il punto di vista della politica?

Nelle precedenti interviste sono emerse critiche sostanziali verso il piano d’evacuazione della protezione civile e un interesse verso la logica del decongestionamento dell’area vesuviana, qual è la sua opinione?
«I problemi sono molti, c’è quello del piano d’emergenza dell’area vesuviana, la cui gestione è in capo al dipartimento della protezione civile. I poteri locali sono assolutamente residuali. Noi abbiamo chiesto all’epoca e abbiamo ottenuto un confronto rispetto a una prima versione che ci sembrava decisamente insufficiente. Basti immaginare che era previsto che gli alunni delle scuole, una volta che si fosse verificato l’evento, andavano da soli a raggiungere le destinazioni assegnate, poi dopo le mamme si sarebbero ricongiunte a loro.

È chiaro che, quella che sembrava essere una scelta tecnica inoppugnabile, ci è sembrata veramente discutibile. Si è passati così a una seconda versione, poi al Mesimex l’esercitazione, pure molto criticata, ma pur sempre un esercitazione, dove siamo passati dal modello teorico, a una cultura applicata!»

Non le sembra però che questo una tantum sia troppo poco?
«Beh! Certo, poco come il campione che vi ha partecipato ma vorrei dire che il dipartimento della Protezione debba tenersi in strettissimo contatto con le autorità locali, le prefetture etc. e sviluppare un ragionamento che possa portarci alla definizione di un piano accettato dalla popolazione. La seconda versione del piano ci convince di più, quella dell’ospitalità presso alcune regioni amiche, con un’ottica quindi di gemellaggio, più credibile perché non è pensabile che circa settecentomila persone possano essere gestite, in un momento d’emergenza dalla sola protezione civile».

San Sebastiano andrà in Molise ma sappiamo dove?
«Non ancora perché il piano si è fermato, bisogna per questo esigere un gesto di responsabilità da parte delle amministrazioni locali, da chi è predisposto alla critica ed esigere dalla protezione civile che elabori finanche i dettagli di una forma partecipata con gli attori del territorio, dopodiché accettare quel piano. D’altro canto, la parte più pregnante del ragionamento attuale, quella della decompressione come la chiamava, l’allora assessore regionale, Di Lello, c’è tutta una gamma di interventi su cui riflettere. Certamente “Vesuvia” non ha avuto incertezze ma è semplicemente fallita!

Forse una decina di contributi erogati, a fronte di migrazioni virtuali, perché quegli immobili sono stati rioccupati a scopi sempre residenziali, senza mutare la destinazione d’uso di questi. Certo è che se il fine è nobile lo strumento s’è rivelato inefficace. Adesso sento dire che la regione starebbe immaginando meccanismi ancora più contorti, come quello di consentire una sostituzione di volume con una premialità, nel caso in cui, l’attività residenziale, per metà diventi di tipo ricettivo o commerciale. Io credo che sia un rimedio peggiore del male!».

Ce lo spiega meglio?
«È la modifica al piano casa, che tanta speranza ha suscitato in quanti hanno a cuore la cultura del mattone, per continuare a costruire nell’area vesuviana. Un errore della regione a cui bisogna porre rimedio anche sul piano formale, perché sul piano sostanziale quella decisione non produce alcun effetto, nel senso che non è possibile edificare alcunché ma passa un messaggio, come quando c’è l’annuncio di un condono edilizio e poi magari non si fa ma finisce in pasto a quei malintenzionati che si danno da fare. Quindi con chiarezza la regione deve dire che non si può fare più nulla! Se non in quelle attività di tipo pubblico o sociale, che servono a tener unita una comunità.

Attrezzature di aggregazione sociale come scuole o luoghi adibiti allo sport, attrezzature per garantire una maggiore qualità della vita. Faccio un esempio, se fosse possibile realizzare un campo da golf dalle nostre parti, con il binomio Vesuvio, discipline sportive, io non vedrei di cattivo occhio un’iniziativa di questo genere. Questo perché? Perché accrescere la qualità della vita, accrescere paradossalmente il valore immobiliare delle nostre case, consente di rendere l’area vesuviana un’area esclusiva. Così facendo si innesca un circolo virtuoso che spinge i proprietari a un’autotutela del proprio territorio. Un po’ come è accaduto nel Parco del Cilento, dove ci sono stati alcuni comuni che hanno investito sul mattone e hanno visto depauperare il proprio patrimonio immobiliare e chi invece, saggiamente, come il compianto Angelo Vassallo, ha investito nella tutela del territorio, nella riqualificazione, sul piano della qualità della vita.

Va detto questo, chi ritiene impropriamente che l’edilizia faccia girare l’economia di un luogo è in errore, in buona fede, nel migliore dei casi e in malafede quando poi non è che il rappresentante di una categoria che ormai da tempo ha compreso che insistere sulle aree vincolate del territorio nazionale è un modo per sottrarsi a quella logica di riconversione imprenditoriale e professionale, ormai da tempo in atto in quella categoria. Ciò vuol dire che chi non sa fare altro pensa solo all’edificazione, chi sa fare altro pensa al restauro, pensa alla riqualificazione, al recupero e alla valorizzazione. La risposta tout court è quella quindi di rendere sempre più esclusiva l’area vesuviana».

Vorrei capire bene una cosa, riguardo al piano casa, lei sostiene che sia una sorta di specchietto per le allodole ma in base ad alcune sue affermazioni, pubblicate anche sulla stampa locale, mi è sembrato che comunque lei fosse a favore di una sorta di piano di edilizia …
«Quando io ho avanzato la proposta della realizzazione dei sottotetti, non accatastabili, non abitabili a condizione che si recuperasse la staticità dei fabbricati, lo facevo perché immaginavo una via concreta».

Nella serie di interviste che abbiamo già attuato è evidente la carenza del piano d’emergenza e necessario il decongestionamento del vesuviano. C’è chi, come il professor Vajatica, immagina una Città vesuviana nel Casertano, chi nel Sannio e in Irpinia, come Ugo Leone e chi a un blocco del turn-over, come Giuseppe Luongo. Lei da politico come la vede?
«Io vorrei una Città Vesuviana sul Vesuvio! Riducendo il carico antropico e dunque il rischio».

E come?
«Con il modello “Vesuvia” che è rimasto incompleto perché si è pensato a mandar via senza occuparsi dell’immobile lasciato libero, che non deve assolutamente essere demolito perché si produrrebbe un abbandono del territorio, deve essere perciò riconvertito. L’immobile che viene liberato viene liberato per fare attività ricettiva. Noi abbiamo un disperato bisogno di posti letto. Questo tipo di antropizzazione non viene considerata un rischio perché è un tipo di presenza occasionale. Quindi il turn-over si attua non demolendo l’immobile o impedendone l’uso ma riqualificandolo per funzioni non abitative. Potrebbe essere attuato anche qualche mirato abbattimento ma solo là dove fosse strettamente necessario».

Nel concreto cosa si sta facendo?
«Noi stiamo andando avanti nel nostro piccolo, con un programma di riduzione fisiologica che ci sta dando risultati apprezzabili, con un blocco dell’edilizia …».

Sì, però si farà la chiesa!
«Ma io quando parlavo di attrezzature al servizio del territorio mi riferivo anche a questo e ti sembrerà strano ma dobbiamo fare anche un’altra piscina! C’è una tale domanda da renderla necessaria!».

Mi sembra però strano …
«È una legge di mercato, siccome altrove non le puoi realizzare, perché hanno costruito solo case, le attrezzature per lo svago, per lo sport, per la qualità di vita, le facciamo noi! Questo dà anche un’identità al territorio».

Sì, però, a San Sebastiano, il rapporto popolazione/strutture sportive, mi sembra alquanto sproporzionato, ce ne sono tante! Finché sono quelle storiche, quelle di vecchia data, va bene, ma perché farne altre, quando già sai che dovrai affidarle ai privati?
«Le faccio un esempio, la piscina ci costa 180 milioni di vecchie lire e ne prendiamo 200! Siamo perciò in saldo attivo. Abbiamo inventato una formula innovativa di leasing, noi realizziamo l’opera, la diamo in affidamento, paghi di più di quanto costa al comune il leasing e poi dopo dodici, quattordici anni l’immobile diventa tuo. Mi si dirà che in questo modo si privatizza l’attività sul territorio, in questo modo abbiamo però una gestione attenta e oculata, la struttura è ben tenuta, le rette tra le più accettabili del territorio e un’alta domanda. Certo non ne facciamo una regola, abbiamo una gamma di interventi, abbiamo per esempio l’Astronauti Sporting Club che non ci da niente, poi abbiamo altri immobili che condividiamo con la scuola, etc.».

Ma qual è il vantaggio del pubblico di una seconda piscina?
«Il vantaggio è che San Sebastiano diventa una città dello svago, attualmente è una città dormitorio, il commercio langue, l’edilizia non si può fare, vogliamo darci una vocazione? Diamoci quella di sviluppare nei fine settimana un turismo endogeno, una movida sostenibile».