“LA VETRINA DEI POTENTI CHE PARLA SOLO CON SÉ STESSA”

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    Dialoghi e riflessioni tra i personaggi animati dal prof. Giovanni Ariola, sulla crisi economica e i potenti. “Sapremo riabituarci al poco?”.

    Il prof. Carlo, guardando dalla finestra i tetti di fronte coperti da un leggero strato di neve, sospendendo per un attimo i pensieri, ha come l’impressione che il mondo là fuori sia immobile e che i tanti cambiamenti che continuamente lo coinvolgono e travolgono siano del tutto illusori. Non è infatti lo stesso paesaggio osservato l’anno scorso? Non è la stessa neve vista, toccata da ragazzo?

    Strana sensazione, subito spazzata via dalla coscienza della realtà e del presente così diversi dal passato anche recente. Sì, tutto è diverso e ogni giorno che passa ci si trova di fronte a situazioni nuove. Come diverso questo inizio Duemila dai primi anni del Novecento: allora un’euforia economica, politica e culturale, invece in questo decennio appena trascorso una lenta, graduale inarrestabile depressione e quasi implosione con rischio di precipitare nel buco nero di una realtà decrepita, disgregata e aggredita da azioni insensate degli umani, in preda a pulsioni e imperativi patologici di autodistruzione!

    Ha appena finito di leggere un articolo sul forum che si è svolto a fine gennaio, come ogni anno dal 1971, quando fu istituito dal professore tedesco Klaus Schwab, a Davos, splendida località turistica sulle Alpi svizzere, il World Economic Forum (WEF), al quale hanno partecipato capi di Stato, presidenti di banche centrali, centinaia di ministri economici, premi Nobel, scienziati e personalità del mondo accademico, migliaia di imprenditori, molti plurimiliardari del pianeta. Per fare che cosa? Per occuparsi dei problemi del mondo? Per cercare insieme una qualche soluzione e accordarsi alla fine su una linea operativa comune?

    – Caro Eligio – dice rivolto al collega che sta anche lui leggendo la stessa notizia su altro giornale – anche quest’anno l’incontro a Davos finisce per essere un’occasione per i singoli partecipanti per lucrare un guadagno personale, in parole povere per concludere vantaggiosi business (affari), o al massimo, da parte di alcuni capi di Stato più vigili (più furbi e responsabili) (Germania, Francia), per fare accordi che tirino acqua al mulino del proprio paese alla faccia del bene comune europeo…anzi, per dirla con un bel neologismo, di Eurolandia (= il paese dell’euro. Termine formatosi sul modello di Finlandia e Groenlandia)…

    – Eppure – ribatte il prof. Eligio – secondo i sostenitori del forum, questo persegue il nobile scopo di promuovere un dibattito su come “migliorare il mondo”….
    – Ha scritto bene Moisés Naìm, scrittore e giornalista venezuelano, membro dell’IMC (International Media Council), organo del WEF e presidente del Gruppo dei Cinquanta, composto dai direttori generali delle più grandi industrie del Sudamerica: “Le riunioni su povertà, ambiente o conflitti militari sono tanto frequenti quanto le discussioni su argomenti legati ad aziende e affari. Tuttavia, la verità è che la ragione principale per cui professionisti tanto indaffarati si recano in un posto così lontano e scomodo come Davos non sono le tavole rotonde, quanto la possibilità di sviluppare una rete di contatti e rapporti con gli altri partecipanti…Dubito che a Davos vengano prese decisioni importanti.”(“Il Sole 24 Ore” del 30/1/2011)

    – Molto significativo e illuminante il titolo che Francesco Guerrera, caporedattore del Financial Times ha dato al suo articolo del 31 gennaio scorso “Davos una vetrina per un’elite globale che parla solo con se stessa”…
    – E alla fine – si chiede il prof. Carlo – che cosa si è concluso? Il mondo continua ad avere i suoi problemi che diventano sempre più drammatici. E a dire che non è che non ne siano consapevoli. “Il WEF 2011? – ha confessato l’AD (Amministratore delegato) della Lehman Brothers, società finanziaria statunitense attualmente coinvolta in una colossale bancarotta, come riferisce Gianni Riotta (Il Sole 24 Ore del 30/1/2011) – È cominciato nella speranza ed è finito nell’ansia. Ma sa qual è la differenza tra questa edizione e quelle seguite alla crisi finanziaria 2008? Allora era l’economia a far paura, ora è il mondo”.

    E in effetti se una delle cause di questa crisi economica che ha investito la maggior parte del pianeta è il processo di globalizzazione non ben governato, non si può ignorare che il mondo stesso presenta una realtà fisica e sociologica di una problematicità estrema, anzi prossima ad un collasso irreversibile, e qualsiasi tentativo di una efficace governance (=processo attraverso il quale si affrontano e si gestiscono collettivamente i problemi della società o di una particolare situazione) risulta fallimentare. Non a caso i numerosi scienziati partecipanti alla sesta edizione del Festival delle Scienze, tenutasi a Roma all’Auditorium Parco della Musica, dal 20 al 23 gennaio scorso, hanno scelto come tema da trattare e su cui discutere “La fine del mondo. Istruzioni per l’uso”.

    È stato ribadito in quella sede che la fine del pianeta o almeno un danneggiamento irreparabile potrà avvenire non tanto per cause naturali che pure continueranno a pesare, quanto per le conseguenze dei comportamenti umani e delle decisioni politiche e quindi proprio della governance più o meno idonea.

    – So che sei stato a Roma proprio in quei giorni. Hai partecipato al Festival?
    – No purtroppo! Sono andato perché invitato ad un concerto che si è tenuto nella Basilica di Sant’Anselmo all’Aventino in occasione della giornata della memoria. Un concerto molto toccante. Un quartetto di ottoni, un organo e un coro hanno presentato la Dachauer Messe (o Missa Dachoviensis = Messa di Dachau) del padre Gregor (al secolo Theodor) Schwake.

    Di seguito sono stati eseguiti 8 pezzi per il Libro di Fullen per baritono, coro maschile e organo, composti da Pietro Feletti, un notaio di Comacchio (n. nel 1891 e m. a Ferrara nel 1986) donato alla musica, nel campo di prigionia di Fullen. Il concerto è stato organizzato dall’Istituto di Musica Concentrazionaria che ha sede a Barletta e che si occupa dello studio, ricerca e catalogazione dell’intero corpus musicale scritto dal 1933 al 1945 da musicisti prigionieri o deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich, del Giappone, della Repubblica di Salò, degli Alleati e dell’Unione Sovietica.

    – Per tornare all’evento di Davos, ritengo che dopo la crisi delle ideologie novecentesche e dei sistemi economici relativi, con questo tsunami che si sta abbattendo sul mondo, con l’imporsi delle economie della Cindia o meglio del gruppo BRIC, sia urgente trovare una via alternativa…
    – Non è facile …La questione è complessa tanto più che coinvolge diversi ordini di responsabilità: morale, sociale, politica…

    – Diciamo anche culturale, in genere, e perfino religiosa…Trovo interessante quanto ha scritto Edmondo Berselli nel suo prezioso saggio composto poco prima di morire: “Come terapia sociale , occorrerà guardare alla nostra storia, per vedere su che cosa si è fondata. Ed è superfluo ripetere che alle nostre spalle c’è un passato di redistribuzione, quel sistema realizzato dalle democrazie cristiane (i due termini significativamente separati nel testo – Nota del sottoscritto) e dalle social democrazie europee…Nel frattempo noi europei proveremo a vivere sotto il segno meno: meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi. Più poveri, insomma” (“L’economia giusta”, Einaudi, 2010, p.97)

    – Sì la redistribuzione…Potrebbe essere la parola magica…l’idea per ripartire…Purché si adottino moduli operativi non più legati alle ideologie novecentesche. Purtroppo…restano tante difficoltà, la prima di tutte quella di coniugare libertà individuale e giustizia sociale. E poi, caro Eligio, chi ha cominciato con il poco sa come si fa a vivere di poco; viceversa chi conosce solo l’abbondanza e lo spreco non potrà mai abituarsi ai sacrifici, se non in una situazione di calamità e di necessità estrema che comunque non auguro a nessuno. La nostra fanciullezza, lo sai bene, fu fatta di scarpe risuolate, di vestiti rattoppati, di cappotti rivoltati, di serate buie, illuminate appena da lucette anemiche coadiuvate da candele e lumi a petrolio, da case fredde mal riscaldate dall’ossido di carbonio di un braciere, di pane raffermo e di massime severe e inderogabili: “’o ppane nun se jetta manco quanno è sciuruto”(“il pane non si getta neppure quando è ammuffito”).

    Sapremo riabituarci al poco? O almeno sapremo rinunciare a qualcosa “per migliorare il mondo”? Noi anziani forse sì, ma le nuove generazioni?

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