Quanti ricordi, e quanta poesia, sgorgano grazie al ritrovamento di un vecchio arnese, l” >abbrustulaturo, per tostare il caffè. Per Domenico Rea esistono “una bocca e una faccia da caffè”. Di Carmine CimminoScavando tra i vecchi arnesi ammassati in cantina – pare che sia una moda-, ho trovato, nascosti dietro una macchina per cucire Singer, un braciere di ottone, il maestoso, intatto asciuttapanni e, nero nell’angolo più buio, l’ abbrustulaturo. Molti anni fa il caffè crudo costava meno di quello già tostato. La tostatura era un esercizio domestico. I chicchi venivano messi nel cilindro che una manovella mossa da mano esperta faceva ruotare sulla griglia cosparsa di viva brace; di tanto in tanto si apriva la finestrella di quello strumento di tortura, e si controllava il colore dei chicchi: ad ogni apertura, l’aroma inebriante irrompeva in dense volute per la cucina, e si diffondeva all’esterno attraverso la finestra.
L’operazione terminava solo quando il colore dei chicchi si faceva manto di monaco, e cioè un misto di bruno Van Dick e di terra di Siena bruciata. A quel punto, gli acini neri e ancora di fuoco venivano sparsi su un cartone, e separati l’uno dall’altro con una bacchetta già impregnata dell’odore di cento altre tostature. Si raffreddavano a poco a poco, e prima che si spegnesse l’ultima traccia di calore, sprigionavano un estremo guizzo di profumo assai intenso: come i cigni, di cui si raccontava che solo in punto di morte riuscissero a cantare con voce melodiosa. Freddi, i chicchi erano pronti per la tortura del macinino, che li stritolava rumorosamente in una polvere densa e varia al tatto, e colma di segreti segni, che l’acqua della fontana e la macchinetta napoletana avrebbero tentato di sciogliere.
C’è chi crede che nei fondi di caffè siano scritte notizie sul futuro. L’ultima volta che vidi celebrare in casa mia il rito dell’abbrustulatura fu intorno al 1965, quando arrivò dall’ Argentina – l’Argentina era allora tra i Paesi più ricchi del mondo – un fratello di mio padre, con un carico di cose buone per noi, che portavamo ancora negli occhi non dico il ricordo della fame, ma certamente l’irrequietezza di chi troppo a lungo si è accontentato del poco. Dalle valigie uscirono molti chili di caffè crudo, una scorta di carne in scatola – sui barattoli galoppava l’immagine di un gaucho – , caramelle, biscotti, e perfino un aggeggio che serviva a succhiare l’infuso della yerba maté. E poi crudeli fotografie dei parenti lontani, tutti intenti non a pensare a noi, ma a contemplare vitelli interi trapassati da spiedi enormi e sospesi su tappeti di braci in bianco e nero.
Non mi permetterò di fare l’elogio del caffé napoletano, su cui è già stato detto e scritto tutto, o quasi: il caffè non si è fatto mancare niente: locali, salotti, giornali, canzoni, racconti, romanzi, film, e anche crimini: buona parte della storia nera d’Italia sta scritta nei fondi dei caffè che furono fatali a Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, e a Michele Sindona: sapevano troppo, e un caffè corretto al veleno li ridusse al silenzio eterno.
Parlerò di Domenico Rea, e della sua memorabile tesi, che esistono “una bocca e una faccia da caffè.”.
Aveva, l’una e l’altra, Edoardo Scarfoglio, il fondatore del Mattino, il volubile marito della Serao: Edoardo Scarfoglio – scrisse Don Mimì Rea – aveva finito per prendere la forma fisica del caffè. Aveva la così detta bocca da caffè: le labbra schifate del prossimo, gli occhi di una intelligenza spogliatrice, una maniera di star seduti come se fosse sempre sul punto di scivolare. E forse per questo, Francesco Cangiullo, geniale intellettuale napoletano, poeta e artista futurista, insaziabile consumatore di caffè, inventò una sedia particolare, contorta e convulsa e come scossa da scariche elettriche, e la chiamò sedia nevrastenica. ( E a questa sedia non si può non dedicare un articolo).
Continua don Mimì: Questa, della faccia da caffè, che sembra un’iperbole non si può credere fino a quale punto sia una realtà. Il prof. Renato Caccioppoli, il grande matematico napoletano compagno di studi di Enrico Fermi, era la quintessenza della forma del caffè. Magro come uno stecco, la giacca inglese gli scivolava dalle spalle; il calzone era sempre sul punto di cadergli; la voce, nativamente aristocratica, gli usciva cupamente dialettale e ironica. Qualunque meraviglia al mondo veniva normalizzata. Rientrava nell’universo razionalizzante del caffé. Del caffè rigorosamente amaro.
Egli, figlio di Sofia Bakunina, figlia del rivoluzionario russo Michele Bakunin, non avrebbe condiviso per intero l’aforisma che Kaminsky attribuì proprio a suo nonno, e che forse era stato forgiato da Talleyrand: Il caffè, per essere buono, deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore. Il genio di Caccioppoli, rischiarò con la sua luce intensa l’ultima Napoli, quella dei primi quaranta anni del Novecento: una città ancora vitale, madre inquieta e vanitosa di figli grandissimi. Caccioppoli si uccise l’8 maggio del 1959: ma già da tempo l’alcol aveva offuscato la lucidità portentosa del suo intelletto. Si dichiarava non italiano, ma napoletano; non gli piaceva mangiare: diceva che l’uomo che mangia è un animale intento solo a riempirsi il buco dello stomaco.
Ma gustava assai la pizza, perché gli sembrava di mangiare un quadro, fatto di colori vitali, un’immagine perfetta della natura. Conclude Domenico Rea: Così come gli spaghetti filiformi e sfuggenti riproducono in pieno la mobilità degli scugnizzi e la forma della pizza rassomiglia alla rotondità del golfo di Napoli (con la mozzarella, che simboleggia le vele bianche, il basilico, le alghe, il pomodoro, il rosso degli scafi dei velieri e il cornicione, il rupestre delle scogliere), il caffé allude a quel filo estroso e schizoide che ha sempre distinto i napoletani da tutti gli altri.
Ma l’immagine della faccia da caffé l’ aveva modellata, molto prima di Domenico Rea, un altro protagonista di quel primo trentennio del ‘900: Gaetano Miranda, giornalista, scrittore, traduttore di Zola, segretario, per alcuni anni, di Eduardo Scarpetta. In uno dei molti articoli da lui dedicati alla Napoli notturna dei café chantant e dei locali dove la folla variopinta dei frequentatori di ippodromi e di allibratori, di teatri e di ballerine e di fascinose cantanti, tentava di nascondere e di dimenticare le ansie del giorno, Gaetano Miranda scrisse che gli capitava spesso di sorbire il caffé con tutto il corpo, indirizzando su un punto nero gli occhi e le labbra e perfino il corrugamento della fronte. Faceva, insomma, la faccia da caffé.
(Foto: Particolare del quadro di Amerigo Bartoli (1930), Gli amici al caffè)





