UNITÁ D”ITALIA. IL VESCOVO DI NOLA INVITA I SINDACI DELLE 45 CITTÁ DELLA DIOCESI

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Il contributo dei cattolici per l”Unità d”Italia è stato molto importante. Ecco perchè il 17 marzo deve essere la Festa di tutti. Di Don Aniello Tortora

Il 17 marzo, in via eccezionale e soltanto per questo anno 2011 nel 150° dell’Unità d’Italia, sarà solennemente celebrata in tutto il Paese la festa nazionale. Un evento che ricorda il faticoso e travagliato compimento, sul piano politico, di quella profonda unità del Paese. Sarà, quella del 17 marzo, e giustamente, una festa civile; ma sarà anche – dovrebbe essere! – una ‘festa religiosa’, non tanto per celebrazioni patriottiche, quanto, e soprattutto, per fare memoria degli antichi ‘steccati’ tra Stato e Chiesa e per mettere in luce il loro definitivo superamento, grazie a una duplice maturazione: quella della coscienza civile e quella della stessa più avvertita coscienza ecclesiale.

Bisogna ricordare che anche i cattolici hanno dato un contributo decisivo all’Unità d’Italia. Nel 1867 nasce la Società della Gioventù Cattolica, fondata da due giovani Mario Fani e Giovanni Acquaderni, e riconosciuta da Pio IX. Lo stesso Movimento cattolico negli ultimi decenni dell’800, non potendo partecipare alla vita politica del Paese (ricordiamo il famoso “non expedit”) sviluppò un forte movimento sociale fatto di iniziative ed opere che si posero dalla parte del popolo:

nasce un articolato sistema di credito mutualistico; nel campo della questione agraria ci si pone a difesa della mezzadria e a scapito dell’azienda capitalistica cercando di integrare l’economia contadina; si riflette sulla funzione sociale della proprietà e sulla valorizzazione del lavoro; nasce un associazionismo che mette insieme i lavoratori della terra per la tutela dei lavoratori stessi e per l’allargamento della piccola proprietà coltivatrice, così come si individuarono alcune possibili riforme per il piccolo fitto agrario quali la regolamentazione degli sfratti, l’allungamento della durata dei contratti, il rimborso per le migliorie apportate.

Fortissimo fu anche l’impegno che fin dall’età di Leone XIII i cattolici dispiegarono nel campo della questione operaia e partecipando alle lotte sociali nel passaggio tra l’Ottocento e il Novecento. Altro campo su cui il Movimento cattolico profuse le sue energie è la questione femminile. Nel 1908 sorgono alcune opere sociali, ma soprattutto l’Unione fra le Donne cattoliche d’Italia e, nel 1918, con Armida Barelli, la Gioventù femminile che sarà capace di coinvolgere milioni di donne, di ogni ceto sociale, nella vita della Chiesa e nel sentirsi parte viva del Paese. Anche la fondazione di un partito politico, aconfessionale, da parte di un giovane sacerdote siciliano nel 1919, don Luigi Sturzo, si proponeva con il suo programma di rappresentare alcune istanze politiche frutto anche della riflessione sociale cristiana nel Paese.

Dopo il passaggio del 1929 (Concordato tra Stato e Chiesa e soluzione formale della questione romana), si apre poi un’ulteriore pagina nel rapporto tra i cattolici e lo Stato unitario: quello del secondo conflitto mondiale e della resistenza. Anche qui i cattolici saranno i primi a diffondere la necessità di una pace che doveva risolvere i drammi, i lutti e le distruzioni del conflitto in cui si erano avventurati. La nascita della Democrazia cristiana, la Costituente e l’elaborazione di una Carta Costituzionale vedranno ancora una volta protagonisti i cattolici. Il resto è storia recente.
La stessa organizzazione capillare della Chiesa italiana su tutto il territorio della nazione, attraverso le parrocchie, è segno quotidiano di presenza e di solidarietà nazionale.

Potremmo dire che circa il rapporto tra i cattolici e il Paese vi sono, per i credenti, almeno tre punti meritevoli di attenta considerazione. In primo luogo, il pentimento , il riconoscimento, cioè – già fatto proprio da Paolo VI in un famoso discorso e varie volte rinnovato dai suoi successori – che qualche cosa mancò alla Chiesa dell’Ottocento in fatto di percezione del corso degli avvenimenti e della necessità di non arroccarsi in una difesa oltranzista di una pur nobile tradizione. In secondo luogo, il ringraziamento per un’unità spirituale e morale raggiunta alla fine anche grazie all’apporto e al sacrificio dei cattolici, e consacrata da una Costituzione – quella del 1948 – che onora il nostro Paese e alla quale i credenti hanno offerto un contributo determinante.

Infine, l’impegno di tutti i credenti al servizio di questa Nazione italiana che, nonostante le ombre che gravano su di essa e malgrado i venti di crisi che la scuotono, è ancora, nel mondo, un punto di riferimento per quanti credono nei più alti valori di una civiltà a misura d’uomo. Ecco perché il 17 marzo dovrebbe essere una festa per tutti e di tutti, anche per e dei cattolici.
Ecco perché il Vescovo di Nola il 16 marzo, vigilia della Festa nazionale, alle ore 19.00, nella Basilica Cattedrale di Nola celebrerà una S. Messa alla quale sono stati invitati i sindaci e le Amministrazioni comunali delle 45 città della Diocesi di Nola.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

BUONE NUOVE DAL PIANETA CARCERE: L’ESEMPIO DELLA CASA CIRCONDARIALE DI POZZUOLI

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Non è facile parlare di carcere in termini positivi ma è doveroso segnalare le buone iniziative, che aprono la via della speranza per chi vive la galera. Di Simona Carandente

In un momento storico dove l’emergenza carceri è sotto gli occhi di tutti, dove il complesso pianeta della detenzione vive un momento di enorme difficoltà, connesso all’atavica carenza di risorse ed infrastrutture, non è facile parlare di carcere in termini positivi, nello scopo di diffonderne un’immagine lontana dall’immaginario collettivo.

Eppure, anche in un territorio difficile come quello campano non mancano iniziative importanti e di ampio respiro, che pur non avendo l’ambizione di risolvere in nuce i problemi della popolazione penitenziaria, sono volte quantomeno ad alleviarne le difficoltà quotidiane, aprendo uno squarcio di speranza sulla quotidianità penitenziaria e su chi è costretto a viverla.
Merita di essere segnalato l’esempio della Casa Circondariale di Pozzuoli che, con il prezioso aiuto di associazioni esterne senza scopo di lucro, si distingue per le numerose iniziative rivolte alla popolazione penitenziaria, rigorosamente femminile, ivi ristretta.

È di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia dell’acquisto di 3 TV Lg e di 3 Dvd che verranno collocati negli spazi comuni dei reparti che ospitano le detenute, con lo scopo di realizzare in futuro una cineteca, finalizzata ad alleviare la quotidiana monotonia delle recluse. L’acquisto è stato possibile grazie ai proventi raccolti il mese scorso, con il ricavato di una cena tenutasi proprio presso la Casa Circondariale, che ha visto le stesse detenute attivarsi e collaborare in prima persona.
Proprio l’attività dei laboratori di cucina, peraltro, ha fatto sì che per quattro detenute della Casa Circondariale si realizzasse un sogno: quello di trovare lavoro all’esterno del Carcere.

Grazie ad appositi laboratori di cucina, tenuti in collaborazione con l’"Associazione Professionale Cuochi Italiani", si è permesso alle detenute di maturare una significativa preparazione sul campo, che ha permesso ha due di loro, una volta rimesse in libertà, di trovare un’insperata occupazione. Per altre due, in regime di semilibertà, si sono aperte le porte della ristorazione, anche se al momento solo di giorno, nella speranza che l’impegno possa divenire quotidiano una volta scontata del tutto la pena inflitta.

Tra le attività della Casa Circondariale, con il prezioso supporto della Onlus "Il Carcere Possibile", occorre poi segnalare la dotazione, nel giardino del penitenziario, di alcuni giochi per bambini, acquistati con il ricavato della serata di beneficenza "Ridere per rieducare", finalizzati a rendere più piacevole e meno traumatico l’incontro dei piccoli con le proprie madri detenute. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)
 

LA RUBRICA DELL’AVV. SIMONA CARANDENTE

LA “SICUREZZA URBANA” NON É SOLO “ORDINE PUBBLICO”

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I cittadini dei comuni della Provincia di Napoli testimoniano sentimenti di insicurezza e paura più elevati di quelli di città come Milano, Roma, Torino, Bologna. E non solo per il problema criminalità. Di Amato Lamberti

La sicurezza è diventata il problema più sentito dai cittadini, non solo in Campania e nel Mezzogiorno, ma in tutta Italia e nel resto del mondo. Le ragioni sono complesse e non del tutto chiare. Altri problemi, apparentemente più gravi, come la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, le crisi economiche ormai cicliche, la riduzione delle politiche di welfare, premono sulle persone e sulle comunità, ma il bisogno di sicurezza sembra attraversarli tutti, con una forza che appare talvolta imporsi sulla sostanza stessa delle specifiche situazioni.

Un fenomeno multidimensionale nel quale diversi aspetti si sovrappongono diventando, a volte, indistinguibili. Si può, infatti, parlare di sicurezza, come fa Beck, quando parla di società del rischio, in termini di “security”, vale a dire di sicurezza esistenziale, cioè di certezza che il mondo sia stabile e affidabile, così come lo sono i suoi criteri di correttezza, le abitudini e le abilità acquisite necessarie a superare le sfide della vita. Ma se ne può parlare anche in termini di “certainty”, di sicurezza cognitiva, di conoscenza dei sintomi, degli indizi e dei segni premonitori che ci permettono di intuire che cosa aspettarci. Infine, se ne può parlare in termini di “safety”, vale a dire di sicurezza personale minacciata dalla violenza diffusa, dal “random crime”, l’aggressione inattesa e imprevedibile, dalla criminalità organizzata.

Per cui, quando si parla di sentimento di insicurezza, di percezione di paura, di senso di non sicurezza, ci si riferisce a “security” e a “certainty”, cioè allo stato di precarietà che caratterizza la nostra condizione esistenziale e al nostro rapporto con il sistema sociale nel quale siamo inseriti. Invece, a livello istituzionale, in particolare nel territorio napoletano, si tende a privilegiare unicamente il livello della “safety”, della sicurezza personale, come se la mancanza di lavoro e di prospettive occupazionali, lo stato di indigenza, la carenza di abitazioni, il degrado del territorio, le inciviltà dei comportamenti, non fossero importanti per comprendere l’insicurezza e la paura che attanagliano, sia pure come sentimenti, i cittadini di ogni condizione sociale.

Un esempio ne è il recente protocollo d’intesa firmato tra Amministrazione provinciale e Comune di Napoli che, in pratica, si riduce alla installazione di telecamere nei luoghi individuati come di maggiore pericolosità per la sicurezza dei cittadini rispetto all’assalto della criminalità di strada e di quella organizzata. La questione della “sicurezza urbana” è, invece, ben più complessa. Innanzitutto, perchè con questa locuzione se ne vogliono sottolineare gli aspetti innovativi rispetto al concetto tradizionale di “ordine pubblico”, considerando sicurezza non solo l’assenza di minacce ma anche attività a favore di un miglioramento della sua percezione da parte dei cittadini. Inoltre, il termine “sicurezza urbana” dovrebbe aiutare a concepire e affermare nuovi ruoli per enti territoriali e soggetti istituzionali, come regioni, province, città, che non hanno mai avuto competenze dirette in materia.

Il fatto che il territorio della provincia di Napoli, nelle sue città e nei suoi paesi, sia caratterizzato da elevatissimi livelli di insicurezza e da alti sentimenti di paura da parte dei cittadini, molto più elevati rispetto ad altre situazioni nazionali paragonabili, come Torino, Milano, Bologna, Roma, non dipende solo dalla presenza di organizzazioni criminali libere di scorazzare ad ogni ora del giorno e della notte. La criminalità diffusa, anche a livello di forme di inciviltà come l’abbandono di rifiuti ingombranti per la strada, accresce, non crea, i sentimenti di insicurezza e di paura. A creare insicurezza è l’incertezza del futuro, in tutti i sensi, dal lavoro, all’occupazione, all’inserimento sociale, alla carenza dei servizi, all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e dei suoi frutti, all’avvelenamento del corpo stesso delle persone.

Ma è anche la sfiducia nelle istituzioni che hanno perso ogni credibilità rispetto alla capacità di risolvere i problemi della gente. Una sfiducia generalizzata che porta le persone a rinchiudersi su se stesse, a curare solo i propri affari, a vedere negli altri dei nemici o dei potenziali assalitori, a blindare le proprie abitazioni per renderle inattaccabili da ogni possibile intrusione. La perdita della fiducia nelle istituzioni democratica allenta e dissolve i vincoli di comunità che erano la vera difesa degli individui dai possibili nemici interni ed esterni. L’immagine più eloquente della paura e dell’insicurezza in cui vive il nostro territorio è lo spettacolo che danno di notte le nostre città e i nostri paesi.

Immerse nel buio, senza gente per le strade, i rari passanti che strisciano lungo i muri, ci si muove solo chiusi in auto sempre più blindate. Come se fosse stato imposto il coprifuoco. Forse una maggiore illuminazione sarebbe molto più efficace di tante telecamere.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTA’ AL SETACCIO

GIOVANNI COFFARELLI E LA CULTURA POPOLARE

Custode severo della cultura popolare vesuviana, Coffarelli ha lavorato per salvarla dallo sviluppo caotico che intanto avanzava. Quel percorso potrà essere continuato solo attraverso un processo artistico, con la musica. Di Carmine Cimmino

Giovedì scorso (17 febbraio, ndr), nella sala convegni, già scuderia, del Palazzo Medici di Ottaviano è stato ricordato Giovanni Coffarelli, che fu interprete magistrale e severo custode di aspetti importanti della cultura popolare vesuviana. Il luogo vibrava di corrispondenze, perché i Medici si dilettavano di organizzare, nel loro giardino, spettacoli di balli contadini, soprattutto per celebrare la vendemmia. Nel 1853 Giuseppe IV Medici ospitò nel palazzo Salvatore De Renzi, che percorreva il territorio studiando, dal punto di vista medico, la tarantella.

Limpido e brillante è stato l’intervento del dott. Mario Iervolino, sindaco di Ottaviano; commossa, la testimonianza del prof. Ugo Leone, Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, conoscitore profondo e tutore, per vocazione e per passione, prima ancora che per gli obblighi del ruolo, dell’ambiente vesuviano, che Coffarelli difese con energia pari all’amore. Il prof. Gianni Pizza, antropologo, ha parlato della capacità di Coffarelli di distinguere, tra i demoni che hanno costruito gli archetipi della nostra civiltà, i demoni buoni da quelli cattivi. E mi pare che sia un riconoscimento importante, perché invita a riflettere sul piacere dell’ invenzione e del racconto che spinge i vati della cultura popolare a costruire la città della loro verità, e a schiuderne le porte solo a chi ha fede, a chi si abbandona all’incantamento.

E infatti Giorgio Baffi ha ricordato, subito dopo, la potenza magica della voce e dei movimenti di Coffarelli che disegnavano intorno a lui uno spazio suo proprio e lo immergevano nel flusso di un suo proprio tempo, così che ogni momento dell’esistere era, per l’artista, esistenza vera e teatro. Non si parlava con Coffarelli: lo si ascoltava e lo si osservava mentre tesseva le forme delle sue storie, mentre le sue mani chiamavano in vita le note della tammorra. Il prof. Pizza ha detto, tra l’altro, che la camorra si è servita e si serve della cultura popolare: non sono d’accordo, e credo che sia necessario tornare sull’argomento. Ha presentato i relatori il prof. Ciro Raia.

Giovanni Coffarelli ha continuato fino all’ultimo giorno a sviluppare la parte sua di quel progetto che venne messo a punto e in parte realizzato negli anni ’70, quando un gruppo di giovani – giovani di età, giovani di spirito, tutti accesi dall’amore per la terra e dall’entusiasmo per questo amore – tentò di trarre in salvo i preziosi relitti della cultura popolare vesuviana che naufragava tra i flutti dello sviluppo caotico dell’industria e del commercio grosso. Alcuni di essi inventarono il Giugno Popolare Vesuviano, e fu un’invenzione geniale, perché Terzigno, San Giuseppe, Somma, Ottaviano erano, per l’archeologia della cultura popolare vesuviana, siti ricchi, intatti, a molti strati, remoti e recenti.

Nella prima edizione – era il giugno del ’74 – debuttò il Gruppo Folkloristico della Zabatta, “animato da Rafaele ‘e fottere, ‘Ngiolillo ‘e Lurzano e Vincenzo Invernale”. Nel ’75 il Giugno ospitò il Gran Teatro di Carlo Cecchi, Otello Prefazio, Toni Cosenza, Mario Schiano, il gruppo Napoli Centrale, il Gruppo operaio di Pomigliano E Zezi. E Zezi tornarono anche l’anno dopo, e si confrontarono con il Gruppo contadino della Zabatta, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e con il Gruppo dell’Arci di Somma Vesuviana. Ricordo Emanuela Marassi mentre srotola il suo filo di Arianna per le strade di una cinica Ottaviano. Era il giugno del ’78. La Marassi si muoveva con la stanca leggerezza delle scapigliate che ancora pochi anni prima, per quelle stesse strade, accompagnavano, a piedi nudi sui basoli lucenti, la Madonna del Carmine, e cercavano il filo che le guidasse fuori dal labirinto del peccato e della sofferenza.

Parteciparono alle edizioni successive Eugenio Bennato, Aulo Pedicini e Beppe Rosamilia, Giorgio Zito (se i miei appunti non mi tradiscono), Beppe e Concetta Barra. Importanti spazi vennero riservati a poeti, romanzieri, pittori, scultori e fotografi; non venne trascurata alcuna forma di espressione. Il Giugno offrì ai vesuviani le incantevoli letture di Rafael Alberti, il genio mimico e musicale del Gruppo della Gaita, e la suggestione dei ricami lavorati dalle donne di Marigliano. Dal progetto del Giugno messo a punto da Renato Andreozzi Franco Ammirati Salvatore Borriello Bruno Soviero Alfonso Cepparulo vennero tracciati itinerari che poi il tempo ha in parte cancellato, o forse solo nascosto sotto grovigli di erba della dimenticanza. Ma qualche sentiero meriterebbe di essere sgombrato e percorso di nuovo.

Era fatale che a un certo punto la storia del Giugno si interrompesse, ed è fatale che i Mani di Giovanni Coffarelli si chiedano, preoccupati, se e chi continuerà il viaggio attraverso la cultura popolare. Ho sempre pensato che il recupero della cultura popolare sia un processo artistico più che un’operazione scientifica. Prima di tutto perché il concetto di cultura popolare è uno di quei concetti fatti di cedevole gomma che ognuno tira dalla sua parte, così che non è possibile fissarne una definizione che sia abbastanza precisa e abbastanza condivisa, e poi perché da qualche relitto: un costume, un canto, uno strumento, una pietanza, nessuno riuscirà mai a ricostruire l’insieme, a dare un’idea soddisfacente del tutto che è irrimediabilmente scomparso. Si corre il rischio di spacciare per scientifiche delle forme che sono solo un’invenzione pittoresca.

Forse solo la musica può garantire alla nostra emozione la possibilità di intuire il passato nella breve luce di un lampo: la musica tocca le fibre intime dell’ animo e scuote gli archetipi della sensibilità. La musica e la vesuvianità. Credo che i Mani di Giovanni Coffarelli possano serenamente dedicarsi alle armonie e ai silenzi dei Campi Elisi, dove il tempo eterno fa vibrare sotto le sue dita l’idea prima del suono della tammorra. Angelo Tuorto, Musico Vesuviano, ha nella mente, nella voce e nel cuore i carismi necessari per tracciare una sua strada attraverso il passato e il presente di questa nostra terra, e percorrerla con passione.
(Foto: Il filo d’Arianna – intervent’azione- Ottaviano – 5° Giugno Vesuviano – 1978 – tratta dal libro "L’altra faccia del Vesuvio -1974- 1984- Dieci anni di Giugno popolare Vesuviano – a cura di Alberto Castellano").

LA STORIA MAGRA

IL LAVORO DI CHI LOTTA CONTRO LA DISPERSIONE SCOLASTICA

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I ragazzi della Scuola Media “C. Poerio” di Napoli, si preparano a diventare cittadini responsabili lavorando con le associazioni che si curano dei minori a rischio. Si fanno sentire i tagli al Terzo Settore. Di Annamaria Franzoni

Tra le finalità principali dell’iniziativa “LE(g)ALI AL SUD: UN PROGETTO PER LA LEGALITÀ IN OGNI SCUOLA” la Scuola Media Statale Carlo Poerio di Napoli, diretta dalla Dott.ssa Daniela Paparella, si è posta la promozione, nei suoi giovani allievi, del principio della “responsabilità partecipativa” alla vita della comunità di appartenenza, attraverso esperienze che educhino al confronto e al rispetto di se stessi e degli gli altri, che favoriscano l’interiorizzazione delle norme del buon vivere civile, che rafforzino la consapevolezza ed il grande valore di essere cittadini liberi in grado di pensare e di scegliere, mediante modalità “informali” di apprendimento.

Il progetto, pur articolandosi in due tematiche distinte (‘lo sguardo dentro e intorno’ e ‘il processo nella giungla’) e con due gruppi di giovani delle prime classi distinti, persegue i medesimi obiettivi formativi, per cui, trascorsi i primi incontri spesi per l’accoglienza, la conoscenza, il consolidamento dei singoli gruppi e la costruzione partecipata del percorso, si è ben pensato di svolgere un’attività condivisa fuori dalle pareti scolastiche presso una delle Cooperative sociali partenariate con la fondazione Alessandro Pavesi.

La scelta è ricaduta sulla Società Cooperativa INLUSIO e la cooperativa sociale, “IL TAPPETO DI IQBAL”, rappresentate da Bruno e Giovanni Savino che si inseriscono nel contesto di Barra, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli lavorando contro la dispersione scolastica attraverso un servizio quotidiano di assistenza ai bambini.

Giovedì scorso (17 febbraio, ndr) alle ore 13.00, siamo partiti in autobus dalla sede scolastica della Poerio, sita in C.so V. Emanuele, alla volta di via Ciccarelli a Barra e tra gli sguardi incuriositi e talvolta attoniti dei giovani adolescenti della I municipalità di Napoli siamo entrati nella sede dell’Associazione Inlusio dove siamo stati calorosamente accolti da Giovanni Savino e dal suo staff di giovani collaboratori. Giovanni, a cui abbiamo chiesto di raccontarci le caratteristiche del quartiere nel quale ci trovavamo e il ruolo che all’interno di esso l’associazione svolge ci ha raccontato che il quartiere di Barra ha la percentuale di giovani più alta di Napoli e tra le più alte d’Italia, ma, malgrado ciò, l’amministrazione investe solo ed esclusivamente nel settore anziani.

È un quartiere ad alto tasso di disoccupazione e martoriato dalla criminalità organizzata che regna indisturbata nelle menti dei giovani. Il degrado è ovunque e la totale mancanza di centri aggregativi e di servizi pongono questi bambini al costante rischio. Ed è questa la parola che si associa alle giovani speranze di questi ragazzi. “Minori a Rischio”. La cooperativa INLUSIO si inserisce in questo contesto provando quotidianamente ad offrire opportunità a questi bambini assistendoli in regime semiconvittuale per la Fondazione Banco di Napoli Assistenza all’Infanzia.

Gli alunni della C. Poerio hanno ascoltato con grande attenzione ed hanno condiviso, dopo aver assistito al film“Voci dal Buio” vincitore del primo premio a Giffoni Film Festival 2009 e del premio miglior Film Europeo 2010 in Armenia, un pomeriggio di giochi tesi ad incoraggiare e sostenere la libertà di espressione, favorire la socializzazione tra i componenti dei variegati gruppi tra giochi di presentazione, musica, canzoni, scenette e giocolerie di vario genere, con i 24 bambini ospiti pomeridiani dell’ass. Inlusio.

Giovanni Savino ci riferisce che, al mattino, con un servizio di navetta, vengono prelevati dalle proprie abitazioni e accompagnati a scuola dove poi vengono presi all’uscita per essere portati nel centro di Via Ciccarelli 23, direttamente confinante con una delle famiglie camorristiche più violente ovvero gli Aprea, di Giovanni Aprea detto “Pont e curtiello” responsabile della strage del bar Sayonara di Ponticelli del 1989.
Nella sede che ci ha ospitato quindi i bambini usufruiscono di un pasto con mensa interna che vede il presidente Bruno Savino e sua madre la Maestra Mimma Troise ai fornelli. In sala collabora Carletto protagonista del film “Voci dal Buio”: Giovanni ce lo presenta facendolo entrare in sala come una star tra gli applausi degli ospiti in sala. Ci racconta , inoltre, che Carlo è inoltre il protagonista delle vicende del libro di Giuseppe Carrisi coscritto con Giovanni Savino “Gioventù Camorrista”, strappato come “perla ai porci” e avviato in un percorso di professionalizzazione lavorativa.

Il pomeriggio è dedicato al recupero scolastico e attività concentrate sul benessere in collaborazione con il Tappeto di Iqbal in Teatroterapia tenuto dalla dottoressa Monica Paolillo, in Clownerie e benessere della risata, fiaboterapia, Cinematerapia e Trampoleria e Circo tenuti da Giovanni Savino. Le attività sono allargate gratuitamente anche ad altri 26 bambini portando la platea a 50 bambini che attualmente non ricevono alcuna assistenza per l’assenza di progettualità da parte del Comune di Napoli che ha abbandonato totalmente il terzo settore sociale. Alle 17,00 si chiude l’attività in-door di Inlusio e la cooperativa Il Tappeto di Iqbal intercetta quelli che chiama “Randagi” ovvero 30 ragazzi di Barra e Ponticelli senza alcuna assistenza con attività circensi nel progetto “Io circo per Ridere” sempre in collaborazione con INLUSIO che gestisce i campetti di calcio e basket per due volte presso il nuovo Rione Santa Rosa di Ponticelli.

Alle 20,00 si rientra al centro INLUSIO dove un gruppo di giovani, tra cui Carlo e tanti distratti al sistema criminale, frequentano una compagnia teatrale di teatro civile “Stultifera Navis” per la preparazione di spettacoli teatrali che denunciano la loro realtà.
Il Sabato il tappeto di Iqbal con Giovanni Savino sostiene la Cielito Lindo, associazione di giovani gocolieri e trampolieri presso gli spazi di INLUSIO nella preparazione di attività circensi e di animazione. Spesso l’utenza coinvolta è propria formata dai figli del sistema criminale. Lo spirito è la “RESISTENZA” ovvero la voglia di resistere malgrado tutto. La forte collaborazione con le scuole di circo toscane e le istituzioni Pisane sono monito per andare avanti. Lavorare con questi ragazzi è indispensabile perchè saranno i cittadini di domani.
Ho chiesto allora a Giovanni che ruolo potesse avere questa giornata vissuta con noi e quale valenza egli gli attribuisse.

“Il progetto con la Poerio che vede lo scambio e l’incontro di questi ragazzi con quelli definiti “della classe bene” di Napoli assume una valenza di tutto rilievo in quanto sensibilizzando la probabile classe dirigente di domani si può tentare di chiudere il cerchio. L’incontro di oggi presso la Coop Inlusio è stato importante in quanto ha permesso di far conoscere una “Bombay” a pochi Km da casa propria. Attraverso il filmato “Voci dal Buio” hanno conosciuto l’esistenza dei Bipiani ovvero case di “amianto scaduto” da 10 anni e li nascoste dal terremoto del 1980 dove 400 invisibili muoiono in frigoriferi d’inverno e forni d’estate, senza servizi, senza civiltà. Hanno saputo quanto per queste persone il sistema criminale della Camorra è una risorsa perchè a differenza dello stato la Camorra è veramente organizzata”.

“La cooperativa Inlusio e il Tappeto di Iqbal tutti i giorni vanno avanti con fondi minimi e spesso con tanti ritardi ma convinti che solo “accarezzando un bambino avremo domani un mondo in cui valga la pena vivere”. Parafrasando Benasayang, viviamo l’epoca delle passioni tristi ed è indispensabile lavorare al riappassionare queste giovani speranze. Inlusio e il tappeto di Iqbal sono interlocutori ricercati dalle scuole come la Rodinò che vede nella sua platea studentesca tra i più difficili minori. È il quartiere del Progetto Chance e degli educatori della Cooperativa il Tappeto di Iqbal che la Regione Campania ha deciso di chiudere malgrado i tanti successi raggiunti. L’incontro tra questi bambini di diverse “Caste” è linfa vitale per le speranze della nostra città. Certo ai bambini di Barra manca tutto quello che un bambino della Poerio definirebbe normale. Ma è su questo concetto di “quale normalità” che questi incontri potrebbero aiutare a destrutturare la “normalità” per rendersi conto di quanto sia difficile oggi definire normale l’essere bambini, o almeno volersi difendere dalla negazione dell’infanzia”.

L’idea è quella di bambini che si incontrano in acqua al mare o in spiaggia, lontani dall’ombrellone di famiglia, con solo il costume e quindi nudi di tutte quelle maschere e strutture. Si mostrano bambini liberi di poter scavare una buca insieme nella ricerca dell’acqua, e si sa che la soddisfazione una volta raggiunta non ha differenza di luogo, razza, religione. È semplicemente fantasmagorico e meraviglioso e tutto con la semplicità di un gesto della mano che scava infondo senza farsi domande”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

CHIHIRO YAMANAKA AL THINGHEL TAHNGHEL, TRA SWING E ORIENTE

Il tour italiano della giovane pianista giapponese, acclamata dal gotha del jazz, ha avuto la sua unica tappa napoletana al Tinghel Tanghel (Materdei). In trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e Miki Salgarello alla batteria.

Il Tinghel Tanghel ha ospitato Chihiro Yamanaka, giovane pianista che ha già affermato il proprio talento nel panorama del jazz contemporaneo. Dodici dischi all’attivo, miglior pianista in Giappone e acclamata in USA, Chihiro Yamanaka si è imposta tra le pianiste più importanti della scena jazz contemporanea. Nativa di Tokyo ma residente a New York, negli ultimi anni si è esibita in piano solo, in trio e con orchestra in jazz festival e venue tra le più importanti al mondo. Swing, ritmo, fender rhodes sparsi tra le pieghe dei suoi brani. Una giostra infinita di soluzioni musicali mai scontate, sorprendenti. Il tutto condito da una tecnica pianistica invidiabile e da uno stile impeccabile. Acclamata e premiata, anche se ancora non molto nota al pubblico italiano. La musicista ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e si è esibita in importanti festival.

La serata è stata intensa, un clima intimo, la pianista si è esibita in trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e Miki Salgarello alla batteria. Trascinante la musica. Forte la vicinanza con il pubblico che riempiva la sala e che ha apprezzato e applaudito l’esibizione. I brani hanno spaziato da Take Five a The Girl From Ipanema, Sing Sing Sing. Tante le commistioni e le citazioni, momenti in cui comparivano suggestioni o vere presenze musicali. Il suo talento è stato riconosciuto da subito. Sin dal diploma con il massimo dei voti al Berklee College of Music è stata acclamata come una delle musiciste e compositrici con il maggior potenziale internazionale.

Nel 2000 a Berklee ha ricevuto il Down Beat’s Outstanding Performance Award e ha vinto il concorso Sisters In Jazz. Vincitrice del HMV Award for the Best Jazz Album nel 2004, nel 2005 è stata votata come Best New Artist dallo Swing Journal, pubblicazione giapponese sul jazz. Ha iniziato a studiare musica a quattro anni. Studia al Royal Academy of Music in Inghilterra per poi continuare a studiare al Berklee, ha suonato con alcuni dei maggiori jazz man, inclusi Clark Terry, Gary Burton, George Russell, Curtis Fuller, Ed Thigpen, Nancy Wilson, George Benson ed Herbie Hancock.

Ha suonato nei templi della musica dal Kennedy Center in Washington, New York’s Carnegie Hall, ma anche nel Vienna State Opera House, nel JVC Jazz Festival in New York, the Lionel Hampton Jazz Festival in Idaho, il Tokyo Jazz Festival e in Italia all’ Umbria Jazz Festival.
Il suo ultimo lavoro è Forever Begins, in tour in Europa da inizio febbraio, la tappa napoletana è stata l’occasione per conoscere la sua musica dal vivo. George Russell l’ha definita "una musicista molto dotata e creativa" ed il magazine giapponese Jazz Life l’ha descritta come "una dei più grandi talenti nel jazz degli ultimi decenni".

Per seguire i week end del Tinghel Tanghel: www.tinghel.org – info&prenotazioni: events@tinghel.org – Direzione Artistica: Tiziana Verdoscia.

SE IL DOCENTE NON FA L’APPELLO VA IN OMISSIONE DI VIGILANZA

Il drammatico caso di una minorenne suicida nel bagno della scuola, ha fatto emergere l”accusa di omissione di vigilanza nel caso il docente non rilevi presenze e assenze degli allievi in classe.

Caso
I genitori di M., alunna minorenne, di un istituto magistrale, hanno denunciato il Ministero della Pubblica Istruzione per ottenere il risarcimento dei danni sofferti in conseguenza della morte della figlia, verificatasi nell’istituto scolastico.

La mattina del 13 giugno del 1996, come di consueto, la figlia minore M. saluta la madre per recarsi nell’istituto magistrale che frequentava.
Intorno alle ore 9:00 circa, si consumava la tragedia: M. veniva rinvenuta impiccata all’interno di un bagno dell’istituto scolastico.
La mamma si chiedeva e si chiede come mai, pur essendo vuota la sedia del banco occupato dalla figlia M. dalle ore 8:10 , inizio delle lezioni, fino al momento dell’evento letale, l’insegnante presente nell’aula non ha annotato sul registro di classe le assenze degli studenti.

Il genitore ipotizza, quindi, che l’insegnante non era in classe e la figlia è andata nel bagno senza nessuna autorizzazione. Tale dubbio si insinua nella mente della mamma perché, a suo giudizio, se la figlia fosse andata in bagno autorizzata dall’insegnante, successivamente, il protrarsi dell’assenza dell’alunna avrebbe indotto la stessa insegnante a mandare le altre alunne o il personale ATA a controllare dove fosse o se si sentisse male. Neanche vale l’ipotesi contraria e cioè che l’alunna si sia recata direttamente nel bagno senza passare per la classe, perché resta un dato di fatto: le presenze quel giorno non sono state annotate sul registro di classe.

Decisione
In ogni caso, il comportamento minimo che ad un educatore viene richiesto è, quantomeno, quello del controllo circa la presenza dell’allievo all’interno dell’istituto scolastico ed un conseguente controllo circa i suoi spostamenti durante l’orario scolastico.
Detto controllo avrebbe, infatti, consentito di verificare se i normali poteri di vigilanza da parte degli insegnanti erano stati correttamente esercitati (monitorando la presenza dell’allieva M.) o se, invece, il comportamento della minore era stato tale da sottrarsi completamente al controllo di chiunque avesse potuto anche solo impedirle di procurarsi un qualunque danno.

In sostanza, non è stata data, da parte del Ministero, la prova di una seppur minima vigilanza sull’operato della minore M. dopo il suo ingresso all’interno dell’istituto scolastico. Né controllando se la minore fosse entrata o meno nell’istituto, né annotando le presenze degli allievi sul registro di classe, né, tantomeno, controllando gli spostamenti della minore dall’aula in qualunque altro punto dell’istituto.

Nel caso prospettato i dubbi della mamma vengono confermati da Tribunale che ritiene sussistere, dunque, la responsabilità del Ministero a causa dell’omissione, da parte dell’insegnante istituzionalmente preposto al controllo dell’allieva M. nella giornata del 13 giugno 1996 e nell’orario in cui è avvenuto il decesso, del controllo e della vigilanza alle quali era tenuto. (Tribunale di Catanzaro Sezione I civile Sentenza 18 maggio 2009)
 

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IL POPOLO MINUTO DI NAPOLI

Il modello della società napoletana è tutto rappresentato nelle bettole del popolo minuto: dietro ai bagliori dei colori caldi c”è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. Di Carmine CimminoPer tutto l’Ottocento, nei documenti d’archivio, nelle memorie dei viaggiatori e nei racconti degli scrittori napoletani, e perfino nei quadri e nelle fotografie, il popolo minuto di Napoli vive la sua vita quotidiana in un solo modo: come in preda a una febbre, che esaspera i gesti, i movimenti e la voce. Rumori, clamori, flussi di folla, silenzi si stagliano netti in una luce che Dupaty definì inesorabile, e che arroventa con i suoi riflessi anche il buio dei vicoli e delle topaie, in cui si ricovera un’umanità estrema. Nelle donne del popolo minuto la tensione è spesso patetica e teatrale, perché quelle donne sono sempre madri e sorelle e amanti, e dunque si sentono in diritto di partecipare alle pene degli uomini, in nome di uno stato dell’anima che una studiosa ha classificato come privilegio della sofferenza.

La taverna è il luogo in cui questa febbre si manifesta nei gradi e nei toni più accesi. Non c’è posto per l’idillio nelle bettole del popolo minuto di Napoli, e nessuno ha descritto questa verità più realisticamente di Vincenzo Migliaro. Nel quadro Una taverna napoletana (a corredo del pezzo, ndr) l’uomo che sta tracannando l’ultimo sorso e la porta della taverna sono fatti della stessa materia, un legno vecchio, corroso, che si tiene ancora insieme, ma che da un momento all’altro può scompaginarsi. L’uomo è colto nell’attimo in cui le gambe si irrigidiscono in un estremo impulso, prima di piegarsi. Lo stanzone è un nero budello incastrato a colpi pieni di colore tra la crosta lucida del fondo e la luce del primo piano che è densa, ma non sfavillante: appare smorzata dal contatto con i muri sporchi, sbiaditi, con la superficie corrugata e irrequieta delle cose: quasi che anche le cose abbiano la febbre.

La donna indossa un abito e uno scialle di integro tessuto e di colore smaltato e compatto. Non appartiene a quel mondo di cose, pare in grado di resistere all’attrazione del buio budello, di questo Tartaro dell’ubriachezza. È venuta a prendersi l’uomo, a portarlo via: vuole accoglierlo nel cavo dello scialle proteso sul braccio destro, e l’invita con il moto del capo: non vediamo il suo sguardo, ma dalla particolare inclinazione della testa siamo autorizzati a pensare che sia un’occhiata severa e ironica, materna e innamorata.

Nel quadro dedicato alla Taverna dell’onda d’oro (VEDI) persone e cose hanno un solo colore, un giallo itterico, da malaria. Anche qui lo stanzone della bettola è un vacuo nero che divide luce da luce, anche qui la luce è una sostanza vischiosa, in cui stanno per sciogliersi le forme nere, il pergolato in fondo, i pali, e anche le figure in primo piano: l’ostessa che dorme o finge di dormire, il posteggiatore cieco, che indossa una deforme palandrana, la ragazza che lo sorregge e intanto all’occhiata ammiccante dell’oste, opaca sintetica macchia all’interno del buio della bettola, risponde con un’ occhiata che vorrebbe essere solo sdegnosa e invece appare anche interessata.

Nel quadro La pagliarella (VEDI) l’uomo, il capo chino su un piatto di spaghetti, è immerso nell’ombra stinta dello spazio coperto dalla pergola: è una sagoma nera tra le nere forme di pali, di tronchi sottili, di rami che si incrociano. Nel verde nero delle masse delle foglie filtrano macchie di luce gialla e rossa. La luce dell’ampio paesaggio che sta oltre la pagliarella si indebolisce in alcune gradazioni di celeste intorno al fumo delle ciminiere di Bagnoli e sull’acido giallo dei cespugli di ginestra. Tutto il primo piano è occupato da una splendida popolana, costruita con i colori della luce che filtra tra gli strati più alte delle foglie: il rosso del foulard e il cupo arancione della gonna ritornano fusi nel profilo del volto.

La donna, sostenendosi sul braccio teso, appoggia la mano destra sul pilastro del cancello, e porta la gamba destra verso di noi; ma guarda verso l’uomo che sta sotto il pergolato, e la natura del suo sguardo, che non vediamo, è tuttavia svelata dal braccio sinistro piegato sul fianco, e dall’anca che sopporta il peso del corpo. È una posa loquace: vuole dire rimprovero, sfida, fastidio, e attraverso la congiunzione con il nitido profilo del volto, anche disillusione e stanchezza. In questi tre quadri c’è una salda unità formale, costruita sulla sapiente coordinazione delle linee e delle masse.

E tuttavia vi è rappresentato un mondo sconnesso e disarticolato: il tartaro buio della locanda ne occupa il centro, proprio per impedire che gli sguardi si incontrino. Cose e persone parlano attraverso un verboso silenzio: ma nessuno ascolta, i piani si contrappongono attraverso paradossali accoppiamenti di forme scure e di forme chiare.

Le bettole del popolo minuto, a Napoli e in tutta la Campania Felice, riproducono il modello della società che sta fuori, nella luce: un aspro pessimismo, la disillusione, l’abitudine alla dissimulazione, la cultura della violenza che spesso si nasconde sotto le apparenze del sentimentalismo lacrimoso e patetico, nel dolce inganno della canzone napoletana. Della sua musica. I testi, a leggerli nudi, sottratti al fascino delle note, risultano spesso dettati da un’aspra disperazione. Perché poi tutto si celi nelle onde di una musica tonda e struggente, è uno dei misteri dello spirito napoletano. E ciò vale anche per la pittura.

Non ingannino i colori caldi di luce, il cromatismo del rosso arancio e dei bruni ardenti: in fondo a questi bagliori c’è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. È probabile che ancora una volta il popolo napoletano possa, aggrappandosi alla sua storia e alle sue tradizioni, sottrarsi alla palude che aspetta di inghiottirlo: a patto che si riconosca che le tradizioni e la storia di Napoli sono uno splendido smalto su una trama fitta di ombre. Del resto, lo sfavillio della luce si percepisce solo se dietro c’è lo schermo del buio.
(Fonte foto: Quadri di Vincenzo Migliaro, Una taverna napoletana; Taverna dell’onda d’oro; La Pagliarella)

TAVERNA DELL’ONDA D’ORO

LA PAGLIARELLA

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IL FEDERALISMO O É SOLIDALE O NON É

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Il federalismo rischia di essere più una minaccia che una promessa. In particolare, se ai Municipi sarà dato il potere di aumentare le tasse a livello locale. Di Don Aniello Tortora

La discussione sui decreti attuativi del federalismo fiscale, svoltasi in questi giorni in un clima politico convulso, ha lasciato i contenuti della riforma sullo sfondo a vantaggio di opposte strumentalizzazioni politiche.
Il tema in discussione è stato la potestà fiscale dei Comuni. Al centro di una trattativa dell’esecutivo con l’associazione che riunisce i municipi italiani, conclusasi con un sostanziale accordo.

I Comuni si sono trovati in mano, a causa della situazione politica, un potere contrattuale sovradimensionato, e ne hanno fatto, dal loro punto di vista, buon uso. La potestà fiscale dei municipi ne è risultata largamente accresciuta, i tetti previsti per le imposizioni sulle tasse comunali, a cominciare da quella sui servizi, sono stati elevati così come la possibilità di introdurre, perfino retroattivamente, addizionali locali sui tributi nazionali. Il rischio che si corre, se tutte queste imposizioni verranno messe in atto in modo generalizzato e simultaneo, è che il federalismo produca un aumento del carico fiscale invece della sua promessa graduale riduzione. Sul piano della percezione, è evidente che il federalismo tende a trasformarsi da una promessa in una minaccia (di «stangata»).

La Lega Nord, che al federalismo ha legato la sua fortuna politica, dovrebbe trarre argomento di riflessione da queste circostanze e rendersi conto che più dell’urgenza di portare a casa un provvedimento in fretta dovrebbe concentrarsi sulla sua effettiva efficacia e sul modo in cui essa verrà accolta dalla popolazione. Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia. Le amministrazioni locali che disporranno di una più ampia possibilità di scelta sul reperimento delle entrate saranno anche più responsabili di fronte ai cittadini, che potranno misurare meglio il rapporto tra servizi erogati e contributi richiesti. Da questo punto di vista, l’ampliamento delle possibilità di autogoverno locale, finora soffocato dalla finanza derivata, potrebbe innescare un circolo virtuoso, che però non è certo garantito in partenza.

A proposito di federalismo ho letto ultimamente un’intervista al prof. Stefano Zamagni, economista, docente e presidente dell’Agenzia delle Onlus, il quale afferma che il federalismo, a partire dalla concezione di don Sturzo, è nel dna dei cattolici.

“Lo Stato, ha affermato il Professore – deve sostenere cooperative e imprese sociali che possono lavorare nel mercato dei servizi alla persona oppure piccole imprese. Per esempio, completare la riforma del libro primo e titolo secondo del Codice civile che regolamenta l’impresa sociale. Una riforma già avviata e che poi si è arenata in Parlamento. E con l’istituzione di una borsa sociale per finanziare cooperative e imprese con capitali privati sganciandoli, in questa fase di tagli della spesa pubblica, dalle convenzioni con l’ente locale. Questi provvedimenti a sostegno di domanda e offerta, con pochi investimenti farebbero ripartire la crescita con occupazione. Le misure assistenzialistiche ai poveri sono invece poco efficaci”.

Anche sul quoziente familiare il Prof. Zamagni, ribadendo che bisogna chiedere di più, ha detto:. “Posso in parte condividere le critiche degli oppositori di questa rivoluzione fiscale. Vi sono soluzioni in teoria meno costose per l’erario per diminuire le tasse al soggetto produttore di reddito con figli a carico quali detrazioni fiscali e controlli rigidi. Ma questo in Italia non è sostenibile perché richiederebbe contribuenti molto onesti e nuove assunzioni di controllori, oggi impossibili. Allora applichiamo subito il quoziente familiare se vogliamo dare una prospettiva al Paese. Ma è condizione necessaria, non ancora sufficiente”.

Secondo il noto economista cattolico, poiché studi economici dimostrano che la natalità nel Belpaese cresce se si aumenta il reddito dei genitori con il quoziente e se si ripensano gli orari produttivi di madri e padri in base alle esigenze famigliari, sarà necessariamente indispensabile fare scelte politiche in questo senso.

Circa poi l’Unità d’Italia, valore irrinunciabile per la riforma federale, il Prof. Zamagni crede molto che una nuova organizzazione dello Stato aiuterà lo sviluppo. E così ha dichiarato:”Sono per il federalismo solidale, a patto che non diventi una scusa per frenare il federalismo. Noi cattolici siamo soci fondatori dello Stato unitario. Ma il federalismo è nel nostro dna, basta pensare a don Sturzo. Dovremmo trovare la forza di guidare la riforma federale con la solidarietà e la sussidiarietà, che abbiamo introdotto soprattutto noi nella nuova Costituzione nel 2001. È questa l’unica speranza di sviluppo per il 33% degli italiani che vive nel Mezzogiorno”.

Tenendo presente quanto ci insegna il Prof. Zamagni su questa materia, a me pare proprio che il vero banco di prova del federalismo sarà quando si giungerà al prossimo capitolo: quello del federalismo regionale che include la materia della sanità, con la relativa definizione dei livelli essenziali di assistenza.

È sempre bene ricordare a tutti, particolarmente a quelli della Lega, che il vero federalismo (sturziano) è un processo che parte dalle autonomie e cerca un patto (foedus) per l’unità. Scopo del vero federalismo è la solidarietà in vista dell’unità e non l’egoismo di qualche parte per ulteriori divisioni (ce ne sono già tantissime!) Nord-Sud.
La chiesa sarà in Italia sentinella del vero federalismo sturziano, cioè solidale.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

LA VIA D”USCITA PER NAPOLI CE LA INDICA SAN GENNARO

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Gli enormi problemi del capoluogo e del suo hinterland spesso fanno perdere di vista quanto di buono c”è e si propone. In vista, una mostra eccezionale sul “Tesoro di S.Gennaro”. Di Amato Lamberti

Sono mesi, se non anni, che parliamo solo di rifiuti, inquinamento, dissesto idrogeologico, percolato sversato in mare, depuratori che non funzionano, inceneritori che avvelenano l’atmosfera, organizzazioni criminali, politici incapaci e inefficienti, città brutte e invivibili. La cronaca nera sembra aver occupato tutti gli spazi di ogni possibile riflessione. Ogni tanto ci ricordiamo anche dei problemi del lavoro che non c’è, della disoccupazione che avanza, delle fabbriche che chiudono, del turismo che langue, ma leghiamo sempre tutto alle situazioni di invivibilità del territorio, alla presenza ossessiva delle organizzazioni camorristiche, ad un ceto politico affaristico, clientelare e inefficiente.

Tutto vero, ma viene il dubbio che l’arte di piangerci addosso, storico appannaggio del Mezzogiorno, ci abbia preso la mano e ci impedisca di vedere quello che di buono pure si produce e, soprattutto, di immaginare possibili vie d’uscita da una situazione francamente insopportabile. L’occasione di questa riflessione me l’ha data una iniziativa finora passata sotto silenzio dai media locali e nazionali: la mostra “Le pietre della devozione. Le meraviglie del tesoro di S.Gennaro”, che si svolgerà a Napoli, in diversi luoghi del Centro storico, dall’8 aprile al 12 giugno 2011.

Forse non tutti sanno che il “Tesoro di S.Gennaro”, peraltro famosissimo anche se poco conosciuto, si compone di 21.000 opere di grandissimo valore artistico ed economico, accumulatesi dal 1526 attraverso donazioni di regnanti, papi, principi della Chiesa, ambasciatori dei più lontani paesi, lasciti di famiglie nobiliari napoletane, ma anche artigiani, imprenditori , congregazioni religiose. Un tesoro di inestimabile valore e di eccezionale bellezza che testimonia anche le capacità creative di un artigianato orafo che a Napoli ha raggiunto livelli elevatissimi che lo portarono a primeggiare nel mondo. La particolarità di questa mostra è quella di utilizzare diversi contenitori sparsi sul territorio, in modo da costituire una sorta di museo diffuso che valorizza oltre alle opere esposte anche i contenitori storici che li contengono.

Oltre al Museo di S.Gennaro, nella apposita Cappella nel Duomo di Napoli, dove saranno esposti gli oggetti sacri d’oro e le più antiche pergamene, la mostra si articola nel Museo diocesano,dove saranno esposti i busti d’argento dei santi protettori di Napoli; nel Duomo, dove saranno esposti gli arredi sacri e i busti d’argento del Tesoro vecchio; nella sacrestia dei Girolamini, dove saranno esposti gli argenti e i candelabri; nel Pio Monte della Misericordia, dove saranno esposti antichi paramenti e la portantina con la quale si portava il santo in processione; nell’Archivio storico del Banco di Napoli, dove saranno esposti documenti ed atti del 500 e del 600 che testimoniano la devozione al Santo e le donazioni più importanti.

Una mostra eccezionale, anche per il numero delle opere presentate, oltre che per la modalità di utilizzare location diverse, tutte prestigiose e meritevoli di particolare attenzione per il patrimonio posseduto. Una iniziativa importante, che ho piacere di promuovere, anche perché dimostra che per la valorizzazione della città di Napoli si potrebbe, meglio dovrebbe, partire dall’immenso tesoro di opere d’arte accumulato nei musei, nelle chiese, nei castelli, nei palazzi nobiliari e che giace spesso nascosto, seppellito nella polvere degli scantinati. Molti ricorderanno le mostre eccezionali che negli ultimi trenta anni sono state proposte a Napoli, al Museo di Capodimonte, come a S.Martino, a Castel S.Elmo, alla Villa Floridiana, alla Villa Pignatelli. La mostra sul Seicento, la mostra sul Settecento, La mostra sugli argenti dei Borbone, e tante altre.

La mia proposta, purtroppo inascoltata, è sempre stata quella di rendere permanenti queste mostre, utilizzando come contenitori i tanti palazzi storici, a cominciare da Palazzo Reale, Il Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, Castel S.Elmo, Castelcapuano, l’Albergo dei Poveri, ma anche tanti altri palazzi privati, come Palazzo Maddaloni, tanto per fare un esempio. Insieme con le Chiese monumentali e con i chiostri, come quelli di S.Maria la Nova e di S.Chiara, che sono un trionfo di opere d’arte tutte da ammirare, si sarebbe realizzato il più grande museo diffuso del mondo, anzi, la città sarebbe diventata un enorme Museo nel quale ammirare i tesori d’arte che la città ha accumulato nei secoli. Con una adeguata organizzazione e pubblicizzazione Napoli sarebbe potuta diventare una meta obbligata del turismo nazionale e internazionale, come Roma, Firenze, Venezia.

L’industria turistica, con alberghi, ristoranti, teatri e con una enorme ricaduta occupazionale, si sarebbe veramente sviluppata, favorendo anche la ripresa di quelle attività artigianali, dell’oreficeria, dell’argenteria, dell’ebanisteria, della ceramica, che l’avevano resa famosa nel mondo. Lo sviluppo di una vera e propria industria del turismo avrebbe anche prodotto riqualificazione dei palazzi, delle strade e delle piazze, oltre all’eliminazione di gran parte della disoccupazione, della povertà, della criminalità. Lo sviluppo ha sempre bisogno di un volano.

Per Napoli bastava, e basta ancor oggi, mettere in mostra e valorizzare i tesori d’arte spesso inaccessibili, nascosti, dimenticati e ricostruire, attorno ad essi, tutta la vita culturale e sociale della città. Il patrimonio di opere d’arte è enorme, ma è grandissimo anche il patrimonio culturale, basti pensare alla musica e al teatro. Mettere insieme in un unico tesoro da mostrare e far vivere a tutto il mondo è certamente una grande impresa, che però si può fare, e che può veramente far rinascere Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI