Sono decenni, o centinaia di anni, che popolo e Stato italiano suscitano l”impressione di vecchiezza e corruzione. “Brutti, vecchi, laidi e corrotti”, così ci vedono in America. Il nicodemismo degli intellettuali. Di Carmine Cimmino
Non fu facile organizzare, tra il 1976 e il 1977, il primo processo contro le Brigate Rosse, che si tenne in Corte d’ Assise a Torino e in cui vennero giudicati, tra gli altri, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Fu necessario, prima di tutto, sbrogliare la matassa di complicate questioni giuridiche, poiché gli imputati ritirarono il mandato ai loro avvocati e minacciarono di morte chiunque avesse accettato il ruolo di difensore d’ufficio. Giuristi di alto profilo cercarono di dimostrare che la difesa di un imputato non è un dovere dello Stato, ma è un diritto dell’imputato stesso, il quale può rinunciarvi.
La Corte non sentì ragioni: il processo non sarebbe iniziato senza un difensore di ufficio. Fulvio Croce, pronipote di Costantino Nigra, accettò l’incarico, e il 28 aprile 1977 un commando di brigatisti lo uccise. Fu un momento terribile: lo spietato assassinio scuoteva un’Italia in piena crisi economica, in cui il sistema che poi sarebbe stato chiamato impropriamente Prima Repubblica incominciava a cedere tra scricchiolii di giorno in giorno più nitidi e sinistri. Atterriti dall’ assassinio di Fulvio Croce, alcuni membri della giuria popolare disertarono (questo verbo usò Domenico Porzio) perché affetti – lo dicevano i certificati medici – da sindrome depressiva. Essendo la giuria incompleta, il processo non poté iniziare.
Il 5 maggio Giulio Nascimbeni pubblicò sul Corriere della Sera alcune dichiarazioni di Eugenio Montale, da lui intervistato telefonicamente.
Il più grande poeta italiano del sec.XX., alla domanda: “Se fosse stato estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?”, rispose che non avrebbe accettato: sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come gli altri. Una paura giustificata dall’attuale stato delle cose, ma non metafisica né esistenziale. Insomma non si poteva chiedere a nessuno di fare l’eroe, di sacrificare la propria vita per le ragioni di uno Stato che si stava dissolvendo. Le parole di Montale innescarono un importante dibattito sull’ impegno civile dell’intellettuale: l’ultimo importante dibattito, se la memoria non mi inganna: importante per la gravità della situazione e per l’alto profilo di coloro che intervennero nella discussione.
Italo Calvino (Corriere della Sera, 11 maggio 1977) scrisse che sentiva “come un pericolo il fatto che il nostro massimo poeta (e per di più un uomo che merita rispetto, anche per la linea che ha sempre tenuto nella vita civile) ci esorti a far nostra la morale di Don Abbondio”. E aggiunse, facendo sue alcune riflessioni di Alessandro Galante Garrone (La Stampa, 8 maggio): “Lo Stato siamo noi, proprio perché lo Stato come organizzazione dà sempre più di frequente prova di non esistere. Lo Stato, oggi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono, che non lasciano andare tutto alla malora”. Il giorno dopo, sempre sul Corriere della Sera, Leonardo Sciascia portò un micidiale affondo.
Prima spiegò di ritenere superata la figura del giurato popolare, poi concluse: “Così come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano, ancor meno capirei che io, proprio io, fossi chiamato a far da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo e minimamente mi sento responsabile. Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi, sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e non muterà se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito”. Il Partito Comunista aspettava al varco Leonardo Sciascia, già classificato da tempo come intellettuale scomodo.
Intervistato da Gianni Corbi (L’Espresso, 5 giugno), Giorgio Amendola usò la bombarda: “Le dichiarazioni di Sciascia e Montale mi hanno addolorato, ma per nulla sorpreso. Il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffusa in larghe sfere della cultura italiana. Non dimentichiamoci che durante il fascismo era diffusa tra molti intellettuali (che pure non erano fascisti e nutrivano anzi sentimenti democratici) la pratica del nicodemismo la quale consisteva nel rendere il dovuto omaggio al regime riservando alla propria coscienza le intime credenze di libertà“.
Nicodemo era il fariseo che di giorno faceva il fariseo e di notte andava a parlare con Gesù. Il nicodemismo, e cioè la pratica della dissimulazione, fu uno dei cardini della spiritualità italiana e europea durante la Controriforma cattolica, ed è il danno più grave che la Controriforma ha inflitto alle strutture della coscienza morale del nostro popolo. Adriano Prosperi ha descritto il processo con cui si forma questa etica della doppiezza in un libro memorabile, Tribunali della coscienza. Recentemente (Democrazia e decadenza, la Repubblica, 3 febbraio) egli ha tratto spunto da un articolo del New York Times, Decadenza e democrazia in Italia, per riflettere sulle ragioni storiche del consenso di cui, nonostante tutto, ancora gode l’on. Berlusconi.
La riflessione di Prosperi si conclude così: Come nel rapporto tra personaggio e ritratto descritto da Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, oggi il nostro Paese e la qualità morale della nostra convivenza civile sono diventati il ritratto rivelatore della verità nascosta del personaggio Berlusconi: brutti vecchi laidi corrotti. Così li giudica l’opinione pubblica democratica dei paesi civili. Dunque, il nostro Paese è vecchio e corrotto. Più o meno uguale era stato il giudizio di Sciascia nel 1977, e definitivamente corrotta avevano giudicato l’Italia gli americani e gli inglesi nel 1944. Nel 1915 i francesi espressero seri dubbi sullo spirito battagliero degli italiani e sulla capacità dello Stato di affrontare una guerra che si prevedeva lunga, e Antonio Salandra dichiarò che Giolitti era contrario all’entrata in guerra perché non si fidava dell’esercito italiano: in Libia abbiamo vinto solo quando eravamo in dieci contro uno, avrebbe detto, ma Giolitti smentì duramente.
L’Italia – il popolo, lo Stato – suscitò questa impressione di vecchiezza e di corruzione in molti degli intellettuali e dei giornalisti che la visitarono tra il 1870 e il 1914 . È il peso della storia: il piacere di essere veramente giovani, giovani dentro, è negato a chi è erede di troppa gloria. È il peso dei tribunali della coscienza, dei pulpiti, delle sacrestie, della filosofia cattolica del perdono che ti perdona tutto purché tu dica d’essere pentito, e sappia batterti il petto, e cioè te lo batta rumorosamente, perché tutti ti vedano. Se lo Stato italiano è nato già vecchio e sgangherato, le brutture di oggi non possono dipendere tutte dal solo Presidente del Consiglio. Anche il potere più saldo, più inattaccabile e più tetragono si specchia fatalmente nei suoi oppositori.
E quale sia lo stato del più consistente partito di opposizione sabato sera l’ha spiegato, da Fazio, Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, raccontando che per orientarsi nella sede romana del PD serve una pianta topografica, poiché ad ogni piano sono alloggiate correnti e sottocorrenti. Del resto, i dirigenti nazionali del PD non riescono a esprimere un giudizio univoco nemmeno sulle primarie di Napoli. Penso, infine, che questa classe politica non rappresenti compiutamente il Paese: la legge elettorale che l’ha portata al potere e ve la mantiene venne definita una porcata dal suo stesso redattore. Non mi pare che Casini, Fini, Bersani e D’Alema abbiano protestato contro la porcata: i listini bloccati fanno comodo a tutti.
(Foto: Quadro di Honorè Daumier: Don Chisciotte all’attacco e Sancho Panza che guarda).





