IL DRAMMA DELLA LIBIA, IL RUOLO DELLA SCUOLA:LE MISERIE DELLA POLITICA ATTUALE

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L”enormità dei fatti della Libia chiama a raccolta il mondo cattolico che, come sempre, saprà offrire risposte e cuore. È triste vedere, però, che la scena politica sia rovinata dai propugnatori del bunga bunga. Di Don Aniello Tortora

Tutti i mass-media riportano ogni giorno in prima pagina quanto sta accadendo in Libia. Migliaia i morti. Tantissimi i feriti. Guerra civile in quella nazione, amica dell’Italia.
Braccato dalla comunità internazionale, dopo l’approvazione unanime di una durissima risoluzione delle Nazioni Unite che ne prospetta anche il deferimento alla corte dell’Aja, il dittatore libico Muammar Gheddafi è finito in un vicolo cieco dal quale sarà virtualmente impossibile uscire.

Oltre a rischiare il carcere per possibili crimini di guerra e contro l’umanità il clan di Gheddafi – che ha definito la risoluzione "nulla" e senza alcun valore – vede congelati i beni piazzati all’estero, che secondo alcune fonti potrebbero toccare i 500 miliardi di dollari, e non può neppure più viaggiare fuori dal paese. Questa volta la comunità internazionale ha voluto fare in fretta e dare un chiarissimo segnale sia a Gheddafi sia agli altri dittatori che in futuro colpiranno le popolazioni civili per rimanere disperatamente al potere.
Ma Gheddafi, almeno fino ad oggi, resiste e minaccia una guerra sanguinosa se gli Stati Uniti o la Nato reagiranno con la forza. Intanto migliaia di profughi dalla Libia si accalcano ai confini della Tunisia, dell’Egitto e dell’Italia (Lampedusa).

È l’umanità che sbuca dal confine della Libia e che sta gonfiando la già grave crisi umanitaria di questi giorni. Dimensioni sconcertanti, se si riflette che in Libia ci lavoravano quasi due milioni di lavoratori stranieri africani e della fascia araba, prima della rivolta anti-Gheddafi del 17 febbraio.
Una moltitudine di uomini tra i 20 e i 50 anni, una massa di egiziani, e sfumature di asiatici e africani, sfiniti da quella spossatezza del corpo e della mente che solo la paura di avere perso un turno decisivo nel gioco della vita – con l’esistenza da salvare e poi un lavoro da ritrovare – può provocare. È notizia dell’ultim’ora di un’operazione umanitaria in Tunisia da parte del governo italiano che darà assistenza a 70-80mila profughi, tra i quali molti bambini. È encomiabile quanto stanno facendo i volontari tunisini, la gente semplice, pur di porgere una mano di aiuto verso questa gente.

L’appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) è chiaro e impossibile da non considerare nella sua drammaticità, nella sua dimensione d’emergenza: ogni giorno 15.000 persone abbandonano la Libia verso i Paesi confinanti, appunto la Tunisia per lo più, l’Egitto e, in parte, anche l’Italia.
Tutto quanto sta accadendo non può non interpellare anche la Chiesa. La rivolta, iniziata in Tunisia, le inquietudini che si sono manifestate praticamente in tutti i Paesi musulmani, dal piccolo Gibuti nel corno d’Africa fino allo sconosciuto Yemen e perfino all’Arabia Saudita e all’Egitto non si spiegano solo con la povertà, la disoccupazione, la corruzione o la crisi culturale del mondo islamico, elementi pure presenti in varia misura.

Mi associo alle parole pronunciate dal presidente della Cei Cardinal Bagnasco, il quale ha detto che: «Quando un popolo viene oppresso per troppo tempo da un regime che non rispetta i diritti umani, prima o poi scoppia». Si fa dunque concreto il rischio di una catastrofe umanitaria con migliaia di sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo che si potrebbero riversare in tutto il Nord Africa e nella sponda nord del Mediterraneo.
A detta degli esperti dobbiamo prepararci al peggio ed essere pronti ad accogliere migliaia di profughi, in attesa di tempi migliori in quelle nazioni. La Chiesa, come sempre, farà ancora una volta la sua parte e già si sta preparando, con le sue strutture capillari sul territorio, a questa ennesima emergenza

Un’altra polemica ha tenuto desta l’attenzione della pubblica opinione in questi giorni, e provocata dalle ormai famose ed infelici esternazioni del presidente del Consiglio sulla scuola statale.
È intervenuto, a tal proposito, addirittura il Cardinale Bagnasco il quale si è espresso lunedì 28 febbraio a margine dell’incontro, svoltosi a Genova, La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman, ricordando che “ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo che si dedicano al proprio lavoro con grande generosità, impegno e competenza, sia nella scuola statale che non statale. Quindi il merito va a loro”.

“La Chiesa ha molta stima e fiducia nella scuola – ha spiegato – perché è un luogo privilegiato dell’educazione, tanto più che siamo nell’ambito del decennio sulla sfida educativa, che la Conferenza Episcopale Italiana ha scelto come priorità. Quindi ci sta a cuore l’educazione integrale anche attraverso la scuola e in qualunque sede, statale o non statale, l’importante è che ci sia questa istruzione, ma anche questa formazione della persona che è scopo della scuola a tutti i livelli”.
“Tutti quanti – ha aggiunto – ci auguriamo che anche la libertà di scelta dei genitori nell’educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio, ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale”. “In generale – ha concluso il Cardinale – sicuramente tutti auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli”.

Ormai il presidente del Consiglio, probabilmente ancora “ubriacato” dal bunga bunga serale, davvero non “sa più quello che dice”. Può darsi che abbia già aperto la campagna elettorale, con la speranza recondita di accattivarsi il mondo cattolico attraverso frasi ad effetto. Mai come in questo momento storico vale, per i cattolici, a mio modesto avviso, il detto: ”Humanum (est) errare, diabolicum perseverare”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

GLI “UOMINI OMBRA” DELL’ERGASTOLO OSTATIVO

L”ergastolo ostativo è nato negli anni “90 quale risposta dura dello Stato alla rapida diffusione dei reati di mafia. Di Simona Carandente

Da diverso tempo, sulla mia casella di posta elettronica, ricevo l’accorato appello di un gruppo di ergastolani, desiderosi di far sentire la propria voce attraverso le pagine di un giornale, non potendo dare spazio in altro modo ai loro sogni e desideri più nascosti.
Uno di essi, Carmelo Musumeci, ergastolano ristretto nel carcere di Spoleto, ha pubblicato da poco un libro di racconti, dal titolo evocativo " Gli uomini ombra", con lo scopo di far sentire la sua voce e quella dei suoi compagni, che il destino ha voluto unire tramite un filo sottile.

La storia di Carmelo è affascinante, rapisce l’animo di chi la legge: nel periodo in cui era detenuto all’Asinara, in regime di carcere duro (cosiddetto 41 bis), ha ripreso gli studi, riuscendo persino a laurearsi in giurisprudenza con una tesi in sociologia del diritto, proprio sull’argomento dell’ergastolo.
L’attuale condizione di Carmelo e di molti suoi compagni è quella del cosiddetto ergastolo ostativo, regolato dalla legge 356/92, per la quale l’aver commesso alcuni delitti esclude i reclusi dal trattamento beneficiario extramurario, salvo che non collaborino con la giustizia. Tale regime carcerario si rivolge solo ai condannati per reati di associazione a delinquere, e non a soggetti responsabili di altri reati, anche se in astratto più gravi.

Permessi premio, semilibertà e quant’altro non esistono per gli "uomini ombra": solo se si sceglie di fare il nome di altri si può sperare di cambiare la propria situazione, e sperare in qualche beneficio penitenziario. Tuttavia, come è facile intuire, si tratta di una scelta complessa, dolorosa, che coinvolge le famiglie al di fuori e la vita di altre persone: non è infrequente il caso di chi, come Carmelo, decida di non collaborare, portando sulle proprie spalle tutto il peso di una detenzione che, in ogni caso, non avrà mai fine.

Chiaramente, a prescindere da ogni forma di pregiudizio di natura morale, è importante che l’opinione pubblica sappia che esistono due forme di ergastoli; il primo che lascia una speranza di vita, il secondo, quello ostativo, che invece chiude per sempre una porta in faccia alla vita fuori.
Nel 1973 don Oreste Benzi ha dato vita all’Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", che attraverso un blog ed un gruppo su facebook si propone di far conoscere le dinamiche dell’ergastolo ostativo, nato nei lontani anni ‘90 quale risposta dura dello Stato alla rapida diffusione dei reati di mafia.

Oggi gli ergastolani in Italia sono circa 1400: la problematica dell’ergastolo ostativo viene fuori solo oggi perché, dopo 20 anni di detenzione, un ergastolano "normale"potrebbe chiedere di essere ammesso alla semilibertà. Per tutti gli altri, gli "uomini ombra", ciò può avvenire ad un’unica condizione: rovinando la vita ad un altro, facendolo entrare in carcere al posto proprio. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL NOSTRO VIOLENTO CONTESTO SOCIALE

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Il contesto nel quale viviamo orienta e produce i comportamenti. Le ultime vicende di cronaca sono allarmanti, perchè indicano insofferenza e nevrosi collettiva. Forse ci sono troppe incertezze. Di Amato Lamberti

Parafrasando il titolo di un famoso film potremmo dire che Napoli è una città in profonda crisi di nervi. Anche l’ultimo episodio, accaduto al Vomero alto, dove un gruppo di ragazzi aggredisce, in modo isterico, un automobilista colpevole di strombazzare per farsi largo tra la folla di ragazzi che intasava la strada, provocando una reazione ancora più isterica dell’automobilista che ingrana la retromarcia e travolge e uccide uno dei ragazzi, dimostra che la civile convivenza è seriamente messa in discussione da livelli troppo alti di insofferenza generalizzata, capaci di travolgere ogni regola ma anche ogni remora rispetto alle possibili e pesanti conseguenze.

Se qualunque persona può arrivare ad uccidere solo perché non riesce a controllare le sue reazioni nervose ed emotive, come testimoniano gli ormai numerosi delitti per motivi di viabilità, dobbiamo tutti cominciare a preoccuparci di capire cosa stia succedendo nella città e nella testa della gente. Le due cose sono strettamente connesse. Il contesto sociale e territoriale nel quale viviamo, che è il nostro “mondo vitale”, non solo orienta ma produce i nostri comportamenti, che sono sempre reazioni agli stimoli che riceviamo dall’esterno. Un contesto sociale e territoriale caratterizzato da alti tassi di violenza nelle relazioni interpersonali produce comportamenti violenti da parte di tutti, nessuno escluso.

Certo, la violenza può limitarsi a restare verbale; può ridursi a dar luogo solo ad atteggiamenti aggressivi, di difesa rispetto a possibili offese; ma può anche sfociare in azioni delittuose sempre sproporzionate rispetto all’offesa ricevuta. Il ragazzo che accoltella un coetaneo per dimostrare a tutti che è il padrone assoluto della ragazza che lo accompagna, può ferire ma anche uccidere, come, purtroppo, è più volte successo. Forse non voleva uccidere, ma il gesto compiuto intreccia comunque personalità individuale e “mondo vitale”. Se il contesto nel quale è cresciuto e nel quale vive, lavora o va a scuola, non prevedesse, addirittura come normale, la violenza, anche armata, per difendere anche solo la propria immagine, quel gesto delittuoso non sarebbe mai stato compiuto.

Lo stesso discorso vale per l’insofferenza di ciascuno verso tutti gli altri che, non solo cresce in modo continuo e, per ora, inarrestabile, ma assume sempre più il carattere di una sorta di nevrosi collettiva. Sembra quasi che non riusciamo più a sopportarci, qualunque sia l’attività che svolgiamo. Il litigio per motivi di viabilità, che è una costante sulle strade cittadine e che, per fortuna, non sfocia spesso in aggressioni fisiche e ferimenti e quasi mai in gesti dalle conseguenze tragiche, ma si limita a spesso violentissime aggressioni verbali, è comunque la spia più vistosa e frequente dell’insofferenza reciproca che sembra ormai caratterizzare i rapporti tra le persone. Una insofferenza che non può non avere una ragione, visto che coinvolge tutti.

Personalmente, ritengo che l’insofferenza per gli altri, sia a livello individuale che a livello sociale, riposa sempre su elevati livelli di incertezza. Quando si ha un lavoro e non si sa se durerà; quando si esce di casa e si teme di poter essere aggrediti; quando si studia e non si sa se si troverà mai un lavoro; quando si lavora e non si sa se un blocco stradale bloccherà tutti gli impegni; quando si partecipa a un concorso e non si sa se sarà il merito a prevalere; potremmo continuare a lungo, anche coinvolgendo sfere personali ed affettive, ma mi sembra evidente che i livelli dell’incertezza stanno diventando per tutti insopportabili e, per questo, si traducono sempre più spesso in reazioni di insofferenza, quando non di ostilità.

Sappiamo bene che, per molti studiosi, le società post-moderne sono strutturalmente caratterizzate da elevati livelli di incertezza, ma questo non vieta, anzi impone, alle Istituzioni di farsi carico del problema della riduzione dei livelli di incertezza. Non si tratta di un problema secondario, come qualcuno chiuso in un ottuso pragmatismo, potrebbe credere. Una società funziona come un organismo, dove tutto è coordinamento e reciprocità. Livelli troppo alti di incertezza, anche a livello di decisioni politiche, possono mandare in tilt una società, a tutti i livelli, da quello sociale a quello economico. Al contrario, anche pochi punti di riferimento, certi e condivisi, possono mobilitare un’intera società nel raggiungimento di obiettivi importanti per tutti.

Napoli ha conosciuto una stagione, densa ma purtroppo breve, di certezze condivise e di grandi risultati, nella quale anche l’insofferenza e l’ostilità si erano ridotte a livelli sopportabili. Oggi, c’è sicuramente bisogno di più ordine e maggiore sicurezza, ma c’è bisogno di nuove certezze e sicure prospettive per riaggregare e mobilitare tutti i cittadini, intellettuali e non, attorno ad un progetto di città nel quale tutti possano riconoscersi.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=24

A GAETA L’ULTIMO CAPITOLO DELLA STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

14 Marzo 1861: comincia la storia ufficiale dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino

Il 7 settembre 1860, mentre Garibaldi entrava in Napoli, Francesco II arrivò nel porto di Gaeta. Erano le sei del mattino. Francesco II e Maria Sofia erano partiti dalla capitale dodici ore prima, a bordo del Messaggero, un piccolo vascello della marina militare, comandato da Vincenzo Criscuolo. Due navi da guerra piemontesi avevano bloccato l’uscita del porto militare, per impedire che la flotta seguisse il re: ma era stata una manovra superflua, perché gli ufficiali della marina già avevano deciso di cambiare divisa. A Francesco era stato suggerito, anche da Liborio Romano, di andar via con una nave di bandiera estera, ma secondo Raffaele De Cesare, che ebbe notizie dirette su questi fatti, proprio Vincenzo Criscuolo esortò il suo re a partire su una nave napoletana e a bandiera spiegata. E il re seguì il suo consiglio.

Nel porto di Gaeta il Messaggero arrivò scortato dalla nave spagnola Colon, su cui erano imbarcati l’ambasciatore di Spagna Bermudez de Castro e tutti i membri della legazione spagnola. Dopo la resa di Gaeta, il re donò all’ambasciatore una tavola di Raffaello, L’apparizione della Beata Vergine col bambino, che egli aveva portato con sé, insieme con altre opere d’arte, e porcellane, cristalli, preziosi servizi da tavola, mobili, e 66 reliquari. In realtà, non c’è un elenco certo. Francesco lasciò nelle casse del Banco di Napoli somme enormi di danaro, poiché era sicuro di tornare. Perciò è difficile credere che abbia portato via tutti i servizi da tavola. È molto probabile che successivamente siano stati inseriti nella lista del suo bagaglio quadri, ori e argenti saccheggiati da altri, soprattutto nelle residenze di Portici e di Caserta. Il De Cesare non ha dubbi: alcuni oggetti furono veduti più tardi in case private.

Dopo la caduta di Capua, l’esercito napoletano combatté l’ultima battaglia in campo aperto della sua lunga storia a Mola di Gaeta. Era il 4 novembre 1860. Le brigate dei soldati abruzzesi e campani – molti nolani e avellinesi facevano parte della divisione Colonna – e i fucilieri svizzeri e bavaresi, dopo tre ore di scontri furiosi, dovettero cedere ai bersaglieri e ai granatieri di Sardegna e di Lombardia. L’ultimo capitolo della Storia del Regno delle Due Sicilie venne scritta a Gaeta, nei giorni di un assedio memorabile, iniziato il giorno 5 novembre. Francesco II ha con sé circa 10000 uomini e almeno 400 cannoni; Cialdini dispone di un numero doppio di soldati e di almeno 150 cannoni rigati: saranno proprio questi cannoni, capaci di lunghe gittate e di tiri curvi, a determinare la vittoria dell’esercito piemontese.

Dal punto di vista militare, l’assedio di Gaeta rappresenta qualcosa di nuovo, almeno in Italia, poiché non vi sono scontri di truppe, né vere e proprie sortite degli assediati, né tentativi degli assedianti di aprire brecce e di irrompere nella città; c’è solo un’interminabile spaventosa sequenza di colpi di artiglieria: in 102 giorni i napoletani lanciano 35000 proiettili e i piemontesi 60.000.

Fin dal 5 novembre alcune navi da guerra francesi, al comando dell’ammiraglio Le Barbier de Tinan, che è un innamorato di Napoli, si fermano all’ancora nel golfo di Gaeta e di fatto impediscono a Cialdini di scatenare il fuoco dei suoi cannoni su tutte le fortificazioni della città; tra l’altro, nei primi giorni d’assedio i piemontesi sono preoccupati anche per la presenza in Gaeta dei plenipotenziari di Russia e Austria, principe Wolkonsky e conte Széchényi, che hanno seguito Francesco II su mandato dei loro governi. Ma il 18 gennaio 1861 la squadra francese lascia le acque di Gaeta. È l’inizio della fine.

Il 19 Cialdini offre “un’ampia capitolazione“, che il generale Ritucci, governatore della città, non accetta, dopo aver chiesto una tregua per discuterne, o come sospettò poi Cialdini, per informarsi sui movimenti delle bande dei filoborbonici casertani e abruzzesi alle spalle dei piemontesi. Il 25 gennaio nella città scoppia il tifo. Il 4 e il 5 febbraio i proiettili dei cannoni piemontesi fanno saltare in aria depositi di polvere da sparo e il magazzino di munizioni dei bastioni Sant’Antonio: è una strage, circa centro civili restano uccisi. Il 12 Ritucci chiede un armistizio per trattare la capitolazione. Cialdini gli risponde con una lettera durissima, rinfacciandogli il netto rifiuto del 19 gennaio:

è assai strano che V.E. si sia ricordato così tardi dell’inutile spargimento di sangue e dell’offesa all’umanità, mentre io il 19 gennaio e in nome della stessa umanità ed onde evitare un’inutile effusione di sangue, Le offrivo un’ampia capitolazione, di cui V.E. non degnossi voler nemmeno conoscere le onorevoli condizioni. La. E.V. dica pure a suo senno ai contemporanei e alla Storia, che non volle e non consentì a uno spargimento di sangue senza scopo e che mia soltanto fu la colpa. Io aggiungerò che il Governatore di Gaeta avea anzi tutto mancato alla sua parola.

Dopo che Francesco II lo ha sostituito, su sua richiesta, con il gen. Francesco Milon, Ritucci risponde a Cialdini con una lettera che è il testamento dell’onore dell’esercito napoletano: egli difende la “inalterata rettitudine“ della sua carriera “e la massima lealtà“ delle sue “cure, tendenti come sempre sono state a rendere meno crudele una guerra tra italiani, i quali comunque guidati da opposti doveri“ dovrebbero rispettarsi e stimarsi a vicenda. Il giorno 13, mentre i delegati discutono della capitolazione, i cannoni di Cialdini continuano a bersagliare Gaeta: alle tre del pomeriggio salta in aria il magazzino della batteria Transilvania, in cui erano ammassate almeno 18 tonnellate di polvere da sparo. Tre ore dopo nella villa di Caposele, al Castellone di Gaeta, i delegati firmano la capitolazione.

La mattina del 14 Francesco II si imbarca con la moglie sulla corvetta francese La Mouette, dopo aver firmato l’ultimo Ordine, in cui ringrazia i soldati napoletani, “miei prodi compagni d’arme“, che hanno sfidato “per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi di un nemico che disponeva di tutte le risorse d’ Italia.“. I soldati lo salutano gridando, tra le lacrime, Viva il re. Cialdini riconosce a tutti i soldati di Gaeta, compresi gli impiegati militari, l’onore delle armi.

La cittadella di Messina si arrese un mese dopo. Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati esaminò un disegno di legge composto da un solo articolo: il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i successori il titolo di Re d’Italia. Dopo molte ore di aspro dibattito, il deputato napoletano Ricciardi ritirò la sua proposta di modificare l’articolo e di votare su un nuovo testo, in cui Vittorio Emanuele veniva designato primo re d’ Italia per volontà nazionale. “Lo ritiro dietro gli unanimi conforti dei miei amici politici e per non parere testardo“: così disse, suscitando l’ilarità dei cavouriani. Subito dopo, il Presidente della Camera lesse il dispaccio telegrafico che Cialdini aveva inviato da Messina il giorno prima:

La cittadella si è resa a discrezione. La nostra artiglieria fu efficacissima. Noi abbiamo fatto scoppiare vari depositi di granate cariche e prodotto un vasto incendio. Alle ore 5 la cittadella inalberò bandiera bianca. Alle ore 6 rifiutai ogni capitolazione, concedendo tre ore a riflettere. Alle 9 di sera tutta la guarnigione si è resa a discrezione. Così incominciò la storia ufficiale dell’Italia unita.
(Foto: Giacinto Gigante, La batteria dell’Addolorata a Gaeta. Acquerello del 1857)

LA STORIA MAGRA

L’ELENCO DI PAROLE SULLA LEGALITA”: LE SPERANZE DEGLI ADOLESCENTI DELL’ISTITUTO “G.MAZZINI”

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Apprendere la legalità dalla pratica dei servizi. Questo l”obiettivo del percorso educativo scelto per gli studenti dell”Istituto “G.Mazzini”. Da un circle time, un lungo ed interessante elenco di parole sulla legalità. Di Annamaria Franzoni

In linea con l’articolo della scorsa settimana che raccontava una delle molteplici esperienze legate alle attività del Progetto“LE(g)ALI AL SUD”promosso dal Ministro dell’Istruzione nell’ambito della manifestazione "Un Patto per la Legalità" del 23 maggio 2010, entriamo in un altro Istituto napoletano, questa volta in una scuola superiore di II grado, l’Istituto Magistrale “G. Mazzini” di Napoli, il cui Dirigente, prof. Pasquale Malva, è particolarmente sensibile alle iniziative che offrano ai giovani la giusta combinazione di conoscenze, abilità ed attitudini per la realizzazione di una cittadinanza attiva e consapevole, secondo le dimensioni della costruzione del sé e della giusta interazione con l’attuale complessa società contemporanea.

Nell’ambito del “Percorso di Educazione alla Legalità” promosso dal MIUR e dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, in tutte le scuole d’Italia, per sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto (il valore delle regole, il rispetto delle leggi, l’importanza della giustizia, il senso della cittadinanza e l’amore verso la Costituzione) il prof. Gianfranco Tiscione, docente di Diritto presso l’Ist. Mazzini e presso il Caracciolo di Napoli, ha posto l’attenzione su un aspetto fortemente pragmatico del rapporto cittadino – istituzione proponendo ai giovani adolescenti un percorso che possa portarli ad “Apprendere la legalità dalla pratica dei servizi”.

Questo infatti è il nome del progetto biennale del Mazzini, la cui prima annualità si rivolge alle dinamiche sociali e familiari e la seconda ai temi del lavoro, occupazione e immigrazione. Sono previsti incontri, presso le strutture del Comune per attività di apprendimento in situazione, presso il Polo di mediazione familiare, di prevenzione abusi sull’infanzia, presso il Centro contro la violenza sulle donne, il Centro antiracket, presso edifici confiscati alla criminalità e con i rifugiati e gli extracomunitari. I momenti di lavoro , presso la sede dell’Istituto, prevedono la realizzazione di un “prontuario” dei servizi, rivolto ai giovani che costituirà la prova d’opera del percorso effettuato .

Il mio compito è consistito, giovedì 24 febbraio, nel dare l’avvio ai lavori e l’ho fatto entrando in medias res coinvolgendo il folto gruppo di studenti partecipe e numeroso, e i docenti, il prof. Gianfranco Tiscione e la Prof.ssa Marialuisa Nolli, in un circle time che ha consentito ben presto l’instaurarsi di un clima favorevole e di una fitta rete di relazioni all’interno del cerchio, che si è andato intensificando con l’introduzione della tecnica del brainstorming sulla parola “legalità”. Mi piace riportare di seguito l’elenco delle parole , nell’ordine casuale con il quale le abbiamo riportate sulla lavagna, dei nostri giovani adolescenti sul concetto di legalità con l’invito a riflettere su quanta sofferenza vi si legge nei confronti di un mondo che gli abbiamo confezionato noi delle generazioni precedenti e che dobbiamo cercare insieme a loro di migliorare:

coraggio
lealtà
meno criminalità
tutto ciò che non è in Italia
adattamento
giustizia
collettività
rispetto della legge
saggezza
libertà
educazione
avere una propria dignità
vivere bene
umanità
più dignità
utopia
più educazione
futuro
più rispetto per l’ambiente
un mondo migliore
rispetto reciproco
vivere in tranquillità
aiuto reciproco
avere una dignità propria
un mondo migliore
condivisione
reciprocità
serenità
un mondo coerente
battersi per una causa
libertà e partecipazione.

ITALIA, PATRIA DEI NEOLOGISMI

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Dialoghi e riflessioni tra i personaggi animati dal prof. Giovanni Ariola, sui neologismi entrati a far parte della nostra lingua ed in particolare del linguaggio giornalistico.

Il prof. Carlo, nonostante abbia dovuto subire un attacco influenzale piuttosto virulento dal quale non è ancora completamente guarito, ha voluto sfidare la giornata fredda e piovosa, una delle più brutte di febbraio, per essere in Istituto e portare avanti il suo lavoro.
“È proprio vero l’antico detto – pensa il prof. – Frevaro è curto e male ncavato (Febbraio è corto e fatto male, nel senso che ha un brutto carattere dal punto di vista meteorologico)”.
Sta completando l’aggiornamento annuale del glossario dei neologismi che sono stati inventati nel 2010 e vorrebbe che fosse pronto entro la metà di aprile quando ci sarà la decima edizione del Convegno Linguistico di Primavera, organizzato dall’Istituto e quest’anno dedicato alla “manipolazione del linguaggio”.

Tra le ultime parole che ha inserito compaiono: internettare e internettamento (termini bruttissimi per sostituire connettersi con il sistema internet e connessione con internet), affittopoli (scandalo riguardante edifici pubblici dati in affitto o venduti a prezzi di favore. Termine formatosi, impropriamente, sul modello di tangentopoli, calciopoli e simili), votomercato (sul modello di calciomercato = compravendita di voti in Parlamento. Si riferisce a membri parlamentari accusati di essere voltagabbana, di cambiare casacca e partito dietro compenso di laute somme di denaro).

Si è rifiutato e si rifiuta di aggiungere l’ignobile espressione estrapolata da una barzelletta (una delle tante di cattivo gusto) raccontata da chi siede al vertice del gotha politico governativo (per usare una perifrasi pietosa) e che, entrata ormai nel linguaggio corrente per indicare una certa attività lusoria dell’autore, è virtuosamente passata a indicare e a illustrare tutto il popolo che ha la fortuna di essere dallo stesso eccelso personaggio governato. Il popolo italiano quindi: giocherellone, barzellettista, ridanciano e puttaniere (pardon! latin lover).

“Occorrerebbe che – pensa il prof. – dato che è inconcepibile che certe parole vengano per legge dall’alto vietate, anzi bandite dal linguaggio parlato e scritto, si decidessero gli italiani tutti ad autocensurarsi (impegnarsi a non usare più quella doppia parola e possibilmente a dimenticarla), per salvaguardare il loro onore…”
Il prof. Eligio è anche lui al lavoro e di tanto in tanto prorompe in esclamazioni di disapprovazione e di disappunto. Sta spulciando i giornali dell’anno scorso con lo scopo di rilevare i neologismi, compresi i barbarismi, entrati a far parte della nostra lingua in particolare del linguaggio giornalistico.

– L’ultima chicca – dice al collega Carlo – dell’anglomania imperante…vivere slow
– Se non sbaglio è il titolo di un libro..
– Sì, ne è autrice Maria Novo ed è edito dalle edizioni Dedalo. Sottotitolo, che in parte ridimensiona e traduce il forestierismo del titolo, è “Apologia della lentezza”…

– A parte questo cedere sempre più frequente alla moda del termine straniero, un fatto positivo è che determinate parole inglesi veicolano idee di interesse sovranazionale…Basta pensare alla slow economy espressione che compare come titolo di un altro libro, a mio giudizio molto suggestivo, di Federico Rampini (Sottotitolo “Rinascere con saggezza”, Mondadori, 2009). Aspetta, credo di averlo qui sullo scaffale…C’è anche una frase in copertina che preannuncia il contenuto: “Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente”.

Ma volevo farti ascoltare questo pensiero: “…c’è il tentativo di prendere in prestito dall’Oriente – senza idealizzarlo ingenuamente – qualche percorso che possa servire anche a noi nella ricerca di nuovi modelli di vita. Non solo perché lo sviluppo sostenibile è un imperativo per salvare il pianeta. Ma anche perché l’uscita dalla grande recessione del 2007-2008 avverrà in modi nuovi: Slow Economy, appunto.

Un lungo periodo di crescita lenta, quasi impercettiibile. Un mercato del lavoro molto difficile, ristagnante. Nella sua versione negativa, Slow Economy può voler dire un periodo di crescita anemica, con tanti sacrifici e poche soddisfazioni, preoccupante in particolare per i giovani che escono dall’università e cercano un lavoro. Ma può significare – come lo Slow Food nell’alimentazione – anche un equilibrio più sano fra l’economia e l’essere umano. Un’attenzione a valori che sono ben più importanti del Prodotto Interno Lordo…” ( pp.6-7 )

– Questo richiama il messaggio di Edmondo Berselli di cui parlavamo qualche giorno fa…”vivere sotto il segno meno”…
È entrato intanto il prof. Fantasia e ha potuto udire il brano letto dal collega Carlo.
– Questa convinzione – dice tirando fuori dalla sua borsa di pelle nera, sempre più lisa specie ai bordi, un libretto la cui copertina si fa subito ammirare per il suo colore biancoverde – della necessità di ridimensionare il tenore di vita si va oggi molto diffondendo. Ecco è quello che sostiene Andrea Segrè in questo libro “Lezioni di ecostile” (Sottotitolo "consumare, crescere, vivere"). Voglio leggervi questo passo significativo e nello stesso tempo originale e gustoso:

“La crisi che stiamo vivendo ha una grande risonanza su tutti i fronti…E coinvolge un gran numero di esperti e interessi, ma anche persone che semplicemente vorrebbero seguire , o che magari già praticano, uno ‘stile’ più sobrio, più equo, più solidale, più sostenibile….il nuovo eco-mondo già esiste…E’ un mondo capace di prendere un termine negativo, lo spreco, caratteristica allarmante della nostra società anoressico-bulimica …scomporlo nei segni: – spr (meno spreco) e + eco (più ecologia) = sufficienza. …..E’ un mondo capace di sostituire, quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare

– Bellissimo anagramma – nota subito il prof. Carlo il Tarlo – denaro>donare…sarebbe un evento miracoloso!
– …e non soltanto – continua il prof. Fantasia e intanto si illumina in volto – perché si tratta di un anagramma: il dono porta alla relazione e alla reciprocità.” (pp.2-3).
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – IL FUOCO ED I COMBUSTIBILI FOSSILI

Con questo articolo avviamo un percorso di conoscenza delle varie fonti di energia, consapevoli che certi argomenti non hanno confini geografici nè colori politici. Ringraziamo NeAnastasis per la collaborazione.

Con una serie d’articoli esporremo le varie forme d’energia che l’uomo ha utilizzato sino ad ora per soddisfare le sue necessità di vita. Lo scopo è di fornire un minimo di conoscenze specifiche per consentire di dibattere, con maggiore cognizione, le tematiche dell’energia che tanto coinvolgono l’opinione pubblica.

In questo primo articolo tratteremo per primo di come si misura l’energia. Successivamente passeremo brevemente in rassegna i combustibili sino ad ora utilizzati dall’uomo e come si differenziano per il loro contenuto energetico, oltre che per lo stato fisico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE FONTI D’ENERGIA. 1° ARTICOLO

“NESSUN VELENO IN NESSUNA TERRA”. L’URLO DEGLI ARTISTI A CASERTA

Al Palamaggiò, venerdì scorso, il concerto con Modena City Ramblers, Maria Pia de Vito, Bungt Bangt, rete Co’mare e tanti altri. Presenti più di cento associazioni e comitati, per dire no a discariche e inceneritori.

Il Palamaggiò di Caserta è stato scelto come location per ospitare il “Concerto d’amore per la Terra dei Fuochi”, un appuntamento consumato venerdì sera alla presenza di alcune migliaia di spettatori. Tanti gli artisti intervenuti gratuitamente per sostenere l’impegno di una terra che vuole difendere le proprie ricchezze e la propria qualità della vita.

La serata, che ha avuto un buon successo di pubblico, è stata presentata da Giulia Fossà. Il direttore artistico Imad Zebala ha ringraziato sul palco gli artisti intervenuti gratuitamente sottolineando l’impegno per una iniziativa dal forte peso sociale: più di cento le associazioni coinvolte dall’organizzazione e tanti gli artisti che hanno dato il proprio contributo.

La serata ha avuto sostegni importanti: il Premio Nobel Dario Fo, padre Alex Zanotelli, Mons. Pietro Farina (Vescovo di Caserta), Mons. Bruno Schettino (Vescovo di Capua), Mons. Raffaele Nogaro (Vescovo emerito di Caserta), il giudice Raffaele Cantone, il giudice Raffaello Magi, la giornalista Rosaria Capacchione, il Prof. Antonio Marfella. Ha ricevuto il patrocinio dell’Ente Provincia di Caserta, la Facoltà di Lettere e Filosofia della II Università di Napoli, l’EPT di Caserta

Ad aprire il concerto la rete Co’mare, in scena Eduardo Ammendola e Raffaele Bruno, associazione attiva sul territorio napoletano. A seguire Capone & Bungtbangt, da sempre creatori di suoni e musiche a partire da strumenti di riciclo. Sul palco tanti i musicisti e gli incontri tra i musicisti, come Ernesto Bassignano che suona con i Modena City Ramblers, Marco Zurzolo con Gianluca Pugliano, Pietro Condorelli con Maria Pia De Vito, che ha suonato un brano del suo prossimo disco dedicato a Terzigno.

Sul palco gli artisti e gli attivisti si sono incontrati, scambiati musica, idee e ideali. Le adesioni degli artisti sono state importanti: Nandu Popu e Papa Leu dei Sound System, Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio, Ernesto Bassignano e Michele Micarelli, Canio Loguercio, Mamma Tammorra, A 67, Ugo Maiorano e Paranza, Zampogne D’Altrocanto, Batacoto Tamburi Brasiliani. La serata intitolata all’amore per la terra è stata segnata da un clima di condivisione e forte vicinanza con momenti di riflessione e tanta musica.

Sul palco a portare la propria voce anche Patrizio Rispo.
Importante l’intervento dell’oncologo Antonio Marfella che enuncia il principio della terapia dell’avvelenamento: la sospensione del veleno.

SCUOLA. VIGILANZA E RESPONSABILITÁ

Nella scuola può succedere anche che il danno provocato ad un alunno possa provenire da un cane. Nel caso che sarà trattato, infatti, un cane incustodito aggredisce un” alunna in un cortile antistante l”edificio scolastico

Caso
M.R.,studentessa prossima alla maggiore età, veniva addentata alla mano da un cane incustodito, nel cortile antistante l’edificio scolastico, mentre si accingeva a uscire dalla scuola al termine delle lezioni. Ci si pone la domanda se esiste un obbligo per la scuola di predisporre accorgimenti idonei ad evitare l’accesso ai cani nell’edificio.

La Corte di Cassazione ha specificato con sentenza del 15 febbraio 20011, n.3680 che con l’iscrizione, gli alunni sono affidati all’amministrazione scolastica, che esplica il proprio servizio attraverso il personale – docente e non – e mediante la messa a disposizione di locali, laboratori ecc. Dall’iscrizione deriva a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Quindi, anche l’obbligo di vigilare, predisponendo gli accorgimenti necessari a seconda della conformazione dei luoghi, affinché nei locali scolastici non si introducano terzi (persone o animali) che possano arrecare danni agli alunni. Ne deriva che, nelle controversie per il risarcimento del danno da lesioni provocate dall’aggressione di un cane incustodito, nei locali messi a disposizione dalla scuola, l‘alunna deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto scolastico, mentre l’amministrazione ha l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile, essendo stati predisposti gli accorgimenti idonei ad impedire l’accesso a persone o ad animali.

In applicazione di tali principi di diritto, la sorveglianza e la custodia degli spazi frequentati dagli allievi deve intendersi finalizzata alla prevenzione di qualsivoglia rischio prevedibile, compresa l’introduzione di animali privi di custodia.
Nel caso prospettato, l’amministrazione scolastica non ha dimostrato di aver preso gli accorgimenti necessari per impedire l’accesso ai cani e non ha dimostrato, quindi, la prevenzione di qualsivoglia rischio prevedibile.

GENITORI, SCUOLA E DIRITTO

LACERTO DI FILOSOFIA POPOLARE: <i>”O PURPO SE COCE INT”ALL’ACQUA SOIA</i…

Il polpo che si cuoce nella sua acqua diventa la speranza di chi steso sulla sdraio aspetta che le cose si raddrizzino da sole, che i problemi trovino da sè le soluzioni. I Napoletani la pensano così. Di Carmine CimminoChe significherà mai questa sentenza napoletana, questo lacerto di filosofia popolare attinto da una pentola in cui l’octopus sgraziato e scombinato – uno degli scherzi più riusciti della natura – si cuoce nei suoi stessi umori? Non c’è intesa tra gli interpreti. I buonisti ne fanno una lettura ironicamente affettuosa: se uno sbaglia, tu lo correggi; ma se quello continua a sbagliare, lascialo fare: quando sbatterà contro il muro, si correggerà da solo. Oppure: lei ti piace, tu la corteggi; lei fa la sdegnosa, se tira ‘a cazetta. E tu molla, non pressarla: vedrai che si cuoce da sola.

Poi c’è l’interpretazione a nero di seppia, o di polpo: i tirannelli, i dittatorelli, i furbastri che ogni giorno congegnano trappole insidie e tramagli e si illudono di tirarvi dentro gli altri, verrà il giorno che si accorgono che nella rete ci sono caduti loro: si sono affogati da soli nel loro stesso spurgo.

E così il polpo che si cuoce nella sua acqua diventa la speranza di chi steso sulla sdraio aspetta sonnecchiando che le cose si raddrizzino da sole, che i problemi trovino da sé le soluzioni. I Napoletani la pensano così: e non so se sia sapienza altissima, o poco nobile camuffamento del fatalismo e della rassegnazione. Il polpo, goffo e sciocco, detta alcuni modi di dire in cui l’ingiuria nasconde la sua crudezza sotto il velo del sorriso: si’ no purpo, hai pigliato ‘o purpo, tanto vali quanto ‘na tazza ‘e brodo ‘e purpo. Da maggio a settembre si faceva e si fa la pesca dei polpi grandi, per l’insalata; negli altri mesi si tirano su i purpetielli, che spesso non pesano più di 30 grammi, e che, cotti nel pignatiello, sono una prelibatezza.

Secondo Nello Oliviero, questa ricetta venne messa a punto in un ristorante di Posillipo; ma anche Pozzuoli e Vico Equense si attribuiscono il merito della saporosa invenzione. Ricordo che negli anni ’70 ‘o purpetiello int’ ‘o pignatiello era il vanto di un ristorante di Cicciano: forse un casuale omaggio al vasellame in argilla nera che gli Osci producevano nella pianura nolana. Poiché in questa ricetta il recipiente è importante quanto il contenuto.

A Napoli la pesca notturna si svolgeva intorno a Castel dell’Ovo, presso gli scogli e gli anfratti in cui si nascondevano i polpi veraci – la veracità si riconosce solo a quelli di scoglio, rigorosamente. Le barche portavano a prua e a poppa delle torce accese, che proiettavano fasci di luce nella profondità nera del mare: il pescatore spargeva gocce d’olio sulla superficie dell’ acqua, e i riflessi dei lumi rifrangendosi sull’olio creavano una scia sfavillante: era il richiamo per il polpo, che saliva su, seguiva la striscia di luce, fino ad infilzarsi nell’arpione che lo aspettava al varco. In seguito le fiaccole vennero sostituite dalla lampade ad acetilene e poi dalle torce elettriche, e le gocce d’ olio dallo specchio, immortalato in uno splendido quadro di Leon Giuseppe Buono.

Nello Oliviero ricordava, in un suo libro del 1983, un solo superstite, nostalgico venditore di polpi cotti, che piazzava il suo pentolone in una piccola traversa di via Milano al Vasto, e somministrava ai cultori del fast food tazzine di brodo di polpo fumante e profumato. Una fredda sera di ottobre del 1860 Giuseppe Sirtori, il Primo dei Mille, il sosia di Garibaldi, il Profeta – così lo chiamavano per l’aspetto, per i modi e per il carisma – passeggiando per Napoli si imbatté nella pittoresca scena di un gruppo di purpaiole e di clienti, di profumi intensi e di tazze svuotate con sorsi lenti e meditati. Tazze e piatti: poiché i cultori dello slow food, che a Napoli sono stati da sempre la maggioranza assoluta, si sedevano su uno scanno con in mano un piatto accopputo colmo di brodo, in cui stavano all’ammollo un pezzo di tentacolo, di granfa, e una fresella.

Confessò poi il Sirtori che era rimasto a lungo a guardare, imbambolato, cercando di capire le ragioni del silenzio in cui quel rito per lui assai strano si svolgeva: un silenzio assurdo nella più fragorosa delle città. Forse anche le purpaiole viste da Sirtori cantavano chesta granfa, si la prove/ mmocca fricceca addavero. E il Primo dei Mille non avrebbe mai potuto capire, nemmeno se glielo avessero spiegato mille volte, che tutto il gusto del polpo sta proprio in quel verbo, friccecare, che è nobile parola napoletana pronipote di una del latino più puro. Poiché il pezzo di polpo, se il polpo è fresco verace e cotto ad arte, affascina la sensibilità tutta del gusto strofinando – ma questa è una traduzione banalissima-, fricceccanno il palato con la meraviglia della sua solidità morbida piena e tonda che cede a poco a poco in una sfibrata tenerezza.

E proprio le ragioni della tenerezza costringono i pescatori a bastonare il polpo appena pescato con idonei mazzuoli, in modo che i nervetti, tesi dal terrore della cattura, si distendano e la polpa si rilassi. Inutilmente selvatico è il gesto di chi sbatte la testa del povero polpo su una lastra dura: i muscoli della vittima restano aggricciati e l’urto ne aggromma di croste le fibre, che al gusto poi risultano dure e stoppose. Un cuoco del Nautilus di Castellammare mi disse, tanti anni fa, che il polpo va battuto con una canna, perché i colpi devono essere netti, numerosi e concentrati su punti ben precisi. E battiture con la canna consiglia Alessandro Molinari Pradelli nella ricetta ligure del polpo all’inferno, che corrisponde più o meno a quella napoletana del polpo affogato, del polpo che si cuoce nella sua stessa acqua, chiuso in una pentola d’argilla col coperchio d’argilla saldato lungo gli orli con un cordolo di carta straccia.

Il Molinari Pradelli mette tra gli ingredienti anche due tappi di sughero, nuovi, non paraffinati, che immersi nell’acqua servirebbero ad ammorbidire il polpo. Questa del sughero accanto al polpo che si cuoce è una storia strana. C’è ancora chi crede che contribuisca a renderlo tenero. Altri pensano che si tratti di un clamoroso errore di filologia culinaria. I purpaioli napoletani, che dovevano continuamente tirar fuori i polpi immersi nell’acqua bollente del pentolone, legavano a una granfa uno spago, il cui capo attaccato a un sughero galleggiava sulla superficie e dunque poteva essere rapidamente afferrato. Da qui, il sughero.

Nella ricetta che molti anni fa ci raccontò Lello Lupoli, in una memorabile serata dedicata alla poesia e all’ arte culinaria, il sughero non c’ era: c’era, se non ricordo male, il peperone giallo.
(Foto: Quadro di Vincenzo Irolli, Natura morta con polpo)

L’OFFICINA DEI SENSI