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GIOVANNI COFFARELLI E LA CULTURA POPOLARE

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Custode severo della cultura popolare vesuviana, Coffarelli ha lavorato per salvarla dallo sviluppo caotico che intanto avanzava. Quel percorso potrà essere continuato solo attraverso un processo artistico, con la musica. Di Carmine Cimmino

Giovedì scorso (17 febbraio, ndr), nella sala convegni, già scuderia, del Palazzo Medici di Ottaviano è stato ricordato Giovanni Coffarelli, che fu interprete magistrale e severo custode di aspetti importanti della cultura popolare vesuviana. Il luogo vibrava di corrispondenze, perché i Medici si dilettavano di organizzare, nel loro giardino, spettacoli di balli contadini, soprattutto per celebrare la vendemmia. Nel 1853 Giuseppe IV Medici ospitò nel palazzo Salvatore De Renzi, che percorreva il territorio studiando, dal punto di vista medico, la tarantella.

Limpido e brillante è stato l’intervento del dott. Mario Iervolino, sindaco di Ottaviano; commossa, la testimonianza del prof. Ugo Leone, Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, conoscitore profondo e tutore, per vocazione e per passione, prima ancora che per gli obblighi del ruolo, dell’ambiente vesuviano, che Coffarelli difese con energia pari all’amore. Il prof. Gianni Pizza, antropologo, ha parlato della capacità di Coffarelli di distinguere, tra i demoni che hanno costruito gli archetipi della nostra civiltà, i demoni buoni da quelli cattivi. E mi pare che sia un riconoscimento importante, perché invita a riflettere sul piacere dell’ invenzione e del racconto che spinge i vati della cultura popolare a costruire la città della loro verità, e a schiuderne le porte solo a chi ha fede, a chi si abbandona all’incantamento.

E infatti Giorgio Baffi ha ricordato, subito dopo, la potenza magica della voce e dei movimenti di Coffarelli che disegnavano intorno a lui uno spazio suo proprio e lo immergevano nel flusso di un suo proprio tempo, così che ogni momento dell’esistere era, per l’artista, esistenza vera e teatro. Non si parlava con Coffarelli: lo si ascoltava e lo si osservava mentre tesseva le forme delle sue storie, mentre le sue mani chiamavano in vita le note della tammorra. Il prof. Pizza ha detto, tra l’altro, che la camorra si è servita e si serve della cultura popolare: non sono d’accordo, e credo che sia necessario tornare sull’argomento. Ha presentato i relatori il prof. Ciro Raia.

Giovanni Coffarelli ha continuato fino all’ultimo giorno a sviluppare la parte sua di quel progetto che venne messo a punto e in parte realizzato negli anni ’70, quando un gruppo di giovani – giovani di età, giovani di spirito, tutti accesi dall’amore per la terra e dall’entusiasmo per questo amore – tentò di trarre in salvo i preziosi relitti della cultura popolare vesuviana che naufragava tra i flutti dello sviluppo caotico dell’industria e del commercio grosso. Alcuni di essi inventarono il Giugno Popolare Vesuviano, e fu un’invenzione geniale, perché Terzigno, San Giuseppe, Somma, Ottaviano erano, per l’archeologia della cultura popolare vesuviana, siti ricchi, intatti, a molti strati, remoti e recenti.

Nella prima edizione – era il giugno del ’74 – debuttò il Gruppo Folkloristico della Zabatta, “animato da Rafaele ‘e fottere, ‘Ngiolillo ‘e Lurzano e Vincenzo Invernale”. Nel ’75 il Giugno ospitò il Gran Teatro di Carlo Cecchi, Otello Prefazio, Toni Cosenza, Mario Schiano, il gruppo Napoli Centrale, il Gruppo operaio di Pomigliano E Zezi. E Zezi tornarono anche l’anno dopo, e si confrontarono con il Gruppo contadino della Zabatta, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e con il Gruppo dell’Arci di Somma Vesuviana. Ricordo Emanuela Marassi mentre srotola il suo filo di Arianna per le strade di una cinica Ottaviano. Era il giugno del ’78. La Marassi si muoveva con la stanca leggerezza delle scapigliate che ancora pochi anni prima, per quelle stesse strade, accompagnavano, a piedi nudi sui basoli lucenti, la Madonna del Carmine, e cercavano il filo che le guidasse fuori dal labirinto del peccato e della sofferenza.

Parteciparono alle edizioni successive Eugenio Bennato, Aulo Pedicini e Beppe Rosamilia, Giorgio Zito (se i miei appunti non mi tradiscono), Beppe e Concetta Barra. Importanti spazi vennero riservati a poeti, romanzieri, pittori, scultori e fotografi; non venne trascurata alcuna forma di espressione. Il Giugno offrì ai vesuviani le incantevoli letture di Rafael Alberti, il genio mimico e musicale del Gruppo della Gaita, e la suggestione dei ricami lavorati dalle donne di Marigliano. Dal progetto del Giugno messo a punto da Renato Andreozzi Franco Ammirati Salvatore Borriello Bruno Soviero Alfonso Cepparulo vennero tracciati itinerari che poi il tempo ha in parte cancellato, o forse solo nascosto sotto grovigli di erba della dimenticanza. Ma qualche sentiero meriterebbe di essere sgombrato e percorso di nuovo.

Era fatale che a un certo punto la storia del Giugno si interrompesse, ed è fatale che i Mani di Giovanni Coffarelli si chiedano, preoccupati, se e chi continuerà il viaggio attraverso la cultura popolare. Ho sempre pensato che il recupero della cultura popolare sia un processo artistico più che un’operazione scientifica. Prima di tutto perché il concetto di cultura popolare è uno di quei concetti fatti di cedevole gomma che ognuno tira dalla sua parte, così che non è possibile fissarne una definizione che sia abbastanza precisa e abbastanza condivisa, e poi perché da qualche relitto: un costume, un canto, uno strumento, una pietanza, nessuno riuscirà mai a ricostruire l’insieme, a dare un’idea soddisfacente del tutto che è irrimediabilmente scomparso. Si corre il rischio di spacciare per scientifiche delle forme che sono solo un’invenzione pittoresca.

Forse solo la musica può garantire alla nostra emozione la possibilità di intuire il passato nella breve luce di un lampo: la musica tocca le fibre intime dell’ animo e scuote gli archetipi della sensibilità. La musica e la vesuvianità. Credo che i Mani di Giovanni Coffarelli possano serenamente dedicarsi alle armonie e ai silenzi dei Campi Elisi, dove il tempo eterno fa vibrare sotto le sue dita l’idea prima del suono della tammorra. Angelo Tuorto, Musico Vesuviano, ha nella mente, nella voce e nel cuore i carismi necessari per tracciare una sua strada attraverso il passato e il presente di questa nostra terra, e percorrerla con passione.
(Foto: Il filo d’Arianna – intervent’azione- Ottaviano – 5° Giugno Vesuviano – 1978 – tratta dal libro "L’altra faccia del Vesuvio -1974- 1984- Dieci anni di Giugno popolare Vesuviano – a cura di Alberto Castellano").

LA STORIA MAGRA

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