IL POPOLO MINUTO DI NAPOLI

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Il modello della società napoletana è tutto rappresentato nelle bettole del popolo minuto: dietro ai bagliori dei colori caldi c”è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. Di Carmine CimminoPer tutto l’Ottocento, nei documenti d’archivio, nelle memorie dei viaggiatori e nei racconti degli scrittori napoletani, e perfino nei quadri e nelle fotografie, il popolo minuto di Napoli vive la sua vita quotidiana in un solo modo: come in preda a una febbre, che esaspera i gesti, i movimenti e la voce. Rumori, clamori, flussi di folla, silenzi si stagliano netti in una luce che Dupaty definì inesorabile, e che arroventa con i suoi riflessi anche il buio dei vicoli e delle topaie, in cui si ricovera un’umanità estrema. Nelle donne del popolo minuto la tensione è spesso patetica e teatrale, perché quelle donne sono sempre madri e sorelle e amanti, e dunque si sentono in diritto di partecipare alle pene degli uomini, in nome di uno stato dell’anima che una studiosa ha classificato come privilegio della sofferenza.

La taverna è il luogo in cui questa febbre si manifesta nei gradi e nei toni più accesi. Non c’è posto per l’idillio nelle bettole del popolo minuto di Napoli, e nessuno ha descritto questa verità più realisticamente di Vincenzo Migliaro. Nel quadro Una taverna napoletana (a corredo del pezzo, ndr) l’uomo che sta tracannando l’ultimo sorso e la porta della taverna sono fatti della stessa materia, un legno vecchio, corroso, che si tiene ancora insieme, ma che da un momento all’altro può scompaginarsi. L’uomo è colto nell’attimo in cui le gambe si irrigidiscono in un estremo impulso, prima di piegarsi. Lo stanzone è un nero budello incastrato a colpi pieni di colore tra la crosta lucida del fondo e la luce del primo piano che è densa, ma non sfavillante: appare smorzata dal contatto con i muri sporchi, sbiaditi, con la superficie corrugata e irrequieta delle cose: quasi che anche le cose abbiano la febbre.

La donna indossa un abito e uno scialle di integro tessuto e di colore smaltato e compatto. Non appartiene a quel mondo di cose, pare in grado di resistere all’attrazione del buio budello, di questo Tartaro dell’ubriachezza. È venuta a prendersi l’uomo, a portarlo via: vuole accoglierlo nel cavo dello scialle proteso sul braccio destro, e l’invita con il moto del capo: non vediamo il suo sguardo, ma dalla particolare inclinazione della testa siamo autorizzati a pensare che sia un’occhiata severa e ironica, materna e innamorata.

Nel quadro dedicato alla Taverna dell’onda d’oro (VEDI) persone e cose hanno un solo colore, un giallo itterico, da malaria. Anche qui lo stanzone della bettola è un vacuo nero che divide luce da luce, anche qui la luce è una sostanza vischiosa, in cui stanno per sciogliersi le forme nere, il pergolato in fondo, i pali, e anche le figure in primo piano: l’ostessa che dorme o finge di dormire, il posteggiatore cieco, che indossa una deforme palandrana, la ragazza che lo sorregge e intanto all’occhiata ammiccante dell’oste, opaca sintetica macchia all’interno del buio della bettola, risponde con un’ occhiata che vorrebbe essere solo sdegnosa e invece appare anche interessata.

Nel quadro La pagliarella (VEDI) l’uomo, il capo chino su un piatto di spaghetti, è immerso nell’ombra stinta dello spazio coperto dalla pergola: è una sagoma nera tra le nere forme di pali, di tronchi sottili, di rami che si incrociano. Nel verde nero delle masse delle foglie filtrano macchie di luce gialla e rossa. La luce dell’ampio paesaggio che sta oltre la pagliarella si indebolisce in alcune gradazioni di celeste intorno al fumo delle ciminiere di Bagnoli e sull’acido giallo dei cespugli di ginestra. Tutto il primo piano è occupato da una splendida popolana, costruita con i colori della luce che filtra tra gli strati più alte delle foglie: il rosso del foulard e il cupo arancione della gonna ritornano fusi nel profilo del volto.

La donna, sostenendosi sul braccio teso, appoggia la mano destra sul pilastro del cancello, e porta la gamba destra verso di noi; ma guarda verso l’uomo che sta sotto il pergolato, e la natura del suo sguardo, che non vediamo, è tuttavia svelata dal braccio sinistro piegato sul fianco, e dall’anca che sopporta il peso del corpo. È una posa loquace: vuole dire rimprovero, sfida, fastidio, e attraverso la congiunzione con il nitido profilo del volto, anche disillusione e stanchezza. In questi tre quadri c’è una salda unità formale, costruita sulla sapiente coordinazione delle linee e delle masse.

E tuttavia vi è rappresentato un mondo sconnesso e disarticolato: il tartaro buio della locanda ne occupa il centro, proprio per impedire che gli sguardi si incontrino. Cose e persone parlano attraverso un verboso silenzio: ma nessuno ascolta, i piani si contrappongono attraverso paradossali accoppiamenti di forme scure e di forme chiare.

Le bettole del popolo minuto, a Napoli e in tutta la Campania Felice, riproducono il modello della società che sta fuori, nella luce: un aspro pessimismo, la disillusione, l’abitudine alla dissimulazione, la cultura della violenza che spesso si nasconde sotto le apparenze del sentimentalismo lacrimoso e patetico, nel dolce inganno della canzone napoletana. Della sua musica. I testi, a leggerli nudi, sottratti al fascino delle note, risultano spesso dettati da un’aspra disperazione. Perché poi tutto si celi nelle onde di una musica tonda e struggente, è uno dei misteri dello spirito napoletano. E ciò vale anche per la pittura.

Non ingannino i colori caldi di luce, il cromatismo del rosso arancio e dei bruni ardenti: in fondo a questi bagliori c’è spesso il disfacimento delle cose e degli animi. È probabile che ancora una volta il popolo napoletano possa, aggrappandosi alla sua storia e alle sue tradizioni, sottrarsi alla palude che aspetta di inghiottirlo: a patto che si riconosca che le tradizioni e la storia di Napoli sono uno splendido smalto su una trama fitta di ombre. Del resto, lo sfavillio della luce si percepisce solo se dietro c’è lo schermo del buio.
(Fonte foto: Quadri di Vincenzo Migliaro, Una taverna napoletana; Taverna dell’onda d’oro; La Pagliarella)

TAVERNA DELL’ONDA D’ORO

LA PAGLIARELLA

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