LA FAMIGLIA SCASSATA AIUTA A CRESCERE DELINQUENTI

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Manca la prevenzione sociale. Destra e sinistra hanno giocato di sponda e portato in Italia il modello di sicurezza americano. Tutto sbagliato! Non ha fatto altro che aumentare il numero dei detenuti. Di Amato Lamberti

Questa volta la Suprema Corte di Cassazione ha scelto una strada che in molti non si sentono di condividere. Un giovane stressato e depresso da situazioni familiari, come quella della separazione dei genitori, che commette un atto di vandalismo non ha diritto ad alcuna comprensione. Deve essere punito e in maniera esemplare per fargli comprendere che le leggi devono essere sempre rispettate. Una sentenza che la dice lunga sul clima che nel nostro paese governa l’applicazione della giustizia.

Un clima che trasforma la lotta contro il crimine in un teatro burocratico-mediatico che, al tempo stesso, soddisfa e alimenta il desiderio d’ordine dell’elettorato, riafferma l’autorità dello Stato attraverso il suo linguaggio e la sua mimica virili, ed erge la prigione come ultimo baluardo contro i disordini che scoppiano nei bassifondi e che si ritiene minaccino le fondamenta stesse della società. La domanda che sorge spontanea è perché questo approccio punitivo, incentrato sulla criminalità organizzata, sulla delinquenza di strada e sulle zone urbane degradate e marginali, che mira a far arretrare passo dopo passo gli atti criminali con l’attivazione a tutto campo dell’apparato penale, è stato in tempi recenti adottato non solo dai partiti di destra ma anche – con slancio sorprendente, mi sento di aggiungere- dai politici della sinistra sia di governo che di opposizione.

La risposta più semplice, che è anche quella sostenuta dalla maggior parte degli studiosi di criminologia e di sicurezza urbana, è che anche in Italia, come in Europa, si sia imposto il modello sicuritario statunitense fondato sull’inasprimento generalizzato del sistema penale e che ha anche prodotto, in Italia come in molti altri Paesi, un incremento esponenziale della popolazione carceraria.

Negli Stati Uniti, infatti, il modello penale, secondo alcuni autori, avrebbe dimostrato che è possibile far arretrare la criminalità comune e il senso di insicurezza soggettivo grazie all’attivazione di politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie scrupolose, dirette alle categorie marginali intrappolate negli abissi del nuovo paesaggio economico. In pratica, negli Stati Uniti, la criminologia, contro ogni analisi sociologica, avrebbe dimostrato che la causa del crimine è l’irresponsabilità e l’immoralità del criminale, e che l’inflessibilità nel punire le inciviltà e i comportamenti devianti anche di basso profilo è il mezzo più sicuro per arginare gli atti violenti.

Non è vero. Si sono solo riempite in maniera inverosimile le carceri. Tutte le rilevazioni dimostrano il contrario. Le politiche repressive aumentano solo il numero dei detenuti ma non riescono né a ridurre né a controllare i tassi di devianza e di criminalità. Il fatto che un dodicenne accoltelli un quattordicenne per futili ragioni, come è avvenuto a Napoli, dimostra che ad essere fallimentari sono le politiche di prevenzione della devianza. Ma quando si investe tutto sulle politiche di repressione non resta disponibile niente per investimenti di prevenzione sociale sul territorio.

I delitti all’interno delle famiglie si vanno moltiplicando, con grande gioia delle televisioni che li trasformano in talk show interminabili: ma è la repressione penale la strada giusta per affrontare il problema dei figli che ammazzano i genitori, dei genitori che ammazzano i figli, dei fratelli che ammazzano i fratelli? Forse la crisi della famiglia è arrivata a un punto tale da richiedere misure urgenti di sostegno a favore dei genitori e soprattutto dei figli. Il fatto che sempre più spesso sono i minorenni a commettere delitti anche di sangue imporrebbe alla società una riflessione sul ruolo e la funzione delle agenzie educative, non certo un abbassamento della soglia di punibilità. Mettere in galera un minore non risolve certo il problema della sua rieducazione e del suo reinserimento nella società.

Sembra quasi che siamo tornati alle teorie lombrosiane del delinquente nato, contro il quale non c’è altra difesa che il carcere a vita. E, invece, delinquenti non si nasce ma si diventa: perché si nasce in una famiglia scassata, si cresce in un ambiente culturalmente ed economicamente deprivato, si vive in un contesto di degrado, disoccupazione, delinquenza abituale, si frequentano solo figure marginali che debbono inventarsi ogni giorno strategie di sopravvivenza illegali. Contro tutte queste situazioni di esclusione la società potrebbe fare molto, ma dovrebbe investire in politiche di inclusione sociale a favore di famiglie, adulti, donne, giovani, bambini, coinvolgendo tutte le strutture e le associazioni disponibili.

E, invece, si preferisce investire sulle forze dell’ordine e sulle carceri, con il risultato di fare delle carceri delle vere e proprie discariche umane di persone trattate solo come rifiuti. La delinquenza aumenta, l’insicurezza delle persone cresce, le città diventano sempre più inabitabili: non importa, l’importante è mostrare i muscoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DEL PROF. LAMBERTI

IL PORTAVOCE:ANCHE DOPO CARNEVALE

Brevi ma utili consigli per avviarsi al mestiere di portavoce. Prima (e unica regola): negare, negare, negare! Il corredo? Bastano dei tappi. Di Carmine Cimmino

“Il titolo del nostro carro per il Carnevale – mi dice un giovanotto, figlio di un amico, – è Il teatro della democrazia putrescente. Per carità, non ci sono né allusioni né riferimenti. È solo un gioco, e a me è toccato di vestirmi da portavoce. Sappiamo che lei sta scrivendo qualcosa sulla fenomenologia di nuovi mestieri, e di mestieri antichi in versione nuova: il camorrista casalese, il camorrista non casalese, il sindaco PD con giunta di destra, il candidato a sindaco di Napoli, il leghista del Sud, il preside dopo Gelmini. Spero che possa darmi una qualche indicazione anche sul portavoce, su come muovermi, e come vestirmi”.

Tiro fuori i miei appunti: qualcosa l’ho scritto sull’argomento, sono idee buttate giù alla prima, mancano di ordine, di profondità e di lima. Ma il giovanotto insiste, e non voglio deluderlo. Carnevale è una cosa seria. In primis gli dico che nelle democrazie putrescenti esistono due modelli di portavoce del potere. Uno l’ho chiamato modello Schopy, in omaggio all’ aureo libretto “L’arte di ottenere ragione“ che Arthur Schopenhauer scrisse tra il 1830 e il 1831 e che venne pubblicato per la prima volta nel 1864. Il portavoce Schopy è un imbuto, una canna, un microfono in cui il sistema soffia la propria voce: e lui, come una trombetta, l’amplifica e la trasmette, senza aggiungere e senza togliere, senza mutare né tono né timbro: proprio ‘na trummetta ‘e Montevergine: taaa taa ta.

Chiamato a spiegare le follie di una democrazia putrescente – che so, un capo di partito che fa eleggere senatrice la propria cavalla, o un capo di governo che dispone che gli imputati possano scegliersi i giudici: ma sono esempi fittizi, ovviamente: anche la più degenerata delle democrazie non arriverà mai a tanto-, il portavoce Schopy adotta una sola tattica: negare. O nega che una cavalla sia stata fatta senatrice e che gli imputati si siano scelti i giudici, o nega che una cavalla senatrice e un imputato giudice dei suoi giudici siano degenerazioni: al contrario, sono esempi di democrazia avanzata, di libertà vera. Nega, nega sempre, consigliavano i camorristi anziani ai picciotti. Se ti acchiappano con il lardo in bocca, non avvilirti: nega, nega, e ancora nega.

Schopy nega guardando fisso negli occhi dei giornalisti e delle telecamere: nega con severa amarezza, e con un accento di disprezzo per l’opposizione liberticida. Schopy chiude le sue comunicazioni con una raffica di parole tronche, possibilmente in – tà: libertà, onestà, verità, unità, umiltà, ecc. ecc. Fanno effetto, sono sentenziose e conclusive. Le pronunzia a testa alta e a schiena diritta. È utile che egli abbia un passato da contestatore, e che non lo rinneghi: potrà esibirlo come una patente, da portare sempre in tasca: in un’altra tasca, non in quella in cui conserva le carte di credito. In realtà, il portavoce Schopy non fa altro che applicare l’ 8° stratagemma di Schopenhauer: Suscitare l’ira dell’avversario, perché nell’ira egli non è più in condizione di giudicare rettamente e di percepire il proprio vantaggio. Si provoca la sua ira facendogli apertamente torto, tormentandolo, e, in generale, comportandosi in modo sfacciato.

Certo, il provocare l’ira altrui comporta il rischio di una reazione emotiva, e, direi, da uomo di pace quale sono, primitiva: insomma, il rischio di qualche schiaffone: ma il portavoce l’ha messo in conto, quasi quasi ci spera: lo schiaffone gli serve per atteggiarsi a martire della verità. L’altro tipo è il portavoce Morbido. Anche lui dice che gli oppositori mentono, falsificano, manipolano, e o fingono di non capire, o veramente non capiscono. Ma lo dice senza alzare la voce: egli dialoga, argomenta, strologa: vuole dimostrare, vuole convincere. Ha lo sguardo, il passo, la postura e i capelli – brizzolati, sotto la tintura – dell’uomo che ha visto tutto, della vita e della politica: il Morbido ha attraversato tutti i partiti – i partiti di potere, ovviamente – uno per uno, corrente per corrente.

Sa articolare un sorriso ironico, e ne fa uso quando si accorge che le sue litanie, i suoi ritornelli incominciano a stancare: amico, se mi ripeto, lo faccio per te, che non mi capisci. Il Morbido ha sempre a portata di bocca lo stratagemma n. 29: Se ci si accorge di venire battuti, allora si fa una diversione, cioè si comincia d’un tratto con qualcosa di totalmente diverso, come se fosse pertinente alla questione e costituisse un argomento contro l’avversario. Si richiede però che la sua voce, il suo lessico e i suoi modi toscaneggino: perché il toscano è, per definizione, la lingua della chiarezza, della sincerità e della moderazione.

Tra il 1865 e il 1870 l’ Italia unita venne scossa da distinte edizioni del balzello più iniquo, la tassa sul macinato. La paura che essa innescasse modi – i Prefetti non ebbero il coraggio di scrivere moti – scomposti e sediziosi indusse il Governo a far propaganda. Non c’erano i portavoce: ai Sindaci vennero inviate, perché le distribuissero tra i cittadini capaci di leggere, migliaia di copie a stampa di uno scritto che difendeva la tassa.

L’anonimo autore, certamente un toscano, dichiarava d’ “aver messo giù un discorso alla buona e alla casalinga: il popolo ci ha pensato su e neanche tanto, poi ha capito che il diavolo non è tanto brutto quanto si dipinge, ha compreso che la campana d’Italia suonava solamente a malato, e che per i malati ci vogliono medici coraggiosi e risoluti e medicine pronte e efficaci, spesso amare al palato, ma sempre giovevoli alla salute”. I braccianti dovevano capire che la tassa era un male apparente: quei pochi centesimi dati in più al panettiere facevano scemare l’aggio sull’oro: insomma, mentre pagavano di più il loro tozzo di pane, in realtà lo pagavano di meno”. Il miracolo del toscanaccio.

Ma come mi vesto? domanda il giovanotto. Vestiti elegante: un’eleganza sobria, cravatta di classe, e se fai Schopy, occhialini da intellettuale. E procurati dei tappi. Enormi. Dei tappi ? Sì, dei tappi. Ti faranno riconoscere. Il portavoce è tappato in ogni suo buco, fatta eccezione della bocca. Il potere democratico degenerato non può correre il rischio che la sua voce esca da altro canale che non sia la bocca. Da qui, la necessità dei tappi. Fondamentale è il tappo sul cervello. Il portavoce non deve assolutamente pensare. Perché se incomincia a pensare, può capitare che arrivi a domandarsi: Ma che c….. sto dicendo? E un portavoce con i dubbi è, per il potere, un disastro. E poi procurati due colori a tempera: un rosso Magenta e un giallo cadmio. Con una punta di celeste danno la tinta di bronzo, con cui ti spennellerai la faccia.

Il giovanotto si avvilisce: la tinta e i tappi non gli vanno a genio. E se voglio fare il portavoce dell’opposizione?Questo modello, gli dico, non esiste. L’opposizione, quando parla, se parla, ha tanti portavoce quanti sono gli iscritti, i tesserati, gli amici e i simpatizzanti. Ti potresti vestire da pubblico a cui si rivolgono i portavoce del potere delle democrazie putrescenti. Ma è finito lo spazio. Ne parleremo al prossimo Carnevale.
(Foto: “Uomo tappato”. Disegno a china di Armand Simon, 1939)

LA STORIA MAGRA

SANT”ANASTASIA. SARANNO I CITTADINI A PAGARE PER CIMITERO E AMAV

Rileggere con attenzione le dichiarazioni del sindaco sulle eterne questioni Amav e cimitero, fa venire fuori una verità certa: i cittadini sono condannati a ulteriori sacrifici economici.

Il dubbio su cosa rappresenta la parola, espressione di pensiero cognitivo o semplice esercizio respiratorio, ci ha assalito leggendo il resoconto giornalistico dell’incontro del 21/2/11 organizzato dall’Amministrazione comunale di Sant’Anastasia al cinema Metropolitan e pomposamente intitolato “Finalmente la verità su AMAV e cimitero”.

Il convegno inizia con l’intervento del capogruppo del PDL al consiglio Comunale di Sant’Anastasia che pone l’accento sulla piaga del clientelismo ”causa di tanti mali del Sud, tra cui l’inefficienza delle nostre amministrazioni meridionali”. Si riferiva forse all’attuale Amministrazione che ha assunto a chiamata diretta sei giovani per fare semplicemente compagnia al sindaco con un onere annuo per le casse comunali di 91.000 € ?

Successivamente interviene il sindaco Carmine Esposito che illustra la situazione disastrosa, a suo dire, in cui versa l’azienda municipale AMAV per la raccolta dei rifiuti. Elenca, a tal proposito, tutti i numerosi debiti che gravano sulla società, non evidenzia però che tali debiti scaturiscono dai crediti che l’azienda vanta nei confronti della stessa Amministrazione da lui presieduta per prestazioni effettuate e non pagate. Dimentica, inoltre, di ricordare a se stesso ed al pubblico presente in sala che gli attuali organi direttivi della società sono stati da lui nominati, quindi cosa fa, non vota il bilancio societario e sconfessa l’operato dei suoi nominati?

Mette poi in liquidazione la società, paga i debiti societari che sono, come detto prima, anche crediti vantati nei confronti dello stesso Comune, accolla sulle casse comunali l’onere di n. 38 dipendenti AMAV ed affida a terzi la raccolta dei rifiuti urbani, come successivamente ha sostenuto? Ma che pazzia sarebbe una simile soluzione!

Non è in grado di reperire e nominare ai vertici della società persone esperte in grado di conferire efficienza ed economicità alla gestione della società? Basta rivolgersi a società specializzate nella selezione di personale direttivo, anziché alla clientela che gli ruota attorno, e risolverà la situazione certamente meglio rispetto all’ipotesi ventilata.
Passa successivamente a trattare del cimitero comunale.

“Annullerò il progetto finanza per il cimitero comunale”, disse improvvidamente in campagna elettorale. A distanza di pochi mesi, cambia idea e, per salvare la faccia, cerca d’infinocchiare gli Anastasiani con i seguenti proclami d’interventi, a rimodulazione del contratto stipulato con la ditta aggiudicataria:

– i nuovi loculi saranno tutti rigorosamente uguali per ragioni etiche d’uguaglianza (il progetto originario già lo prevedeva);
– il costo dei loculi diminuisce di € 88 e tale riduzione è compensata (come da semplice conteggio) con il corrispondente aumento di € 2864 del costo delle cappelline (toglie ai ricchi per donarlo ai poveri, senza alcun sacrificio per la ditta; c’è pure da chiedersi chi lo autorizza a distorcere il prezzo dei manufatti a suo piacimento?);
– la ditta non applicherà alcuna tariffa per la sosta delle auto nel parcheggio cimiteriale (era già previsto nell’ultimo contratto stipulato);

– l’acconto, all’atto della prenotazione dei loculi, passa dal 30% al 20%, con un ulteriore 20% ad inizio lavori (bel risultato di vantaggio per i cittadini, dal 30 si passa al 40% d’anticipo; non bastava che l’amministrazione precedente avesse permesso alla ditta di chiedere l’anticipo del 30% già dal luglio 2008 prima ancora dell’approvazione definitiva del progetto, ora che stanno per iniziare i lavori l’anticipo scatta al 40% );
– n. 70 loculi saranno ceduti gratuitamente al Comune per assegnarli ai meno abbienti (clausola contrattuale già esistente);
– coprifosso uguale per tutti ed a prezzo unico (idem come sopra, niente di variato);
– previsti 15 servizi cimiteriali l’anno gratuiti per i meno abbienti, valore, come da contratto precedente: 15 x 250 (full service) + 15 x 800 (coprifosso) = 15.750 € l’anno, che assommano, per tutta la durata del contratto di 28 anni, a 441.000 €.

Questo sacrificio della ditta è ampiamente compensato all’aumento della durata del contratto da 20 a 28 anni; 8 anni in più di gestione significano un ulteriore ricavo operativo per la ditta, come da piano finanziario allegato al progetto, di ben 2.795.784 €; non c’è che dire, un bel regalo per la ditta che si aggiunge a quello dell’aumento dell’anticipo, altro che sacrificio a favore degli Anastasiani!

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LE AUTOBIOGRAFIE DEGLI ADOLESCENTI E LA BANCA DELLA MEMORIA

In Italia esiste la “Città del Diario”, dedicata agli scritti della gente comune. Un luogo dove possono essere ospitate anche le autobiografie che al Mercalli si stanno costruendo in aula. Di Annamaria Franzoni

Le attività del laboratorio autobiografico (già descritte nell’articolo correlato a fondo pagina), svolto dai ragazzi della II G del liceo Mercalli di Napoli, stanno positivamente contribuendo alla riflessione sul ruolo che la parola scritta ha nella formazione dell’individuo e quanto il suo fascino possa dilagare in un epoca in cui la comunicazione “odierna e veloce” sembra soppiantare l’ “arcaica e obsoleta” parola scritta.

Sabato scorso, durante l’ora dedicata al laboratorio e che conclude la nostra settimana lavorativa in aula, Raimondo ci ha riferito di una città nella quale vengono conservati i Diari di gente comune: si tratta di Pieve di Santo Stefano, un paesino del centro Italia, in provincia di Arezzo, che, a partire da qualche decennio, ha scelto di definirsi “Città del Diario” segnalandolo in modo evidente, su cartelli gialli che sono collocati sotto a quelli toponomastici, ai quattro punti cardinali della cittadina.

Infatti, nell’archivio pubblico, all’interno del Municipio, c’è una sezione interamente dedicata agli scritti della gente comune, che contribuisce alla costruzione della nostra storia d’Italia, ribadendo il concetto che “la storia siamo noi”: pertanto le autobiografie che stiamo costruendo in aula, oltre a contribuire all’arricchimento della nostra “banca della memoria” , potrebbero trovare spazio nell’archivio di Pieve di Santo Stefano, ideato e fondato da Saverio Tutino e che conserva brani di scrittura provenienti dalle varie parti della nostra Penisola. Evidentemente il nostro apporto potrebbe arricchire e ringiovanire un patrimonio già significativo e consistente attraverso una ventata di storie adolescenziali.

L’ipotesi è quindi quella, concordata con i miei alunni, di entrare in contatto con la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e di consultare la rivista dell’Archivio “Primapersona” per migliorare il nostro lavoro e ricevere spunti forieri di novità.

Milena Gammaitoni nel “La storia di Saverio Tutino”, palesando gli aspetti interessanti del fondatore dell’archivio della memoria, gli rivolge, tra le altre, la seguente domanda: Tra i primi diari arrivati all’Archivio quale l’ha più colpito, cosa non si aspettava di trovare?
La risposta è stata: “Sai che non ho mai fatto caso alla stranezza dei diari! Perché sono tutti una cosa singolare, la singolarità non è data dalla situazione è data dal fatto che ogni persona è singola…”

È proprio ciò che provo quando in alcuni momenti di condivisione del lavoro svolto, ascolto stralci delle autobiografie dei miei ragazzi.
Credo, inoltre, riallacciandomi ad una affermazione di Italo Calvino, il quale sosteneva che le autobiografie sarebbero stati un giorno i libri più letti, che oggi più che mai le storie degli altri attraggano perché si sente un bisogno di interiorità ed una necessità di riflessione sulle proprie e altrui emozioni.

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LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – L’ACQUA E L’ELETTRICITÁ

Questo secondo appuntamento con le Fonti di Energia tratta della risorsa energetica costituita dall”acqua ed introduce alle tematiche dell”energia elettrica.

Un tempo erano rudimentali ruote, parzialmente immerse nei fiumi, che, girando sotto la spinta dell’acqua che vi fluiva, fornivano l’energia meccanica necessaria ai mulini.
Con l’era industriale, le vecchie ruote idrauliche sono state soppiantate dalle più moderne turbine che azionano i generatori per la produzione dell’energia elettrica.

La continua e crescente richiesta d’energia elettrica ha portato poi in primo piano le centrali elettriche alimentate da combustibili fossili.

LA RISORSA ENERGETICA COSTITUITA DALL’ACQUA
 

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AL CAIVANOARTE IL PRIMO DISCO DEGLI R&FUSION

Sabato 12 Marzo all’ Auditorium CaivanoArte gli R&Fusion presenteranno il loro primo disco: “Dalla terra dei fuochi”. I cinque musicisti hanno scelto come tema della serata l”Appartenenza.

In un bar del centro a Somma Vesuviana chiacchiero un po’ con Emanuele Ammendola, contrabbassista e voce del gruppo emergente R&Fusion che sabato prossimo, il 12 marzo, presenterà al CaivanoArte il suo primo disco, prodotto da Gianfranco Portogallo che verrà distribuito nei punti vendita Euronics a marchio Tufano in tutta l’Italia e nel punto vendita Feltrinelli di Afragola.

Chi sono gli R&Fusion?
“La storia de gruppo è una storia fatta di ritorni e coincidenze. L’attuale formazione ha avuto vita meno di due anni fa, nel settembre 2009”. Il racconto di Emanuele inizia 10 anni fa quando insieme a Pietro fonda il suo primo gruppo. Fine anni novanta, un liceo della provincia napoletana. Pietro ha la sala prove e la batteria, Emanuele ha il basso elettrico e tante idee da musicare. Nascono gli R&FusiOn (in napoletano Arrefuscion). Mai nome fu più appropriato, i ragazzi “arrefusero” e non si videro più per anni. Poi in un bar del centro a Napoli con Luca Di Sieno, Emanuele ridà vita agli R&FusiOn iniziando a lavorare al brano “Aveto e Forte”, “Ninno”, “Cantame”, pezzi contenuti nel disco che proprio ora sta uscendo dalla sala di incisione.

Pian piano il progetto prende forma si aggiunge Marco Fiorenzano giovane stella del piano jazz napoletano. Poi il momento cruciale del rincontro. Serve un batterista. Emanuele già sa che solo Pietro poteva essere il batterista, proprio con lui quei pezzi erano nati. Così dopo 10 anni Pietro ed Emanuele tornano a suonare insieme, il quartetto non solo aveva trovato il suo batterista, ma molto di più. Pietro diventa il collante con gli altri musicisti. Emanuele mi racconta “io e Pietro ci conosciamo da una vita. Scuola insieme, entrambi acquario entrambi mancini! Vedi già quante cose vissute insieme!” Poi arriva il sassofono, suonato da Paolo Pironti (anche lui acquario) che con la sua contagiosa risata sancisce la definitiva formazione, e gli R&Fusion sono pronti per il disco.

A questo punto Emanuele mi racconta di più “essere bravi non è l’unica cosa, per noi, neanche la più importante, il segreto del gruppo è l’empatia. Ci capiamo subito. I pezzi nascono facilmente, uno di noi porta una suggestione, un’idea, qualche nota, la propone e subito riusciamo a tirarne fuori un pezzo. Siamo tutti musicisti professionisti ma conserviamo lo spirito di gruppo delle band non professioniste, a cui a volte manca la tecnica ma che hanno il trasporto e la passione. La nostra alchimia è questa. Siamo un gruppo. Forse perché per il primo anno abbiamo provato e mangiato, abbiamo condiviso molto non solo la musica e questa condivisione umana emerge nella musica che facciamo. È un incontro di persone che si considerano prima come persone e poi come musicisti. La partenza è questa. Condividere il tempo con le persone ha fatto la differenza.”

Il titolo del disco “Dalla terra dei fuochi”, dà un forte segno del radicamento nel territorio …
“Si. Noi ci sentiamo visceralmente uniti al territorio. Il titolo dell’album rappresenta il famigerato perimetro all’interno del quale siamo nati. Anche il nostro nome R&Fusion non è soltanto ricerca e fusione ma è, in napoletano, la dichiarazione di sapere che si può . È incredibile quante siano le coincidenze che hanno portato a questo disco. Per esempio io me ne volevo andare da Napoli, ho tentato a Ginevra, a Barcellona, mi dicevano che ero bravo ma c’era sempre qualcosa che mancava perché musicalmente io sono un ibrido, ho studiato jazz e classica. Poi, contro ogni scommessa, siamo riusciti a fare un disco in mezzo al deserto! Ti racconto solo questa: dovevamo scegliere un tema che unificasse tutti gli artisti presenti per la serata del dodici marzo, pensiamo un po’ e decidiamo: l’appartenenza. È un tema che ci convince tutti.

“ Dopo poco inizio un corso sulla comunicazione. Il tema trattato è l’appartenenza. Ormai siamo talmente radicati in questo territorio che tante cose tornano. Come dall’inizio. Tutto in un cerchio come con il ritorno di Pietro che ha fatto da volano per il gruppo. E da lì sono iniziati i concerti, le serate, i festival. In 1 anno e mezzo abbiamo girato 2 video, vinto il Tour Music Festival con un pezzo che è nato quasi lì per lì …”

I brani contenuti nel disco sono 9, di cui 2, “Ninno”, dedicata a Mimmo Beneventano e “Cantame” scritte da tuo fratello, Eduardo Ammendola, giovane medico e attore, gli altri testi sono tuoi, eccezione fatta per “150 anni”, scritta da Pietro. A pochi giorni dai 150 anni dell’unità d’Italia un rap contro l’unità …
“Si. La canzone canta 150 anni di vessazioni e umiliazioni. Ma come dice il testo non siamo né malinconici né borbonici. Noi ci sentiamo italiani, anzi l’unica cosa che ci salva in Campania è che siamo in Italia. Ma guarda cosa sta succedendo. Proprio ora che si parla della “festa” dell’Unità esce fuori che c’è chi non la vuole festeggiare. Escono le tante ragioni per cui l’unità non c’è! Ma la storia che è stata scritta sui libri ha cancellato quello che è stato. L’Italia è stata fatta dalle persone e dalle storie locali, il sud era un sud ricco, non era il simbolo del degrado che viviamo noi oggi. A Torino c’è il museo del Lombroso, che ha sancito che per la fisionomica al Sud ci sono solo criminali. Può l’Italia consentire questo? Anche qui torna il nostro motivo più forte: se non si alimenta l’appartenenza non ci può essere unità”.

Le nove tracce verranno presentate nello spettacolo tra proiezioni, mostre e sortite teatrali, quali saranno gli altri artisti che vivranno con voi la serata del 12 marzo a CaivanoArte?
“Per il momento abbiamo sicuramente una mostra di quadri, ci saranno Walton Zed, Carla Marciano, Alessandro Saviano, Cesare Panaccione. Poi ci sarà l’esposizione di due fotografe che hanno curato l’immagine per il disco, Annamaria Mura e Serena Marra, ci sarà anche la presenza di altre associazioni con cui condividiamo molto: Zazà, negozio di prodotti del circuito equo e solidale e l’associazione culturale Magmamà. Ma ti do una notizia, il 12 suoneremo anche un pezzo che non abbiamo inserito nel disco.”
(Fonte Foto: Rete Internet)

QUANDO IL DISAGIO DEI RAGAZZI SFOCIA IN REATO

Un minore che vuole “scaricare” nella società la sua rabbia o una sua lacerazione interna (come quella causata dalla separazione dei genitori), va punito e non va compreso. Questo è quanto sostiene una recente sentenza della Cassazione.

Talvolta i ragazzini reagiscono a situazioni di disagio con azioni violente che possono sfociare in veri reati. Una recente sentenza della Cassazione ha sostenuto che il “mal comportamentto” degli adolescenti, ancorchè motivato da problemi legati all’età o a situazioni personali e familiari laceranti, va punito e non compreso.

Tale principio, comunque, non è pacificamente accettato da pedagogisti ed educatori i quali sostengono, invece, che il ragazzino che si macchia di azioni teppistiche va rieducato e non punito.

Il caso
Il minore M.A. con oggetto appuntito incide la carrozzeria di un’autovettura Bmw e rivolge ingiurie e minacce gravi a danno della proprietaria dell’auto per indurla a non denunciarlo.
Il Giudice del Tribunale per i Minorenni di Torino, riteneva di non dover procedere nei confronti del minore perché il fatto era stato commesso in uno stato di incapacità di intendere e volere, causato dal dolore provato dal ragazzino per il divorzio dei genitori. La questione veniva sottoposta al giudizio della Cassazione, la quale riteneva che la situazione familiare non poteva giustificare la condotta del ragazzo.

Le motivazione della Cassazione, in sintesi, sostengono che giustificare la condotta del minore per il dolore vissuto a causa della separazione dei genitori avrebbe potuto agevolare il processo psicologico di autolegittimazione del crimine. La Suprema Corte ha affermato il principio, secondo il quale, perché un minore di età sia riconosciuto incapace di intendere e di volere e, quindi non punibile per il reato commesso, è necessario l’accertamento di un’infermità di natura ed intensità tale da compromettere, in tutto od in parte, i processi conoscitivi, valutativi del ragazzino: egli non deve saper riconoscere il bene e il male.

Pertanto, specifiche condizioni socio-ambientali e familiari nelle quali il minore sia eventualmente vissuto, particolarmente dolorose e laceranti, seppure possono aver avuto influenza negativa sul ragazzino, inficiando le potenzialità di valutazione critica della propria condotta e agevolando il processo psicologico di autolegittimazione del crimine, non hanno potuto offuscare la capacità del minore di valutare il significato e il peso delle proprie azioni. In buona sostanza, l’adolescente del caso, seppur sconvolto e turbato era sicuramente cosciente che stava compiendo una cattiva azione.
(Cass. 31753/2003 Rv. 226281 – Cass. 18084/2010 riv 247141 – Cass. 17661/2010 riv 247335).

LA RUBRICA

STORIE DEL CARNEVALE NAPOLETANO

Storie del Carnevale napoletano: le metamorfosi di sanguinaccio e migliaccio, la lasagna barocca, lo sgarbo a San Gennaro. Di Carmine CimminoIn realtà, già il nome è uno scherzo. Uno dice Carnevale, e pensa alla tavola grassa di carni, al mito dell’abbondanza e della sazietà, che con il mito del gioco e del mascheramento, è la radice prima della festa. E invece il nome significa l’esatto contrario, carnem levare, carnem laxare, (e da qui l’elegante toscano carnasciale): togliere di mezzo la carne, prepararsi al digiuno e alla quaresima.

È una vendetta della religione: la sola andata in porto. Per il resto, il Carnevale ha resistito a tutti gli attacchi, ha ceduto qua e là, ha concesso qualcosa, soprattutto in un Paese come il nostro, che vive in maschera ogni sua ora: ma alla fine è rimasto un rito pagano. Per sconfiggere il sanguinaccio, quello vero, fatto di sangue di porco autentico, testimonianza estrema di una economia contadina che non buttava via niente, e non solo del maiale, la Chiesa ha dovuto ricorrere all’aiuto della medicina. La borghesia, educata nelle sagrestie e negli studi dei medici, non poteva tollerare questa cibo da pantomima cannibalesca, poiché chi mangia sangue di porco, a pezzi o insaccato in budella, è capace di mangiare di tutto.

E dunque la parola d’ordine impartita dai pulpiti e dai palazzi del potere fu attenuare: e cioè addolcire e smussare. Non eliminare: al popolino non vanno mai tolte l’illusione della tavola grassa e la magra consolazione di prendere in giro chi comanda, almeno una volta all’anno. Ma se il contadino si maschera da signore, il signore si maschererà da contadino: la seconda maschera annacqua l’aggressiva minaccia dell’ altra. Il sanguinaccio venne prima affogato e snaturato nello zucchero, e poi fu sostituito dalla crema di cioccolato, che è sostanza aristocratica. A Napoli il sangue di porco resistette più a lungo, e non solo nelle campagne.

Matilde Serao descrive nel Paese di Cuccagna il grande lavoro che si faceva in città per preparare “la enorme quantità di sanguinaccio rustico e sanguinaccio dolce, sanguinaccio nel budello bigio e sanguinaccio nel piatto, tutto cosparso di pezzettini gialli di pan di Spagna: il sangue di maiale, cioè, unito al cioccolatte, al pistacchio, alla vainiglia, al cedro, alla cannella e presentato in una forma umile e leggiadra, dove la sua grassa brutalità era scomparsa”.

Fu uguale il destino del migliaccio. In un documento napoletano dei primi anni dopo il Mille il miliaccium è il pane di miglio, e nei ricettari toscani e emiliani del sec.XVIII il migliaccio è una specie di torta fatta di sangue di maiale con miglio brillato. L’attacco contro questa torta vampiresca partì dalle cucine dei monasteri femminili, in cui la semola prese il posto del sangue, e il tutto fu inzuppato nell’acqua di fior d’arancio, che effonde profumi angelici. Artusi consigliava uva secca e zibibbo: e se non si poteva fare a meno del lardo, che fosse lardo vergine.

Solo la lasagna venne risparmiata. Anzi, il pasticcio di maccheroni, che è un’invenzione delle cucine di corte del Rinascimento padano, divenne, nel tempo, il piatto simbolico del Carnevale di Napoli, tanto che Mario Stefanile si chiedeva perché proprio “a Napoli, città da sempre di cucina semplice e stupendamente povera, la lasagna avesse trovato una sua rosseggiante e favolosa patria carnevalizia, e, sciogliendosi dalle nude e antiche origini di impasto di farina e di acqua spianato su un tagliere e ridotto in larghi nastri”, fosse diventata “una fabbrica nobile e composta dove al posto dei nudi laterizi si intrecciano pasta e salsa, mozzarella e salcicce”. Forse perché proprio in questa macchina barocca, in questa mischia di sapori, la pasta, che dovrebbe essere solo l’involucro, infine spadroneggia e dimostra definitivamente che il suo sapore domina in assoluto, in qualsiasi circostanza, e su qualsiasi pasticcio: la pasta sempre trionfante: come il pane nell’amichevole duello con il companatico.

I Napoletani sono riusciti anche a mescolare il sacro più sacro, e cioè il culto di San Gennaro, con il profano del Carnevale. L’empia contaminazione, descritta in un bel libro di Laura Barletta, fu perpetrata durante il Carnevale del 1764, che si svolse all’insegna della carestia, e non della tavola grassa. Dopo le proteste dei primi giorni di marzo, che non avevano tuttavia impedito né lo svolgimento delle tradizionali quadriglie né gli assalti del popolo minuto alle macchine di un’assai povera cuccagna, il 5 marzo il malcontento per la mancanza di pane e di farina accese il tumulto. Centinaia di donne obbligarono l’arcivescovo cardinale Sersale a esporre la statua di San Gennaro, perché il Patrono, commosso dall’ “amaro chianto“ del suo popolo, risolvesse prontamente il problema.

La Chiesa veniva sollecitata – non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima – a porre rimedio al “flagello“ scatenato dall’inettitudine e dalla corruzione della classe politica. Il giorno dopo i deputati del Tesoro furono costretti a portare la statua in processione attraverso la città, tra torme piangenti di donne scapigliate vecchi e bambini. I meccanismi religiosi del controllo sociale funzionarono in modo efficace: la carestia venne letta e spiegata come una punizione inflitta da Dio ai napoletani per i loro corrotti costumi, di cui le mascherate e gli eccessi del Carnevale erano una prova colorata e rumorosa. Solo i lazzari non si lasciarono ammansire: uscirono dalla processione e si diedero al saccheggio delle botteghe. Il giorno dopo, martedì grasso, alcuni cortei di uomini e di donne di ogni età confluirono davanti all’ arcivescovato e ottennero che il cardinale predicasse nella cattedrale e che nella cappella del Tesoro venissero esposti il sangue e la testa di San Gennaro.

Solo allora le autorità civili annullarono il programma di mascherate e di quadriglie. Questo Carnevale napoletano ispirò invettive e satire feroci contro il potere politico: Laura Barletta ne ha pubblicato una ricca antologia. Un anonimo epigrammista immagina che un siciliano, tornato da Napoli nella sua isola, incontri un napoletano che gli chiede notizie su quanto accade nell’affamata capitale.

E il siciliano gli fa questo racconto: fami pani farina carestia / calca cavalleria fanti dragoni / serra serra cuccagna Vicaria / curri curri battuglia confusioni / citati elettu capudeci via / casi famiglia nota mutazioni / posti barracchi mbrogli rubbaria / carti dispacci cuvernu cugliuni. È stretto dialetto siculo: ma il senso è chiaro. Specie nella chiusa.
(Foto: Quadro di Antonio Mancini, Ragazzo con maschera)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL “PROGETTO VESUVIO” DI ENZO CORONATO

La visione concreta di un imprenditore illuminato ma anche una nuova prospettiva della nostra realtà regionale.

Il bello, in questa nostra avventura giornalistica è che ci si può ancora meravigliare, e lo si fa accrescendo la conoscenza del mondo che ci circonda. Non è questa una dichiarazione di candore ma la speranzosa costatazione che c’è del buono intorno a noi, basta solo la volontà di scovarlo.
Nella nostra analisi della Città Vesuviana mancava all’appello il mondo dell’imprenditoria, quel tipo di persone, sempre più raro, che ama coltivare i propri sogni e che soprattutto, potendo, sa anche realizzarli. La rubrica si ferma stavolta a Caserta, dove incontriamo Vincenzo Coronato, imprenditore edile, che da anni segue con tenacia e lungimiranza il suo Progetto Vesuvio.

Com’è nata la sua idea di “Progetto Vesuvio”?
«Guardi, il Progetto Vesuvio, che nasce nel 1998, si è posto un iter con obiettivo principale, quello di una convivenza col Vesuvio. Senza evacuazioni o allontanamenti ma convivenza. Il motivo è semplice, il Vesuvio è sempre stato lì, siamo noi che non riusciamo a porci nel modo giusto, nella distanza giusta, non riusciamo a inserirci in quel contesto naturale che caratterizza la nostra civiltà mediterranea.
Io sono un imprenditore delle costruzioni, ho guardato il Vesuvio non dal punto di vista semplicemente umanistico o quale possibile calamità naturale ma l’ho guardato sotto un profilo strettamente economico. Ho analizzato il tessuto socio-economico che esiste nell’area vesuviana, un tessuto degradato ma non povero!».

«È ricco di capitale umano, è ricco di capitale economico, probabilmente non ben integrato tra esso e tra esso e il mondo esterno ma è un qualcosa di cui la regione Campania ha un estremo bisogno. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio. Durante una mia esperienza personale nel Friuli, nel terremoto del ’77 e in Irpinia in quello dell’ottanta, mi trovavo lì come direttore di cantiere dell’ospedale di Bisaccia, ho potuto constatare che, oltre ai danni causati dal terremoto, la cosa peggiore, per tutte le popolazioni colpite, era quella di trovarsi in mezzo alle paludi istituzionali delle competenze, che producevano talvolta più danni dello stesso sisma, creando sconcerto, disorientamento, il totale scoramento delle popolazioni coinvolte. Mi sono reso conto quindi, che al di là del supporto materiale, bisogna dire alle popolazioni che cosa devono fare, dove devono andare, in modo che si possa conservare quel minimo di dignità».

«Perché dunque, trovandosi in una situazione dove non si prefigura alcuna emergenza, sprecare questo prezioso tempo, senza dedicarsi a una pianificazione? Senza pensare a una formazione, una informazione, un’infrastrutturazione del territorio? Da qui è nata l’idea di un progetto, apparentemente semplice ma complicato nella sua sostanza. Si parte dal presupposto che la Campania è fortemente squilibrata dal punto di vista demografico, su cinque milioni e settecentomila abitanti, quattro milioni di questi vivono sul tratto di costa che va da Castelvolturno a Salerno. Ne consegue un congestionamento di tutta la zona e la sua ovvia invivibilità. Di contro abbiamo invece le zone dell’Alto Casertano, del Beneventano, dell’Avellinese e del Salernitano, che sono stupende ma soffrono per lo spopolamento, chiudono importanti servizi come ospedali e scuole, e si vive un problema diametralmente opposto a quello della fascia costiera».

Lei quindi vede la doppia possibilità di decongestionare la costa e di rivitalizzare l’entroterra?
«Infatti, il Progetto Vesuvio da me fatto e condiviso da ConfIndustria Caserta, al punto tale da presentarlo come osservazione al Piano Territoriale Regionale, ha come obiettivo quello di trasformare un’emergenza in un’opportunità! Non vedendo più il Vesuvio come un problema ma come una risorsa».

… anche un modo per uscir fuori dalla logica dell’emergenza! Dove terremoto e spazzatura ci hanno dimostrato quanto possa essere controproducente la logica emergenziale che ci impone a fare scelte sbagliate, come con la deroga della legge e così via.
«Certo, in questo caso, se l’emergenza non c’è, perché non ragionarci sopra?».

Ma la cosa che mi interessa approfondire è che lei esclude a priori la logica della “deportazione”…
«Certo! E le dico anche il perché. Queste 600.000 persone, non sono un problema, sono una risorsa. Io ho partecipato, come osservatore di ConfIndustria, all’esercitazione della protezione civile MESIMEX (Major Emergency SIMulation Exercise ndr.) 2006, che fu finanziata anche dall’Unione Europea per 250.000 €. Io feci domanda per poter partecipare gratuitamente all’esercitazione come osservatore. E quale dato emerse di profondamente sbagliato da questa logica della “deportazione”? Quella che, dati della protezione civile, l’area vesuviana, non è fatta solo di 600.000 persone ma erano anche 600.000 depositi postali, oltre ai depositi e ai conti correnti bancari, non sono quindi solo un problema ma anche un patrimonio che si sposta. Siamo arrivati al cuore del Progetto Vesuvio! Che ha come obiettivo quello di aumentare il PIL regionale oltre a salvaguardare il tessuto socio-economico, le persone, le loro attività. Se vanno fuori, tutto questo patrimonio rischia di andare altrove. Così come anche gli eventuali aiuti europei verrebbero sparsi per l’Italia se la popolazione fosse così dispersa».

Il suo Progetto Vesuvio prevede uno spostamento interno, ce ne illustri la dinamica
«La dinamica è in sostanza questa, prendendo come base la rete viaria esistente ci si è posti la domanda di quale direzione scegliere per allontanarsi dalla zona rossa. Noi abbiamo ragionato in base alla vicinanza anche per evitare gli intralci tra paese e paese. In pratica si tratta di un allontanamento non di un’evacuazione, anche perché ci si potrebbe trovare in presenza di un falso allarme, questo allontanamento può essere di breve, medio o lungo termine, a seconda della gravità dell’evento».

Sì, ma se ben ricordo, la logica delle tre fasi è prevista anche dall’ultimo piano dell’emergenza della protezione civile …
«Tenga presente che si sta attingendo ormai dal Progetto Vesuvio! Visto che è ormai diventato legge nel 2008».

In che senso è diventato legge, mi faccia capire.
«Nel senso che, noi di ConfIndustria abbiamo presentato nel 2006 all’interno del Piano Territoriale Regionale (che è ormai diventato legge) delle osservazioni e dove si specifica che si resterà nell’ambito della regione Campania. Il problema è che la regione ha creato un vuoto istituzionale non adoperandosi di informare la protezione civile per la rimodulazione del proprio piano d’evacuazione. Non si è adoperata ad avvisare le quattro province di accoglienza e dire, guardate, nei vostri piani provinciali dovete recepire queste cose. Così come non s’è adoperata nei confronti dei comuni della zona rossa per informarli del fatto che non si andrà in caso di eruzione fuori regione. S’è fatta la legge (la n°13 del 13 ottobre 2008) ma non s’è trasmessa la sua applicazione».

Tornando quindi alle direttrici dell’allontanamento, lei ha immaginato quattro flussi verso le quattro province ospiti …
«Considerando l’anello dell’intera fascia urbanizzata della zona rossa questa si apre in questo modo. Torre del Greco, Ercolano, verso nord; Torre Annunziata, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale verso sud; gli altri verso est, sud-est, nord-est».

E quali saranno gli assi viari interessati?
«Con circa 600.000 abitanti abbiamo calcolato una portata massima di 150.000 persone (ipotesi massima!) per ogni provincia di accoglienza. Secondo la logica della limitroficità questi sarebbero i gemellaggi: Torre del Greco ed Ercolano andrebbero nella provincia di Caserta, nella provincia di Benevento, Portici, San Giorgio a Cremano, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Ad Avellino invece, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno. In questo modo non s’intralciano l’uno con l’altro, questo è il punto. Infine, nel Salernitano andranno Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, Pompei e Torre Annunziata».

Queste strade sono già pronte a sopportare il carico o hanno bisogno di un adeguamento strutturale?
«Sicuramente ci sarebbe bisogno di un adeguamento ma deve considerare che nel nostro piano, nel momento in cui scatta un qualsiasi allarme, anche le strade di afflusso verso la zona rossa devono essere invertite come senso di marcia, nel senso che, se abbiamo l’autostrada, verso torre del Greco, con due corsie che scendono e due che salgono, tutte e quattro dovranno invece condurre verso la zona d’evacuazione. Un esempio pratico, sempre Torre del Greco, A3-A2-A1 e la statale 7 a Capua o a Caserta Nord, 43 minuti e si è già fuori pericolo, contro i 10 giorni del piano della protezione civile del 1995. Tanto per intenderci».

Avete le idee ben chiare …
«Sono 11 anni che ci lavoriamo ma ovviamente non sono solo io, c’è ConfIndustria Caserta, c’è il sindaco di Torre del Greco, quello di Pompei e i loro collaboratori, L’attuale presidente della provincia di Caserta».

Ma anche il fatto di aver previsto il tutto senza prevedere nuovi investimenti è notevole, rispetto al contesto al quale ci si è ormai abituati …
«Sa perché? Perché non è detto che per fare delle cose buone ci vogliono necessariamente prima i soldi. Ci vuole prima un buon progetto e poi, a livello economico, quel minimo che possa servire. Anche perché, nel Progetto Vesuvio è prevista una cosa che costituisce il momento fondante di tutto, il consenso creato dalla familiarità tra zona vesuviana e zone interne. Questo si crea attraverso i gemellaggi, non sulla carta ma supportati da esercitazioni annuali, che, in un solo giorno, coinvolgano il 50% della popolazione di ogni comune che, con propri automezzi e secondo percorsi prestabiliti raggiungano la zona di prima accoglienza e per rientrare la sera stessa».

Organizzati dalla protezione civile immagino.
«Sotto la supervisione della protezione civile ma un passo prima ancora da fare è quello buttom up contrariamente al top down, ovvero quello di assecondare gli accordi dal basso e non quelli calati dall’alto e imposti magari anche in tenuta antisommossa! È questo uno degli obiettivi che il Progetto Vesuvio si propone».

È indubbiamente una visione interessante, dove chi si rifugia non è più visto come un occupante come è accaduto nel basso Casertano nel post terremoto dell’80, ma come un’opportunità. Lei prospetta quindi un turismo dell’emergenza, senza però l’emergenza!
«Sì e soprattutto turismo interno! Le faccio un esempio, nel ’58, la mia famiglia, nel mese d’agosto, prendeva il treno a Caserta e andavamo a trascorrere quindici giorni al mare, a San Giovanni a Teduccio».

Un sogno!
«C’erano le cabine, le sdraio, gli ombrelloni e si trascorreva tranquillamente lì le vacanze. In compenso, da Torre Annunziata partiva un treno che andava a Telese per andare a fare i bagni sulfurei. Mi sa dire se oggi esiste più questo turismo? C’è poi un altro fattore da esaminare, se non c’è infatti un’istituzione adeguata a supportare la sorveglianza e che tuteli le bellezze paesaggistiche del nostro territorio, allora c’è bisogno che si istauri un processo economico virtuoso, che motivi il campano ad uscire dalla logica del precario, del provvisorio. È questo quello che vogliamo raggiungere con la nostra fondazione, la fondazione privata Convivenza Vesuvio. Il suo comitato strategico decide inoltre le linee guida da attuare presso le istituzioni, affinché queste svolgano il loro compito. In questo comitato abbiamo nomi come quello del professor di Natale, preside della Facoltà di Ingegneria, che si occupa di come gestire questo processo di equilibrio dinamico, perché ripeto, non deve essere una deportazione ma la gente si deve spostare e ritornare, senza alterare le proprie attività».

«Un altro membro è il professor Rocco Giordano, dell’Università di Salerno, che si occupa della mobilità, il professor Marotta, dell’Università del Sannio, esperto di economia orientata all’agricoltura, abbiamo un patrimonio di prodotti tipici che non deve essere disperso, anzi, rilanciato. C’è ancora la professoressa Prezioso, dell’Università Torvergata, unica non campana e punto di riferimento tra noi e l’Europa. Poi ancora il professor Gambardella, preside della Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli. Tutti, dal Presidente Onorario che sono io, fino all’ultimo dei collaboratori, a titolo puramente gratuito».

«Concludo parafrasando il nostro conterraneo Troisi, bisogna ripartire da tre: uno la terra. Una volta bonificata questa terra può dare i migliori frutti, come sapore e quantità. Due, il sole. Perché qui abbiamo una stagione turistica di tre, quattro mesi più lunga dei nostri competitori e non sfruttiamo questo vantaggio. Tre, la storia. La nostra storia non è fatta solo dagli ultimi 150 anni. Dobbiamo entrare in questa logica, non c’è niente di rivoluzionario …».

… è la forza delle cose semplici.
«La forza delle cose semplici col supporto scientifico!».

LA CITTÀ VESUVIANA

‘CINEMA E PAROLE’ PRESENTA <i>IL GRINTA</i>

Un”incursione dei due geniali fratelli in un classico del genere western. Il risultato? Un racconto appassionante tipicamente “coeniano” nei temi e nei personaggi ma meno irriverente del solito nello stile della narrazione.

Il cinema dei Coen è, in primo luogo, un viaggio attraverso le contraddizioni dell’America. Che il racconto riguardi la provincia profonda e disturbante di Fargo o Non è un paese per vecchi oppure le grottesche visioni della Hollywood di Barton Fink, i due fratelli di Minneapolis graffiano in modo lento e ironico la superficie degli eventi, mostrandoci con un linguaggio colmo di paradossi ed eccessi dei frammenti del loro Paese. E non è un caso che abbiano attraversato generi diversi, dal thriller alla commedia fino al western: non è la trama in sé che qualifica un film dei Coen, quanto la capacità del loro stile tagliente e sarcastico di raccontare vicende solo all’apparenza surreali, ma profondamente radicate, attraverso i personaggi e i luoghi, nella realtà.

Così, ecco i due fratelli terribili alle prese con un genere appena esplorato in passato, il western. E non con un film qualsiasi, ma con il remake del vecchio omonimo capolavoro di Hathaway che portò finalmente all’Oscar il mito John Wayne. Sebbene presenti alcune importanti variazioni, la struttura della storia rimane la stessa: una ragazzina arriva in una classica città di frontiera per recuperare il cadavere del padre – assassinato da una banda di malviventi – e progettare allo stesso tempo la propria vendetta. A questo scopo non esita ad ingaggiare un celebre cacciatore di uomini e sceriffo, il Grinta del titolo, con il quale instaurerà da subito un rapporto conflittuale.

Forse più che in altri film dei Coen, la trama fornisce semplicemente il quadro all’interno del quale si muovono i personaggi. Il rapporto tra la piccola Mattie e lo sgangherato Grinta assume i contorni del classico racconto di formazione, monopolizzando la scena. Difficile trovare due caratteri più lontani: la ragazzina, dall’alto dei suoi 14 anni, ci viene da subito mostrata furba e determinata, con un senso della giustizia e del potere della logica ben radicati. Il Grinta, al contrario, è portatore di una visione del mondo decisamente meno integralista: gli uomini e gli eventi non possono essere letti in modo rigido e, sebbene il personaggio sia posto sotto una luce ampiamente positiva, si percepisce – grazie anche alla straordinaria interpretazione di Jeff Bridges – il peso degli anni passati alla frontiera, un luogo che per definizione rappresenta un confine fluido, una fascia di transizione dove le cose assumono contorni assai sfumati.

E così il viaggio dei due assume sempre meno senso nell’ottica della caccia all’assassino del padre di Mattie. Attraverso i racconti del Grinta, tra la leggenda e la verità, osservando le spalle di quel vecchio ubriacone che la precede a cavallo e la conduce alla scoperta di un mondo violento di cui conosceva l’esistenza ma nei confronti del quale non ha ancora imparato come comportarsi, confrontando la sua sbruffoneria con il senso del dovere di un integerrimo ranger texano che li accompagna nella caccia ai banditi, Mattie comprenderà quanto sia complessa e articolata la realtà.

“Doveva morire con un clima meno freddo” dirà il Grinta a Mattie per rifiutarsi di scavare una fossa per il cadavere di uomo al quale aveva promesso una degna sepoltura: la vita è dei pragmatici, non degli idealisti.
È un capolavoro? Ogni film dei Coen rende legittima questa domanda. La scelta di rispondere in un modo o nell’altro è legata alle sensazioni personali. Il dato certo è che, per una volta, i due registi hanno scelto un registro meno esasperato. È un film estremamente “coeniano” nei temi e nei personaggi, ma più equilibrato nella narrazione: tralasciando un paio di sequenze (la compravendita dei cavalli, lo scontro nella capanna nel bosco) il ritmo è placido e maestoso, come lo scorrere tranquillo di un grande fiume americano. Mancano le situazioni paradossali, le trovate ad effetto che abbondano in altri film dei due fratelli.

Una scelta condivisibile, forse, considerata la natura quasi epica della materia trattata. Ma chi dei Coen ama soprattutto gli squarci di follia che rompono la quiete del reale continuerà a preferire altre opere della loro straordinaria filmografia. E, in effetti, capolavori come Barton Fink, Fargo, Il Grande Lebowski, Non è un paese per vecchi, A serious man rimangono probabilmente di un altro livello.

Candidato a 10 oscar (tra cui migliore film, migliore regia, migliore attore protagonista – Jeff Bridges – e migliore attrice non protagonista – Hailee Steinfeld), non ne ha portato a casa nessuno, pur essendo di gran lunga il film più interessante del lotto.
Bizzarrie da Oscar, ma questa è un’altra storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Ethan Coen e Joel Coen, con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld
Titolo originale: True Grit
Paese: Stati Uniti
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 18 febbraio 2011
Voto 7/10