OMAGGIO ALL’UNITÁ D”ITALIA: COME É CAMBIATO IL CARCERE NEL TEMPO

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“Il carcere nel tempo” è lo spazio dedicato al mondo della detenzione a partire dall”Unità d”Italia, ospitato dal museo criminologico della Capitale. Di Simona Carandente

Il legame tra carcere e scorrere del tempo è qualcosa di affascinante ed al contempo inspiegabile: in carcere non c’è tempo, le ore scorrono sempre uguali le une alle altre, la detenzione inframuraria toglie tempo alla libertà, che altro non è se non possibilità, inesorabile, di essere completamente padroni di se stessi.
In carcere il tempo è sempre uguale, ma il suo inesorabile scorrere può rappresentare un’occasione unica ed irripetibile di guardarsi dentro, di meditare sui propri sbagli, di prepararsi ad affrontare il mondo esterno con altri occhi.

Proprio in omaggio al tema del tempo, nel museo criminologico di Roma è stato allestito lo spazio “Il carcere nel tempo”, dedicato al mondo della detenzione a partire dall’Unità d’Italia, proprio nell’anno in cui ne ricorre il 150° anniversario. Attraverso scritti, regolamenti, libri si fa luce sull’evoluzione del carcere dal 1861 ad oggi, dando vita ad un percorso storico di enorme interesse storico e culturale.

Già nel 1861, difatti, il problema del sovraffollamento delle carceri era una priorità: in quell’anno il Regno di Italia, per la prima volta, presenta al Parlamento un progetto di legge per la costruzione di un carcere a Cagliari, dando vita contemporaneamente ad una imponente riforma, nell’ottica di una sanzione penale repressiva, volta addirittura alla rigenerazione morale dei condannati.
Qualche anno dopo, il Governo introdurrà l’abolizione dei cd. bagni penali, dalle cui ceneri nasceranno le colonie agricole, la prima sull’isola di Pianosa, le successive sulla terraferma, per sperimentare forme di detenzione assolutamente diverse ed in qualche modo innovative.

Mentre ad Aversa, nel 1876, si sperimentava il primo manicomio criminale (meglio noto come Ospedale Psichiatrico Giudiziario), sulle isole i condannati venivano impiegati fattivamente, attraverso la coltivazione delle terre, il disboscamento del suolo e tutte quelle opere, a carattere fisico-manuale, che utilizzavano la forza lavoro del recluso anziché condannarlo alla totale inattività. Solo nel 1891, e poi i primi anni del Novecento, si comincerà a parlare concretamente di riformare il sistema carcere ed il suo regolamento: per la prima volta, nel nostro Paese verranno affrontate tematiche di ampio respiro, come la soppressione dell’uso della catena al piede per i condannati alla pena dei lavori forzati, già prevista dallo stesso regolamento disciplinare.

Solo parecchi anni dopo, e precisamente nel 1975, si avrà l’importante emanazione della legge dell’Ordinamento Penitenziario, ancora oggi caposaldo di buona parte delle norme carcerarie, volte a disciplinare il complesso mondo della detenzione. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ELEZIONI A NAPOLI. SCONTRO SENZA PROPOSTE

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Le elezioni a Napoli non riguardano solo il capoluogo ma anche la sua provincia, che preme come una corona di spine. Però, nessuno ragiona in termini di area vasta. Il ruolo mancato della stampa. Di Amato Lamberti

Mentre in Italia si continua a discutere di riforma della giustizia attraverso una modifica della Costituzione, sembra passare sotto silenzio il fatto che a maggio si voterà per il rinnovo di molti Consigli Comunali e questa sarà indubbiamente la verifica della tenuta della coalizione di Governo e del consenso che ancora riscuote il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Il gioco della maggioranza variabile in Parlamento sembra oscurare completamente ciò che sta avvenendo nel Paese, dove l’insofferenza verso un Governo incapace di affrontare i problemi veri della Nazione, a partire dalla disoccupazione che cresce e dall’economia che ristagna. I segnali di insofferenza sono tanti e non solo quelli legati alle manifestazioni popolari che si susseguono. Il segnale forse più importante del clima di sfiducia nella ripresa economica del Paese mi sembra quello della fuga dei giovani dal Mezzogiorno verso l’Europa e verso gli Stati Uniti. Non si cerca neppure più l’occupazione nelle regioni del Sud; ci si rivolge direttamente al mercato europeo e a quello americano sia per chi intende specializzarsi, sia per chi intende cercare una collocazione lavorativa adeguata alle sue aspettative.

Questo dovrebbe essere il tema centrale del dibattito politico, a livello nazionale come a livello locale, specialmente là dove si rinnovano Sindaci e amministrazioni comunali, perché in un clima di sfiducia diventa difficile anche la gestione dell’ordinario. In una realtà segnata dall’incertezza del futuro non si possono fare progetti di vita e nemmeno programmi di investimento di risorse economiche e intellettuali. Prendiamo il caso di Napoli.

Dopo un lungo, almeno dieci anni, periodo di crisi, nel quale sono aumentati tutti gli indicatori negativi, da quello dell’occupazione a quello della qualità della vita e dell’insicurezza individuale e collettiva, ci si sarebbe aspettato uno scatto di responsabilità da parte dei partiti nella direzione di un programma forte di rilancio sul piano economico ed occupazionale, oltre che su quello della sicurezza e di una diversa qualità della vita, anche attraverso la scelta di candidati Sindaco che incarnassero questa volontà di rinnovamento e di rilancio della città e della sua immagine. Così non è stato e ne pagheranno le conseguenze sia la città che la provincia e l’intera regione.

In particolare, ne pagherà le conseguenze la provincia perché Napoli, nel bene e nel male, è l’attrattore attorno al quale ruota l’economia della provincia e la stessa organizzazione della vita dei cittadini della città e del suo enorme e disgregato hinterland.

In un contesto normale, il Sindaco di Napoli dovrebbe farsi carico anche della riqualificazione del territorio che lo circonda e lo preme, come una corona di spine, e della razionalizzazione dei servizi, a partire dalla mobilità per finire ai rifiuti, alle scuole, alla sanità, alle strutture per la cultura, ai centri di aggregazione per i giovani, alle aree di sviluppo industriale, alle strutture di accoglienza per i Rom e per gli immigrati. Senza questi interventi sul territorio circostante la città nessun Sindaco è in grado di gestire gli stessi problemi interni alla città, come dimostrano i livelli di inquinamento atmosferico e l’ingestibilità del traffico automobilistico.

Ma né in città, né in provincia, i politici, gli amministratori, e gli stessi cittadini, anche quelli più avvertiti, sembrano rendersi conto del problema di dovere per forza ragionare in termini di area vasta se si vogliono affrontare e risolvere i problemi, anche attraverso una intelligente distribuzione sul territorio delle diverse funzioni a servizio dei cittadini. Personalmente resto sempre meravigliato del ruolo mancato della stampa e degli altri organi di informazione locali rispetto ai problemi di assetto del territorio e di razionalizzazione della distribuzione dei servizi. L’attenzione esasperata alla cronaca nera, bianca o rosa che sia, non aiuta certo nel lavoro di formazione dell’opinione pubblica che dovrebbe essere lo specifico degli organi di informazione.

Una volta si parlava di “quarto potere” proprio per indicare la capacità dell’informazione nell’orientare i cittadini, ma anche le amministrazioni pubbliche e la politica, nella direzione di ciò che era necessario per lo sviluppo ordinato di una comunità. Oggi, stampa e organi di informazione, anche in un momento cruciale qual è quello dell’elezione del nuovo Sindaco di Napoli, si limitano a registrare le dichiarazioni d’intenti dei candidati senza neppure sottoporgli l’agenda dei problemi che sono sul tappeto e pretendere non solo una risposta ma una proposta “cantierabile”, corredata cioè da strumenti e mezzi per attuarla.

Il risultato sarà ancora una volta uno scontro “politico” dove alla fine si misurerà solo la tenuta di questa o quella coalizione politica. Con buona pace per la città. Napoli, e tutta la sua provincia, come diceva Francesco Saverio Nitti agli inizi del ‘900, continueranno a morire lentamente sulle sponde del Tirreno.

CITTA’ AL SETACCIO

PADRI E PATRIGNI DELL’ITALIA UNITA

La fondamentale seduta della Camera dei Deputati del 14 marzo 1861: padri e patrigni dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino

Le linee essenziali del carattere dell’Italia unita vennero tracciate nella seduta che la Camera tenne il 14 marzo 1861, su un ordine del giorno di un solo capo: l’ approvazione di un disegno di legge, proposto dal Governo e composto di un solo articolo: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Dopo che il disegno di legge venne illustrato dal relatore Giorgini, prese la parola Angelo Brofferio, tra vivi segni di attenzione annotati nel verbale della seduta.

Angelo Brofferio, poeta, avvocato, repubblicano, mangiapreti, avversario implacabile delle idee di Cavour e dei modi di Cavour, aveva una voce limpida, vigorosa, lineare, assai diversa dalle voci grasse, arricciate, singhiozzanti, teatrali con cui i suoi colleghi gorgheggiavano nei tribunali e sui palchi della politica. Brofferio ricordò che a questo meraviglioso risorgimento contribuirono tutti, chi col consiglio, chi colla penna, chi colla spada, chi col sapiente indugiare; elencò i grandi della nostra storia, e tra essi annoverò Pagano, Filangieri, Pisacane, e chiuse l’elenco col più fortunato e più grande di tutti, Giuseppe Garibaldi. Furono vivi gli applausi. Poi Brofferio, che era uno dei pochi parlamentari capaci di parlare a braccio, incominciò a sparare su Cavour.

Non il Governo, ma il popolo aveva il diritto di proporre Vittorio Emanuele II re d’Italia: il Governo dimenticava che il primo a proclamare Vittorio Emanuele re d’ Italia fu, in mezzo allo strepito della vittoria e sui frantumi del borbonico trono, il grande dittatore delle due Sicilie, e cioè Garibaldi. Applausi. Ricordò Brofferio che il Senato aveva proposto di aggiungere al testo del disegno di legge Vittorio Emanuele II per divina Provvidenza, per voto della nazione Re d’Italia. L’oratore commentò la proposta con un pezzo di raffinata ironia: io so distinguere, disse, tra la simonia dei preti e il sentimento religioso autentico, ma non sono di quelli che vogliono assegnare alla divina Provvidenza una parte obbligata nelle umane vicissitudini.

E mentre i colleghi ridevano, egli invitò tutti a lasciare in pace il nome di Dio, anche perché i re per grazia di Dio furono quasi sempre re per disgrazia del popolo. Risa e applausi. Era necessario, concluse Brofferio, conciliare, nella definizione del nome del Re, i suoi riguardi di famiglia coi diritti della nazione; stabilire in chiare note la legittimità della monarchia procedente dalla sovranità del popolo; togliere l’iniziativa al Ministero per restituirla al Parlamento. Perciò egli, a nome della Sinistra, proponeva di approvare un testo radicalmente diverso: Vittorio Emanuele II è proclamato dal popolo italiano, per sé e per i suoi successori, primo re d’Italia. Parlò il Pepoli, a difesa del Governo, e poi parlò Ranieri, l’ Antonio Ranieri ultimo amico di Giacomo Leopardi, che però nulla aveva imparato da Leopardi.

Il Ranieri corse in aiuto di Cavour con un breve discorso in cui fu capace di condensare tutti i sensi del più gaglioffo pagliettismo napoletano: Questo giorno è un’oasis nel deserto della storia, una poesia di essa storia, una dimenticanza del passato, un sottrarsi alle preoccupazioni dell’avvenire. La legge che votiamo altro non è che un grido di entusiasmo che dice: Io sono l’Italia. E poco mancò che, anticipando di un secolo Peppino De Filippo, esclamasse: Ho detto tutto. Prese la parola l’on. Sanguinetti, per comunicare la parola d’ordine della maggioranza: Io propongo che si voti la chiusura della discussione. Ma non prima che parlasse Cavour.

Il discorso di Cavour fu acido e abile. Egli ricordò, tra gli applausi scroscianti dei suoi, che il Governo – e non il popolo: ma questo non lo disse -, il Governo aveva preso l’iniziativa della campagna di Crimea, il Governo aveva proclamato i diritti dell’Italia al Congresso di Parigi, il Governo aveva preparato la guerra contro l’Austria nel ’59. Poi si rivolse all’on. Brofferio, e gli chiese di ritirare la sua proposta e di acconsentire che un voto di entusiasmo chiudesse la discussione, e che questo voto unanime fosse la più eloquente delle risposte alle accuse ed alle insidie dei nostri nemici al di là delle Alpi. E Brofferio e la Sinistra acconsentirono, ritirando l’emendamento.

Rumoreggiarono i cavouriani e la destra chiedendo che si passasse al voto, e fu Cavour a chiedere che si concedesse ancora la parola a chi voleva parlare: la concordia non deve essere apparente, disse il volpino Conte, ma deve essere nei cuori. Il D’Ondes – Reggio e il Boncompagni, che erano iscritti a parlare, rinunciarono a esercitare il loro diritto, e il napoletano Ricciardi avrebbe fatto meglio a rinunciare anche lui, poiché dimostrò di non essersi accorto che Brofferio aveva ritirato l’emendamento. Voci: L’ha ritirato. Si ride. Così si legge nel verbale. Risero, alcuni onorevoli imprudenti, quando Nino Bixio, che non aveva rinunciato al suo diritto di parlare, dichiarò: secondo me, dico, il Ministero ha commesso un errore nel togliere all’iniziativa parlamentare ( non so se parlo da avvocato, ma dico quel che sento) questo fatto che, secondo me, nella storia presente e avvenire del paese è il capitale di tutti.

Così parlava Bixio: a scatti e scardinando la sintassi a colpi di sciabola: parlava con una voce terribile, come si addice a un condottiero abituato a combattere in prima fila. I forbiti oratori che occupavano i banchi della Camera risero e fecero oh! oh!, e Bixio li affrontò: Io spiego le mie ragioni, né bisogna fare oh! oh! Io sono qui a dire la verità: chi non è persuaso, voti contro me, ma non faccio oh! oh!. Bixio espresse l’opinione che la rivoluzione fosse finita, e cioè che si fosse esaurita quella spinta popolare che, a parer suo, aveva determinato il trionfo della spedizione di Garibaldi, di cui era stato parte menomissima. Cavour non si preoccupasse delle contestazioni che ancora scuotevano qua e là la Sicilia, il Napoletano e le nuove province: la protesta contro i Governi faceva parte del carattere degli italiani.

Facciamo come gli Inglesi, rafforziamo il parlamento. In Inghilterra si governa senza soldati, come si farebbe tra noi per le antiche province, ma come non si potrebbe far subito per le province nuovamente unite. Così disse Bixio, e i comandi delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio gliene furono grati. Nessuno più prese la parola: anche il Ricciardi, per non parere testardo, ritirò il suo ordine del giorno. Il Presidente lesse il dispaccio telegrafico con cui Cialdini annunciava la caduta di Messina. Si votò. Prima di pubblicare il risultato, il Presidente comunicò che durante il voto due deputati avevano combinato un casino mettendo la palla nera nell’una bianca e la palla bianca nell’urna nera.

I due saltarono l’appuntamento con la storia. Tutti gli altri 292 deputati approvarono l’articolo unico della legge: Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Applausi.
(Foto: “Le cucitrici delle camicie rosse”. Odoardo Borrani, 1863)

LA STORIA MAGRA

LA LEGALITÁ IN MUNICIPIO

La legalità si apprende anche formando cittadini in grado di facilitare le modalità dell”accesso ai servizi che offre il Comune. L”esperienza degli studenti del “Mazzini” di Napoli. Di Annamaria Franzoni

Gli allievi del liceo “G. Mazzini”di via Solimena a Napoli proseguono nel loro percorso di formazione che promuove la cultura e la pratica della legalità attraverso il coinvolgimento in situazioni nelle quali si assumono comportamenti ispirati al rispetto delle norme di convivenza civile in prospettiva del bene comune.
Il progetto “Le(g)ali al sud” ha lo scopo di sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto: il valore delle regole, il rispetto delle leggi, l’importanza della giustizia, il senso della cittadinanza e l’amore verso la Costituzione.

La scelta di collaborare con la Municipalità e con il Comune di Napoli per apprendere la legalità dalla pratica dei servizi, è nata dall’idea di formare studenti-cittadini che siano facilitatori delle modalità d’accesso ai servizi, della compilazione di moduli e di ogni altro mezzo per rendere più vicina ai cittadini l’organizzazione del territorio stesso.
Trentacinque allievi del Liceo delle Scienze Umane diffonderanno, a fine percorso, le informazioni e le pratiche acquisite tra familiari e coetanei, anche attraverso un opuscolo informativo, che costituirà la prova d’opera del lavoro svolto.

Lo stimolante incontro dello scorso venerdì 11 marzo 2011, che mi ha vista coordinatrice dei lavori, ha consentito ai giovani adolescenti un confronto partecipato e condiviso con personaggi di rilievo che, in vario modo rappresentano l’istituzione e la legalità: infatti dopo l’introduzione del Dirigente Scolastico, prof. Pasquale Malva, sempre attento e concretamente ed emotivamente partecipe alle attività che nell’istituto si svolgono, la dott.ssa Giuliana Visciola e il dott. Antonio Villano, hanno raccontato in sintesi il ruolo e la funzione che il Comune ha e quanto le attività che vi si svolgono siano strettamente connesse alla vita quotidiana e alle esigenze dei cittadini.

Nella parole della Dirigente delle Politiche Sociali ed Educative e del Dirigente del Servizio “Rapporti con le Scuole Statali ed Educazione alla Legalità” di Napoli hanno trovato risposta i numerosi dubbi e le incertezze emersi dai questionari somministrati dal gruppo di progetto per individuare lo stato delle conoscenze e competenze possedute dai partecipanti sulle tematiche affrontate nel progetto. Successivamente è intervenuta la dott.ssa Linda D’Ancona, Consigliere della Corte di Appello di Roma, sezione Lavoro, che ha suscitato grande interesse attraverso il racconto di esperienze vissute ed episodi di legalità, legittimità, illegalità.

Il tempo è volato in fretta tra curiosità e riflessioni espresse dagli allievi, al punto che il vicepresidente della Municipalità Vomero – Arenella, dott. Giuseppe Crosio, ha rinviato all’appuntamento di lunedì 14 marzo alle 14,30 presso la sede di via Morghen 84 le interessanti informazioni sul ruolo e sul funzionamento della Municipalità come partecipazione attiva e responsabile alle scelte ed alle decisioni della comunità, in interazione con gli altri. Gli allievi saranno infatti ricevuti dal dott. G. Crosio e dal presidente dott. Mario Coppeto,
Nel corso della prima delle due annualità sono previste, infatti, numerose uscite sul territorio, alternate con incontri di approfondimento a scuola di cui il primo sarà appunto l’incontro negli. Uffici della Municipalità.

Lo sviluppo del discorso che si svolgerà nel corso dell’annualità successiva porterà senz’altro ad affermare, tra i nostri giovani, il concetto di legalità come parte, obiettivo e sostanza di una convivenza civile che veda il singolo cittadino in grado di operare libere scelte, aver fiducia nelle istituzioni per la realizzazione dell’interesse generale.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LE FONTI D”ENERGIA – IL SOLE

È già la terza settimana che discutiamo di Energia. Negli articoli precedenti abbiamo parlato del fuoco ed i combustibili fossili, e di acqua ed elettricità. Oggi approfondiamo l”energia solare.

Questo terzo articolo introduce all’energia solare.
Sono riportati i valori dell’irraggiamento solare all’esterno dell’atmosfera terrestre e la suddivisione al suolo in componente diretta dal sole, diffusa dal cielo e riflessa dal terreno circostante.

In una rappresentazione a colori dell’Italia, sono riportate le differenti entità di radiazione solare che colpiscono in un intero anno le varie parti del territorio.
I dettagli e la trattazione completa nel file allegato.

LE FONTI D’ENERGIA. IL SOLE

ARTICOLO CORRELATO

LA SCOMMESSA DEL CAIVANO ARTE: MUSICA CONTRO IL DEGRADO

In chiusura del primo anno del Caivano Arte Musica, il direttore artistico del progetto, Mauro Seraponte, e il direttore artistico del Teatro, Nicola Castaldo, raccontano la loro sfida: proposte artistiche di qualità in periferia.

C’è un teatro che porta musicisti di qualità, e talvolta di richiamo internazionale, a esibirsi nell’estrema periferia della metropoli campana. Nella sola stagione 2010-2011, si sono alternati, nomi come i francesi Ulan Bator o i londinesi Daemonia Nymphe. Il luogo è l’auditorium Caivano Arte, un piccolo miracolo in questo lembo non troppo valorizzato dell’infinita banlieue tra Napoli e Caserta. Qui, ieri sera (sabato 13 marzo, ndr), è stato presentato, con un affollato concerto, il primo disco degli R&Fusion, promettente band campana che si muove tra jazz e canzone d’autore. Il titolo del lavoro è “Dalla Terra dei fuochi”: un titolo che sintetizza bene la scommessa dei curatori di questo spazio. Abbiamo incontrato Nicola Castaldo, che del Caivano Arte è direttore artistico, e Mauro Seraponte, che ne cura il cartellone musicale.

Come parte il progetto Caivano Arte Musica?
Mauro: il progetto nasce quando ci siamo incontrati, circa un anno fa durante il Caivano Arte Fest.
Nicola: …io avevo intenzione di iniziare un nuovo progetto dedicato alla musica, quando ci siamo incontrati ho trovato in lui il referente per questa nuova attività. Il progetto è quello che si è visto in queste serate: un format di musica e arte. Ogni serata prevede non solo un concerto, ma anche una mostra, il coinvolgimento di tante realtà. L’intento è quello di coniugare spettacolarità e cultura al fine di contribuire stabilmente alla realizzazione di un’offerta musicale sempre più consapevole e identificata per la provincia di Napoli, anche se proiettata oltre i confini regionali.
Mauro: quello che vogliamo fare è proprio questo: portare buona musica sul territorio, con artisti che offrono una musica di qualità.

Nicola: per noi è stata molto importante anche la politica del prezzo. Vogliamo sempre venire incontro alle esigenze di chi è economicamente svantaggiato, così il prezzo dei biglietti del festival è molto basso, alla portata di molti. Anche perché il pubblico di riferimento è molto giovane e spesso uno studente non può permettersi un biglietto dal costo elevato.
Mauro: questo teatro è uno spazio che offre molto agli artisti che vengono ospitati. Qui ad esempio hanno girato il video che è in uscita, gli Ulan Bator, gruppo francese, che ha suonato sul palco dell’Auditorium Caivano Arte il 26 novembre scorso.
Nicola: una cosa a cui noi teniamo particolarmente è l’ospitalità, trattiamo gli artisti come tali.

Come è stato seguito il progetto dal pubblico?
Mauro: certo Caivano non è Napoli. Il pubblico è pigro ed è difficile portarlo in periferia. Siamo soddisfatti però della risposta che ha dato alla nostra proposta culturale. Molti sono venuti perché interessati ad una serata ma poi sono tornati e in più hanno portato altri amici, così il pubblico è aumentato gradualmente. Ci siamo conquistati la loro fiducia offrendo qualità. Il concerto di stasera credo che faccia concorrenza a locali come il Duel Beat. Certo è fondamentale il lavoro di promozione che fa il gruppo di musicisti, il pubblico musicale è poco numeroso…
Nicola: una volta c’era l’impresario, ora sono gli stessi gruppi ad autopromuoversi, è difficile trovare qualcuno che scommetta su di te. Oggi non si produce più.

Parlando del pubblico, quale è il rapporto dell’Auditorium con il territorio?
Nicola: paradossalmente riusciamo a coinvolgere persone che vengono da Napoli e da tutta la provincia limitrofa, ma non un pubblico locale. Gli abitanti di Caivano non sentono ancora loro questo teatro. Sottovaluta l’offerta, non sono ricettivi, eppure la promozione fatta è la stessa qui e in città. Abbiamo il teatro aperto al pubblico per 200/250 giornate all’anno con tante attività: un cartellone teatrale, un cartellone per le scuole, danza, musica solo che i cittadini restano ancora diffidenti. Per riallacciare un rapporto è stato fatto un grande investimento sul cartellone, riuscendo a portare nomi importanti, per farne solo uno per il 2010 Enzo Moscato. Ma la quantità degli abbonamenti rivela una percentuale molto bassa di cittadini di Caivano. Siamo convinti però che il rapporto migliorerà.

Le attività per avvicinare i cittadini al teatro sono molte. Facciamo dei laboratori teatrali per le scuole e per il Parco Verde. Anche coinvolgere le compagnie amatoriali è un’attività importante in questo. Queste compagne sono radicate sul territorio e hanno la capacità di portare a teatro delle persone che forse non faranno mai parte di un pubblico teatrale, ma almeno hanno un occasione nella vita per avvicinarsi. Così anche per gli spettacoli più popolari: portano a teatro un pubblico non educato al teatro, ma offrono l’occasione di avvicinare ed educare a come si sta a teatro…

Le prospettive per la prossima edizione del Caivano Arte Musica?
Mauro: quello che vogliamo offrire è questo: musica di qualità. Siamo in chiusura di questa edizione e presto inizieremo a lavorare per la prossima.

Per seguire le attività del Caivano Arte: www.auditoriumcaivano.it; e-mail: caivanoarte@libero.it

NON SEMPRE SI DEVE GIUSTIFICARE UN MINORENNE

Chi non sbaglia mai? Quando è un minore a commettere un errore si è portati a giustificare, o a perdonare. Se lo sbaglio si ripete, però, e la replica è pesante, cade ogni forma di beneficio.

Generalmente nella scuola, come nella vita sociale, si cerca di giustificare il minore che commette un reato tenendo conto che si tratta di “minori”, vale a dire di ragazzi la cui personalità è in formazione per cui è opportuno prendere in considerazione e valorizzare ogni sintomo di evoluzione in positivo.

Però, la Cassazione, Sez. VI, Penale, sentenza 1 aprile 2009, n. 14380, pur accettando tali principi, presenti in altre pronunce della Suprema Corte, ha ritenuto di non concedere ad un ragazzo il beneficio della sospensione condizionale della pena, perché soggetto pericoloso, capace di ripetere il reato.

Il caso
Un minore che spacciava droga , era stato trovato in possesso di oltre 500 g di stupefacente, per cui erano chiamati a giudicare il fatto i Giudici minorili
Nella specie va premesso che la "pericolosità" è una qualità, un modo di essere del soggetto, anche minorenne, da cui si deduce la probabilità che egli commetta nuovi reati. La pericolosità quindi, coincide solo con la dimensione prognostico-preventiva della capacità criminale. In tale quadro valutativo, è evidente che, solo laddove sia esclusa la generica pericolosità sociale del minorenne, è possibile passare all’ulteriore fase di opzione nella risposta giudiziaria in termini di sospensione condizionale della pena , oppure di concessione del più ampio beneficio del perdono giudiziale.

Inoltre, «la prognosi relativa alla commissione di ulteriori reati, ai fini della sospensione condizionale della pena deve tener conto – quando si tratta di minori – della "personalità in formazione", valorizzando ogni sintomo di evoluzione in positivo – se esistente – ed utilizzando, con cautela, eventuali fonti di accertamento aspecifiche e non perfettamente aggiornate (Cass. Penale sez. 5^, 3310/1996 Rv. 204249, Manuli), peraltro, con il preciso limite che non può negarsi il detto beneficio della sospensione condizionale della pena qualora il giudizio, relativo alla prognosi non favorevole per il futuro, sia stato fondato soltanto sul comportamento "post factum" dell’imputato».

Nel caso che trattiamo quest’oggi, i giudici di merito hanno fatto buon governo delle regole suindicate, ed hanno correttamente desunto la generica pericolosità sociale dell’accusato, ancorandola ad un dato sintomatico di indiscutibile affidabilità, anche prognostica, e cioè che la quantità di stupefacente, detenuta (510 grammi di cocaina) da un ragazzo, poco più che sedicenne, poteva trovare giustificazione, secondo massime di comune esperienza, soltanto attribuendo al giovanissimo accusato un ruolo ed uno spessore criminale idoneo a fondare la negatività della prognosi, laddove non compensato – come risultato nella specie – da una personalità e qualità in grado di neutralizzare i concreti profili di probabilità di reiterazione dell’illecito.

Sulla base di queste valutazioni, i Giudici minorili hanno rigettato la richiesta del beneficio della condizionale.

GENITORI, SCUOLA E DIRITTO

UN”ANOMALIA NAPOLETANA: A CARNEVALE, TRIGLIE

Perchè la triglia in un menu di Carnevale? Perchè interpreta con coerenza il significato dissacratorio della festa. Quel pesce fa parte di un gioco di allusioni, che trova spazio in un trionfo di carni rosse. Di Carmine CimminoPer l’ultimo giorno di Carnevale Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, il primo storico della cucina napoletana, consigliava, nel suo dialetto ora semplice ora speziato, un menù che potremmo definire tradizionale: timballo di maccheroni, braciolone di carne di porco con rispetto parlando (scrive proprio così), arrosto di filetto di porco, parlando sempre con creanza, ma che sia porco di Sorrento, caponata, pizza di sfoglia piena di sanguinaccio.

Il timballo, come lo racconta Cavalcanti, non è un piatto: è la somma pantagruelica di tutte le possibili cannarizie, golosità: un ragù di polpette, braciolette, interiora di gallina, funghi, piselli, il tutto imbrogliato con maccheroni piccoli, maccaruncielli, della Costa, quasi crudi, vierdi vierdi, e parmigiano o caciocavallo, e tante belle fette di mozzarella, fellucce de presutto, e cervellate: non importa che si spendano tanti soldi per questo giorno, e per la gola, che il duca chiama cannacchia, non importa nemmeno che il giorno dopo, che è il primo di quaresima, non avremo da mangiare (ma la mia traduzione svilisce un dialetto saporosissimo, che Cavalcanti cuoce nel sugo di Rabelais e nel lardo di Basile).

Il braciolone di carne di porco con rispetto parlando è un pezzo del prosciutto che si chiama sbracatura, prima disteso e allargato, e poi avvolto intorno a un ripieno fatto di lardo pestato, prezzemolo, maggiorana, fette di prosciutto, uva passa, pignoli, uova sode, caciocavallo, sale e pepe: il tutto messo a soffriggere in un “brodo“ alimentato dal concorso degli stessi elementi del ripieno, con l’aggiunta di un trito di cipolle. Questa bomba andava in tavola con un contorno di cipollette prima scaldate, poi infarinate e fritte, infine imbevute, in una casseruola a parte, dello stesso “brodo“ del braciolone. Le cipollette così trattate Cavalcanti le considerava superiori a quelle, famose, della Taverna dello Scoglio di Frisia, una delle taverne storiche dell’Ottocento napoletano, che il duca frequentava assiduamente.

Egli racconta che nel luglio del 1846 alcuni suoi amici pagarono, per un pranzo, circa due ducati ciascuno: un prezzo assai alto, giustificato non tanto dalle portate a base di pesce, che erano un vanto di quella Taverna, e dalle spaselle di frutti di mare, quanto dalle bottiglie di vino forestiero. Il 4 luglio 1891 i giornalisti napoletani offrirono un pranzo d’onore a Giosué Carducci e alla sua giovane amica Annie Vivanti: li ospitarono allo Scoglio di Frisia, che apparteneva allora ai fratelli Musella. Sedevano a tavola nomi prestigiosi, Matilde Serao, Roberto Bracco, Ferdinando Russo, Francesco Cimmino. La Vivanti gradì gli antipasti dell’orto, che in quegli anni erano la gloria del ristorante: la scapece di zucchine, la parmigiana di melanzane, i peperoni in umido, la frittata di cipolline cilentane.

Per l’arrosto di filetto di porco, parlando con creanza, di Sorrento, Cavalcanti riteneva indispensabile che la lunga del filetto fosse tagliata alla Reale, e cioè con un taglio che non ne scompaginasse i bordi e lasciasse intatta una parte proporzionata di grasso. Il filetto, arrotolato, legato, incartato, veniva infilato nello spiedo, e arrostito a fuoco lento, suave suave. Cotto alla perfezione, lo si apparecchiava in una sperlonga co no poco de lattuca, o scarola ntretata attuorno. T’arraccomanno – avverte Cavalcanti -, quanno se taglia de no farlo taccariare, di non farlo scheggiare.

La caponata che Cavalcanti consiglia per l’ultimo di Carnevale è la prova che anche la semplicità e la naturalezza possono vestirsi di panni barocchi. Prendi una decina di freselle, ma che siano di Portici, perché sono più sfrittole, e cioè più croccanti, bagnale nell’aceto, cospargile di olio fino, di sale, di pepe, e se ti piace, di zucchero; dopo aver acconciato il tutto in un piatto largo, guarnisci con lattuga e scarola tritata fina fina, condita con olio, aceto, sale e pepe; sopra ci metterai una imbrogliaria di pesce, e cioè un misto di pezzi di pesce scaldato, cosparso di olio e di limone. La costruzione deve avere la forma di una campana, stretta sopra e larga sotto: sulla cima della campana va distesa un’altra cammisa di insalata come quella di prima: e infine, su questa camicia si alzerà un trionfo di alice salate, aulive senza l’osse, chiapparelli, felettielli de cetrolelle e puparuoli all’acito, e tuorno tuorno ‘na guarnizione de cimmolelle de vruoccole, e caulisciore: broccoli e cavolfiori, il vigore e la mollezza.

Se Cavalcanti si fosse fermato al pesce lesso sulla caponata di freselle di Portici, potremmo ancora considerare tradizionale il suo menù di Carnevale. Ma prima del braciolone di carne di porco, egli consiglia un fritto di triglie.

E la ricetta è un indovinello. Piglia tre chili di triglie che non pesino ciascuna più di 100 gr., e che siano fresche, sbuzzale, falle scolare, a lloro dicenno, nel setaccio grande, infarina, friggi nella sugna, preparale nel vacile. In nota, Cavalcanti si scusa scherzosamente: lo so, dovrei dire piatto grande e non vacile – che in napoletano è il bacile – ma chiedo perdono, poco m’è restata la capa ‘ncapo , ma penso che ci siamo capiti. È un gioco di allusioni. E infatti il duca suggerisce di allineare le triglie nel vacile in un modo particolare: le teste verso l’orlo del vassoio, le code convergenti al centro, aizanno ‘na ponta, con una punta sollevata, spero che mme capite, si parlo a uommene.

La soluzione dell’enigma non è difficile: nella cultura popolare la triglia è simbolo dell’organo sessuale maschile. In uno strepitoso sonetto il Belli chiede a un’ amica di fargli un po’ di spazio nel letto, perché io so’ coco / e in ner tegame assaggerai la triglia. E mi fermo qui, anche se il verso seguente è tale capolavoro di ritmo e di timbro, che nonostante l’oscenità, meriterebbe di essere letto e commentato. E dunque la proposta di un piatto di triglie in un menù di Carnevale, che dovrebbe essere un corteo trionfale di carni rosse, ha una sua logica, poiché interpreta con assoluta coerenza il significato irridente e dissacratorio della buffonesca oscenità della festa.

I napoletani e Cavalcanti lo ricordarono a chi fingeva di averlo dimenticato: e lo fecero un secolo e mezzo prima di Bachtin e di Flandrin.
(Foto: Quado di Gioacchino Toma, Natura Morta)

L’OFFICINA DEI SENSI

NEANASTASIS RISPONDE AL SINDACO DI SANT”ANASTASIA

L”Associazione Civica replica a Carmine Esposito e sottolinea i punti di incoerenza del sindaco. Nonostante le asprezze, Neanastasis non molla e si dichiara ancora disponibile a collaborare.

La risposta del Sindaco Esposito alle recenti lettere della nostra associazione (neAnastasis) apparse sul IlMediano merita senz’altro una replica per fissare alcuni punti che riguardano soprattutto questioni di metodo e di stile. Molto ci sarebbe da dire poi sulla sostanza delle questioni toccate dai nostri interventi, tutte puntuali e circoscritte, sulle quali aspettiamo ancora che il Sindaco si confronti.

Cominciamo col dire che l’associazione neAnastasis è nata con l’idea principale di unire cittadini anche di estrazione politica diversa per discutere dei problemi primari del paese. In una parola, con l’auspicio di contribuire alla formazione di un clima per la crescita del senso civico della nostra comunità, requisito fondamentale anche per una crescita politica. Dunque, i temi di cui l’associazione si è dedicata e di cui si dedica tuttora riguardano aspetti di interesse comune: rifiuti, legalità, politica urbanistica, tra le altre cose.

Ovvero tutte questioni della polis, della vita pubblica e, in quanto tale, squisitamente POLITICHE, non “parapolitiche” come dice il Sindaco, così confondendo la “politica” con la “partitica”. Per essere chiari ed onesti fino in fondo la nostra associazione non è una costola di nessun partito. Anzi alcuni di noi, anche negli anni precedenti alla creazione dell’associazione, non hanno risparmiato critiche severe all’amministrazione guidata dal sindaco Iervolino e alla classe politica che lo ha sostenuto in scelte e stili di gestione evidentemente non condivisibili, a partire dalla gestione dell’AMAV.

È sotto gli occhi di tutti che tutte le nostre azioni non sono mai state finalizzate a sterili polemiche o alla strumentalizzazione dei problemi. Piuttosto abbiamo sempre cercato di puntare a soluzioni condivise dei problemi. Un esempio tra tutti. Quando l’Amministrazione Pone individuò nell’area del Boschetto l’isola ecologica esprimemmo delle forti perplessità ma convenimmo che era giusto ed urgente innanzitutto realizzare l’isola ecologica, nonostante alcuni dell’associazione abitassero molto vicino al sito prescelto. Per questo abbiamo protestato quando quella scelta è stata rigettata dall’attuale amministrazione con motivazioni molto discutibili.

Nel nostro agire, ci siamo sempre mossi nel rispetto delle istituzioni ed abbiamo quindi cercato costantemente il confronto con sindaci ed assessori che si sono avvicendati in questi anni. Con il Sindaco Pone, ad esempio, abbiamo chiesto ed avuto incontri ripetuti, sempre nel rispetto reciproco delle idee.

La stessa cosa abbiamo tentato di fare con l’attuale Sindaco Esposito inviandogli, sin dalle prime settimane del suo insediamento, ripetute lettere in cui chiedevamo informazioni al fine di un confronto proficuo su temi rilevanti come la raccolta differenziata, l’isola ecologica, il PUC, l’AMAV, etc.. Tutte queste lettere (di cui abbiamo data e numero di protocollo), purtroppo sono sempre cadute nella totale indifferenza e, di questo comportamento, abbiamo avuto modo anche di denunciarlo dalle pagine del IlMediano.

Più recentemente abbiamo cercato di instaurare un rapporto con l’amministrazione comunale attraverso il contatto diretto con alcuni assessori. Lo abbiamo fatto discutendo ripetutamente con l’assessore Manfellotto che ci ha sempre garantito un suo interessamento per rompere questa “cattiva comunicazione” tra noi e il Sindaco: i risultati sono stati nulli. Lo abbiamo anche fatto su questioni più specifiche con l’assessore all’urbanistica, arch. Graziani, per discutere con lui dell’isola ecologica. Dopo numerosissime telefonate l’assessore ci aveva convocato (per il giorno 26 Gennaio 2011) presso il suo ufficio dove siamo stati ad aspettare per diverse ore. Solo grazie all’interessamento dell’ing. Capo Coppola abbiamo appreso da una telefonata che l’assessore non sarebbe venuto per un imprevisto.

Nulla di male perché gli imprevisti possono capitare a tutti ma ci saremmo aspettati almeno le scuse e l’invito ad un nuovo appuntamento, cosa che abbiamo comunque richiesto nonostante tutto senza, ad oggi, avere nessun riscontro.
Tutto quanto per far capire a chi legge come ci siamo mossi finora.

Veniamo alle nostre due lettere pubblicate recentemente sul IlMediano sulla zona rossa e sulle questioni AMAV e cimitero che hanno fatto saltare dalla sedia il Sindaco. Premesso che ad un articolo scritto su un giornale e che tratta di questioni di pubblico interesse si replica normalmente con lo stesso mezzo e non chiedendo subitaneamente un confronto “in territorio neutro”, come lui aveva chiesto, alla stregua di un rusticano duello per lavare chissà quale onta. Avevamo semplicemente chiesto, a tal proposito, di rimandare il tutto non sine die ma semplicemente di una settimana, per indisponibilità di alcuni nostri componenti.

Dalle dichiarazioni del Sindaco apprendiamo invece la seguente reazione: “A questo punto non mi interessa alcun confronto con un’associazione chiaramente parapolitica e parafondamentalista i cui componenti sono animati da faziosità culturale, ideologica e politica”.

Questa dichiarazione si commenta da sé e mette a nudo, se c’è ne fosse stato ancora bisogno, l’arroganza e l’insofferenza alle critiche di cui soffre il nostro Sindaco. Sottolineiamo “nostro” perché crediamo fermamente nelle istituzioni e siamo convinti che un Sindaco dovrebbe avere il ruolo di ascolto di tutte le opinioni. Ovviamente a lui resta la sintesi delle decisioni e la capacità di realizzarle in fatti politici concreti. Invece, anche da comportamenti rivolti ad altre persone, denotiamo una veemenza ed una violenza verbale che non aiuta certamente ad un confronto civile e democratico.

Desideriamo infine calare un velo pietoso sulle ultime considerazioni che il Sindaco fa inoltrandosi su aspetti personali di alcuni componenti della associazione neAnastasis che assomigliano molto a tecniche di dossieraggio di cui, purtroppo, squallidamente la politica italiana oggi si serve. È doveroso però precisare quanto segue:

Nel 1985 il prof. Antonio Sasso acquistò casa con il piano 167 e con ciò ha commesso forse un delitto?
L’ing. Vincenzo Spadaro ha fatto parte della commissione edilizia comunale negli anni ‘80. È vero e cosa vuole dire? A scanso di equivoci, ricordiamo ai lettori che la partecipazione a tale commissione era allora a titolo gratuito, non era previsto neanche un gettone di presenza. Di certo non ha lasciato un buon ricordo nella mente di tutti gli abusivi in materia edilizia, tecnici e costruttori di Sant’Anastasia.

Noi vogliamo invece sottrarci dal ricordare il passato politico del nostro sindaco che qualche responsabilità sullo sfacelo attuale, che lui a più riprese dice di ereditare, pure avrà. Nessuno ha mai immaginato di gettare sulle spalle dell’attuale Sindaco tutti i problemi del paese. Sappiamo quanto sia difficile amministrare comuni come il nostro. Colpisce però chi in campagna elettorale ha sparato a zero su tante complesse e delicate questioni, facendo credere di avere la soluzione per tutto e arrivando, dopo un anno, a conclusioni banali e contraddittorie.

Per quanto riguarda invece il contenuto delle nostre osservazioni non ci stancheremo di ribadire la nostra disponibilità per un leale e costruttivo confronto con l’Amministrazione comunale, i partiti, le associazioni e i singoli cittadini ai quali sono a cuore la risoluzione dei tanti problemi della nostra comunità.

P.S: Chi volesse approfondire le nostre idee a proposito delle questioni sopra citate può farlo leggendo quanto di seguito riportato a mo’ di appendice.

AMAV– Nell’incontro al Metropolitan il sindaco aveva puntigliosamente elencato tutti i debiti che gravavano su quest’ azienda. Orbene, con il nostro scritto, avevamo semplicemente evidenziato che onestà intellettuale nonché dovere di un amministratore richiedono l’esposizione di tutti i valori contabili di un’attività, quindi non solo i debiti ma anche i crediti, se ci sono, e nel caso specifico ce sono, eccome, e sono vantati essenzialmente proprio nei confronti dello stesso Comune per prestazioni effettuate e non pagate, come si evince dal bilancio 2009 della società, esaminato ed approvato dal collegio sindacale.

Per quanto riguardo poi il bilancio 2010, che dice di non aver votato perché falso senza ulteriore specificazione, non capiamo francamente cosa voglia significare, visto che è stato ovviamente redatto dai nuovi organi direttivi da lui nominati e non ci è stato dato ancora la possibilità di visionarlo.
Relativamente all’intenzione, sempre semplicemente dichiarata, della messa in liquidazione della società, abbiamo semplicemente espresso la nostra perplessità su una simile soluzione che, a parer nostro, rischierebbe veramente di creare un buco nero nelle finanze del Comune. Visto, invece, che ritiene simile soluzione opportuna, proceda ed i cittadini ne valuteranno successivamente i risultati.

CIMITERO– Egregio Sindaco, le bugie hanno le gambe corte. La rivisitazione del contratto del cimitero (che abbiamo desunto dai manifestini che hanno inondato gli esercizi commerciali), come abbiamo dimostrato con i conteggi e che lei non è stato in grado di smentire, comportano vantaggi a favore della ditta e non certo della cittadinanza.

-L’aumento dell’anticipo dal 30 al 40% va a favore della ditta (che immaginiamo stia ringraziando), non dei cittadini.
– La distorsione dei costi dei manufatti, con riduzione di quello dei loculi e corrispondente aumento sulle cappelline, è illegale, a parer nostro, e non comporta alcun sacrificio per la ditta.

– I 15 servizi cimiteriali gratuiti all’anno sono ampiamente compensati dall’aumento da 20 a 28 anni del contratto; 441.000 € di servizi gratuiti compensati da 2.795.784 € di maggiore ricavo per la ditta, che ringrazia pure per questo, derivante dall’aumento di 8 anni della durata del contratto; questi sono i conteggi, li smentisca se è in grado di farlo.
– Il resto è propaganda in quanto niente è variato rispetto a quanto già previsto dalla precedente convenzione.

ZONA ROSSA– “Il rischio Vesuvio non esiste e la normativa sulla Zona Rossa è una truffa confutabile a livello scientifico, m’impegnerò per una sua radicale revisione o addirittura abolizione”, proclamava il nostro Sindaco in campagna elettorale e, a tal proposito, organizza un convegno apposito a Somma Vesuviana. Gli è andata male purtroppo per lui. L’assessore regionale Taglialatela, oltre che esponente di spicco del suo attuale partito e non certo un sinistrorso, ha affermato in modo chiaro: i confini della zona rossa sono da allargare non certo da restringere.

P.U.C. Nella riunione di presentazione del piano urbanistico comunale, unica vera occasione di confronto, chiedemmo la istituzione di un tavolo permanente di confronto su un tema delicato e che richiederebbe la partecipazione attiva di tutti i cittadini. Ricevemmo in quella sede un netto rifiuto e, nonostante ripetute richieste di visionare il piano redatto dal prestigioso studio di architettura “Architetti Benevolo” vincitore della gara, non siamo riusciti ancora a prenderne visione.

RACCOLTA DIFFERENZIATA– Da anni continuiamo a chiedere, anche con note scritte e protocollate, la pubblicazione dei dati sulle frazioni conferite in discarica, non certo per mettere in difficoltà questa amministrazione o quelle che l’ hanno preceduta, quanto per far crescere lo stimolo ad una più efficace e produttiva organizzazione della attività sia dei cittadini che della società preposta al servizio.

ISOLA ECOLOGICA– Continuiamo a domandarci quali ostacoli hanno impedito la realizzazione nel sito individuato dalla amministrazione Pone, e per il quale risultano già stanziati i fondi per la sua realizzazione. Un cospicuo finanziamento, che consentirebbe al nostro paese di poter puntare con maggior determinazione ad aumentare il tasso di raccolta differenziata, è purtroppo destinato, realisticamente, ad essere perso per una scelta che ancora non è stata motivata con argomenti sostenibili e capaci di diradare il dubbio che il vero motivo fosse il disappunto mostrato da persone coinvolte nella maggioranza che sostiene la giunta del sindaco Esposito e nelle liste che lo hanno appoggiato.

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GLI OSCAR, O L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL CINEMA

Tra vittorie annunciate e qualche sorpresa si è tenuta l”annuale festa del cinema americano, come sempre nel segno dell”intrattenimento e dello spettacolo.

Come ogni anno Hollywood si è auto-celebrata con la cerimonia di assegnazione degli Academy Awards. E ogni anno, si sa, bisogna prendere questa mega-festa per quello che è: un grande spettacolo dove spesso e volentieri i discorsi più propriamente tecnici vengono sovrastati dalle logiche dell’entertainment di cui, bisogna riconoscerlo, gli americani sono maestri indiscussi. E così l’evento si materializza nella curiosità per le sfilate delle star e per i numeri che riescono sempre ad assicurare sul palco del Kodak Theatre.

Come in un autentico party, non conta la sostanza ma trionfa la leggerezza, la battuta ad effetto: per una notte il contenitore di sogni dell’estetica hollywoodiana si apre a tutti in un tripudio di emozioni, colori, vestiti, pianti che lo spettatore cerca più degli stessi film presentati.
E’ la notte delle icone. Interessa di più vedere il volto e le reazioni di questo o di quell’altro attore mentre stringono la statuetta e scherzano/piangono/riflettono sul palco piuttosto che entrare in un discorso effettivo sulla qualità dell’offerta.

Giusto o sbagliato che sia questo è il meccanismo della festa, che non esclude ovviamente il merito. Al contrario, molti grandi attori/attrici (con alcune eccezioni) hanno portato a casa la loro statuetta dorata. Il discorso si fa invece più articolato se passiamo ad esaminare i film o i registi premiati. La lista di “scandali”, in questo campo, è lunga. Per tutti basti considerare come quattro tra i più geniali registi americani della storia (Kubrick, Welles, Altman, Lynch) abbiano collezionato insieme la bellezza di zero Oscar alla regia (praticamente un insulto al buonsenso); lo stesso Scorsese, candidato infinite volte, ha ricevuto il giusto riconoscimento solo nel 2007 per The Departed. Insomma, i membri della giuria sembrano storicamente più a loro agio con la premiazione delle star che con quella dei registi o delle opere.

D’altronde i volti celebri delle stelle idolatrate dai consumatori di cinema si prestano meglio all’iconografia hollywoodiana di quelli (spesso) sconosciuti o riservati dei registi. Quest’anno la parte del leone in tema di nomination l’hanno fatta Il discorso del Re (12), Il Grinta (10), Inception (8), The Social Network (8) e The Fighter (7). E la consegna dei premi ha lasciato poco spazio alle sorprese. Colin Firth (Il discorso del Re) e Natalie Portman (Il cigno nero) erano talmente annunciati come vincitori alla vigilia nella categoria di migliore attore e migliore attrice protagonista da far temere un clamoroso blitz dell’ultimo minuto.

Ma le loro interpretazioni rispettivamente del re inglese balbuziente Giorgio VI e dei turbamenti di una prima ballerina nel film di Aronofsky hanno messo d’accordo critica e pubblico come raramente succede. Più combattuta la statuetta per i non protagonisti, con la vittoria finale di Melissa Leo e Christian Bale (entrambi nel cast di The Fighter). Il lotto dei candidati al miglior film si è presentato, al contrario, più equilibrato. Le vittorie degli ultimi anni, in questa categoria, hanno seguito uno strano percorso che ha visto premiare dal 2005 al 2008 film notevoli al limite del capolavoro (Million Dollar Baby, Crash, The Departed, Non è un paese per vecchi), per poi lasciare il posto nel 2009 e nel 2010 a due film – The Millionaire e The Hurt Locker – molto discutibili.

In questi due ultimi casi si è verificata una di quelle classiche operazioni “da Oscar” dove il premio nasconde motivazioni politico-pubblicitarie più o meno velate (un occhio al gigantesco mercato indiano nel primo caso; il riconoscimento ad una regista donna con l’aggiunta di un film sulla guerra in Iraq nel secondo). L’incertezza di quest’anno è stata la conseguenza della presenza di 4-5 film di buon livello, senza che nessuno di questi però risultasse davvero memorabile. Non è un caso che i nomi nobilissimi dei registi presenti con un loro film nella categoria (Aronofsky, i Coen, Fincher, Nolan) possano essere associati a ben altre opere. In questo clima di incertezza e di valori medi, come spesso accade, la scelta è ricaduta sul titolo più classico del gruppo – Il discorso del Re di Tom Hooper – esempio perfetto di film che “si limita” a raccontare una storia, impossibile da definire brutto e capace di mettere d’accordo un po’ tutti.

Penalizzati, in questo senso, i film con un linguaggio più complesso (Inception, Il cigno nero, Il Grinta) o legati a temi meno convenzionali (The Social Network). Ma, si sa anche questo, il “filmone” classico agli Oscar parte sempre avvantaggiato. Sulla scia del premio al miglior film, Hooper si è portato a casa anche la statuetta al miglior regista. Tra le altre categorie, vanno ricordati i premi a David Seidler (Il discorso del Re) e Aaron Sorkin (The Social Network) per la migliore sceneggiatura originale e per quella non originale e il premio a Wally Pfister (Inception) per la fotografia. Il miglior film straniero – altra categoria che abitualmente alterna premi a film notevoli a decisioni “politiche” molto opinabili – è risultato In un mondo migliore della brava regista danese Susanne Bier, che ha avuto la meglio sul favoritissimo Biutiful di Iñarritu.

Da segnalare gli Oscar alla carriera a Kevin Brownlow, Jean-Luc Godard ed Eli Wallach e il clamoroso flop de Il Grinta dei Coen: 0 Oscar su 10 nomination (peggio hanno fatto solo Il Colore Viola di Spielberg nel 1987 e Due vite, una svolta di Ross nel 1977, entrambi con 0 vittorie su 11 nomination). E anche questa volta, alla fine della cerimonia, rimane quella sensazione di aver assistito ad una bella festa auto-referenziale, capace di esaltare al meglio tutte le luci e le icone che girano intorno al cinema. E come ogni anno – al netto dei grandi attori e dei bei film che, di tanto in tanto, capitano nel mucchio – veniamo assaliti dal leggero sospetto che il cinema, quello vero, sia altrove.
(Fonte foto: Rete Internet)

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