GENITORI RESPONSABILI ANCHE PER I DANNI COMMESSI A SCUOLA

È interessante notare , come secondo questa sentenza che tratteremo, la responsabilità per il fatto commesso da un minore, può essere attribuita sia al genitore, sia al docente, ma per motivi diversi

La sentenza che andiamo a trattare (Cassazione 21 settembre 2000 n. 12501), conferma l’astratta possibilità del concorso di colpa tra il soggetto tenuto all’educazione del minore (generalmente i genitori) ed il diverso soggetto tenuto a vigilare lo stesso (nel caso la scuola): se un minore commette un fatto illecito mentre è affidato a persona idonea a vigilarlo e controllarlo, la responsabilità risarcitoria del genitore non viene meno perché persiste la presunzione di culpa in educando, che costituisce l’altro fondamento dell’ art. 2048 cod. civ.

Il caso
I genitori di del minore A. T., denunciavano il padre del minore E. G., nonché il Ministero della pubblica istruzione per ottenere il risarcimento dei danni subiti dal minore A. T. conseguenti al sinistro verificatosi nel corso di una lezione di disegno presso il liceo che frequentavano. I genitori di A.T. sostenevano che il sinistro era stato determinato dal fatto che il compagno di classe E. G. aveva scagliato contro A. T. una gomma per cancellare, colpendolo in un occhio e procurandogli gravi lesioni.

Motivi della decisione
La Cassazione sostiene che se il fatto dannoso è imputabile a più persone (anche a diverso titolo), tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno.

L’affermata responsabilità concorrente del genitore e del docente comporta un vincolo di solidarietà tra gli stessi, onde ciascuno di essi è tenuto a risarcire l’intero danno subito dal danneggiato, mentre l’eventuale graduazione delle colpe ha rilievo solo nei rapporti interni tra i responsabili, ai fini dell’azione di regresso (art.2055, secondo e terzo comma).

Nel caso prospettato occorre premettere che, secondo la giurisprudenza, la presunzione di culpa in educando posta dall’art.2048 c.c. richiede, per essere superata, che il genitore provi di avere impartito al figlio un’educazione normalmente idonea, in relazione al suo ambiente, alle sue attitudini ed alla sua personalità, ad avviarlo ad una corretta vita di relazione e, quindi, a prevenire un suo comportamento illecito, nonché, in particolare, a correggere quei difetti (come l’imprudenza e la leggerezza) che il fatto del minore ha rivelato (v., ex plurimis, Cass. 6 dicembre 1986 n.7247).

Tale dimostrazione comporta, come ha correttamente ritenuto la Corte , che il genitore compia anche "un’adeguata vigilanza in ordine al grado di assimilazione, da parte del minore stesso, dell’educazione ricevuta e della conformità della abituale condotta dello stesso ai precetti dell’educazione impartitagli". Nell’opera di educazione, in altri termini, è insita un’attività di vigilanza sulla rispondenza del comportamento del minore e sui risultati concreti dell’attività educativa. In tal modo la colpa non viene ravvisata nel risultato dell’educazione, ma rimane pur sempre collegata alla condotta del genitore.

Sulla base di tale considerazione la Corte, pur ammettendo l’intento scherzoso con cui l’alunno (diciassettenne) aveva scagliato la gomma contro l’altro alunno, ha ravvisato nell’autore di tale gesto dannoso "un’immatura sconsideratezza e una non ancora acquisita coscienza della irrilevanza delle intenzioni sui risultati di un gesto comunque oggettivamente violento" ed ha ribadito, altresì, che l’educazione dei minori deve tendere a fare loro acquisire una maturità anche nelle attività di gioco e di scherzo e nei comportamenti che comunque esprimono un intento ludico.
In conclusione, sia i genitori di E.G., sia la scuola sono responsabili nei confronti di AT.

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GLI ANNUNCI PUBBLICITARI. OVVERO LE STORIE DI UOMINI E COSE

Se vi capita, provate a leggere le ultime pagine dei vecchi giornali, quelle degli annuncia pubblicitari: “sanno ancora di uomo”. Di Carmine CimminoNella quinta delle sue Lezioni americane Italo Calvino fece l’elenco degli scrittori che, a parer suo, avevano tentato di scrivere un “romanzo sull’universo“, il romanzo enciclopedico: Goethe, Musil, Gadda, Borges, Pérec. Flaubert, il Flaubert di Bouvard e Pécuchet, che sono gli eroi immortali della stupidità, occupa nell’elenco un posto a parte, perché la sua massima ambizione era di scrivere un romanzo universale sì, ma non sul tutto: sul niente.

Alla lista di Calvino Guido Almansi aggiunse Joyce, Henry Miller, e Thomas Pynchon. Henry Miller diceva che non è difficile scrivere un romanzo enciclopedico: basta prendere i vecchi giornali e leggere diligentemente le ultime pagine, quelle degli annunci pubblicitari. Lì si trovano le storie di tutti gli uomini e di tutte le cose. Le pubblicità dei giornali di oggi non servirebbero allo scopo: sono disperse qua e là, e dunque non hanno il fascino che viene dallo stare insieme, una addosso all’altra. E poi sono troppo tecniche, e troppo annacquate dalle analisi di mercato. Gli annunci dei primi anni del ‘900, diceva Miller, sanno ancora di uomo.

Prendiamo il numero del Mattino del 12-13 gennaio 1900. La quinta parte della pagina è riservata all’ Ischirogeno (Rigeneratore delle Forze). Un solenne nome greco per un elisir a “base di fosforo, ferro, chinina, calce, coca, stricnina”. Proprio così. Ho copiato fedelmente. Questa pozione, che nessun altro preparato può uguagliare, non c’è morbo che non guarisse: “neurastenia, cloroanemia, diabete, impotenza, debolezza di spina dorsale, forme paralitiche, rachitide, polluzioni, spermatorrea, emicrania, malattie di stomaco, scrofola, debolezza di vista”.

L’inventore della miscela non fu uno di quei dentisti- barbieri che percorrevano il West offrendo ai pionieri e agli indiani intrugli che sapevano infine solo di whisky, ma lo mise a punto, questo terribile ischirogeno, tale O. Battista, titolare della Farmacia Inglese del Cervo, che si trovava a via Cavone, nei pressi di piazza Dante.

E tutti i più grandi medici napoletani confermarono le virtù del prodotto: Bianchi, Capozzi, anche Errico De Renzi, perfino Cardarelli. Il prof. Biondi certificò che l’ischirogeno “ha dato un risultato splendido in un caso di esaurimento positivo per perdite seminali notturne.”. È probabile che la polluzione e l’impotenza fossero un problema nazionale: poiché in un piccolo riquadro, proprio sotto l’ischirogeno, c’è la pubblicità dei succhi organici prodotti nel laboratorio del dottor Moretti, milanese: utili, si legge, come cura radicale non solo contro quelle due patologie, ma anche contro le malattie dei nervi e dello stomaco. C’era, anche allora, chi mangiava troppo, e chi troppo poco. I mangiatori gagliardi rinfrescavano e depuravano il sangue con “Lo Sciroppo Pagliano“, del prof. Ernesto Pagliano, Calata San Marco, 4, Napoli ( casa propria, la quale non ha succursale altrove).

Lo immagino il professore, – pizzo severo, panciotto e “cipolla“ Roskopf-Patent con catena d’oro -, che aspetta, nella sua casa-bottega, alluvionati clienti dalle cantine e dalle fiaschetterie disseminate nel quartiere, e li aiuta a sciogliere nello sciroppo i fumi del vino e le impurità del sangue. Accanto alla pubblicità del depurativo campeggia quella dei Veri vini da pasto di Forio d’Ischia. Vini veri, della Casa Luigi Verde e Figli, lire 16 il barile di 44 litri. Che era un prezzo strepitoso, soprattutto per un vero vino.

I vini truccati provocano gastricismo: e contro il gastricismo, e anche contro le emicranie, l’itterizia e la stitichezza il dottor Fattori di Milano aveva preparato le Pillole universali Fattori, fatte di cascara sagrada e di protofillina: ne cantano le lodi tale Fusetti Silvio, di Rovigo, anche a nome della sorella, “sofferente al pari di me di gonfiezza di ventre“ e il fornaio Luigi Scarmagnan, di Ferrara, che si è liberato per sempre “di un invecchiato e persistente gastricismo“. Il dottor Fattori aveva creato anche un elisir contro i reumi e la gotta, e pillole solventi e un unguento contro le emorroidi. Il grossista di tutti i prodotti Fattori era Tranquillo Ravasio, che amministrava, in Milano, un deposito non solo di medicinali, ma anche di acque minerali.

Un fascino particolare si sprigiona dall’urto tra queste fantastiche pubblicità e le confinanti corrispondenze private, a cent. 5 la parola, minimum lire una. Un tale, che si firma Fratellino, scrive: “Sorellina. Che brutto destino. Sono obbligato guardare ancora il letto”, cioè rimanere a letto, indisposto. “Puoi figurarti immenso mio dispiacere per non poterti vedere; pazienza. Spero venire domani o lunedì. Assicuroti che penso sempre a te e ti voglio bene assai. Bacioni infiniti”. G.G. scrive a G.G. Hai creduto essere chiara. Non lo eri affatto. Faccio mille brutte supposizioni. Continua egualmente scrivere. Verrò presto salutarti. Baci. Ma all’equivoca freddezza di questo sospettoso G.G. si oppongono, per fortuna, gli innamorati caldi, nutriti dalla canzone napoletana e da D’ Annunzio.

Ricordi notti religiose ?…. intona un appassionato anonimo… giuraiti allora eterno affetto, sognaiti, sognoti sempre; ma vale delirio senza tua affermativa?… ed è tutta napoletana questa idea che il delirio d’amore uno lo accende se ne vale la pena, e se no, lo spegne. La donna del quadro di Eugenio Viti sta dormendo, o si sta consumando nelle rimembranze d’amore? Misero mortale sono, lontano da te.. tergi disperate lagrime. Per fortuna, alle corrispondenze private seguono gli avvisi economici. “Signorina ventiduenne, dote trentamila lire, sposerebbe giovane distinto laureato Legge, oppure Ufficiale età non superiore 33 anni”. No, non è un riferimento, che sarebbe blasfemo, agli anni di Cristo. C’è il misticismo pitagorico dei numeri nella progressione con base 11: lei 22 anni, lui non più di 33. Non rispondesi lettere firmate pseudonimi. Inviare fotografia. Ovviamente.

La signorina è di San Paolo Belsito. Trentamila lire di dote. C’è da credere che San Paolo sia stata invasa da reggimenti di pretendenti. Con trentamila lire di dote, anche se la signorina fosse stata più brutta della notte più nera, anche se avesse avuto i mustacchi, tutti l’avrebbero trovata bella e simpatica. Un fiore. “Cercasi cameriera Alta Italia, quarantenne, sola, senza appendici. Intendasi cucina, mansioni casa per persona sola. Esclusa risposta senza minutissimi chiarimenti”. Per il bucato avrebbe certamente usato, la quarantenne senza appendici, il “maypole soap, di manifattura inglese, che tinge in qualunque gradazione di colore”.

E l’elenco delle gradazioni non può non essere affidato alla memoria dell’officina dei sensi: rosa, crema, nocciuola, eliotropio, violetto chiaro, canarino, cervo, arancio, verde aloe, carnicino, scarlatto-ciliegia, terracotta, rosso cardinale, noce, turchino, nero pece, salmone, tabacco, carminio. Il colore della veste della signorina Olga, che è il vero protagonista del quadro di Viti, è una lacca di carminio addolcita da una punta di arancio. Più che i pensieri della donna, interessano a Viti le voci colorate delle cose. I pensieri vanno e vengono. Le cose sono eterne.
(Foto: Quadro di Eugenio Viti, "Olga alla finestra" (1914-15).

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I CRIMINALI IN POLITICA

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Nelle liste elettorali per le elezioni al Comune di Napoli sono stati inseriti anche nomi di chiara matrice criminale. La corruzione è padrona del sistema, ma la politica ha il dovere di trovare risposte. Di Don Aniello Tortora

Operazione liste pulite: arrivano i primi risultati dello screening avviato dalla Prefettura sui diecimila candidati campani alle prossime elezioni comunali. Nei giorni scorsi la Digos già aveva segnato in rosso alcuni nomi che rischiano lo stop. Sfruttamento della prostituzione. Estorsione. Riciclaggio. Furto. Sono questi i reati per i quali sono state inflitte condanne definitive superiori a due anni. Sono scattate le manette anche per due candidati.

Dal primissimo esame delle liste presentate a Napoli (ma è probabile che analizzando a fondo saranno trovati anche altri casi!), sono già emersi due episodi di soggetti candidati sottoposti a processi per fatti di una certa rilevanza ed in uno dei due casi si tratta di un indagato per reati collegati alle attività di una cosca camorristica.
Ma spunta anche un filone di indagine che riguarda il voto di scambio. Un vero e proprio mercato dove, ogni preferenza, costava 50 euro.

A queste notizie dura è stata la presa di posizione del procuratore Lepore il quale, senza mezzi termini, ha affermato che “c’è responsabilità di chi compila liste e conosce candidati e i loro eventuali legami. Ci troviamo, a Napoli, davanti all’ennesima emergenza. Stavolta non quella endemica ed annosa dei rifiuti, ma morale. È questa la vera “monnezza”.
In un’intervista il Dott. Franco Roberti, capo della procura di Salerno, ha denunciato con coraggio l’intreccio tra politica e criminalità. “Dopo tanti anni di indagini – ha affermato Roberti- i risultati sono inquietanti. L’Italia è il Paese occidentale con il più alto tasso di corruzione. Se ne vanno in fumo oltre 60 milioni di euro. Ed è la corruzione a determinare il rapporto tra mafia, camorra e politica”.

Il dott Roberti ha ribadito, inoltre, che “il fenomeno è trasversale” e “che il controllo degli appalti passa attraverso il controllo delle amministrazioni pubbliche”. Ha concluso l’intervista affermando che, “come diceva Paolo Borsellino, non è più il politico che si serve del mafioso, ma è il mafioso che usa il politico”. È chiaro che non si deve mai generalizzare né fare di tutta l’erba un fascio. Ma a me pare proprio che questi fenomeni di intreccio tra malavita e politica siano in netto contrasto con le sbandierate esigenze di rinnovamento e pulizia.

Anche nelle ultime elezioni provinciali e regionali erano accadute situazioni analoghe: personaggi controindicati erano stati candidati in liste civiche o comunque minori, dando la possibilità ai partiti principali di rispettare, sia pure solo formalmente, i rigidi principi deontologici.
Senza demonizzare nessuno e senza mire giustizialiste o moralistiche credo che, però, sulla vicenda sia di vitale importanza porre qualche serissima domanda a cui la politica deve dare necessaria risposta.

In un profetico documento del 1989 (Chiesa e Mezzogiorno) i vescovi italiani con coraggio denunciavano che la criminalità organizzata rappresenta “un fenomeno che danneggia gravemente il meridione, perché inquina la vita sociale, creando un clima di insicurezza e di paura, impedisce ogni sana imprenditoria, esercita un pesante influsso sulla vita politica e amministrativa, offusca, infine, l’immagine del Mezzogiorno di fronte al resto del Paese”.

Sul rapporto tra politica e criminalità, già nel 1989 i Vescovi sostenevano con molta chiarezza: ”La criminalità organizzata viene favorita da atteggiamenti di disimpegno, di passività e di immoralità nella vita politico-amministrativa. C’è infatti una «mafiosità» di comportamento, quando, ad esempio, i diritti diventano favori, quando non contano i meriti, ma legami di «comparaggio» politico. Il Sud non sarà mai liberato se non in una trasparenza etica di chi governa e in un comportamento onesto di ogni cittadino”.

Su questi temi c’è bisogno di collaborazione di tutti e di una vera “mobilitazione delle coscienze”, perché sia recuperata la moralità e la legalità. Diceva don Luigi Sturzo: “C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL GRATUITO PATROCINIO E LA TUTELA PENALE DEI NON ABBIENTI

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Questo istituto non va confuso con la difesa di ufficio, e rende concreto l”importante diritto di difesa. Ma, come sempre accade, la realtà è ben lontana dai buoni principi. Di Simona Carandente

Tra i primi diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino, un posto di sicuro rilievo spetta al diritto di difesa, che stando al dettato dell’art. 24 della Carta Costituzionale è inviolabile, e riconosciuto in ogni stato e grado del processo. Sulla scorta di tale assunto, e nell’ottica di garantire la possibilità di essere assistiti legalmente a chiunque, abbiente o meno che sia, nasce l’istituto del gratuito patrocinio, che prevede la possibilità che l’onorario spettante al difensore venga corrisposto dallo Stato, anziché dal beneficiario, laddove ricorrano determinati requisiti.

Con l’aggiornamento del tetto massimo, chi abbia quale riferimento reddituale 10.628 euro l’anno, aumentati di circa 1000 euro per ogni familiare convivente, in assenza di altri indicatori di reddito quali immobili, o beni mobili registrati di notevole valore, può essere ammesso a godere del beneficio, potendo avvalersi di un difensore iscritto in appositi elenchi, custoditi presso i relativi Ordini di appartenenza.

Tale istituto, volto a tutelare sia i diritti delle parti civili che quelli degli imputati, non va confuso con la difesa di ufficio, che altro non è se non l’indicazione, da parte dello Stato, di un nominativo di un difensore iscritto in apposite liste, priva di ogni effetto se seguita dalla nomina di un proprio legale di fiducia, il quale deve essere in ogni caso retribuito dall’assistito, anche attivando eventuali procedure esecutive.

Purtroppo, come spesso capita quando grossi ideali e principi vengono trasfusi su carta, la realtà concreta è ben diversa. Non capita di rado che molte persone, pur avendo i requisiti formali per essere ammessi al beneficio, vengano invitate a rivolgersi ad altri legali, magari di minore esperienza e "tuttofare", affinchè li assistano come possono nei relativi procedimenti, penali e civili.
Difficilmente chi sia estraneo al mondo della giustizia potrebbe immaginare, anche solo lontanamente, quanto sia complesso ed articolato il percorso di liquidazione degli onorari al difensore: procedura lenta, macchinosa, spesso infruttuosa e con corresponsione di emolumenti anche a distanza di tre, quattro anni dall’attività già prestata.

Un meccanismo, quella di liquidazione, che va a discapito dei giovani avvocati, costretti ad attendere tempi lunghissimi a fronte di attività difensive lunghe, complesse e con notevole impiego di energie. Una riforma corretta ed oculata del sistema giustizia, al di là di inutili chiacchiere, dovrebbe calarsi nella realtà concreta, adoperandosi per rendere effettivi, e reali, diritti che sono tali solo sulla carta, affinchè il diritto di difesa non sia più una mera petizione di principio. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA “MONNA LISA” DI LEONARDO DA VINCI (FORSE) ERA NAPOLETANA

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Il celeberrimo ritratto del maestro toscano potrebbe essere quello di una nobildonna napoletana. Gli storici dell”arte, da Benedetto Croce ad Adolfo Venturi, hanno indagato, ma la disputa resta, ancora oggi, irrisolta.

La “Gioconda” è, in assoluto, il ritratto più celebre al mondo. Additato spesso come l’emblema dell’Arte stessa, il dipinto dell’artista e scienziato toscano è, ancora prima del “David” e della “Cappella Sistina” di Michelangelo, l’opera più riprodotta nella Storia dell’Arte, tanto da vantare un immenso bric-à-brac a lei dedicato. Utilizzata anche dagli stessi artisti, come Marcel Duchamp, che ne fece il soggetto di una sua quasi altrettanto celebre opera d’arte, la “Monna Lisa” rimane, nell’immaginario di tutti, con il suo impercettibile sorriso, uno dei più grandi dipinti di tutti tempi.

La tradizione critico-letteraria riconosce in Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo (da cui deriverebbe l’appellativo “Gioconda”), la “Monna”, ossia Madonna (Signora), Lisa dipinta dal pittore Leonardo Da Vinci tra il 1503 e il 1514. Una tesi che affonda le sue radici in un documento del 1525 che, per primo, elenca, tra le opere del Leonardo, “la Joconda”. Il primo a individuare proprio nella Gherardini la nobildonna ritratta nel quadro è Giorgio Vasari che, nella metà del XVI secolo, scrive: “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie”.

Le parole del Vasari, come in altri casi, peseranno fortemente sulla critica successiva che allo “storico dell’arte” toscano guarderà sempre con un occhio di riguardo, concordando con le sue, non sempre accreditabili, teorie. Un solo scritto, risalente al 1590, oserà andare contro la tesi dell’Aretino. Si tratta del Trattato dell’arte della pittura, di Giovan Paolo Lomazzo, nel quale, oltre a distinguere il ritratto della “Gioconda” da quello della “Monna Lisa”, l’autore definisce quest’ultima “napoletana”. È da questo documento che alcuni tra i più grandi storici dell’arte del Novecento hanno cominciato a sospettare dell’esistenza di una “Joconda” partenopea.

Partendo dall’esegesi del testo del Lomazzo, Benedetto Croce, tentò, invano, di cercare tra le opere del Leonardo il ritratto di Costanza d’Avalos, secondo lui la nobildonna più adatta a ricoprire il ruolo della “Monna Lisa napoletana” indicata dallo scrittore cinquecentesco. Il critico abruzzese dovette infine concludere che tale dipinto, mai ritrovato, era, molto probabilmente, andato distrutto nel corso dei secoli. Lo stesso epiteto, con cui da tempo viene menzionato il ritratto, cominciò, poi, a risultare troppo generico per poter essere così facilmente ricondotto alla Gherardini; poteva infatti riferirsi, semplicemente, alla leggendaria espressione del volto della donna. Un altro grande storico dell’arte del Novecento, Adolfo Venturi, così, arrivò persino a sostenere che la stessa “Gioconda”, in questo modo nominata nel 1525 proprio a causa del suo solo accennato sorriso, fosse proprio la Costanza, allora duchessa di Francavilla, indicata dal Croce.

Un’ipotesi dettata soprattutto dalla risaputa inesattezza degli scritti del Vasari, le cui teorie si basavano troppo spesso più sulle sue supposizioni che su documenti certi. Questo dibattito critico sfociò, nel corso della seconda metà del secolo scorso, in una querelle che vide impegnati, oltre che gli storici dell’arte, vari studiosi del panorama italiano ed internazionale. Il mondo della critica si spaccò in due. Solo recentemente, nel 2005, lo storico Veit Probst ha reso noto uno scritto della Cancelleria Fiorentina, del 1503, che indica, tra le opere del Da Vinci, “la testa di Lisa del Giocondo”.

La questione sembrerebbe chiusa a favore della Gherardini ma l’autore del testo, un tal Agostino Vespucci, ci informa solo del titolo dell’opera, senza scendere nei particolari. Inoltre, se la donna ritratta fosse proprio la Gherardini, resterebbe senza volto la “Monna Lisa napoletana” del testo del Lomazzo: la disputa rimane pertanto, ancora oggi, accesa.

La “Gioconda”, dunque, potrebbe essere napoletana. Che sia il dipinto del Louvre o un altro sconosciuto ritratto, è indiscusso che un effige leonardesca di Costanza d’Avalos esiste, o è esistita, ed è inoppugnabile, in ogni caso, che anche la nobiltà meridionale si avvalse, a quel tempo, della genialità dell’illustre pittore toscano.
(Fonte foto: Rete Internet)

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I CASALESI. OVVERO “LA PIOVRA”

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I vari processi contro il potere dei casalesi ne hanno indebolito la struttura criminale. Ma vediamo perchè è ancora forte questa “piovra”. L”economia e la società di quei luoghi vanno aiutate a rinascere. Di Amato Lamberti

Si continua a parlare di casalesi. Anche l’ultimo arresto, quello di Caterino (foto), ha fatto tornare alla ribalta questa organizzazione di cui molti giornali favoleggiano sulla sua invincibilità ma non ci aiutano a capire dove sta la sua vera forza. Cominciamo dal processo Spartacus.

Da Spartaco a Spartacus. L’accostamento è, penso volutamente, paradossale. Come lo schiavo trace che, nell’antichità, osò sfidare la potenza dell’Impero Romano, per liberare dalla schiavitù i popoli soggiogati, lo Stato italiano, in questi ultimi anni, ha scatenato una guerra contro i poteri criminali, quelli dei “casalesi”,, che avevano ridotto in schiavitù l’intera Terra di Lavoro, usando l’arma democratica del giusto processo.
Anche se i poteri criminali, alias, i casalesi, non sono stati cancellati dal territorio, come dimostrano le notizie che riempiono i giornali di oggi, i vari tronconi dell’inchiesta Spartacus, e i processi che ne sono derivati, hanno consentito:

1. di infliggere colpi pesantissimi, in termine di condanne e di sequestro e confisca dei beni illecitamente accumulati;
2. di far crollare l’aura di strapotere e invincibilità che circondava “i casalesi”, disarticolando completamente una organizzazione mafiosa capace di controllare, sul suo territorio, la vita delle persone, le attività economiche, le attività delle Pubbliche Amministrazioni, i flussi della spesa pubblica, comprese le sovvenzioni europee;
3. di conoscere, nelle sue articolazioni diffuse sul territorio, una organizzazione criminale capace di tenere dentro, in un unico disegno criminale:

il delinquente abituale, il poliziotto, il carabiniere e il finanziere, il vigile urbano, il commerciante al minuto e all’ingrosso, il venditore ambulante extracomunitario, la prostituta nigeriana, i delinquenti albanesi, il costruttore edile, il piccolo padroncino di un camion, l’imprenditore camorrista fornitore di calcestruzzo, il proprietario di cave, l’amministratore locale, il funzionario regionale, il politico regionale, deputati e senatori della Repubblica, funzionari e dirigenti di istituti bancari, amministratori di grandi aziende nazionali.

L’elenco potrebbe durare ancora a lungo, ma serviva solo per dare un’idea della rete di connivenza, complicità, compartecipazione agli utili, messa in piedi e gestita dai “casalesi”. In alcune zone sembra difficile trovare delle persone che siano del tutto fuori dalla “tela di ragno” tessuta dai “casalesi”. Persino alcuni giornali, alcune radio e alcune televisioni, facevano parte a pieno titolo dell’organizzazione criminale.
Il risultato più significativo ottenuto da Forze dell’ordine e Magistratura è, però, forse quello di avere aperto nel sistema criminale dei casalesi una fase di conflittualità interna, di guerra di tutti contro tutti, che ne sta sfaldando quella coesione che era il suo punto di maggiore forza (Vedi la mappa del potere a fondo pagina).

In pratica, in 40 Comuni, quelli più significativi dal punto di vista della popolazione e dell’attività economica, compreso il capoluogo, della provincia di Caserta, la criminalità organizzata, e in particolare i casalesi, esercitano un controllo diffuso e costante. Un controllo che non si limita all’area aversana e casertana, ma si estende ormai stabilmente nell’area del Basso Lazio, province di Frosinone e Latina, e, attraverso i rapporti con la banda della Magliana, investe anche la stessa Capitale. Si allarga, inoltre, alle province di Napoli e di Salerno, dopo aver consolidato una presenza stabile nella città di Napoli. Questo per quanto riguarda il controllo criminale e violento del territorio.

Per quanto riguarda le operazioni economiche e finanziarie di reinvestimento dei capitali accumulati attraverso il controllo dei traffici criminali, i casalesi si muovono ormai sull’intero territorio italiano, privilegiando la dorsale adriatica, dal Molise al Friuli, passando per l’Emilia e il Veneto, con un occhio sempre più attento alle possibilità di affari criminali e di reinvestimento offerte dai paesi dell’Est europeo, in particolare Romania, Bulgaria, Russia, Polonia, Ucraina. Ma ad est, i casalesi hanno lo sguardo lungo tanto è vero che si registrano presenze sempre più numerose in Cina.
Ma come si spiega questa capacità organizzativa sia a livello di gestione di affari criminali e sia nel reinvestimento in attività controllate dal mercato pubblico, soprattutto, e privato? Normalmente, nelle indagini della magistratura e nei resoconti giornalistici, ci si sofferma sui mezzi adoperati e sulle attività realizzate.

Ma con quali mezzi i casalesi si affermano? Con la forza dell’intimidazione, cui si aggiunge un sistema di corruzione e di coinvolgimento attivo negli affari dei clan che si allarga praticamente a tutti i livelli della società civile, da quello amministrativo, a quello imprenditoriale e politico. Un modello di controllo del territorio che, da un lato, si fonda sulla violenza più feroce e spietata, usata anche per terrorizzare, dall’altro, sulla corruzione sistematica che permette di tenere definitivamente sotto controllo quanti, professionisti, dipendenti pubblici, amministratori, politici, finiscono nella rete di complicità che sostiene e protegge le attività del clan.

Ma quali sono le attività privilegiate dall’azione di reinvestimento? Solo a tenere dietro ai risultati delle indagini della Magistratura, l’elenco sarebbe lunghissimo. Innanzitutto l’edilizia, pubblica, privata, autorizzata ed abusiva, perché i casalesi nascono come muratori, capi mastro, piccoli imprenditori titolari di aziende individuali. Poi i trasporti, perché molti casalesi sono camionisti-padroncini, titolari di imprese individuali, che poi nel tempo crescono, per il movimento terra, per l’espurgo fogne, per il trasporto di calcestruzzo, per il trasporto di rifiuti, per il trasporto di carni macellate ma anche di residui di macellazione, ecc. Non c’è settore del trasporto in cui i casalesi non siano presenti e questo li rende spesso interlocutori obbligati delle imprese private come delle pubbliche amministrazioni.

Il controllo dei trasporti ha permesso ai casalesi di espandersi, fino a diventare egemoni, nel settore dello smaltimento rifiuti, urbani e industriali, con tutte le conseguenze che i rapporti sulle ecomafie evidenziano costantemente, dallo smaltimento illegale, in discariche abusive o in terreni agricoli, di rifiuti tossici e nocivi delle aziende di tutta l’Italia nel casertano, nel giuglianese, nel nolano, con inquinamento permanente del territorio e delle falde acquifere, fino al controllo della raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani dei Comuni, acquisito spesso attraverso operazioni di corruzione di funzionari e pubblici amministratori e di intimidazione nei confronti di aziende concorrenti.

Edilizia e trasporti sono i settori portanti delle attività economiche dei casalesi che, poi, si allargano ai settori del commercio all’ingrosso, della produzione e commercializzazione della mozzarella, dell’import-export di capi d’abbigliamento, scarpe e pelletterie prodotte dalla miriade di aziende sommerse del casertano e del napoletano, al controllo della produzione e commercializzazione di prodotti agricoli, soprattutto per lucrare sulle sovvenzioni regionali e statali e sui fondi messi a disposizione dalla Comunità europea.

Un altro comparto importante è quello delle forniture ad enti pubblici, come ospedali, carceri, scuole, dai generi alimentari, alle suppellettili, alle apparecchiature, realizzate attraverso lo scoraggiamento violento della concorrenza, la corruzione di dirigenti e funzionari, ma anche delle direzioni politiche, anche per ottenere, oltre l’appalto di fornitura, anche l’assunzione di persone legate all’organizzazione criminale e interventi manutentivi di somma urgenza.
Il settore che oggi appare in maggiore espansione, e nel quale i casalesi utilizzano anche la capacità di violenza della loro organizzazione criminale, è quello della rappresentanza di prodotti di largo consumo, come il latte, di aziende di rilievo nazionale, come la Parmalat.

Le indagini della Magistratura hanno evidenziato come l’acquisizione della rappresentanza sull’intero territorio meridionale dei prodotti della Parmalat, aveva consentito alla stessa azienda di acquisire una quota di mercato molto più elevata di quella stabilizzata in altre zone d’Italia, e questo non solo per la bontà del prodotto o per la politica di acquisizione di altri marchi già presenti sul mercato locale, ma grazie alla forza di intimidazione che i casalesi erano stati in grado di mettere in atto nei confronti di supermercati e dettaglianti. La partecipazione dei casalesi non si è però limitata al piazzamento del prodotto sul mercato, ma si è estesa alla gestione delle aziende di produzione e trasformazione del latte, installate o acquisite sul territorio casertano e meridionale.

Nessuna indagine è stata finora effettuata per quanto riguarda altri comparti produttivi di beni di largo consumo, come alimenti surgelati, gelati confezionati, piatti pronti, nei quali si registrano anomalie rispetto alle quote di mercato acquisite da alcune aziende, anche multinazionali.
Come si è potuto osservare, i casalesi, sono una organizzazione criminale che ha imposto il suo potere su un territorio che si allarga continuamente, grazie al controllo malavitoso di segmenti importanti dell’economia, quasi sempre dipendenti da interventi delle pubbliche amministrazioni o dalle sovvenzioni regionali, statali, europee. Questo spiega l’interesse costante dei casalesi per il controllo delle pubbliche amministrazioni e per i rapporti con la politica, dal livello locale a quello nazionale, fino al tentativo spesso riuscito di partecipazione diretta, con propri uomini, alle competizioni elettorali, soprattutto di livello amministrativo locale.

La forza del clan dei casalesi possiamo dire che riposa proprio sulle rete di collusioni e complicità che nel tempo è riuscito a costruire, tanto da poter affermare che uomini legati, anche solo da rapporti di corruzione, ai casalesi sono presenti in quasi tutte le amministrazioni locali, almeno nel casertano, così come negli Enti pubblici che sono centri di spesa, come le ASL, e in molte istituzioni, anche nei settori deputati al controllo della produzione e del lavoro, come al contrasto alla criminalità.

Un modello “mafioso” nello stretto significato del termine, che meriterebbe una attenzione diversa da parte della Magistratura, intesa a portare alla luce e distruggere proprio quella rete di complicità, di connivenza, di corruttela, che coinvolge impiegati, funzionari, dirigenti di Enti pubblici e Pubbliche Amministrazioni, camionisti, commercianti, operai, artigiani, imprenditori, commercialisti, fiscalisti, avvocati, direttori sanitari, medici, infermieri, vigili urbani, poliziotti, carabinieri, finanzieri, consiglieri comunali, provinciali e regionali, assessori comunali, provinciali e regionali, sindacalisti, dirigenti politici, portaborse di politici nazionali, funzionari e dirigenti di Istituti di credito (tanto per limitarsi alle tipologie delle persone inquisite e condannate, nei diversi tronconi dell’inchiesta “Spartacus”) e che stringe la società e l’economia del casertano e del napoletano in una morsa di comportamenti e di mentalità così consolidati nella testa delle persone da apparire quasi ovvii e naturali perché non si coglie più nemmeno la loro natura illegale e criminale.

Qualcuno dovrà pure avviare quell’opera di risocializzazione civile e culturale che, a chi vive ancora consapevolmente su questi territori, appare sempre più necessaria ed urgente. Gli strumenti possono essere quelli della scuola, del teatro, della musica, della cultura in tutte le sue espressioni. Ma il governo di un cambiamento così profondo e radicale può essere solo opera della Politica, con la P maiuscola, non certo di quella che conosciamo.
Quanto tempo ancora il Mezzogiorno dovrà attendere i cento uomini di ferro, di cui parlava Guido Dorso, capaci di liberare il Mezzogiorno dall’arretratezza e dalla corruttela?
Nel frattempo la Magistratura facesse almeno un poco di pulizia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA MAPPA DEL POTERE DEI CASALESI

SAN MICHELE: UN AVVERSARIO DEL DEMONIO

Guerriero, patrono della fertilità della terra, vincitore di Belzebù. A questo santo è stata riconosciuta la gloria della vittoria su tutti i mali del demonio. Vale la pena venire a vedere ad Ottaviano la festa di San Michele. Di Carmine Cimmino

Capitò a San Michele l’esatto contrario di ciò che era capitato al dio Marte. Marte, il cui nome ha la stessa radice di mas,maris, che in latino è il maschio, fu in origine dio della fecondità, e per questo faceva la corte a tutte le belle donne, anche alle intoccabili Vestali. Poiché generò Romolo e Remo, ottenne dai Romani anche il titolo di dio della guerra.

L’Arcangelo Michele è il guerriero celeste, la guardia suprema del trono dell’Onnipotente, vincitore di Belzebù e della sua banda di demoni. I Bizantini tributarono a Michele una venerazione speciale, ne ingentilirono le forme, e pur confermandogli il carisma del guerriero, incominciarono a vedere in Lui anche il patrono della fertilità della terra che, dopo il sonno invernale, scioglie e riscalda i suoi umori vitali. Del resto, nelle religioni mediterranee le divinità e gli “eroi“ che hanno a che fare con gli Inferi, Proserpina, Demetra, Dioniso, Orfeo, esercitano anche il “patronato“ sull’agricoltura: la pianta germoglia solo dal seme che è stato “seppellito“.

Era naturale che al Vincitore del demonio venisse riconosciuta la gloria della vittoria su tutto il corteo di mali che il demonio porta con sé: il male spirituale, da cui nascono i peccati, e le malattie e le catastrofi naturali e sociali, che, secondo molti teologi del passato, e qualche teologo, e qualche sacrestano del presente, sono una conseguenza del peccato: i terremoti e i maremoti, insomma, le eruzioni, le epidemie, le carestie, i morbi e le pestilenze. Anche i Longobardi portarono in Italia il loro San Michele, rimasto tutto guerriero, anche nel cipiglio. I due San Michele, il longobardo che scendeva dal nord e il bizantino che veniva dalla Puglia, si incontrarono in Campania, e qui fusero i carismi.

Al Guerriero vennero dedicati altari, chiese e sacelli in cima alle alture, accanto ai castelli e ai fortilizi longobardi, nei boschi e nelle grotte; al Patrono delle messi venne definitivamente consacrato, oltre al 29 settembre, anche l’8 maggio, a perenne memoria del miracolo del grano fatto nel Tavoliere. Tutti sanno cosa significhi maggio per l’agricoltura e per la civiltà contadina. Tale ricchezza di valori fece sì che nel Sud l’area “patronale“ di San Michele si ampliasse senza sosta invadendo e occupando, si fa per dire, il “dominio“ di San Nicola, che per tutto il Medio Evo era stato il più importante. L’eruzione del 1631 e la facile analogia tra vulcano e demonio, e tra la lava di fuoco e le fiamme dell’inferno, fecero di San Michele un Avversario del Vesuvio.

Sul finire del Seicento, il napoletano Giuseppe Macrino, avvocato, poeta e storico, che aveva villa e masseria in Ottajano, ed era amico di Giuseppe I Medici e frequentava i medici rivoluzionari dell’ Accademia degli Investiganti, scrisse versi latini di non mediocre fattura per invocare la protezione di San Michele contro la minaccia del Vesuvio: dive… cernis ut immineat nostris cervicibus ardens / Vesbius… divino protettore, tu vedi come il fiammeggiante Vesuvio incomba sulle nostre teste..

Il 20 maggio 1691 con una solenne processione Napoli riconobbe a San Michele “il possesso della padronanza“: l’Arcangelo diventava uno dei “compatroni“ della città, che così scioglieva il voto fatto durante il terremoto del 5 giugno 1688. La processione fu sfarzosa. Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, ebbe il privilegio di portare lo stendardo: lo seguivano 18 fanciulli vestiti da angeli, i confratelli della confraternita di “San Michele dei 72 sacerdoti“, eretta nella Chiesa di San Gennaro all’Olmo, tutti in “piviale di lama d’oro“, 110 cavalieri con torce accese e cori di musiche. Da Monte Sant’ Angelo vennero inviate nove statuette dell’Arcangelo, che erano fatte con la pietra del monte sacro a Lui e che vennero collocate sulle porte della città.

San Michele fu un Avversario del Vesuvio, non l’Avversario. Non era facile occupare gli spazi religiosi e sociali che la civiltà vesuviana da secoli aveva assegnato al “culto della Madre“. E a San Gennaro. San Michele “si accontentò“ che la Sua festa cadesse nella parte centrale della stagione dei riti connessi al “mistero“ della vegetazione: si apre, questa stagione, con i fujenti di Madonna dell’ Arco e con i fuochi di Mamma Schiavona, e si chiude con la processione della Madonna del Carmine. Con la Madonna dell’ Arco San Michele condivise “la responsabilità“ di liberare gli ossessi dalla malefica presenza del demonio.

L’iconografia Lo presenta, di solito, come un giovane guerriero che piombando dall’alto spinge nell’ abisso infernale i demoni furenti. Di solito Egli è armato di spada, e talvolta regge anche una bilancia. In qualche caso, San Michele impugna una picca con cui infligge sanguinanti ferite a Belzebù e ai suoi, come nel quadro di Luca Giordano che correda questo articolo. La variante della picca credo che sia presa in prestito dall’iconografia di San Giorgio che uccide il drago, che è chiara figura diabolica. Il sangue del drago e il sangue del diavolo sono ingredienti insostituibili nelle fantasiose pozioni della magia nera.

Nella sagrestia della Chiesa di San Michele in Ottaviano è conservata una piccola scultura, in cui la vittima di San Michele è una popputa cifera, una diavolessa, che rappresenta il peccato della lussuria. Per gli Ottavianesi la festa di San Michele si scandisce in tre fasi: quando San Michele esce dalla Chiesa; il volo degli angeli; quando San Michele rientra in Chiesa. Il volo degli angeli non è caratteristica esclusiva del culto ottavianese. Gli angioletti volano anche a Giugliano, nella festa della Madonna della Pace. Scrive Roberto De Simone che l’angelo giuglianese sospeso alle funi è il simbolo dell’eroe puro, Orfeo, Enea, Cristo, che scende negli Inferi per poi tornare alla luce: dunque, il rito si connette alla tradizione misterica cumana, oltre che a cerimonie “pluviali“ che esorcizzano la siccità.

La fune è il filo magico che impedisce agli “angeli“ di precipitare per sempre nel buio della morte, e che viene sostenuto dalla volontà di tutta la comunità “tesa a recuperare il senso della vita attraverso un viaggio misterico di carattere collettivo“. Gli “angeli“ di Ottaviano appartengono, per tradizione, a una famiglia, i Duraccio, che già nel ‘700 importavano grano dal Tavoliere e lavoravano pasta e pane. Il silenzio in cui essi recitano, sospesi sulla statua dell’ Arcangelo e sulla folla nereggiante, ha un’assolutezza metafisica, è un vuoto perfetto ritagliato nel tempo.

Per lunghi momenti quel silenzio porta quel “dramma“ collettivo al di fuori della storia, e l’ottavianese si commuove, e il forestiero è scosso e turbato. Quel silenzio ancestrale meriterebbe, da solo, una gita a Ottaviano.
(Foto: “San Michele”, di Luca Giordano)

LA RUBRICA

ASL, SCUOLA ED UNIVERSITÁ PER COMBATTERE LA DIPENDENZA DA INTERNET

L”argomento ha suscitato l”interesse di una laureanda presso la facoltà di Sociologia della “Federico II”. L”intervista. Di Annamaria Franzoni

Dopo il successo dello scorso anno del Progetto “Il battello ebbro” (IAD, Internet Addiction disorder ,dipendenza dalla rete), organizzato dall’Uosm del distretto 24 della ASL NA 1 e realizzato dagli Esperti che hanno condotto le attività con i giovani liceali, il dott. Bruno Sanseverino e la dott.ssa Donatella Bottiglieri, si replica al Mercalli raddoppiando il numero delle classi aderenti.

Quest’anno infatti oltre al biennio G l’esperienza è stata estesa anche alla sezione D i cui docenti ed allievi si sono “imbarcati” nell’interessante e stimolante percorso formativo che ha suscitato anche l’interesse della ricerca universitaria della facoltà di Sociologia della Federico II.
Ho avuto, in tal proposito, l’occasione di intervistare la giovane Roberta Albano, laureanda presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Napoli Federico II che sta preparando una tesi sulla dipendenza da internet con la supervisione del docente Prof. Paolo Landri, docente del corso di Metodi e Analisi per la Comunicazione.

Tramite gli articoli presenti online, Roberta è venuta a conoscenza del progetto“Il Battello Ebbro” sulla dipendenza da internet, che si è svolto nel precedente anno scolastico presso il Liceo Mercalli e siccome è proprio su questo argomento che sta sviluppando il suo lavoro di tesi, ha chiesto al Dirigente Scolastico Prof. Luigi Romano di entrare in contatto con i docenti e, tramite questi ultimi, con gli allievi che hanno aderito al Progetto.

Da cosa nasce l’idea di effettuare un lavoro di ricerca sulla “dipendenza da internet”?
“Ho notato, tramite la lettura di quotidiani e riviste non specializzate che c’era una diffusa attenzione su questo tema, che iniziava ad affermarsi come problema reale vero e proprio. Ne ho parlato con il prof. Landri che è stato subito molto interessato all’argomento. Dunque sono partita alla ricerca di centri o istituti che avessero affrontato questa problematica e attraverso internet sono giunta al progetto dell’ASL Na1 con la vostra scuola, che mi è sembrato subito molto interessante. Ho avuto un incontro con Bottiglieri e Sanseverino, che mi hanno esposto il progetto curato da loro nel dettaglio e da qui è partito l’interesse per Il Battello Ebbro”.

Qual è, allora, l’intento di tale studio?
“L’intento, o forse dovrei dire il tentativo, è quello di capire qual è il limite tra l’attaccamento positivo ad internet (tutte le positività del mezzo che conosciamo) e quello deleterio (fino ad arrivare a vivere la propria vita online) e quando e perché questo limite viene varcato. Secondo gli studi sociologici di Hennion, l’attaccamento è capace di generare effetti positivi e di produrre competenze, costruendo, allo stesso tempo e nel suo stesso farsi, l’oggetto della passione .Nella mia tesi l’utilizzo di internet si configura come una forma di attaccamento, nel significato sociologico del termine. Da qui è sorta la domanda: perchè e in che modo internet può configurarsi come forma di attaccamento negativa e quindi nociva?
Per ora ho completato la parte teorica della tesi, e solo al completamento della parte di questionario potrò avere un’idea più chiara”.

Tale percorso costituisce uno strumento attraverso cui la scuola, con il supporto dell’Asl e con il sostegno dell’Università, può contribuire alla formazione degli adolescenti coinvolti, affiancandoli nel loro processo di crescita e creando nuovi scenari in cui il mondo degli adulti, in stretta cooperazione con le nuove generazioni, diviene promotore attivo di forme di riflessione che impediscano l’insorgere di nuove dipendenze o che contribuiscano a mitigarle.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE FONTI D”ENERGIA – IL VENTO

Il vento è un”antica forma di energia, riscoperta in conseguenza della carenza di risorse energetiche in cui si dibatte il mondo contemporaneo.

Il vento è un’altra fonte d’energia che la natura ci mette a disposizione. Nei millenni passati ha consentito all’uomo di navigare sui mari alla scoperta di nuove terre e vie commerciali.
L’attuale penuria di risorse energetiche ha fatto riscoprire quest’antica fonte d’energia e la possibilità di ricavarci elettricità con i moderni aerogeneratori che vediamo svettare sui rilievi montuosi.

IL VENTO

ARTICOLO CORRELATO

NUCLEARE, RIVOLUZIONE E NUOVE INTERPRETAZIONI DEL REALE AL CAM

Il disastro di Fukushima, la rivoluzione egiziana, le discariche, il confronto tra il reale e le differenti interpretazioni (e manipolazioni) in mostra al CAM di Casoria, l”arte racconta il contemporaneo.

Sempre impegnato sul fronte del contemporaneo artistico, politico e sociale, il CAM di Casoria inaugura una mostra di video arte. Artisti che raccontano quello che accade ora nel mondo. La mostra è un recipiente multimediale, un contenitore della video arte di diverse provenienze, dal Giappone al Nord Africa, che offre l’opportunità di confrontarsi con il mare di informazioni del mondo virtuale attraverso i mezzi digitali.
CAMMOVIE_Videoart Platform, a cura di Antonio Manfredi, inaugurata sabato 30 aprile e visitabile fino al 30 maggio, alla sua seconda edizione, ospita quattro sezioni e una performance: Focus Revolution, Toxic, Glances Around Dump, Magmart e l’azione artistica della Fake institution REFF.

Nella sezione FOCUS REVOLUTION l’artista egiziano Mohamed Alaa, presenta un’opera sui movimenti rivoluzionari che hanno portato alla caduta del regime e all’innescarsi dei moti nei Paesi nordafricani. Il video è una metafora, l’abbattimento di un muro che rappresenta il potere e che ora gradualmente ma con forza l’artista riesce a superare, creando una fessura, una rottura, una crepa attraverso cui poter passare, metaforicamente in una dimensione di libertà. Colonna sonora la voce di Sandro Joyeux con le canzoni e la musicalità africana. L’artista non era presente perché attualmente impegnato in performance in strada nel suo paese per stimolare le coscienze. L’arte si fa militante, di frontiera, combatte con i propri strumenti per l’affermazione della libertà.

La seconda sezione, Toxic, apre lo sguardo alla video arte orientale e sulla sua prolifica produzione, messa a confronto con i risultati attinti da internet, attraverso le immagini drammatiche del disastro nucleare in Giappone con un immediato confronto alle immagini relative alle tragiche conseguenze di Cernobyl. La catastrofe viene proposta in una chiave fortemente poetica, l’opera è metafora sull’ambivalenza umana, capace di elevazione spirituale e allo stesso tempo di superficialità e incoscienza civile, incapace di sentirsi responsabile delle conseguenze del proprio agire. La poeticità e delicatezza del video si scontrano così con la durezza delle immagini presentate e del messaggio di cui si fa portatrice. Le immagini sono accompagnate dalle sonorità elettroniche di Avant-Garde.

La sezione Glances Around Dump guarda ad un problema italiano e più strettamente locale, quello delle discariche. Il sito di Chiaiano, area verde delle colline di Napoli, area rigogliosa, è stata individuata quale sito per la discarica. L’artista Camillo Ripaldi, utilizza le immagini per mescolare e sovrapporre la città e le pareti tufacee della cava, dove verrà ricavato lo sversatoio. Così si fa coincidere la parete rocciosa alle pareti dei palazzi, delle case, creando un’identità visiva che restituisce l’identità della città: non si può scindere l’uomo dal luogo naturale che diventa dimora. Già questo concetto dovrebbe essere sufficiente per responsabilizzare alla cura dei luoghi in cui in cui viviamo, perché è quella medesima cura che riserviamo a noi stessi.

Con l’ultima sezione, il museo di Casoria conferma, per il sesto anno consecutivo, il suo partenariato con il noto festival MAGMART_video under volcano. Dopo un’attenta selezione degli oltre 450 video inviati da 45 diversi paesi del mondo, la giuria composta da Abir Boukhari (curatore | AllArtNow), Agata Chiusano (artista, docente | Università Suor Orsola Benincasa), Giuseppe De Marco (artista | Mediavox), Luca Magnoni (giornalista, esperto comunicazione e multimedia | Hydrogen Lab), Antonio Manfredi (artista, curatore | Direttore Artistico del CAM), Enrico Tomaselli (artista, curatore | Direttore Artistico del Festival), proclama i 30 video vincitori che entrano a far parte della collezione permanente del CAM e che sono visibili in occasione di CAMMOVIE.

La serata inaugurale ha ospitato la performance della Fake institution REFF, una falsa istituzione, che, nelle persone di Oriana Persico e Salvatore Iaconesi, ha aperto un quesito su il reale e i reali, le molteplici possibilità di interpretazione che portano ad una realtà aumentata. Attraverso l’ironica e provocatoria distribuzione di una droga virtuale, il REFF utilizza i QR code e i fiducial marker per cogliere l’attuale tendenza di internet e del virtuale a spostarsi dal un mondo intangibile a quello concreto.

La mostra è visitabile il martedì, mercoledì, giovedì, domenica dalle 10,00 alle 13,00 e il sabato dalle 17.00 alle 20.00. Particolarmente interessanti gli incontri culturali durante i quali il museo si apre ai visitatori con visite guidate, le prossime date il 6 e il 20 maggio ore 20.30.

Info e prenotazioni: 3930283349, www.casoriacontemporaryartmuseum.com