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I CRIMINALI IN POLITICA

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Nelle liste elettorali per le elezioni al Comune di Napoli sono stati inseriti anche nomi di chiara matrice criminale. La corruzione è padrona del sistema, ma la politica ha il dovere di trovare risposte. Di Don Aniello Tortora

Operazione liste pulite: arrivano i primi risultati dello screening avviato dalla Prefettura sui diecimila candidati campani alle prossime elezioni comunali. Nei giorni scorsi la Digos già aveva segnato in rosso alcuni nomi che rischiano lo stop. Sfruttamento della prostituzione. Estorsione. Riciclaggio. Furto. Sono questi i reati per i quali sono state inflitte condanne definitive superiori a due anni. Sono scattate le manette anche per due candidati.

Dal primissimo esame delle liste presentate a Napoli (ma è probabile che analizzando a fondo saranno trovati anche altri casi!), sono già emersi due episodi di soggetti candidati sottoposti a processi per fatti di una certa rilevanza ed in uno dei due casi si tratta di un indagato per reati collegati alle attività di una cosca camorristica.
Ma spunta anche un filone di indagine che riguarda il voto di scambio. Un vero e proprio mercato dove, ogni preferenza, costava 50 euro.

A queste notizie dura è stata la presa di posizione del procuratore Lepore il quale, senza mezzi termini, ha affermato che “c’è responsabilità di chi compila liste e conosce candidati e i loro eventuali legami. Ci troviamo, a Napoli, davanti all’ennesima emergenza. Stavolta non quella endemica ed annosa dei rifiuti, ma morale. È questa la vera “monnezza”.
In un’intervista il Dott. Franco Roberti, capo della procura di Salerno, ha denunciato con coraggio l’intreccio tra politica e criminalità. “Dopo tanti anni di indagini – ha affermato Roberti- i risultati sono inquietanti. L’Italia è il Paese occidentale con il più alto tasso di corruzione. Se ne vanno in fumo oltre 60 milioni di euro. Ed è la corruzione a determinare il rapporto tra mafia, camorra e politica”.

Il dott Roberti ha ribadito, inoltre, che “il fenomeno è trasversale” e “che il controllo degli appalti passa attraverso il controllo delle amministrazioni pubbliche”. Ha concluso l’intervista affermando che, “come diceva Paolo Borsellino, non è più il politico che si serve del mafioso, ma è il mafioso che usa il politico”. È chiaro che non si deve mai generalizzare né fare di tutta l’erba un fascio. Ma a me pare proprio che questi fenomeni di intreccio tra malavita e politica siano in netto contrasto con le sbandierate esigenze di rinnovamento e pulizia.

Anche nelle ultime elezioni provinciali e regionali erano accadute situazioni analoghe: personaggi controindicati erano stati candidati in liste civiche o comunque minori, dando la possibilità ai partiti principali di rispettare, sia pure solo formalmente, i rigidi principi deontologici.
Senza demonizzare nessuno e senza mire giustizialiste o moralistiche credo che, però, sulla vicenda sia di vitale importanza porre qualche serissima domanda a cui la politica deve dare necessaria risposta.

In un profetico documento del 1989 (Chiesa e Mezzogiorno) i vescovi italiani con coraggio denunciavano che la criminalità organizzata rappresenta “un fenomeno che danneggia gravemente il meridione, perché inquina la vita sociale, creando un clima di insicurezza e di paura, impedisce ogni sana imprenditoria, esercita un pesante influsso sulla vita politica e amministrativa, offusca, infine, l’immagine del Mezzogiorno di fronte al resto del Paese”.

Sul rapporto tra politica e criminalità, già nel 1989 i Vescovi sostenevano con molta chiarezza: ”La criminalità organizzata viene favorita da atteggiamenti di disimpegno, di passività e di immoralità nella vita politico-amministrativa. C’è infatti una «mafiosità» di comportamento, quando, ad esempio, i diritti diventano favori, quando non contano i meriti, ma legami di «comparaggio» politico. Il Sud non sarà mai liberato se non in una trasparenza etica di chi governa e in un comportamento onesto di ogni cittadino”.

Su questi temi c’è bisogno di collaborazione di tutti e di una vera “mobilitazione delle coscienze”, perché sia recuperata la moralità e la legalità. Diceva don Luigi Sturzo: “C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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