LA FENOMENOLOGIA DEL <i>CASATIELLO</i…

La forma del casatiello è tutto: il cerchio è perfezione, è fortuna, è segno di fertilità femminile. Di Carmine CimminoQuando la solerte postina donna Carmela chiamava mia madre, c’è posta, non con il solito tono di voce arguto e frizzante, ma con una specie di asciutto lamento, mia madre deduceva immediatamente che si trattava della cartella delle tasse. Si affacciava e, guardando con sospetto la busta, commentava: è arrivato ‘o casatiello, oppure, variando, è arrivata ‘a sfugliatella.

Due delizie della gastronomia napoletana scadevano, nell’amara ironia di mia madre, a simboli di un peso (a lungo la burocrazia napoletana chiamò pesi i tributi), e il fascino intenso di quel mosaico di sapori odori e forme svaporava – erano vapori densi di lardo e compatti di semola – nella fastidiosa immagine del cibo greve e indigesto, che rimane ncopp’ ‘o stommaco. Il casatiello nasce dall’istinto filologico e musicale che permette alla civiltà contadina di definire il valore esatto delle sostanze e di accordarne in armonia i contrasti e le dissonanze. La forma, prima di tutto.

Il cerchio è perfezione, è fede (l’anello), è fortuna, è segno della fertilità femminile. Il casatiello è un anello di pasta cresciuta e imbottita intorno a un buco, la cui circonferenza deve approssimarsi il più possibile all’opera perfetta di un compasso: una sconcia asimmetria sarebbe di malaugurio. Nel territorio tra Nola e Avella si prepara ancora, per Pasqua, il tarallo schioccato. È un tarallo i cui margini interni, quelli che delimitano il buco, sotto la forza del fuoco e grazie all’aiuto di una punta di bicarbonato esplodono, schioccano in creste, si arrovesciano in frange affilate, così che il riferimento simbolico alla fertilità femminile salta agli occhi immediatamente.

E infatti questo tarallo schioccato si mangia con il salame: in sé ha un sapore sciapo, neutro, che serve solo a far da letto alla forza del sale e alla solida morbidezza delle ostie di carne suina. Nell’impasto del casatiello il lievito è il fuoco vitale che viene alimentato dalla sugna. ‘A nzogna: nella parola napoletana si posa, pare che si sieda, tutta la molle pienezza del grasso. E questo grasso chiama, per contrasto, il piccante. Ora sfido chiunque a trovare una definizione soddisfacente del piccante: le parole si arrendono, o cercano di cavarsela con gli esempi: il piccante è il sapore del pepe nero, dello zenzero, del peperoncino. Il piccante, dicono gli orientali, sa di aria e di fuoco, ma la nostra aria sa di cose che la loro aria ignora.

Per noi, il piccante è del provolone: mi permetto di non essere d’accordo con Licia Granello che su La Repubblica del giorno di Pasqua ha scritto che il provolone può essere sostituito dal pecorino (ma no..) e dal caciocavallo. Il provolone piccante entra nel casatiello di diritto e da protagonista, perché detta il ritmo all’armonia dell’insieme, che è un’armonia in movimento. I sensi del palato, che stanno per scivolare nell’insidia molle della nzogna, che stanno per essere affatturati dalla cedevolezza del lardo, vengono punti e scossi come da un sottile ferro di lancia, di una picca appunto, o dal becco di una gazza, che i latini chiamavano pica.

Il pizzico del piccante risveglia a nuova tensione i nervi lardiati, li eccita a sentire e a capire, ad aggredire, e a non subire, punge la lingua e il palato con nette e frizzanti trafitture, smuove flussi di sensazioni che durano a lungo e per chi sa riflettere su ciò che mangia diventano percezioni. Percezioni kantiane. Perché il sapore assoluto del casatiello non sta nel casatiello, ma nella bocca e nel naso di chi è intento a mangiarlo. La bocca deve essere predisposta a un ben preciso stile di morso e di masticatura: morsi piccoli dove si incontrano i dadi di provolone, più grandi là dove sono incrostati i pezzi dei salumi, e masticatura lenta, avvolgente: e non fa niente, se è un po’ troppo rumorosa.

La tavola di Pasqua è una tavola di rumori festosi, di comitive, di taverne, una volta, e ora, di scampagnate. La minestra maritata, le graticole, l’agnello, i quarti di pollo alla cacciatora, le fave, la ventresca, i carciofi mammarella arrostiti, il cui odore pare che bruci l’aria, rispondono in gioia all’aspro crosciare di ferraglia con cui la trachena segna il nero tempo delle processioni del Venerdì Santo. La trachena è lo strumento musicale del lutto assoluto: emette uno spasmodico digrignare di denti metallici. Il polso dell’incappucciato – se il suonatore non è incappucciato, non vale – scuote con magistrali torsioni del polso la lastra di legno, e l’urto degli anelli metallici produce strepiti brevi, secchi e cadenzati.

Nella sua lista la Granello mette “il salame di Napoli, di suino: a farcire l’impasto“. Il salame sarebbe il gradino del salato che dal piccante porta al sapore denso e chiaro dell’uovo, ma il salato del salame napoletano, anche quando è perfetto, porta in coda una punta di amaro ottuso e neutro, che, nei salami imperfetti, spreme una goccia di acidezza. E perciò tra il sapore del salame e quello dell’uovo può aprirsi una voragine. Qualcuno consiglia di accompagnare il salame con qualche pezzetto di mortadella e con pezzi di ventresca. Il lardo, declinato in tre diversi salumi, mette in fila i sapori e li porta, senza salti, dal miracolo della pasta cresciuta a quello dell’ uovo, maestosamente appoggiato nella nobile semplicità della sua interezza in cima al casatiello.

Sappiamo tutti cosa è l’uovo: modello di perfezione, origine della vita, scrigno di valori religiosi e magici, forma del cosmo. L’uovo sodo è l’introversione, è la natura imperscrutabile; l’uovo aperto, fritto, a occhio di bue, a ucchietiello, è la natura che si apre o finge di aprirsi, è enigma della storia. Nel quadro Vecchia che frigge le uova (foto)- Velazquez aveva 19 anni quando lo dipinse – l’ uovo detta il ritmo alle cose: il piatto, il tegame, le brocche di argilla, le pentole di rame, la cipolla, la bottiglia, il melone, il cucchiaio, la testa stessa del ragazzo. In mezzo a queste forme è naturale che la friggitrice, per cui forse posò Maria del Paramo, suocera del pittore, assuma l’aspetto ieratico di una sacerdotessa.

I puristi del casatiello considerano ingrediente indispensabile ‘e cicole, i ciccioli del maiale. Perché i ciccioli sono nel casatiello ciò che la parola-chiave è in una poesia: una sintesi di senso. Il cicciolo riassume in un punto tutti i sapori del casatiello: il salato, il piccante, il dolce sereno, il dolce inquieto, il morbido secco, il morbido grasso, l’amaro nobile, fermo e introverso, e l’amaro lapposo estroverso.
(Foto: Velazquez "Vecchia friggitrice")

LA RUBRICA

L’ALTRA VERITÁ

L”ultimo film di Ken Loach è la storia di un”amicizia spezzata che ha sullo sfondo la scenografia del caos iracheno. Il regista inglese ci regala un piccolo saggio sulla violenza irragionevole dell”agire umano.

Ken Loach ci ha abituato nel corso degli anni ad un cinema asciutto, essenziale nella messinscena di storie di sconfitti, di brutte periferie inglesi dove la missione principale è sopravvivere, a qualunque costo. La marginalità dei temi affrontati e dei protagonisti messi al centro della scena è stata regolarmente portata sullo schermo in modo crudo, senza ricami; gli stessi temi, dati a registi hollywoodiani, avrebbero probabilmente portato a personaggi terribilmente lontani dalla realtà, alla distinzione infantile tra il giusto e lo sbagliato, al lieto fine colmo di speranza. Ma questo non è il cinema dell’inglese Ken Loach, consacrato a personaggi poco affascinanti, cattivi perché reali, “seguiti” da una regia mai invadente e che non cerca l’effetto inutile.

Non sfugge a questo schema Route Irish. La strada cui fa riferimento il titolo del film è la lunga Via Crucis che porta dall’aeroporto alla zona verde di Baghdad. Per molti, è la strada più pericolosa al mondo. Sicuramente è quella con la densità più elevata di attentati e rapimenti. Su questa strada ha lavorato – come guardia armata per i privati – l’ex soldato britannico Fergus; ed è su questa strada che è morto in un misterioso attentato il suo migliore amico, Mark, con il quale Fergus ha condiviso sogni, speranze e anche il mestiere di soldato. Quella morte non dà pace a Fergus, soprattutto perché l’ipotesi dell’attentato mostra subito alcune crepe, mente si fa strada una verità più sconcertante e difficile da accettare.

La violenza è al centro dell’opera. Ma non siamo di fronte all’ennesima rivisitazione della guerra in Iraq. Messe da parte le dinamiche degli eserciti “regolari”, Loach si addentra nei meandri pericolosi delle milizie private che operano sul territorio iracheno, dando un chiaro segnale già a partire da questa scelta. La dimensione politica del conflitto viene eliminata per lasciare spazio a coloro che “uccidono per molti soldi”, uomini armati per proteggere privati cittadini che spesso e volentieri hanno ancore meno scrupoli delle truppe regolari.

La materia è viva perché la storia procede seguendo un protagonista nei confronti del quale lo spettatore non sa come muoversi. La sua ricerca della verità sull’amico ammazzato viene bilanciata da un atteggiamento fatalista sul comportamento dei soldati in Iraq. I rimorsi che pure lo assalgono (“Se non sono di Al Qaeda ce li facciamo diventare noi”) non portano mai ad un rifiuto completo delle violenze immotivate commesse ai danni della popolazione civile, lasciandoci sempre nel dubbio che l’unica molla che lo spinge ad agire sia il desiderio istintivo e primordiale di vendicare l’amico ucciso e non un senso di giustizia più universale che si faccia carico degli orrori della guerra.

Questa è la realtà di Loach, grigia e inafferrabile come le sfumature, senza concessioni totali a quella rassicurazione morale di cui generalmente è goloso lo spettatore.
E il film si costruisce interamente sulla violenza. La ricerca rabbiosa di Fergus è la metafora della normalità impossibile di un animo votato alla guerra. Non è un personaggio negativo. Lo vediamo soffrire, scandalizzarsi per le vittime innocenti, prendersi cura degli amici. Ma sono attimi, riflessi che arrivano quasi per convenzione sociale.

Questa sua sensibilità rende ancora più terribile l’altra parte, quella predominante, il vero sé che esce fuori quando gli altri sono lontani e che lo ha portato a scegliere l’inferno iracheno come luogo di lavoro.

Così Loach, col suo solito sguardo attento ma essenziale, ci trascina in una storia dove il rispetto dell’amicizia è l’unico valore positivo trasmesso, immerso in un clima di opportunismo e violenza insensata. È un film sull’Iraq ed è un film sulla guerra, ma né l’uno né l’altra assorbono interamente le energie, dal momento che il vero messaggio (se di messaggio si può parlare in un film di Loach) sembra essere l’impossibilità di evitare la sofferenza.

“Era al posto sbagliato al momento sbagliato” diranno a Fergus a proposito della morte del suo amico. Dubitando fortemente della casualità della morte di Mark, Fergus andrà alla ricerca di una spiegazione “umana”. Ma in un mondo soffocato dalla violenza sembra lecito chiedersi se il male e il dolore, al di là delle azioni immediate, non siano in realtà necessari e inevitabili, pronti a colpire davvero chiunque in qualunque istante.
Il titolo scelto dalla distribuzione italiana – L’altra verità – mette l’accento sull’indagine, tradendo il potere evocativo del titolo originale, quel Route Irish che è un richiamo geografico reale ad un luogo assurto a simbolo degli orrori della guerra.

Straordinario nel rappresentare attraverso vicende comuni e personaggi “normali” le sue profonde osservazioni sull’uomo, Loach ci regala un’altra opera di grande rigore stilistico e compattezza narrativa, che nasconde sotto una storia d’amicizia e fedeltà un’amara riflessione sul ruolo della violenza come forza regolatrice del vivere sociale.

Regia di Ken Loach, con Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune.
Titolo originale: Route Irish
Paese: Regno Unito
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 20 aprile 2011
Voto 6,5/10

LA RUBRICA

“IL PROFITTO NON É L’UNICO SCOPO DI UN”IMPRESA”

0

Queste parole sono di Giovanni Paolo II, un Papa molto vicino ai lavoratori. Manca molto la sua voce, per denunciare la precarietà permanente, per arrestare il disastro sociale e umano messo in piedi in questi anni. Di Don Aniello Tortora

Domenica prossima sarà beatificato Giovanni Paolo II, il papa di tutti e per tutti. Un papa che ha fatto avvicinare la gente alla Chiesa, perché egli stesso “scendeva” tra la gente. Amatissimo dai “suoi” giovani.
Ma questo papa “venuto da lontano” sarà ricordato soprattutto per il suo impegno sociale e per l’attenzione al mondo del lavoro. Ex-operaio, conosceva bene le dinamiche dei lavoratori e dovunque andasse in Visita Pastorale era una gioia per lui incontrarli di persona, sentire le loro storie, i loro drammi, incoraggiarli nella speranza, denunciare le “strutture di peccato” che calpestano la loro dignità. Lo fece anche a Nola, nella storica Visita del maggio 1992.

E per la prima volta un papa ha scritto un’enciclica interamente dedicata al tema del lavoro, la LABOREM EXERCENS.
E non è un caso che la sua Beatificazione coincida con il Primo Maggio, la Festa dei lavoratori.
Se fosse vivo, domenica prossima cosa direbbe, questo papa, ai politici, agli imprenditori, al mondo del lavoro?

Io penso che denuncerebbe e richiamerebbe con molta forza il mondo della politica e delle imprese a riflettere seriamente sul dramma dei nostri giovani: il precariato. È questo, attualmente, non un problema sociale, ma il problema. Abbiamo bruciato due o tre generazioni che non sanno cosa sia l’autonomia o un lavoro dignitoso, con il rischio di consegnare il nostro Paese alla precarietà permanente. Particolarmente al Sud oggi è in atto un gravissimo sfruttamento della manodopera, anche intellettuale, di tantissime ragazze e ragazzi. Stiamo costruendo una società di disadattati, di cui solo tra qualche decennio capiremo l’immensa tragica portata.

L’attuale crisi economica ha colpito due volte: spazzando via molti posti di lavoro e rendendo più fragile l’impiego per chi ce l’ha. E a farne le spese è sempre la “generazione precaria”, stretta tra disoccupazione e cattiva occupazione. Quella dei giovani è una generazione dimenticata. Addirittura c’è lavoro “mercificato” per un solo giorno, senza conoscere il proprio destino il giorno dopo. Si passa così dalla precarietà del lavoro, alla precarietà della vita. Tutto è insicuro e instabile. Non si possono fare progetti seri di vita. La fragilità, anche psicologica e spirituale, è il leit-motiv di questa generazione. Le ultime stime hanno calcolato che il “mestiere” di precario colpisce circa 4 milioni di italiani.

Cifra che corrisponde al 17,2 del totale occupati e che è aumentata del 4% negli ultimi due anni. A questo punto o si cambia rotta o, come ha detto qualcuno, si rischia il “suicidio sociale”.
Mi piace pensare che dal Paradiso, ancora una volta, domenica prossima Giovanni Paolo II griderà che “il profitto, pur legittimo, non è l’unico scopo di un’impresa”; che “la persona umana è il centro del lavoro e dell’economia”; che “prima del capitale e del lavoro viene l’uomo”; e che, in fondo, “il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro”.
Papa Giovanni Paolo II è, in questi giorni, sotto “effetto mediatico”.

Sarebbe sufficiente che politici, imprenditori e mondo dell’economia, invece di presenziare alla sua Beatificazione, prendessero sul serio il suo insegnamento. Solo così sarà possibile realizzare una società più giusta, dove ogni giovane possa rispondere alla propria vocazione, realizzarsi mediante il lavoro e dare il proprio fattivo contributo alla crescita del vivere comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

REALTÁ NAPOLETANA INQUINATA DALLA DROGA

0

È sempre bene distinguere coloro che spacciano e detengono droga da quanti hanno la sola “colpa” di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, magari durante una perquisizione domiciliare. Di Simona Carandente

Nella variegata e multiforme realtà fattuale, l’operatore del diritto può essere chiamato a misurarsi con realtà estremamente delicate, oltre che complesse, sia per la tipologia delle parti coinvolte che per gli interessi in gioco, di qualsiasi natura essi siano.
Purtroppo, specie nella realtà napoletana, si assiste ad un fenomeno di ingravescenza dei reati connessi alle sostanze stupefacenti, sia per quel che concerne la mera detenzione, che per le ben più gravi fattispecie connesse allo spaccio ed alla vendita delle stesse.

Qualche tempo fa, un intero nucleo familiare si è rivolto al legale, in quanto destinatario di un provvedimento di perquisizione domiciliare, emanato dall’autorità giudiziaria sulla scorta di una segnalazione anonima, secondo la quale l’intera famiglia sarebbe stata dedita a traffici illeciti di sostanze stupefacenti, del tipo cocaina.
La perquisizione, inutile dirlo, aveva avuto esito positivo, facendo sì che all’interno dell’abitazione, di proprietà dei due coniugi, fosse rinvenuto un ingente quantitativo di sostanza, debitamente occultato tra i mobili della cucina e quelli della camera da letto, nascosti tra insospettabili suppellettili.

Se per i coniugi, detentori senza alcun dubbio dell’ingente quantitativo sequestrato, si sono spalancate immediatamente le porte del carcere, forti dubbi sussistono sulla responsabilità, a titolo di concorso nel reato, del minorenne G., fratello minore dell’arrestato, che si trovava in casa solo per qualche giorno, risiedendo altrove assieme al proprio padre.
L’art.75 del d.p.r. 309/90, legge speciale in materia di stupefacenti, confortata da numerosissime sentenze della Suprema Corte, distingue il concorso nell’attività di spaccio e detenzione di sostanze dalla cd. connivenza non punibile, fattispecie non penalmente rilevante.

In diverse sentenze, ad esempio, la Corte di Cassazione ha stabilito che non possa ritenersi concorsuale, e pertanto sanzionabile in sede penale, la condotta della moglie che sia a conoscenza della condotta illecita del marito, consistente nella detenzione di sostanza stupefacente all’interno dell’abitazione familiare, potendosi configurare in tale caso solo una mera consapevolezza dell’attività contra legem altrui.

In particolare, secondo la Corte, non sussisterebbe a carico della moglie un obbligo giuridico di impedire l’evento delittuoso, postulando la sua condotta un comportamento meramente passivo, che non può in alcun modo essere paragonato alla volontà concorsuale di cui all’art. 110 c.p.p.

Se il Tribunale per i Minorenni condividesse tale orientamento, ritenendo configurabile la summenzionata ipotesi di legge, alcuna misura cautelare potrebbe essere applicata al minore, reo semplicemente di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma non già di aver commesso un grave illecito penale, da attribuirsi a soggetti ben consapevoli di quanto ponevano in essere e delle gravi conseguenze della propria condotta. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

PERINO & VELE: DIMENSIONE LUDICA E SAGACE RIFLESSIONE SUL PRESENTE

0

I due artisti sono tra i protagonisti della scena internazionale con creazioni in cartapesta, in cui coniugano l”attenzione al dato ironico alla puntuale attenzione sulle contraddizioni dell”attualità.

I risvolti che l’arte della scultura ha conosciuto nel corso del Novecento hanno risentito dell’inevitabile paragone con la “sorella” più prestigiosa, la pittura. D’altronde, almeno per quanto concerne il secolo scorso, è indubbio il percorso maggiormente tormentato e faticoso della prima rispetto alle felici soluzioni e avventure della seconda.

E proprio di fronte ad un tale scenario, la reazione dell’esercizio plastico, precedentemente rallentato nelle sue fughe dai propri mezzi espressivi, più rigidi e vincolanti per sua stessa natura, ha rappresentato il motivo trainante di un vertiginoso viaggio votato alle sperimentazioni più ardite, tali da forzare il concetto stesso della ricerca plastica tradizionalmente intesa e capaci di polverizzare il fardello della retorica idea ottocentesca della scultura come statua o monumento. Il dibattito rinnovato intorno al problema ha spinto artisti d’ogni estrazione culturale a misurarsi con espedienti disparati, investendo soprattutto nella scelta dei materiali più diversificati e lontani da quelli nobili della tradizione (il marmo, il bronzo), leitmotiv delle ricerche scultoree dalla metà del secolo scorso in poi.

Perino & Vele, escono da questo solco tracciato dalle novità proposte attraverso decenni di innovazioni, sia per quanto riguarda i contenuti che per la scelta ponderata della veste materica a cui affidarne la trasmissione. La ricerca di Emiliano Perino (New York, 1973) e Luca Vele (Rotondi, 1975) si orienta sin dall’alba del fortunato sodalizio, consacrato nell’arte e nell’amicizia tra i banchi del Liceo Artistico di Benevento, verso l’utilizzo dei comuni fogli di giornale, che diventano la materia portante dei propri lavori; la cartapesta è materiale umile e prestigioso insieme, “povero” ma versatile, capace di veicolare molteplici significati. Fattore non meno decisivo che ha orientato la scelta artistica del duo campano è la lunga tradizione popolare in cui la cartapesta è profondamente radicata, dove è resa come lo strumento più popolare della duttile creatività artigianale.

Un’altra componente giustifica le geniali creazioni in cartapesta: la sottile dimensione ludica che si accompagna all’irriverente ironia cui le creazioni si prestano. Le stranianti costruzioni “giocano” con l’osservatore, non più passivo voyeur ma attore decisamente impegnato sulla scena dell’arte, dove è chiamato ad interagire con quelle opere, da guardare ma soprattutto da attraversare, addirittura da toccare, come elementi consueti della vita d’ogni giorno, giocose presenze appartenenti alla scena quotidiana ma investite dalla trasformazione eccentrica in cui la carta dei quotidiani è indiscussa protagonista.

I due artisti lavorano il materiale con perizia artigianale: pile di giornali, rigorosamente catalogate per colore, carte umili e consunte dall’uso, sono accuratamente stipate nello studio di Rotondi, il piccolo centro al confine tra le province di Benevento e Avellino, dove subiscono il processo di trasformazione in una tenera poltiglia, cui si conferisce nuova forma attraverso formelle metalliche, così da creare moduli da assemblare e comporre nella rielaborazione di oggetti di dominio comune: divani, tende canadesi, vasche da bagno, storiche Fiat 500 (ce ne sono quattro rivestite di un manto soffice di cartapesta, nell’installazione A subway è chiù sicura, nella stazione metropolitana Salvator Rosa di Napoli).

La vena ironica, il sicuro lavoro sui codici della tradizione della scultura, memore di suggestioni diverse, dal gigantismo di un campione della Pop come Oldenburg alla teatralità dell’arte povera, suggeriscono un carattere ibrido del proprio operare, ma intimamente connesso alle contraddizioni e alle incertezze del presente, nella convinzione che “la creatività è ludica, ma non solo. Il nostro lavoro apparentemente sembra solo giocoso ma rivela anche tematiche sociali dal carattere tragico”. La scultura di Perino & Vele è anche scultura di storia, capace di spingere la reazione del fruitore oltre il puro divertimento visivo e anzi forzando l’apparente contraddizione tra l’irriverenza e il denso contenuto concettuale, addentrato nei temi più brucianti della tragica attualità.

È il caso di Kubark, mostra che dà forma all’orrore del nostro tempo, le torture del carcere iracheno di Abu Ghraib, al centro di uno scandalo nel 2004 balzato alle cronache per le sevizie cui erano sottoposti i detenuti. E Porton Down (foto), dal famigerato centro di ricerche britannico dove vennero utilizzati animali per testare armi chimiche, che riflette drammaticamente sulle crudeli sperimentazioni a scopo militare cui, da sempre, vengono sottoposti gli animali.
(Fonte immagine: http://www.museomarca.info)

LA RUBRICA

ELEZIONI A NAPOLI: CANDIDATI BANALI E POCO CORAGGIOSI

0

Le interviste dei candidati a sindaco sono zeppe di luoghi comuni. C”è il dubbio che siano stati messi lì per non ostacolare i comitati d”affari che si stanno mangiando la città. Di Amato Lamberti

Napoli, a guardarla dal versante della legalità praticata e non da quella proclamata, è, parlando con decenza, come si diceva una volta, una fogna, anzi una cloaca. Mi dispiace contraddire gli aspiranti Sindaco che non fanno altro che parlar di una città capitale della cultura, della bellezza, dell’arte e della musica, con enormi prospettive di sviluppo, di occupazione, di turismo.

Certo nessuno può negare che Napoli abbia un patrimonio monumentale ed artistico che basterebbe valorizzare per avviare un processo complessivo di sviluppo fatto anche di interventi edilizi di riqualificazione del Centro Storico, dell’area di Bagnoli, di Napoli Est. Certamente la città ha bisogno di una miriade di interventi di riqualificazione, a cominciare dalle strade, dai marciapiedi, dal verde pubblico, dall’inquinamento dell’aria, dagli asili nido, dai luoghi di aggregazione per i giovani, ma anche per gli anziani, ma non si può dimenticare, o meglio ignorare nei programmi, il problema di un pezzo, purtroppo consistente, di classe dirigente che dovrebbe rispondere alla magistratura ma soprattutto all’opinione pubblica degli abusi, delle malversazioni, perpretati impunemente per anni.

Che alcuni candidati, a destra come a sinistra, non conoscano per nulla la situazione napoletana lo si evince dalle loro interviste e dichiarazioni piene solo dei luoghi comuni del politichese elettorale più stantio. A pensar male viene il dubbio che siano stati scelti proprio per questo: perché non conoscendo Napoli, non potranno ostacolare i comitati d’affari che questa città se la stanno mangiando un pezzo alla volta. Né potranno chiedere aiuto ai Consiglieri comunali uscenti dello schieramento che li sostiene, perché in tutti questi anni hanno evidentemente pensato ad altro e certamente non ai problemi della città e dei napoletani.

E tanto meno hanno pensato a contrastare il malaffare che, infatti, è diventato dilagante, o l’invasione interstiziale dell’economia della città da parte di delinquenti organizzati e dei loro sodali, professionisti compresi.

Che i "politici", a Napoli, ma il discorso vale almeno per tutta la provincia, pensassero ad altro, vale a dire ai propri personali affari e alla conquista di una qualche prebenda, lo dimostra il fatto che né il Sindaco, né l’assessore alla legalità, né l’assessore alla sicurezza urbana, né alcuno dei consiglieri di opposizione e di maggioranza, né alcuno dei segretari di partito e dei parlamentari, di destra come di sinistra, hanno avuto nulla da eccepire sulle decisioni che, invece di distruggere la camorra, liberando dal suo secolare controllo un importante comparto produttivo, l’ hanno trasferita, la camorra, dal morente e fatiscente Mercato Ortofrutticolo di Poggioreale alla struttura di avanguardia del Centro Agroalimentare, tanto per fare un esempio, di assoluta incapacità, se non di palese connivenza.

Ma tutta la classe "politica" sembra vivere su un altro pianeta visto che non si rende neppure conto del fatto che la corruzione dilaga negli uffici comunali e che i consiglieri non sanno fare altro che i mediatori d’affari, di licenze, di autorizzazioni – anche solo per allargare le basi clientelari che devono assicurargli la conservazione di quella “posizione” o il raggiungimento si “posizioni” più remunerative e prestigiose – con quel sottobosco di imprenditori di malaffare, spesso legati ai clan camorristici egemoni sul territorio.

A forza di vivere blindati nei loro uffici di Palazzo S.Giacomo, né il sindaco né gli assessori, in questi ultimi quindici anni, sembrano essersi resi conto che la camorra si stava rosicchiando la città con i suoi negozi, i suoi bar, i suoi ristoranti, le sue discoteche, le sue bancarelle, ma anche con le sue finanziarie e le sue agenzie immobiliari. Lo spettacolo delle bancarelle di Natale, dell’Epifania, di Carnevale,di Pasqua, per tutta la città può riempire forse di gioia i bambini, ma dovrebbe far riflettere gli assessori al commercio, alla legalità e alla trasparenza se solo conoscessero le modalità con le quali questi mercatini si realizzano. Tutto in regola, tutte le autorizzazioni a posto, solo che i nuovi “imprenditori” sono tutti pregiudicati e molti hanno anche il 416bis, cioè l’associazione camorrista.

Per non parlare delle forniture di servizi, a cominciare da quelli agli ospedali, e dei lavori privati di manutenzione edilizia e di quelli pubblici per manutenzione stradale e raccolta d’emergenza dei rifiuti. Nessuno controlla niente in una città dove non basta avere le carte a posto per essere sicuri della trasparenza. Viene il dubbio che il mancato controllo istituzionale e istituzionalizzato sia funzionale alla logica dei comitati d’affari che vedono intrecciati e abbracciati politici, amministratori, imprenditori, procacciatori d’affari e camorristi. Siamo tornati all’inizio del secolo scorso, quando, come notava il senatore Saredo, a farla da padrone, nella vita politica e amministrativa della città, erano le “interposte persone”, i faccendieri che sedevano anche in Consiglio e nelle Giunte comunali.

Come allora, anche oggi, molte delle iniziative che dovrebbero far decollare la città, almeno nelle intenzioni, e penso a Bagnoli e Napoli Est, sono bloccate per ragioni non sempre chiare. Non è che, anche oggi come allora, non sia sufficiente un nuovo Sindaco, una nuova Giunta, un nuovo Consiglio, ma sarebbe anche necessaria una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Amministrazioni comunale, provinciale e regionale per far luce sull’intreccio perverso che le indagini della magistratura permettono solo di intuire, ma non di precisare, per poi colpire e smantellare, nei suoi contorni amministrativi e politici?

Io spero che la voglia di cambiare che si respira, a tutti i livelli, in città, si traduca in un mandato pieno ad un Sindaco capace, con i suoi collaboratori, di rompere quel grumo vischioso di interessi politici e criminali che oggi condanna Napoli ad una miserevole condizione di città senza speranza e senza futuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA VERGINE DELL’ARCO NELLA TERRA DI MAGHE E FATTUCCHIERE

Il Santuario si trova in una terra che per secoli fu un fiorente vivaio di magare e fattucchiere. L”ossessione delle fatture. Di Carmine Cimmino

Col decreto n.922, pubblicato il 4 maggio 1811, Gioacchino Murat sancì l’autonomia di Sant’Anastasia da Somma, e elevò la città al rango di capoluogo del circondario che comprendeva anche “Pollena e Trocchia, Massa di Somma e San Sebastiano“. Murat riconobbe, con il provvedimento, la dinamicità dell’economia di Sant’ Anastasia, a cui il Santuario di Madonna dell’ Arco dava un cospicuo contributo. La letteratura su questo culto mariano è uno sterminato apparato di articoli, di saggi e di cronache, in cui i contributi dei secc. XIX e XX poco o nulla aggiungono al sistema di storie, di valori e di simboli codificato tra il ‘600 e la fine del ‘700.

La miracolosa potenza della Vergine dell’Arco è pienamente riconosciuta già da Giulio Cesare Braccini, dottore di leggi e protonotario apostolico, che nella sua cronaca dell’ eruzione del 1631 scrive che i fulmini sprigionati dal “vertice“ dello scatenato vulcano entrano nel santuario, attraverso le alte finestre, girano reverenti intorno alla cappella con l’immagine Santissima, e senza arrecar danno né alle cose né alla folla di fedeli che si ammassa atterrita nel sacro luogo, escono per dove sono entrati. Del resto, se una parte degli Ottajanesi fugge verso Nola, molti altri vanno a Madonna dell’ Arco, a mettersi sotto la protezione della Vergine, i cui poteri essi ritengono assai più forti della potenza diabolica del vulcano.

Tutto è stato detto sui fujenti, sul pellegrinaggio del lunedì dell’Angelo, sui terrori ancestrali che la paura della malattia e della morte prima scatena e poi rimuove attraverso la sofferenza rituale, offerta come pegno alla Madonna. Tutto è stato detto su un culto che tiene (teneva) a freno la violenza della plebe e tenta di inalveare il suo risentimento sociale nei canali istituzionali della carità cristiana. Numerosi sono i carismi e i patronati riconosciuti alla Madonna dell’Arco: ma già nell’Ottocento la Chiesa di Nola e i Domenicani cercano di sminuire l’importanza del ruolo che il culto svolge contro la fattura, contro l’ossessione e contro il tarantismo.

Eppure il Santuario sta in un territorio che per secoli – la fama un po’ ridicola, un po’ sinistra è sopravvissuta fino alla metà del Novecento – fu un fiorente vivaio di magare e fattucchiere, a cui si attribuiva la malefica capacità di estrarre dalle erbe del Vesuvio e delle paludi di Volla i filtri della magia bianca e nera. In questo territorio le eruzioni scompaginavano non solo i sistemi delle cose naturali e delle forme sociali, ma anche l’ordine della logica, poiché nel 1631, nel 1660, nel 1682 e nel 1701 anche uomini di toga e di penna raccontarono che la furia del vulcano era stata annunciata e accompagnata da molti e terribili prodigi, e perfino che si erano scoperchiate alcune tombe e ne erano usciti i morti, resuscitati, ovviamente.

Nel 1890 Marcellin Pellet, console francese a Napoli, scrive che i custodi del Santuario, quando sono interrogati sulla provenienza di strani ex voto, appesi “di fronte alla cappella miracolosa“, “mazzetti di chiodi e di spille arrugginite, vecchie chiavi, ferri di cavallo avvolti in capelli di donna, bustine, ossa, denti“, “si sentono a disagio e pronunziano le parole ossessione, fattura“. Nel “libretto scritto dai Domenicani per celebrare i miracoli della Madonna dell’Arco“ Pellet trova citato un solo caso di esorcismo, che tuttavia “è recente“. Una ragazza indemoniata, Vittoria Colentino, trascinata davanti al quadro miracoloso, comincia “a urlare, a strapparsi i capelli, a graffiarsi il petto e le guance rimbalzando sulle lastre di pietra“.

La ungono con l’olio della lampada che brucia davanti alla Sacra Immagine e la ragazza con uno sforzo disumano “vomita una catena di ferro lunga circa mezzo piede, dalla quale pendeva un sacchetto avvolto in fili e capelli, contenente peli, ossicini, vetro frantumato e altri frammenti.“. Osservando “ i poveri diavoli che si recano alla Madonna dell’ Arco a fare un voto per essere liberati dalla fattura “Pellet commenta, con sprezzante orgoglio di positivista e con spocchia francese, che “nove volte su dieci sono clienti del prof. Charcot che sbagliano porta“. Si affidano alla Madonna, e invece avrebbero bisogno del neurologo.

Una dei procedimenti fondamentali della fattura è l’ inversione della sequenza logica di atti e di gesti: per esempio, la donna che vuole affatturare un uomo gli dà da mangiare del pane che è stato lavorato con la mano sinistra, e senza rispettare la normale procedura di manipolazione e di cottura. E in alcuni casi il fujente portabandiera si avvicina alla cappella della Vergine camminando a ritroso con un movimento a caracollo in cui egli muta continuamente il ritmo dei passi. Infine si gira, “affronta“ l’Immagine Sacra, si affida a Lei. La ossessiva monotonia dei canti dei fujenti, l’esasperazione patetica dei loro gesti, la mimica degli accenni di danza, e l’antica presenza della tammorra nei riti connessi al culto dimostrano che tra i carismi della Madonna dell’Arco vi era anche la terapia del tarantolati.

Lo confermano, con discrezione, alcuni scrittori dell’Ottocento. Il dottor Spizzirri riteneva che il tarantismo, che egli curava con “bagni di vapori di vino trattato con erbe aromatiche“, fosse diffuso “in ogni luogo“. Salvatore De Renzi, che scrisse nel 1832 le sue prime note sul tarantismo, condivideva le idee di Spizzirri ed era persuaso che gli stessi effetti della tarantola venissero prodotti dalla vipera: lo dimostrava, a parer suo, l’efficacia dell’ammoniaca, del vino rosso, del pepe e dell’aglio sia contro i morsi del ragno nero che contro quelli del serpente.

Una tavoletta votiva del sec. XVIII (foto), conservata nel Santuario e pubblicata nel 1979 da Nino D’Antonio, non lascia spazio a dubbi. L’uomo che, nella parte sinistra della piccola tela, danza al suono del colascione è stato morso da una tarantola. Le annodature dei nastri che ornano la sua spada e il suo camiciotto richiamano vagamente proprio la forma di un ragno.
La spossatezza dei pellegrini, i tepori della primavera, la terapia dei tarantolati e i pranzi robusti che concludevano la festa facevano sì che dalle botti delle osterie e delle locande sgorgassero, quel lunedì fatale, torrenti di vino rosso.

Nel lunedì dell’ Angelo del 1870 un occhiuto ispettore di polizia, che da Barra aveva seguito fino a Madonna dell’ Arco una squadra di fujenti la cui devozione non lo convinceva per niente, trovò il tempo per scoprire che Domenico Sorrentino e Saverio Ardolino, di Sant’ Anastasia, incitavano la folla non alla preghiera e alla penitenza, ma al gioco del lotto clandestino, e che gli osti Rosolina Romano, Michele Borrelli, Salvatore Saviano e Andrea Liguori vendevano carne cotta e vino in caraffa senza la necessaria licenza.
(Tavoletta votiva del XVIII sec. "Tarantolato")

LA RUBRICA

QUANDO LA MUSICA É NUDA: PALCO, VOCE E CONTRABASSO

Due date Campane per il duo Musica Nuda che ha presentato al pubblico il nuovo lavoro “Complici”. Salerno e Napoli hanno ospitato lo spettacolo di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti.

Quando la musica è nuda non esistono più confini tra i generi e si è liberi di vivere un’esperienza ricca, vibrante.

È questo che è avvenuto sul palco del Teatro Augusteo di Salerno domenica scorsa, il 17 aprile, per la prima delle date campane del duo Musica Nuda. Ospiti per la serata conclusiva di Linea D’ombra, Festival delle Culture Giovanili, i due artisti hanno acceso la platea. Il meraviglioso live è stato apprezzato ed applaudito dal pubblico che riempiva il teatro, coinvolto dalla favolosa voce di Pietra Magoni, capace di giocare su registri diversi, di impazzare tra le note,di divertirsi con il contrabbasso, afferrandone le note, vibrando tra le fessure. La voce e le note si inseguono, si intrecciano, respirano distanti e si riavvicinano.

Alcune volte è un duello, altre volte sembra si corteggino. Ferruccio Spinetti, ex Avion Travel, fa vivere il contrabbasso di una musica ricca ed essenziale allo stesso tempo. Il duo insieme offre uno spettacolo entusiasmante, capace di sorprendere ed emozionare in ogni istante, uno spettacolo e una musica pieni di energie. Durante lo spettacolo i Musica Nuda scherzano tra loro e con il pubblico, tra piccoli sketch, battute, virtuosismi, assoli impensabili, pezzi inediti e cover intramontabili. Dai Beatles a «Non ho l’età» brani conosciutissimi vengono interpretati in una chiave del tutto nuova.

Così la magia data da due soli strumenti, voce e contrabbasso, ora usati in maniera lenta e cadenzata, ora con ritmo e swing, creano tessuti musicali che spaziano dal jazz al pop e spesso spiazzano l’ascoltatore per l’originalità dell’interpretazione. Il tour ha toccato anche Napoli, vedendo gli artisti ospiti del Teatro Acacia nelle uniche due date campane per il tour che li vede impegnati in Italia e Francia. «Complici» è il titolo dell’ultimo lavoro del duo Musica Nuda, ma è anche la parola più adatta a definire il legame artistico tra i due artisti che sul palco sono realmente complici e riescono a regalare uno spettacolo emozionante e coinvolgente.

Il duo nasce otto anni fa e gli artisti sul palco raccontano di sentirsi «un gruppo» benché siano solo in due. Il nuovo cd è composto da undici brani pieni di fascino, lavoro elegante, che non intende stupire il pubblico con virtuosismi, ma conquistare le sue emozioni. Quarto disco, «Complici», contiene undici pezzi originali, a cui Magoni e Spinetti hanno voluto inserire tre cover: Mirza di Nino Ferrer, Mon Amour di Henri Salvador (in lingua francese) e Felicità di Lucio Dalla (in italiano).

In questo lavoro sono state diverse le collaborazioni, alcune delle quali provenienti da ambienti musicali distanti, come il testo di Max Casacci dei subsonica «Rimando», ma hanno collaborato al progetto autori come Pacifico Pasquale Ziccardi, Carlo Marrale con un testo di Bruno Lauzi, Alessio Bonomo, Alfonso De Pietro, Sylvie Lewis, Luigi Salerno, Al Jarreau, di cui è la stessa Pietra a raccontare l’incontro «una sera abbiamo aperto un suo concerto e lui ci ha detto di aver scritto tanto tempo fa un testo per l’Aria sulla quarta corda , il secondo movimento della suite orchestrale n. 3 in Re maggiore) di Johann Sebastian Bach, per chi non ricordasse la sigla di Quark, e ce l’ha regalata, così noi la facciamo».
(Fonte foto: Rete Internet)

QUANDO DIO MUORE TOCCA ALL’UOMO DARGLI LUCE E OMBRE

Il pittore che si confronta con la Crocifissione, si trova di fronte ad una sfida immane: trasformare luce e ombre in simboli della Vita e della Morte. Di Carmine CimminoQuando si confronta con il tema della Crocifissione, il pittore, grande o mediocre che sia, non può sottrarsi a una sfida affascinante e drammatica: dare una forma e un colore al Corpo di Cristo, e, trattando la luce e le ombre, trasformare queste e quella in simboli della Vita e della Morte. Nel quadro il Cristo Crocifisso è Corpo, e dunque è Uomo, prima ancora che Dio: e perciò è toccato ad alcuni pittori il privilegio di intuire, e di rappresentare, la profondità vertiginosa di quell’attimo assoluto della storia in cui l’Assurdo più assurdo diventa Logica e Realtà: Dio muore.

Lo scrittore e il musicista, grazie alla sequenza e alla durata delle frasi verbali e di quelle musicali, possono passare rapidamente dalla Morte di Cristo alla Sua Resurrezione: ma la pittura non può anticipare ciò che sarà: il suo tempo si coagula nella fissità cristallina del momento immoto. Francisco de Zurbaràn ha 29 anni quando dipinge il primo suo Cristo Crocifisso, oggi conservato all’Art Institute di Chicago: il primo e, secondo gli studiosi di ieri e di oggi, anche il più importante.
(Vedi immagine nei dettagli nel file allegato a fondo articolo)

Zurbaràn rimuove dal quadro gli scorci del paesaggio, i compagni di pena di Gesù, e il pubblico di donne dolenti di spettatori e di curiosi, che riempie le Crocifissioni dei secoli precedenti. Cristo in croce è immerso in una notte neutra, in una solitudine assoluta, senza tempo e senza durata. Cristo muore in croce ab aeterno, prima ancora che Adamo ed Eva aprano la storia dell’uomo. La luce è quella di Caravaggio: viene da un punto che sta fuori del quadro, dalla profondità insondabile dell’Essere, e perciò non c’è traccia della via che essa segue per raggiungere il Corpo del Salvatore e per scolpirne, con vigore realistico, i muscoli.

Il Corpo poggia saldamente sui piedi: l’arco delle gambe, disegnato dal chiaroscuro, esprime ancora un vigore elegante. La tensione degli spasimi ha lasciato il segno solo nelle braccia e, con tratti alquanto scolastici, nell’addome. La forma del Corpo di Cristo risponde al canone della bellezza armoniosa, che Pacheco suggeriva ai giovani pittori spagnoli. E tuttavia l’Ombra ha conquistato metà del Volto, e lo confonde già con la Notte: nell’altra metà non vi è splendore di gloria, ma solo una stanchezza che tende ad apparire definitiva, a configurarsi come assenza. Le membra tornite hanno un livido colore di terra, la cui base è un verde acido e duro: questo verde di morte fa da corpo alle ombre, ed è probabile che sia stato usato per l’imprimitura stessa della tela.

Ci dice, questo verde di terra spenta, che le membra del Dio sono ormai minacciate dal disfacimento, dalla corruzione implacabile della carne. Il pittore sa che la Morte di Cristo rompe il filo della storia, per tessere una trama nuova, ma mentre disegna, egli “sente“ solo confusione e tormento. L’ordine del mondo è sconvolto e scompaginato, si accartoccia su di sé come il panno bianco che copre i fianchi del Signore: Zurbaràn ne descrive le pieghe una per una, e compone le forme, i toni del bianco e i giochi delle ombre con la stessa dolente emozione che sta alla radice di una Passione di Bach.

Quel panno non è solo un brano di virtuosismo tecnico: è il dettaglio che fa da chiave di lettura delle “intenzioni“ del pittore. Egli dipinge Cristo Uomo, e si smarrisce davanti alla Sua Assenza, e in ginocchio davanti al Mistero grida ciò che Cristo ha gridato un attimo prima: Padre, perché mi abbandoni?

Dicono i cataloghi che il Cristo in croce di Delacroix conservato al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, – un olio su legno di piccole dimensioni-, è un abbozzo. Grazie a Ruskin, a Gadamer e a Baxandall sappiamo che negli abbozzi si esprimono le intenzioni prime dei pittori, specialmente dei pittori romantici, e soprattutto di Delacroix. L’abbozzo di Rotterdam nasce dalla tormentata riflessione che al pittore francese suggerì il Cristo Crocifisso del quadro di Rubens Il colpo di lancia. Nell’opera di Rubens il volto di Cristo è luminoso di gloria e di solennità: il Crocifisso svetta sui soldati e sulle Pie Donne, contro un cielo corrusco che si apre al dilagare di una luce intensissima (Vedi immagine nei dettagli nel file allegato a fondo articolo).

Insomma, il dipinto è una trionfale macchina barocca, in cui Rubens inserisce – è un contrasto di sentimenti e di colori – la nota violazzurra di Maria dolente. Nell’abbozzo di Delacroix Cristo è solo: dietro di Lui si intravedono macchie di cavalli di cavalieri e di bandiere. Una tensione vitale percorre il Suo Corpo vigoroso: la pennellata di Delacroix liquida, corsiva, nervosa, da dato tecnico diventa, come sempre accade ai grandi pittori, forma dell’intenzione. Cristo Morto è vivo, anzi è Vita. Le gambe, che Rubens “schiaccia“ lungo l’asse della Croce, il pittore francese le piega ad angolo: angoli asimmetrici, perché i vertici delle ginocchia non coincidono. L’asimmetria suggerisce alla percezione un intreccio di movimenti, e il colore caldo di rossi e di bruni fa sì che i movimenti percepiti “risultino“ intensi.

Il Corpo di Cristo non si arrende alla Morte, la scuote da Sé, sussulta, reagisce, è come percorso da un fascio di fremiti. Perfino il legno della Croce “vive“ nella forza di colori di terra accesi da punte di vermiglione. Eppure, ha ragione Baudelaire quando dice che in questo abbozzo “c’è tutta intera la profonda tristezza del talento“ di Delacroix. Perché il pittore non vede, e non ci fa vedere, l’espressione del Volto di Cristo, immerso totalmente nell’ombra: che è una macchia informe e corrusca, resa ancora più netta e più significativa dal contrasto con la luminosità del petto e delle braccia.

Cerchiamo gli occhi di Cristo e non li troviamo, non troviamo la bocca, nascosta da una nera pennellata. Davanti al mistero della Morte di Cristo anche Delacroix si smarrisce nel terrore d’essere abbandonato, di restar fuori. Fuori dalla comprensione. Fuori dal perdono e dalla speranza.
(Nell’immagine, il Cristo in croce di Eugène Delacroix)

IL CRISTO DI FRANCISCO DE ZURBARÀN 

IL CRISTO DI DELACROIX 

LA RUBRICA

HABEMUS PAPAM

Preceduto da molte polemiche – sempre gradite per gli incassi – Moretti sceglie un altro tema “sensibile” (l”elezione del Papa) per analizzare a suo modo, ossia con sarcasmo, i meccanismi delle paure umane e il rapporto tra individuo e società.

Ogni film di Moretti è sempre un evento, in particolare quando sceglie temi “caldi” che facilmente avviano il carrozzone delle polemiche ancor prima di vedere il risultato. Era già successo con Il Caimano e accade di nuovo con questo Habemus Papam, ultima fatica del regista romano in concorso al prossimo Festival di Cannes.
Una delle chiavi di lettura principali del cinema di Moretti è sempre stata il costante intreccio tra le nevrosi personali del Moretti-Personaggio e le storie (o la Storia) che i film ci mettevano davanti.

L’equilibrio tra la dimensione privata e quella politica del racconto è probabilmente il principale merito della sua opera. La bilancia della narrazione ha di volta in volta privilegiato il primo o il secondo aspetto, ma i risultati migliori sono arrivati quando con la sua ironia paradossale Moretti è riuscito a mescolare quasi senza distinzione i turbamenti personali e quelli della società esterna, con delle strutture narrative non comuni nel nostro cinema (gli sketch frenetici al limite dell’insensato di Ecce Bombo oppure le divagazioni amare e surreali a bordo piscina di un dirigente comunista in Palombella rossa).

Il plot di partenza di Habemus Papam è clamoroso: eletto a sorpresa dal conclave, il nuovo Papa (Michel Piccoli), schiacciato dalla responsabilità, precipita in una crisi che impedisce la proclamazione ufficiale. Il Vaticano allora decide di affidarsi alla psicanalisi per capire i motivi del disagio e, soprattutto, evitare uno scandalo planetario. La premessa del film – una profonda crisi di coscienza del capo spirituale del mondo cattolico, tale da indurlo perfino a scappare dal Vaticano – è decisamente ingombrante. Ed è altrettanto evidente che affrontare questo tema in chiave seriosa o totalmente (psico)analitica avrebbe portato ad un risultato probabilmente imbarazzante e poco credibile.

A ragione, dunque, Moretti evita i toni più seri e l’analisi del dolore (quelli di Caro Diario o La stanza del figlio, per intenderci) per recuperare l’ironia spietata e vagamente surreale dei suoi primissimi film. E di quei film recupera anche la struttura per gag: pur essendo, nella narrazione, più arioso di Ecce Bombo o Sogni d’oro, Habemus Papam è soprattutto un susseguirsi di trovate: Moretti gioca a fare il Moretti (il suo è quasi un non-personaggio) e scardina l’ordine del conclave con la sua irresistibile pedanteria.

Probabilmente qualcuno troverà ben oltre il limite della sospensione dell’incredulità alcune invenzioni del film. Ma è l’incipit stesso dell’opera a farci capire quanto forte Moretti spingerà sul piano della provocazione: non abbiamo solo un Papa in crisi esistenziale, ma soprattutto la (quasi) fantascientifica scelta del Vaticano di chiamare uno psicanalista per risolverne i problemi. Questi due dati sono una dichiarazione preventiva di uno stile volutamente parodistico. Accettate le premesse, non dovremmo sconvolgerci per il resto.

Eppure sarebbe sbagliato ridurre il film a “macchietta”. Come sempre accade, quando l’ironia è intelligente e ben congegnata diventa lo strumento più profondo di rappresentazione. Dietro i vescovi che giocano a pallavolo oppure a scopone scientifico, dietro la figura del Papa che si aggira per le strade di Roma in preda alla crisi e alle paure, si nasconde il vero messaggio del film: l’umanizzazione del potere e di chi è chiamato ad esercitarlo.
Prevedibili ma decisamente incomprensibili le timide critiche al film arrivate dal Vaticano. Al di là della vena ironica, non è possibile ridurre l’opera di Moretti ad un attacco alla sacralità del conclave o alla figura del Pontefice.

Sebbene molte delle trovate giochino sul canovaccio di vescovi dipinti in comportamenti inappropriati o ridicoli, dopo un po’ l’ambientazione passa in secondo piano e il film invita a concentrarsi sull’uomo. Nel suo tentativo di mostrare un volto bonario e quasi patetico di figure chiamate a ricoprire un ruolo di potere (religioso, politico, sociale che sia poco importa), grazie alla rappresentazione delle improvvisazioni che si trovano dietro ai grandi momenti della storia, il film di Moretti esce dal labirinto inaccessibile del Vaticano e diventa un’allegoria universale.

La prima mezzora è tra i momenti migliori del cinema di Moretti. La rigida ritualità del conclave viene gradualmente sporcata da note stonate. I vescovi “favoriti” pregano per non venire scelti, mentre il vincitore dapprima se ne sta tranquillo per poi esplodere in un urlo di terrore al momento di presentarsi alla folla riunita in Piazza San Pietro. E così i dubbi e le paure irrompono nelle stanze del potere in modo volutamente esagerato.

Certo, non mancano alcuni passaggi a vuoto. Dopo l’apertura, il film risulta praticamente spaccato in due tronconi; da una parte il Papa che vaga per Roma in cerca di risposte al suo malessere, dall’altra Moretti che rimane “prigioniero” nel Vaticano (non può uscire perché si teme possa divulgare il segreto). Quasi due film in uno, sebbene entrambi abbiano al centro il ritratto compassionevole di figure di potere (più intimista ed essenziale nella parte di Piccoli, più grottesco e divertente quando Moretti “gioca” con i suoi vescovi).

L’unico vero personaggio del film è proprio il Pontefice, poiché lo psicanalista di Moretti è una riproposizione delle psicosi del regista meno elaborata del solito, la cui funzione è quasi esclusivamente quella di entrare tra i vescovi e creare un po’ di scompiglio. Inoltre, la risoluzione del tema principale del film sembra arrivare in modo troppo repentino, non tanto nella scena conclusiva quanto nella preparazione al finale.

Si tratta, ad ogni modo, di dettagli che non scalfiscono l’immagine di un’opera coraggiosa e furba. Come coraggioso e furbo è sempre stato Moretti, che sceglie per l’ennesima volta di scherzare in modo amaro su se stesso e sull’uomo, sul rapporto con il potere e le convenzioni sociali, vestendo tutto di quel sarcasmo che l’ha reso celebre (e per molti fastidioso) e che sotto nasconde un invito costante all’indagine su se stessi, invito valido per tutti, dai comuni mortali al sommo vicario di Cristo.

Regia di Nanni Moretti, con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Roberto Nobile, Margherita Buy.
Paese: Italia, Francia.
Durata: 105 minuti
Uscita nelle sale: 15 aprile 2011.
Voto 7/10

LA RUBRICA