Acerra, l’Amministrazione condivide i temi toccati dal Vescovo. Il vice sindaco: “No alla quarta linea nel termovalorizzatore”

Nel giorno in cui si celebra in tutto il Mondo la Giornata della Terra l’Amministrazione comunale di Acerra non può che condividere i temi toccati nell’omelia di Pasqua dal Vescovo, Mons. Antonio Di Donna. Il vice sindaco Cuono Lombardi, infatti, in una nota conferma: «Ringraziamo il nostro Vescovo Di Donna che con le sue parole ha posto di nuovo l’attenzione sulla contrarietà di Acerra contro ogni ipotesi di realizzazione della quarta linea all’inceneritore. Il Presidente della Regione e la sua Giunta abbandonino questa idea e chiediamo per l’ennesima volta anche al Governo, e ai rappresentanti locali nell’esecutivo, di adottare provvedimenti legislativi chiari che impediscano la realizzazione di un’altra linea nell’impianto di Acerra e che vietino ogni ulteriore imposizione sul nostro territorio. L’Amministrazione Lettieri, insieme a tutta la Città, sarà contro questa scellerata e pericolosa scelta politica che ancora una volta scarica sul territorio di Acerra l’ennesima emergenza rifiuti a discapito della sola Comunità che sopporta da anni l’impianto che brucia i rifiuti di tutta la Regione Campania. Il territorio della Città di Acerra ha già pagato tanto». L’Assessore all’Urbanistica Giovanni Di Nardo, inoltre, aggiunge: «Ringraziamo il Vescovo anche per l’attenzione che ha posto sul Piano Urbanistico comunale approvato da questa Giunta e che presto approderà in Consiglio. Il Puc è stato presentato alla Città ed ora è pubblico, siamo alla fase di raccolta di ulteriori osservazioni e suggerimenti con la partecipazione civica entro i termini di legge. Siamo ben lieti che la Diocesi abbia visonato il Puc e ritenga la sua adozione una buona cosa. Attendiamo che anche dalla Diocesi, come da chiunque, adesso giungano le osservazioni da sottoporre ai progettisti che le vaglieranno e magari le accoglieranno, così da unire riflessioni e sogni, alle progettualità per la città».

A Madonna dell’Arco Gaetano Gigante dimostrò che poteva essere un buon pittore, degno del figlio Giacinto…

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Quando decise di fare il pittore “popolare”, Gaetano Gigante dedicò alcune opere, come la “Festa” la cui immagine correda l’articolo, ai riti della Madonna dell’Arco. Muovendo dai modelli di Fabris, Robert, Vervloet e Catel, egli dimostrò in queste opere di essere un buon pittore, un artista di cui il figlio Giacinto poteva dirsi  orgoglioso. I valori “pagani” di una Festa dall’atmosfera “sfrenata”.  I “tamburellai” di Sant’ Anastasia.   Gaetano Gigante (1770- 1840) decise, a un certo punto della sua vita, che la cosa importante era vendere i quadri, e che la strada della gloria conveniva lasciarla ad altri, come al figlio Giacinto. Per vendere i quadri era necessario seguire la moda: e la moda richiedeva scene popolari, personaggi caratteristici, paesaggi e riti pittoreschi, insomma i temi di una certa Napoli, “paradiso abitato da diavoli”, il cui mito, grazie a scrittori, pittori e musicisti già da un trentennio suscitava in tutta Europa l’attenzione non più solo degli intellettuali, ma anche di borghesi ben provvisti di danaro. E Gaetano Gigante incominciò a lavorare per questi “turisti”: il che gli tirò addosso la maldicenza di Raffaele Carelli, che, presa la stessa decisione, aveva aperto una bottega di quadri a olio, tempere, acquerelli e stampe dalle parti del Maschio Angioino. Gli articoli che i giornali inglesi e francesi dedicarono all’eruzione del 1794, le lettere di Goethe, le memorie e le opere della Vigée-Lebrun fecero sì che la fama del Santuario di Madonna dell’Arco si diffondesse in tutta Europa e che pittori importanti, Pietro Fabris, il Robert, il Vervloet, il Catel si ispirassero al culto della Madonna Nera. Tutti, in questo culto e nei riti del lunedì in albis, colsero come fondamentale l’aspetto della festa, quasi che l’esplosivo concerto di cori canti balli tavolate fosse un grido di liberazione dalla paura del Vesuvio e una sfrenata cerimonia di scongiuro. Gaetano Gigante si recò a Madonna dell’Arco più volte, certamente nel 1824, e l’anno dopo presentò al pubblico il quadro “La Festa della Madonna dell’Arco”, oggi conservato nel Museo di San Martino, che ottenne un notevole successo, e ispirò certamente delle repliche. Il successo  convinse Gaetano Gigante a tornare spesso a questo tema: alla “Mostra delle Belle Arti” del 1833 e a quella del ’35 egli espose alcune tele che rappresentavano “Il ritorno dalla Festa della Madonna dell’Arco”: la tela del ’35 (v. immagine in appendice) è opera notevole. E notevole è anche questa “Festa”, in cui l’artista volle dimostrare che non aveva dimenticato la lezione del suo Maestro, Giacinto Diana, e che, se voleva, sapeva liberarsi dai lacci della mediocrità e volare alto.  Il quadro ha un’impaginazione complessa, come le opere di Fabris e di Robert: paesaggio e figure si dispongono secondo tre linee parallele, dal primo piano della folla festante al piano interno, che dovrebbe essere remoto, della fitta vegetazione e delle nuvole, e che invece attira la nostra attenzione perché si chiude, a sinistra, con l’immagine imponente della Chiesa e della cupola immerse nel sole. Anche il primo piano si “legge” dalla nostra destra a sinistra, perché qui campeggiano la zona d’ombra fitta e l’albero maestoso, mentre il piano centrale si muove da sinistra a destra, secondo la direzione delle carrozze dei nobili. Sono solo parzialmente d’accordo con chi scrive che il pittore “ha lasciato quasi in secondo piano l’aspetto sacro dell’avvenimento , rappresentato dalla Chiesa e dal cantastorie che illustra i miracoli della Madonna.”( Maria Tommasone). In realtà Chiesa e cantastorie, attraverso il contrasto luce- ombra e per la posizione che occupano nella tela, non sono forme secondarie, e tuttavia non bastano a esprimere il valore religioso della festa: servono solo a far capire all’osservatore che il “luogo” è Madonna dell’Arco. Gaetano Gigante fu colpito da “questa festa che non finisce mai”, come raccontò al figlio Giacinto, e proprio questa suggestione egli cercò di trasformare in tema dominante dell’opera: credo che ci riesca, anche se alcune figure della prima fila, come i cavalli e i cavalieri, e come alcuni ballerini, hanno una rigidità che si spiega con il fatto che Gaetano Gigante dipinse la scena dopo averla costruita, nello studio, usando “pastori” e statuette. Tuttavia egli riuscì a rappresentare fedelmente l’atmosfera di sfrenata esultanza, che nella sua naturalezza ha caratteri pagani, come hanno notato alcuni studiosi. Notevole è, nel quadro, il rispetto dei valori realistici della cronaca: i costumi, il mercato del lunedì in albis, le “mosse” della tarantella vesuviana guidata dal suono del “tamburello”. Tra le “botteghe” di Sant’ Anastasia e di Madonna dell’Arco legate alle attività della Festa e all’arrivo, da ogni parte della Campania, di migliaia di “fujenti” e di fedeli vi furono anche quelle di Beniamino Gifuni e di Raffaele Sdino, costruttori di strumenti musicali e “tamburellai” noti in tutto il territorio. Il 10 maggio 1839, a Ottajano, a chiusura della festa di San Michele ,lo Sdino venne aggredito da alcuni delinquenti, che gli portarono via soldi e strumenti. Ma di questo parleremo, deis iuvantibus, in un libro sul culto vesuviano della Madonna Nera.

Somma Vesuviana, il segretario provinciale Failms: “Il cimitero non è in sicurezza”

Riceviamo e pubblichiamo una nota di Luigi Raiola, segretario provinciale FAILMS. Il sindacalista sostiene che l’ingresso al luogo sacro sia trascurato e chiede all’amministrazione comunale di provvedere al più presto. Dopo più di un mese si riscontra ancora la mancanza di sicurezza all’ingresso del cimitero di Somma Vesuviana. E’ impensabile che un ingresso di un luogo sacro venga trascurato da qualche mese: non basta una semplice recinzione, ma risolvere il problema che mette a rischio i cittadini e i lavoratori. L’ingresso del luogo sacro non in sicurezza rende tutto vano, dopo l’impegno che quotidianamente mettono i dipendenti nel renderlo pulito e presentabile alla cittadinanza. Ci meravigliamo come un’amministrazione così attenta alla sicurezza dei cittadini non intervenga con urgenza per la sistemazione dell’ingresso del cimitero. Pertanto chiediamo un rapido intervento per evitare che la situazione peggiori. Siamo fiduciosi nell’intervento tempestivo dell’amministrazione.

VinGustandoItalia, scopriamo il Caprettone di Somma Vesuviana

  L’etimologia del nome Caprettone potrebbe far pensare alla forma del grappolo che ricorda la barbetta della capra… Come in tanti casi di vitigni, il nome ricorda un animale, l’etimologia del nome Caprettone potrebbe far pensare alla forma del grappolo che ricorda la barbetta della capra, oppure al fatto che i suoi primi coltivatori fossero pastori. Il Caprettone è stato a lungo identificato con un altro vitigno a bacca bianca , che qualche ampelografo voleva fosse un semplice biotipo. Gli ultimi studi, che hanno evidenziato notevoli differenze morfologiche e genetiche tra le due varietà, sembrano avere definitivamente allontanato questa ipotesi di parentela. Nonostante le sue origini antiche, è stato riconosciuto solo negli ultimi tempi come vitigno con un suo specifico profilo genetico e produttivo. Per un lungo periodo veniva indicato più che altro come nome locale-sinonimo della più conosciuta Coda di Volpe Bianca. Una corrispondenza smentita da una serie di studi , corredati da analisi del dna, che hanno definitivamente chiarito la necessità di distinguere le due varietà. L’area di massima diffusione del caprettone è quella vesuviana, in provincia di Napoli. Fermo restando le difficoltà legate alla confusione varietale con la coda di volpe, possiamo senz’altro affermare che il caprettone è un vitigno estremamente vigoroso, e viene raccolto di solito tra la prima e seconda decade di settembre. Possiamo dire che si tratta di una varietà tendenzialmente “neutra”, piuttosto povera di aromi primari, capace tuttavia di restituire con l’invecchiamento il carattere fortemente affumicato e minerale dei suoli vulcanici in cui ha mostrato di adattarsi virtuosamente. Sulle pendici del Vesuvio è il primo vitigno in ordine di tempo ad essere vendemmiato, a seconda delle annate anche a partire da San Gennaro, al fine di non rischiare di disperderne il corredo acido accumulato. Dal colore spesso,paglierino scarico, possiede aromi delicati di gelso, albicocca e ginestra. Discreta morbidezza, mineralità decisa e buona struttura sono gli aspetti principali che lo  caratterizzano. Esistono cantine dell’area vesuviana, che sorgono in grotte scavate a mano sotto un lastrone di roccia vulcanica. Proprio in queste grotte si vinificava e conservava il vino, e in alcune di esse è ancora possibile vedere la data di completamento dei lavori effettuati “12 luglio 1780” incisa dall’antenato omonimo del proprietario. Si possono trovare anche antichi pigiatori usati per l’ultima volta nel lontano 1906 quando una furia di lava e sabbia invase e sotterrò completamente tutto. Molte aziende vinicole  producono un Caprettone Igp Pompeiano in purezza con fermentazione in legno, dal colore giallo paglierino carico, morbido ma prevalentemente acidulo nell’approccio, offre immediatamente la sensazione di un raggiunto e precoce equilibrio che dovrebbe permettere, negli anni, anche una discreta serbevolezza. Con piacevole chiusura leggermente ammandorlata. Esordio sicuramente incoraggiante vista la grande espressività di questo vino, dai profumi intensi e solari di ginestre, agrumi ed erbe mediterranee. Il sorso è scorrevole e ricco allo stesso tempo, di fragrante freschezza e salinità minerale. Possiede note eleganti e non comuni di morbidezza che ne amplificano notevolmente le possibilità di abbinamento, e ricordando sempre le Tre T” Tipicità, Tradizione e Territorio” lo possiamo degustare con un insalata di mare al polpo in cassuola, con una  minestra maretata alle carni bianche e alle zuppe di legumi, ma è ideale anche con con il baccalà di Somma Vesuviana. Molto versatile: da aperitivo o a tutto pasto, con formaggi freschi, cruditè di mare o piatti più saporiti. Insomma perfetto per ogni occasione senza sbagliare un colpo. Rammentate che “Un pasto senza vino è come un giorno senza sole”. (Anthelme Brillat-Savarin)

L’impronta del preside

Non so fino a che punto è utile sapere per quanto tempo il dirigente scolastico stia in istituto, sono però convinto che è fondamentale ritrovare l’impronta del preside nella sua scuola. Su quanto e quando si lavori a scuola ci sono una serie di luoghi comuni, soprattutto per la verità relativi agli insegnanti. Tre mesi estivi di vacanze, il periodo natalizio, quello pasquale, ponti vari, al netto di scioperi e assemblee. E la nomea di vacanzieri raggiunge il capo d’istituto e il povero personale Ata. Certo, qualche attenuante, chi lavora e ha i figli a scuola, la merita per le difficoltà che incontra. Ma sono critiche mal dirette perché più che il personale riguardano l’organizzazione rigida, la mancanza di autonomia reale e l’assenza di ogni tipo di valutazione dei risultati. Dovrebbero essere fatte a quanti lasciano la scuola in questo stato: politici che la riformano e amministrazione che la gestisce dall’alto. In un tale contesto gli “operatori” si confondono tutti: chi lavora e chi non fa niente, chi è preparato e aggiornato e chi non ha neanche un normale titolo di accesso alla funzione che svolge. E questo vale anche per i presidi. Quelli a scuola dall’ingresso degli alunni e degli insegnanti e quelli che arrivano in tarda mattinata (spesso sono anche di una certa età!). Quelli che orientano, programmano e gestiscono tutte le attività coinvolgendo il collegio dei docenti, e quelli attenti solo agli adempimenti burocratici con un gruppetto esclusivo di collaboratori per una amorfa gestione quotidiana. Risale a oltre venticinque anni fa la battaglia per un cambiamento e rinnovamento radicale della scuola, battaglia che, oltre a sindacati e politici illuminati, ha visto in prima linea tanti presidi e direttori didattici, come si chiamavano allora. I risultati sono stati di straordinaria importanza: l’autonomia della scuola, organizzativa, didattica e finanziaria; e la dirigenza riconosciuta ai capi d’istituto, una dirigenza definita scolastica, a salvaguardia della specificità del ruolo del responsabile della scuola. Le forze conservatrici, però, che si annidano nelle scuole e soprattutto nei palazzi dell’amministrazione scolastica possono perdere una battaglia ma non la guerra. E così, attraverso uno snervante posizionamento, hanno ridotto l’autonomia delle scuole a pochi spazi, a nessuno per quanto riguarda le risorse da amministrare direttamente. Il Ministero riconosce l’autonomia alle scuole solo quando deve scaricare su di esse compiti e responsabilità. E, di conseguenza, il dirigente scolastico è rimasto un dirigente dimezzato, più rappresentante dell’amministrazione che della scuola. Molti hanno reagito e si impegnano in modo lodevole per il rinnovamento. Ma tanti spesso si sono accontentati di uno stipendio più consistente di quello dei docenti, del diritto di scegliere nei fatti la sede, della possibilità di passare da un ordine di scuola all’altro. Hanno pensato perfino al vantaggio di sottrarsi a tutti gli obblighi di una vera dirigenza. E invece non hanno potuto fare a meno di caricarsi di sempre nuovi compiti e incombenze, che rientrano inevitabilmente nel suo profilo. La sicurezza. le vaccinazioni, la privacy, le reggenze. Il malumore e le lamentele fra di loro crescono sempre più: dalle differenze di stipendio con gli altri dirigenti pubblici fino all’incredibile proposta di legge che li vuole controllati a scuola attraverso le impronte. Forse è il momento di rivoltarsi contro l’uso strumentale del loro ruolo e funzione. Di riprendere, tutti assieme, la battaglia per la realizzazione della piena autonomia delle scuole. Di una scuola di medio-grandi dimensioni, completamente autonoma, che anche in rapporto ai risultati riceve una quota delle risorse. Ed è anche il momento di intraprendere la battaglia tesa a ottenere una dirigenza vera al capo d’istituto. A cominciare da una retribuzione da dirigente. Accettando gli istituti contrattuali propri della dirigenza, come l’incarico a tempo e la valutazione del suo operato secondo criteri oggettivi. Rivendicando gli strumenti che gli permettano di esercitare la sua funzione di responsabile della gestione e insieme di coordinatore didattico. Assumendosi la responsabilità finale dei risultati della scuola. Un legame inscindibile tra la scuola e il suo dirigente. Una scuola, insomma, in cui il preside possa lasciare la sua impronta.

I Battenti di Santa Croce di Somma Vesuviana tra storia, religione e folklore

  Corrono, piangono, pregano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Sono i fuienti: una fitta e interminabile schiera di devoti che ogni anno, il lunedì di Pasqua, ripercorrono un antico itinerario di grazia fino al Santuario di Maria Santissima dell’Arco. La prima associazione di fuienti o battenti di Somma Vesuviana, di cui si abbia notizie certe, fu fondata l’8 settembre del 1949 in via Sant’Angelo nel rione della Chiesa del Carmine. Una lapide marmorea posta in loco, raffigurante la Vergine dal volto sanguinante, ne attesta la data d’erezione. L’ideatore fu Francesco Ronca (1907 – 1989): un devoto del posto che, per circa un trentennio, sarà uno dei personaggi carismatici nella storia dei battenti sommesi, come riferisce il prof. Domenico Parisi. Il principale merito di questa prima associazione fu, essenzialmente, quello di aprire ad un nuovo progetto in materia di associazionismo, tenendo conto di accorpare i tanti gruppi autonomi che fino a quel momento avevano operato sul territorio fedelmente, isolatamente e senza continuità. Alla fine del 1950, però, il presidente Ronca, per conflitti amministrativi, lasciò l’associazione da lui fondata per istituirne un’altra nell’antico rione Santa Croce più a valle. Il 7 ottobre dello stesso anno nasceva così la prima Unione Cattolica Maria SS. dell’Arco, con sede sociale in via Santa Croce ed affiliata alla Federazione Unioni Operaie Cattoliche di Napoli. Stavolta Francesco Ronca si era avvalso della fattiva collaborazione di Mario D’Urso, fondatore  della prima Unione Cattolica Operaia di Ottaviano e di tanti amici che vale ricordare: Salvatore Parisi alias turullone, Luigi Auriemma, Antonio Iervolino alias ‘o pannazzaro, il prof. Vincenzo Bianco e Antonio Sirico alias sonacampana. Prima del 1938 a Santa Croce già esisteva un piccolo gruppo di devoti che, per vivere il consueto pellegrinaggio, si aggregavano alla compagine della masseria Cerasello ad est di via cupa di Nola. Fu in quell’anno, però, che i sette devoti decisero di interrompere l’aggregazione e di iniziare un proprio pellegrinaggio dal rione, partendo dalla casa di tale Annunziata Serpico, chiamata in paese Nunziatina ‘a trebbet. Il prof Parisi ci riferisce che, dopo le numerose preghiere di zia Nunziatina e i quattro tracchi (fuochi) sparati dal figlio Domenico, si partiva in processione per il Santuario. Nel 1950 quei sette battenti erano diventati cinquanta. Il giovane sodalizio di Santa Croce si trasformò nel tempo in un vero punto di riferimento per tutti fedeli delle masserie vicine. Le donne del luogo facevano a gara per rendere la sede sociale sempre più accogliente, mentre il giovane a appassionato pittore Mimì Troianiello, alla tastiera del suo organo, tentava in tutti i modi di organizzare un piccolo coro per la celebrazione Eucaristica del Lunedì in Albis. Mancava l’ultimo tassello per l’associazione: il vessillo rappresentativo detta comunemente ‘a bandiera. Ciccio Ronca si recò, allora, a Portici per fotografare lo stendardo della locale associazione che era tra i più ammirati del territorio. Fu dato incarico successivamente alla ditta di arredi sacri Campobasso di Napoli per realizzarne uno ancora più bello. Fino a quando l’associazione rimase in vita, come tale, assolse anche ad un importante scopo sociale. Non era raro vedere – continua Parisi –  la sede sociale gremita nel dopolavoro. Poi iniziavano le frenetiche settimane che precedevano il grande giorno del Lunedì in Albis con la questua. Si entrava in competizione con le altre associazioni per conquistare il posto sulla scala che da via Gramsci mena alla parrocchia di San Giorgio. Le interminabili esercitazioni figurative dei palloncini aerostatici, i fuochi pirotecnici, le bandierine italiane colorate, tutto veniva preparato con la massima scrupolosità. Poi il Lunedì in Albis, la prima diana mattutina con le note musicali della banda, già alle prime luci dell’alba, annunciavano al paese l’inizio della  manifestazione. L’associazione, con alla testa i capi storici,  si dirigeva alla casa del presidente dove era custodita la bandiera; di lì il corteo si portava a casa di Mimì Troianiello per ritirare la corona di alloro da depositare accanto al monumento dei Caduti in piazza. Spettava ai fratelli Alaia il compito di portare la ghirlanda imbandierata al cospetto del monumento. Quindi corona e bandiera arrivavano a Santa Croce. Iniziava la Messa nel piazzale dell’antica chiesa con la puntuale presenza delle autorità cittadine con a capo il compianto Sindaco Francesco De Siervo. Tra i presidenti ricordiamo Giovanni Cimmino alias petness e l’attuale Vincenzo Massa. Alla fine della celebrazione uno squillo di tromba, un trillo, un fischietto e tutti i battenti, uomini e donne, dopo un ultimo inchino – conclude Parisi – fino a baciare la terra, partivano incolonnandosi in una doppia fila, lungo via Roma per raggiungere il tempio della Mamma più invocata del territorio.  

Madonna dell’Arco, la carica dei 400mila pellegrini

Padre Alessio Romano, Rettore del Santuario: “Siano i pellegrini stessi i veri custodi della tradizione, questo è un giorno di devozione preghiera”. Alle 3 di questa notte le prime squadre di battenti hanno varcato le porte del Santuario di Madonna dell’Arco, accolti dalla comunità Domenicana e dal rettore padre Alessio Romano. Le squadre sfileranno per oltre ventiquattr’ore consecutive, attendendo il loro turno per poi affrontare la navata centrale del Santuario verso il tempietto dove è custodito l’affresco della Madonna dell’Arco.  Negli ultimi anni circa 400mila persone sono arrivate, il Lunedì dell’Angelo, a rendere omaggio alla Vergine. E i protagonisti sono loro, i battenti, nella uniforme tradizionale che risale al 1500, come testimoniano tavolette votive dell’epoca. Vestiti di bianco, con una fascia rossa intorno alla vita ed una azzurra a tracolla sulle spalle, animano il lunedì in Albis con canti, preghiere, manifestazioni di devozione popolare. Madonna dell’Arco è blindata già da ieri sera, con la sicurezza dell’area – totalmente pedonale fino a quando l’ultima squadra entrerà in chiesa – affidata ai carabinieri al comando del capitano Tommaso Angelone della compagnia di Castello di Cisterna. Niente auto e varchi presidiati dalla polizia municipale. In chiesa, a soccorrere ed assistere i fujenti, ci sono dalle prime ore dell’alba i volontari di Protezione Civile e Croce Rossa. Tra le prime ad entrare in chiesa, questa notte, una donna che ha varcato la soglia del Santuario da “battente” per la prima volta. «Sono qui al posto di mio padre – ha raccontato al priore – lui è mancato due settimane fa. Entrano in questo luogo ho sentito tanta pace scendere nel mio cuore». Il pellegrinaggio va avanti dal 1450 e ha carattere votivo e penitenziale. In molti arrivano ancora scalzi, trascinandosi in ginocchio fino all’altare. «Qui si viene per chiedere perdono, per esprimere la propria devozione, ci si fa pellegrini per chiedere a Maria di esaudire le nostre preghiere o per ringraziarla di averle ascoltate – dice padre Alessio Romano – ed è per questo che non si dovrebbe deviare la tradizione, devono essere proprio i pellegrini i veri custodi del significato del pellegrinaggio prendendone coscienza». Si riferisce, il Rettore, a «devianze» ben precise. «Ho chiesto ai pellegrini – spiega – di seguire con attenzione e fiducia quanto le forze dell’ordine indicheranno loro fuori dal Santuario, affinché siano garantiti tranquillità e sicurezza. Con una lettera, il priore ha poi elencato ogni divieto che tutti avranno l’obbligo di rispettare: «Toselli, statue, bande musicali e fuochi d’artificio devono restare lontani dal Santuario ed è ovvio che alterarsi, inveire contro i responsabili del servizio d’ordine o peggio, bestemmiare, non rientra nello spirito del pellegrinaggio». Assolutamente vietato è anche, senza autorizzazione, scattare foto o fare riprese in chiesa o sostare in Santuario più del dovuto». Fuori dalla cinta del convento, il solito caos, la piazza di Madonna dell’Arco ridotta a suk dagli ambulanti, venditori di animali – dai conigli alle tartarughe d’acqua fino alle galline – tenuti in condizioni che dovrebbero far rabbrividire animalisti e non. Senza contare le bancarelle che, tolte quelle autorizzate dal Comune e che sono sempre fin troppe – espongono merce visibilmente contraffatta. La cittadella mariana è ostaggio per tutto il giorno, con i commercianti locali che preferiscono chiudere le serrande. L’odore nell’aria si fa acre fin dalle prime ore della notte per gli ambulanti che arrostiscono o friggono cibo da streetfood. La musica neomelodica si mescola alle invocazioni che arrivano dal Santuario. È il Lunedì in Albis al Santuario di Madonna dell’Arco.      

Pomigliano d’Arco, oggi l’ultimo saluto a Pasquale Iossa

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Non c’è strada, cortile o contrada a Pomigliano d’Arco – ma non solo – che non abbia visto una nascita per mano di Pasquale Iossa, medico ginecologo e soprattutto marito e padre amatissimo. Il dottore Iossa è mancato ieri, a 82 anni, nel giorno di Pasqua. Le esequie partiranno oggi – lunedì 22 aprile – dalla sua casa in via Terracciano 43 e si terranno alla chiesa Maria Santissima del Rosario a Pomigliano d’Arco. Pasquale Iossa lascia la moglie, Maria, e due figli, entrambi medici: Roberto e Fabrizio. A loro vanno l’affetto e le condoglianze di tutta la redazione del Mediano.it e del direttore Carmela D’Avino. A Roberto Iossa, già assessore a Pomigliano d’Arco e, per un periodo felice, collaboratore della nostra testata con una rubrica in cui profondeva tutta l’ironia e l’estro che gli sono propri, il nostro affetto più sincero. Lui ha voluto ricordare il papà, “Campione della Vita che ha dedicato la sua esistenza alle nascite”, con una frase di San Paolo: «Morte, se io credo, dov’è la tua vittoria?» Addio, dottore. Hai vinto tu perché continuerai a vivere nei tuoi ragazzi e un po’, ci piace pensare, anche in tutti coloro che hai aiutato a venire in questo mondo in cinquant’anni di professione. con un forse ineguagliabile senso del dovere e della missione medica.  

Somma Vesuviana, malore durante la processione del Cristo Morto: salvato dai volontari della croce rossa

Durante la processione del Cristo Morto, verificatasi venerdì santo a Somma Vesuviana, un uomo ha avvertito improvvisamente un malore.  Prontamente è stato soccorso dai volontari della Croce Rossa, presenti sul posto con un’autoambulanza. Viste le sue gravi condizioni, l’uomo è stato trasportato in codice rosso al pronto soccorso dell’ospedale di Nola, dove gli è stato diagnosticato un infarto in atto. Alla processione erano presenti 40 volontari delle sedi Cri di Somma, Cercola e Pomigliano coordinati dalla sala operativa dislocata presso i locali della polizia municipale stanza COC. Presenti 2 ambulanze, dislocate sui punti critici e 6 squadre appiedate itineranti che seguivano il corteo.

La Pasqua a Napoli dopo l’Unità d’Italia: come cambia il menù. E il Nord incomincia a chiedere la pastiera e “la pizza alla napoletana”…

In “Usi e costumi di Napoli” Emanuele Rocco descrive le abitudini “pasquali” dei Napoletani: c’è poco spazio per la religione e per la fede, e molto, forse troppo, per “la tavola” della festa.Interessanti le notizie sulla presenza, nelle botteghe dei “pizzicagnoli”, di prodotti bolognesi e lombardi. Nel 1880 importanti pasticcerie napoletane inviano nelle regioni del Nord le pastiere classiche, le sfogliatelle e una pastiera particolare che dieci anni dopo Pellegrino Artusi chiamerà “pizza alla napoletana”.   Nell’articolo sulle “Feste di Pasqua” scritto per l’opera di Francesco de Bourcard, che venne pubblicata nel 1866, Emanuele Rocco chiarisce immediatamente che nessuno al mondo celebra le feste come i Napoletani, perché i Napoletani le celebrano sempre a tavola. E tra questi riti della tavola “le feste di Pasqua hanno il primato”, per due motivi: perché aprono la stagione della primavera, e si sa che il sole e la rinascita della natura sollecitano l’appetito, e poi perché, a differenza del Natale, la Pasqua è preceduta dal “lungo digiuno dei giorni quaresimali”. Certo, la plebe di Napoli rispetta questo digiuno più per necessità che per devozione: per i “popolani” il digiuno dei ricchi sarebbe già una festa di “scorpacciate”: fagioli, minestre di cavoli, baccalà, sarde, peperoni in aceto, zucche e carote alla scapece…. Come si apre la settimana santa, incomincia il viavai di servi e facchini che distribuiscono, a nome dei signori, regali di varia natura, “dimostrazione” ora di sincero affetto, ora di “superba superiorità” verso gli umili, e talvolta, al contrario, di servilismo verso i potenti e verso i loro amici. Gli elegantoni frequentano le chiese “per fare sfoggio di vestimenta” e hanno la pazienza di ascoltare “la musica più noiosa del mondo”. Le belle donne “ si mettono in mostra” nella passeggiata di Toledo, teatro dello “struscio”, che dal giovedì fino al mattino del sabato “rimane sgombra di carrozze”.” Esposizione vivente, ove si vede e si è veduto. Si entra e si esce dalle chiese per ammirare il paramento, l’addobbo, la scenica montatura del così detto “sepolcro”, e, per riposarsi dalla passeggiata si va a sedere alla predica della Passione”.  Negli ultimi anni dei Borbone in questi tre giorni era vietato, in tutta la città, il passaggio di carri e carrozze, non si poteva giocare a bigliardo nei “caffè”, e “ in molte case non si usava spazzare, né sonare alcuno strumento”. Il sabato è l’ultimo giorno di digiuno, e di silenzio: la plebe divora l’ultima sarda salata, e il ricco fa penitenza con lo storione, con le triglie, col pesce spada. Poi viene il giorno di Pasqua e arrivano sulla tavola della piccola e media borghesia “la minestra, lo “spezzatello” con uova e piselli, l’agnello al forno, l’insalata incappucciata, la sopressata con le uova sode, il “tortano”, il “casatello”, la pastiera”. I ricchi non amano queste pietanze plebee, e se fanno servire in tavola qualcuna di esse, ordinano ai loro cuochi di modificarne la forma e di arricchire e variare gli ingredienti. Così, nel “casatiello” dei ricchi vanno messi zucchero, essenze di agrumi, uova battute e ricotta degli Alburni. Ma le botteghe dei pizzicagnoli più importanti consentono di vedere in concreto gli effetti dell’ Unità d’Italia, perché sui banchi i prosciutti del Cilento “danno la mano agli zamponi di Modena e alle mortadelle di Bologna”, il caciocavallo di Sicilia “fraternizza col parmigiano di Lodi e con lo stracchino di Milano, il cacio di Crotone “ si abbraccia a quello di Sardegna” e la “ricotta salata di Avella dà un bacio alla ricotta fresca e al burro di Roma”. Ma anche il Nord incomincia a gustare i prodotti napoletani: un giornale del 1880 ci dice che nei giorni che precedono la Pasqua le pasticcerie “Caflish” e “ Alberto Pons” di via Roma, “Felice Capretz” di via Duomo e la “Pasticceria Francese” di Piazza San Ferdinando inviano in Lombardia e in Piemonte, attraverso un ben organizzato sistema di spedizione, pastiere, cioccolata, sfogliatelle e quella “pizza alla napoletana” di cui dieci anni dopo parla anche Artusi, e che deve essere una variante della pastiera, perché la ricetta elenca tra gli ingredienti la pasta frolla, la ricotta, le uova e “ l’odore di scorza di limone o di vainiglia”. Tra il 1878 e il 1883 raddoppia la quantità di “maccheroni e di paste alimentari” inviate dalle ditte di Torre Annunziata e di Gragnano nelle regioni del Nord Italia. E forse ha ragione Emanuele Rocco: i veri artefici dell’Unità di Italia sono il vino, le carni, la pasta e i dolci. A questo tema mi propongo di dedicare qualche articolo, perché libri e giornali dell’ultimo trentennio dell’Ottocento forniscono sull’argomento notizie interessanti: e del resto l’obiettivo  della nostra rubrica è quello di ascoltare ciò che racconta la carta stampata.