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Non so fino a che punto è utile sapere per quanto tempo il dirigente scolastico stia in istituto, sono però convinto che è fondamentale ritrovare l’impronta del preside nella sua scuola.

Su quanto e quando si lavori a scuola ci sono una serie di luoghi comuni, soprattutto per la verità relativi agli insegnanti. Tre mesi estivi di vacanze, il periodo natalizio, quello pasquale, ponti vari, al netto di scioperi e assemblee. E la nomea di vacanzieri raggiunge il capo d’istituto e il povero personale Ata. Certo, qualche attenuante, chi lavora e ha i figli a scuola, la merita per le difficoltà che incontra.

Ma sono critiche mal dirette perché più che il personale riguardano l’organizzazione rigida, la mancanza di autonomia reale e l’assenza di ogni tipo di valutazione dei risultati. Dovrebbero essere fatte a quanti lasciano la scuola in questo stato: politici che la riformano e amministrazione che la gestisce dall’alto. In un tale contesto gli “operatori” si confondono tutti: chi lavora e chi non fa niente, chi è preparato e aggiornato e chi non ha neanche un normale titolo di accesso alla funzione che svolge.

E questo vale anche per i presidi. Quelli a scuola dall’ingresso degli alunni e degli insegnanti e quelli che arrivano in tarda mattinata (spesso sono anche di una certa età!). Quelli che orientano, programmano e gestiscono tutte le attività coinvolgendo il collegio dei docenti, e quelli attenti solo agli adempimenti burocratici con un gruppetto esclusivo di collaboratori per una amorfa gestione quotidiana.

Risale a oltre venticinque anni fa la battaglia per un cambiamento e rinnovamento radicale della scuola, battaglia che, oltre a sindacati e politici illuminati, ha visto in prima linea tanti presidi e direttori didattici, come si chiamavano allora. I risultati sono stati di straordinaria importanza: l’autonomia della scuola, organizzativa, didattica e finanziaria; e la dirigenza riconosciuta ai capi d’istituto, una dirigenza definita scolastica, a salvaguardia della specificità del ruolo del responsabile della scuola.

Le forze conservatrici, però, che si annidano nelle scuole e soprattutto nei palazzi dell’amministrazione scolastica possono perdere una battaglia ma non la guerra. E così, attraverso uno snervante posizionamento, hanno ridotto l’autonomia delle scuole a pochi spazi, a nessuno per quanto riguarda le risorse da amministrare direttamente. Il Ministero riconosce l’autonomia alle scuole solo quando deve scaricare su di esse compiti e responsabilità.

E, di conseguenza, il dirigente scolastico è rimasto un dirigente dimezzato, più rappresentante dell’amministrazione che della scuola. Molti hanno reagito e si impegnano in modo lodevole per il rinnovamento. Ma tanti spesso si sono accontentati di uno stipendio più consistente di quello dei docenti, del diritto di scegliere nei fatti la sede, della possibilità di passare da un ordine di scuola all’altro. Hanno pensato perfino al vantaggio di sottrarsi a tutti gli obblighi di una vera dirigenza.

E invece non hanno potuto fare a meno di caricarsi di sempre nuovi compiti e incombenze, che rientrano inevitabilmente nel suo profilo. La sicurezza. le vaccinazioni, la privacy, le reggenze. Il malumore e le lamentele fra di loro crescono sempre più: dalle differenze di stipendio con gli altri dirigenti pubblici fino all’incredibile proposta di legge che li vuole controllati a scuola attraverso le impronte.

Forse è il momento di rivoltarsi contro l’uso strumentale del loro ruolo e funzione. Di riprendere, tutti assieme, la battaglia per la realizzazione della piena autonomia delle scuole. Di una scuola di medio-grandi dimensioni, completamente autonoma, che anche in rapporto ai risultati riceve una quota delle risorse. Ed è anche il momento di intraprendere la battaglia tesa a ottenere una dirigenza vera al capo d’istituto.

A cominciare da una retribuzione da dirigente. Accettando gli istituti contrattuali propri della dirigenza, come l’incarico a tempo e la valutazione del suo operato secondo criteri oggettivi. Rivendicando gli strumenti che gli permettano di esercitare la sua funzione di responsabile della gestione e insieme di coordinatore didattico. Assumendosi la responsabilità finale dei risultati della scuola.

Un legame inscindibile tra la scuola e il suo dirigente. Una scuola, insomma, in cui il preside possa lasciare la sua impronta.