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I Battenti di Santa Croce di Somma Vesuviana tra storia, religione e folklore

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Corrono, piangono, pregano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Sono i fuienti: una fitta e interminabile schiera di devoti che ogni anno, il lunedì di Pasqua, ripercorrono un antico itinerario di grazia fino al Santuario di Maria Santissima dell’Arco.

La prima associazione di fuienti o battenti di Somma Vesuviana, di cui si abbia notizie certe, fu fondata l’8 settembre del 1949 in via Sant’Angelo nel rione della Chiesa del Carmine. Una lapide marmorea posta in loco, raffigurante la Vergine dal volto sanguinante, ne attesta la data d’erezione. L’ideatore fu Francesco Ronca (1907 – 1989): un devoto del posto che, per circa un trentennio, sarà uno dei personaggi carismatici nella storia dei battenti sommesi, come riferisce il prof. Domenico Parisi. Il principale merito di questa prima associazione fu, essenzialmente, quello di aprire ad un nuovo progetto in materia di associazionismo, tenendo conto di accorpare i tanti gruppi autonomi che fino a quel momento avevano operato sul territorio fedelmente, isolatamente e senza continuità. Alla fine del 1950, però, il presidente Ronca, per conflitti amministrativi, lasciò l’associazione da lui fondata per istituirne un’altra nell’antico rione Santa Croce più a valle. Il 7 ottobre dello stesso anno nasceva così la prima Unione Cattolica Maria SS. dell’Arco, con sede sociale in via Santa Croce ed affiliata alla Federazione Unioni Operaie Cattoliche di Napoli. Stavolta Francesco Ronca si era avvalso della fattiva collaborazione di Mario D’Urso, fondatore  della prima Unione Cattolica Operaia di Ottaviano e di tanti amici che vale ricordare: Salvatore Parisi alias turullone, Luigi Auriemma, Antonio Iervolino alias ‘o pannazzaro, il prof. Vincenzo Bianco e Antonio Sirico alias sonacampana.

Prima del 1938 a Santa Croce già esisteva un piccolo gruppo di devoti che, per vivere il consueto pellegrinaggio, si aggregavano alla compagine della masseria Cerasello ad est di via cupa di Nola. Fu in quell’anno, però, che i sette devoti decisero di interrompere l’aggregazione e di iniziare un proprio pellegrinaggio dal rione, partendo dalla casa di tale Annunziata Serpico, chiamata in paese Nunziatina ‘a trebbet. Il prof Parisi ci riferisce che, dopo le numerose preghiere di zia Nunziatina e i quattro tracchi (fuochi) sparati dal figlio Domenico, si partiva in processione per il Santuario. Nel 1950 quei sette battenti erano diventati cinquanta.

Il giovane sodalizio di Santa Croce si trasformò nel tempo in un vero punto di riferimento per tutti fedeli delle masserie vicine. Le donne del luogo facevano a gara per rendere la sede sociale sempre più accogliente, mentre il giovane a appassionato pittore Mimì Troianiello, alla tastiera del suo organo, tentava in tutti i modi di organizzare un piccolo coro per la celebrazione Eucaristica del Lunedì in Albis. Mancava l’ultimo tassello per l’associazione: il vessillo rappresentativo detta comunemente ‘a bandiera. Ciccio Ronca si recò, allora, a Portici per fotografare lo stendardo della locale associazione che era tra i più ammirati del territorio. Fu dato incarico successivamente alla ditta di arredi sacri Campobasso di Napoli per realizzarne uno ancora più bello. Fino a quando l’associazione rimase in vita, come tale, assolse anche ad un importante scopo sociale. Non era raro vedere – continua Parisi –  la sede sociale gremita nel dopolavoro. Poi iniziavano le frenetiche settimane che precedevano il grande giorno del Lunedì in Albis con la questua. Si entrava in competizione con le altre associazioni per conquistare il posto sulla scala che da via Gramsci mena alla parrocchia di San Giorgio. Le interminabili esercitazioni figurative dei palloncini aerostatici, i fuochi pirotecnici, le bandierine italiane colorate, tutto veniva preparato con la massima scrupolosità. Poi il Lunedì in Albis, la prima diana mattutina con le note musicali della banda, già alle prime luci dell’alba, annunciavano al paese l’inizio della  manifestazione. L’associazione, con alla testa i capi storici,  si dirigeva alla casa del presidente dove era custodita la bandiera; di lì il corteo si portava a casa di Mimì Troianiello per ritirare la corona di alloro da depositare accanto al monumento dei Caduti in piazza. Spettava ai fratelli Alaia il compito di portare la ghirlanda imbandierata al cospetto del monumento. Quindi corona e bandiera arrivavano a Santa Croce. Iniziava la Messa nel piazzale dell’antica chiesa con la puntuale presenza delle autorità cittadine con a capo il compianto Sindaco Francesco De Siervo. Tra i presidenti ricordiamo Giovanni Cimmino alias petness e l’attuale Vincenzo Massa. Alla fine della celebrazione uno squillo di tromba, un trillo, un fischietto e tutti i battenti, uomini e donne, dopo un ultimo inchino – conclude Parisi – fino a baciare la terra, partivano incolonnandosi in una doppia fila, lungo via Roma per raggiungere il tempio della Mamma più invocata del territorio.