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Somma Vesuviana, la straordinaria piazza centrale che merita di tornare a rivivere

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La piazza Vittorio Emanuele III, come la vediamo oggi, a forma rettangolare con dimensioni di circa 300 x 40 mt., costituisce per la sua ampiezza e la sua specifica conformazione una delle più estese e singolari piazze del territorio vesuviano.

 

Nel tempo – afferma l’ing. Romano Vincenzo nei suoi scritti inediti –  ha sempre rappresentato il cuore vivo e pulsante del paese. All’attento osservatore si presenta come un maestoso e naturale  palcoscenico, che vede unificate due piazze contigue: la piccola Piazza Trivio e quella più grande, rialzata rispetto alla prima, intitolata al re Savoia, raggiungibile tramite un’imponente gradonata di ben nove scaloni, delimitati da due massicci cordoli, su cui si elevano due blocchi di travertino, recanti lo stemma cittadino. Le prime notizie ufficiali di questa località dell’antico quartiere Prigliano risalgono già al 1253: era – come riferisce lo studioso Domenico Russo – lo burgo (borgo) attorno alla parrocchiale chiesa di San Giorgio martire.  Somma, infatti, si divideva già dal 1326 in tre grandi quartieri: Casamale, Prigliano e Margherita. I primi nomi (toponimi) accostati alla piazza furono Largo del Duca e Largo Mercato: il primo, in relazione al maestoso palazzo ducale che inglobava gli attuali palazzi Giusso e Torino; il secondo, invece, in riferimento ad un antico mercato settimanale, che a partire dagli inizi del XIX secolo – riferisce il compianto storico Giorgio Cocozza – è stato il custode della memoria collettiva: l’occasione per i cittadini di ritrovarsi non solo per acquistare prodotti e cibo, ma anche per scambiare storie e mantenere vive le tradizioni. A ciò bisogna aggiungere che per secoli la stessa piazza ha pure ospitato l’antica Fiera del Martedi Albis di concessione angioina (1294). Come tutte le piazze, comunque, quella di Somma ha avuto sempre la sua rilevanza economica, sociale, funzionale e rituale.

Non a caso la maggiore festa – quella patronale, dedicata a San Gennaro – ha certamente avuto (ed ha, pandemia permettendo) un ruolo di primo piano. Nel 1857, la sera del 9 giugno, veniva colpito a morte sotto la torre dell’orologio, con premeditazione e agguato, l’avvocato napoletano Camillo Curato, villeggiante e possidente di beni in città. La torre dell’orologio esisteva in piazza, presumibilmente, già dal 1828, come afferma Cocozza. Il torrione ebbe vita breve, in quanto fu abbattuto alla fine dell’Ottocento. Nel 1861, fu cornice di una tragica fucilazione condotta dai piemontesi contro sei presunti briganti locali. Il 14 settembre del 1903 – dopo avere udito il discorso pronunciato dall’assessore  Avv. Francesco Auriemma sulle eccelse virtù della dama napoletana Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri (1826 – 1903), la Giunta cittadina intitolò la piazza all’ amata duchessa. La motivazione era legata, soprattutto, ai grandi benefici compiuti dalla nobilissima dama a sollievo dell’umanità sofferente. L’intitolazione sarebbe rimasta invariata fino al 1916. Successivamente, nella seduta del 18 giugno del 1916, il Consiglio comunale propose di intitolare la piazza a Vittorio Emanuele III (1869 – 1943), esempio mirabile di valore e di sacrificio che il nostro beneamato Sovrano andava quotidianamente mostrando sui campi di battaglia. La meritevole proposta fu approvata per acclamazione dal Consiglio comunale.

Nel 1935 in piazza fu inaugurato il monumento dedicato ai Caduti della Grande Guerra, alla presenza di Sua Altezza Reale Umberto II. Il monumento svettava al centro della piazza, testimoniando la grandezza di un popolo e il sacrificio dei suoi figli. Nel 1944, la piazza ospitò pure il campo di calcio della gloriosa Viribus Unitis. Più tardi nel 1958, l’Amministrazione cittadina, per riqualificare l’intera piazza, fece abbattere lo splendido monumento, costruendo uno più piccolo, attualmente ben visibile. Nello stesso anno nasceva pure la Scuola Media San Giovanni Bosco, offrendo così la possibilità ai numerosi studenti di poter frequentare la scuola nel proprio paese.  L’ originaria pavimentazione delle due piazze – di cui oggi resta solo quello della piazzetta Trivio – era tradizionalmente lastricata con grossi blocchi rettangolari, costituiti da pietra basaltica vesuviana. Tra le cisterne più antiche, che fornirono l’acqua ai cittadini di Somma, ricordiamo quella, molto grande, inaugurata proprio in questa piazza nel 1865 a circa 10 metri dalla gradonata. Fino all’avvento della fornitura dell’acqua potabile, il cisternone era stato progettato per raccogliere l’acqua piovana dai tetti, per poi essere prelevata ed utilizzata a scopo potabile, nonché per gli usi domestici, dagli abitanti del posto.

Durante la stagione estiva, purtroppo, la città soffriva in parte di mancanza d’acqua e, oltretutto, bisognava appellarsi alla clemenza del re, affinché si potesse attingere acqua dalla sorgente di S. Maria del Pozzo, da cui partiva il tubo che conduceva a Portici. La spesa iniziale prevista fu di 2400 ducati. Venuta meno, nel tempo, la necessità dell’utilizzo, con l’arrivo dell’acqua nelle case, la cisterna fu tombata. Nel 1987, riferisce Romano, durante l’ esecuzione dei lavori di pavimentazione della piazza, emerse a sorpresa la sagoma di una grande volta a copertura di una camera circolare concentrica, che risultò essere l’anteposto di altri due ambienti tra loro non collegati. L’esplorazione stabilì che le strutture in questione erano state tombate per la loro precaria stabilità. Il direttore dei lavori, arch. Luigi Ragone, si trovò sorprendentemente di fronte ad un raro esempio strutturale.

La scoperta destò non poche sorprese e preoccupazioni per la criticità in fatto di stabilità. Il caso fu risolto con una nuova tombatura dell’intera superficie, stavolta, con una piastra in conglomerato di calcestruzzo armato, ritenuta indispensabile per la sicurezza della struttura portante e, poi, coperta da una pavimentazione di mattoni di argilla. Oggi chi passeggia in piazza – continua l’ing. Romano –  non ha nessuna cognizione di ciò che giace sottoterra. Sarebbe, però, utile di poter verificare ogni tanto lo stato di sicurezza e, soprattutto, poter ripristinare e valorizzare le particolari strutture architettoniche, predisposte a sostegno della volta, realizzando la vera (ossia una balaustra) protetta da una grata metallica di sicurezza e con l’installazione di un’idonea illuminazione degli ambienti, in modo da poter ammirare la particolare conformazione architettonica degli ambienti sottostanti. A questo punto, per il grande compito svolto dalla cisterna in passato, sarebbe significativo di titolarla piazza della Cisterna. Non scontenta e non favorisce alcuno! Il luogo rimane, comunque, il biglietto di visita della città, il fiore all’occhiello. Nessun paese vesuviano – conclude Romano – può vantarsi di avere oggi una piazza così immensa  e particolare. Per questo motivo va sempre valorizzata e tutelata a memoria dei propri avi.

 

 

 

 

 

 

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