Somma Vesuviana, la festa delle lucerne tra storia e fantasia

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Nelle attuali feste delle lucerne si mescolano, tutto ad un tratto, fantasia invenzione, scena, specchi, fantocci, zucche, oche, morte, acqua: una mescolanza di strani effetti che hanno solamente stimolato tanti antropologi, etnologi e pseudo studiosi ad azzardare non solo sterili considerazioni, senza però penetrare nel cuore della vera ricerca storica, ma addirittura non aiutandoci a fornire una risposta decisiva sulla vera origine di questa festa.

 

La festa delle lucerne o lucernelle merita, a differenza degli altri eventi cittadini, un discorso a parte, poiché le origini non ci sono ancora ben note e, nel corso degli anni, tanti esperti si sono cimentati con le loro azzardate riflessioni a proporre varie teorie sugli albori. Poteva, addirittura, sembrare una splendida invenzione se non fosse intervenuto il compianto studioso locale Giorgio Cocozza (1931 – 2002) con le sue argute ricerche nell’ Archivio di Stato di Napoli a toglierci qualche impercettibile dubbio. Fino ad allora, nessuna ricerca, nessun archivio, nessun libro e nessun illustre storico del passato aveva mai citato questa antica e rara consuetudine popolare. A tal riguardo, il nostro compianto storico, nelle sue rilevazioni quotidiane presso l’ Archivio di Stato di Napoli, mentre leggeva i ristretti degli esiti straordinari fatti dai Reverendi Priori del Convento di S. Maria di Costantinopoli o della Pace di Somma tra il 1755 e il 1760, si accorse che il mese di agosto del 1757, il priore del convento casamalista attestava nei suoi rendiconti un esito di grana cinquanta pagate per compra di carta per i lampioni ed oglio per li lumi fatti nella festa delle lucernelle; mentre, per il mese di agosto del 1759, faceva ancora esito di carlini cinque pagati per compra di oglio ed altro servito per li lumi fatti per la festa della Madonna della Neve. Queste due fondamentali notizie, rinvenute nella busta 6594 dei fascicoli delle Corporazioni religiose soppresse rimangono, in questo preciso momento, gli unici documenti finora che comprovano lo svolgimento di una festa delle lucernelle in onore della Madonna della Neve, ma non attestano nient’altro. Tanti e tanti sono ancora gli interrogativi da sciogliere. Certamente, in principio, doveva essere un’umile e semplice festa rionale con le lucernelle che si comportavano, in un certo senso, come le attuali e moderne luminarie delle feste patronali. Nel 1599, sappiamo bene, che il culto della Madonna della Neve si formalizzò con la nascita dell’Insigne Collegiata. La Vergine ad Nives diventò la patrona del quartiere. La solennità extra liturgica, abbinata alla festa della Dedicazione della Basilica di S. Maria Maggiore, anche chiamata la festa della Madonna della Neve, aveva trovato nelle lucernelle la vera identità, fatta di luci, di arredo e di gioia.

Da alcuni atti del 1766 circa, custoditi nell’Archivio storico della Collegiata, risulta sorprendentemente che la memoria liturgica, ossia la festa della Dedicazione di Santa Maria Maggiore o della Neve, non veniva celebrata il 5 agosto, poiché il Capitolo della Collegiata aveva la consuetudine di solennizzarla nella seconda domenica d’agosto con una grande processione in città, come conferma anche l’appassionato studioso locale avv. Francesco Migliaccio nelle sue Notizie inedite. Tale notizia fa supporre il coinvolgimento, in origine, di tutto il paese e non solo del quartiere murato. Ecco che, forse, si spiegherebbe anche la presenza delle lucerne nel vico Malacciso, posto extra urbem o extra moenia.

L’ interrogativo sul perché non veniva solennizzata il 5 agosto, era dovuto probabilmente (non abbiamo documenti in merito) al fatto che in paese si onorava già la memoria liturgica di San Domenico, tenuta in grande considerazione dagli influenti Padri Domenicani del monastero nel quartiere Prigliano. La memoria del santo si celebrava, sicuramente, per l’intera prima settimana d’agosto o con un triduo, tenendo conto che la vecchia data era il 4 agosto. Non è un caso, inoltre, che San Domenico lo troviamo anche protettore della Terra di Somma nel 1642, come riferiscono gli atti delle Conclusioni dell’Università della Terra di Somma di quell’epoca. Lo storico locale Domenico Parisi ha addirittura accostato la festa delle lucerne al culto dello stesso San Domenico, in relazione ai commenti del Vangelo che esaltano il santo come la lucerna di Cristo: un approccio che, senza dubbio, aprirebbe nuovi scenari, ma che purtroppo non trova nozioni storiche accertate.

Sfatiamo, poi, il fatto che la festa delle lucerne di Somma sia l’unica in tutto il Meridione d’ Italia: anche a Conversano in provincia di Bari, come a Somma, in occasione dell’antica festa e processione di San Rocco vi era un’illuminazione, che si direbbe ufficiale, composta di lucernelle, piccole lucerne di creta aperte sopra, che erano poste su regoletti di tavole, affisse ai muri (straelle), in forma di croce o triangolo o in qualche altra forma geometrica di facile esecuzione (P. Rescio, La cattedrale di Conversano, Catanzaro, 2001, pag.242). Queste numerose feste – come anche quella settecentesca di San Gaetano a Napoli nel settimo giorno di agosto – con fronde, legni e lucerne, erano frequentissime – come riferisce il prof. Domenico Parisi – nel Regno delle Due Sicilie, tantoché, quando nel 1854 il Cav. Francesco Del Giudice, direttore del Corpo dei Pompieri della Città di Napoli, diede alle stampe il suo Manuale pratico per gli incendi, dedicò un intero capitolo alla loro accorta e prudente realizzazione, sottolineandole i rischi ed i pericoli connessi.

Il compianto Raffaele D’Avino ci conferma, in uno dei tanti suoi articoli apparsi sulla rivista Summana, che l’olio, detto o’ccisto, per alimentare le lucerne era in consegna alla Confraternita della Neve, eretta nel 1762, e veniva pagato per molti anni da rendite derivanti da alcune abitazioni in via Botteghe, ma non cita la fonte da cui proviene questa notizia. Poi tutto tace. Ecco che è subentrata in queste edizioni moderne, tutto ad un tratto, la fantasia popolare, l’invenzione, la scena, gli specchi, i fantocci, le zucche, le oche, la morte, l’acqua: una mescolanza di strani effetti di qualche abile regista che hanno solamente stimolato tanti antropologi, etnologi e pseudo studiosi ad azzardare sterili considerazioni, senza però penetrare nel cuore della vera ricerca storica e non aiutandoci a fornire una risposta decisiva sulla vera origine di questa festa. Comunque, il quadriennale evento rimane per la sua atmosfera magica una delle più suggestive feste della Campania e uno dei momenti più esaltanti e qualificanti di un quartiere dal glorioso passato.