La responsabile delle Politiche Sociali nella giunta del sindaco Abete dice la sua sulle polemiche degli ultimi giorni che insinuano un progressivo smantellamento del centro polifunzionale di via San Giuseppe.
Lei e le sue politiche sociali sono nell’occhio del ciclone da giorni e giorni, con articoli, post e commenti sui social, comunicati stampa. Cettina Giliberti, assessore alle politiche sociali della giunta di Lello Abete, riconfermata poche settimane fa nel suo ruolo dopo l’azzeramento dell’esecutivo, viene accusata di aver affossato il Centro polifunzionale «Giuseppe Liguori», di voler sottrarre spazi dello stesso ai ragazzi diversamente abili e, infine, di volerli lasciare abbandonati a sé stessi, di non voler neppure riaprire il centro pensando di utilizzarlo, quella struttura che vide la luce con l’amministrazione di centrosinistra di Enzo Iervolino, per altri scopi non meglio identificati. Da giorni, dicevamo, le voci si rincorrono e, a differenza di quanto accade di solito, non si trova traccia sui social di un’altra versione, la sua. Non ci sono repliche, ma è una questione, quella del Centro Liguori, che non interessa certo solo i ragazzi che lo frequentano e le loro famiglie, bensì tutti i cittadini. Perciò abbiamo chiesto all’assessore di chiarire una volta per tutte la situazione o quanto meno la sua posizione in merito.
Assessore, l’idea di allocare la Caserma dei Carabinieri nel Centro Liguori, che un’altra selva di polemiche ha creato lo scorso anno, è definitivamente tramontata?
«Sì, in realtà stiamo ancora decidendo riguardo una soluzione alternativa per la sede dell’Arma ma non sarà, questo posso assicurarlo, il Centro polifunzionale Liguori. Perché se l’anno scorso esisteva la possibilità di ridurre gli spazi riorganizzando le attività in altre location, oggi né io, né il resto dell’amministrazione lo permetteremmo».
Però quell’eventualità ha creato tensione, non si poteva evitare in alcun modo di ventilare ipotesi simili per poi retrocedere?
«A dire il vero più che tensione tra gli utenti del centro ci sono state polemiche, essenzialmente limitate ai social network, perché, mentre altri parlavano, noi incontravamo – ed è accaduto più volte – genitori, associazioni e tutti gli interessati, spiegando e rassicurandoli che tutte le attività non si sarebbero ridotte, nel caso ipotizzato. Anzi, si sarebbero incrementate, nonostante l’eventuale riduzione degli spazi».
Ecco, la riduzione degli spazi. Ipotesi attuale, da quel che è trapelato. Si riducono o no?
«Per le attività assolutamente no».
Giacché hai precisato «per le attività», suppongo che si riducano per qualcosa d’altro o per qualcuno. Dunque?
«Si ridurranno per le associazioni. Nel Centro Liguori ne operano diverse ma quest’anno si profila l’avvio di nuovi progetti di ambito che partiranno ad ottobre. Quella struttura è un centro polifunzionale per i disabili, per i minori a rischio, per le famiglie, per eventuali attività sociali, potrebbe andarci, per esempio, anche lo sportello antiviolenza. Infine le disabilità non sono tutte uguali, non si può pensare ad un progetto che vada bene per tutti e tutti i giorni ma ad attività laboratoriali differenziate e purtroppo noi non avevamo lo spazio. I progetti d’ambito ce ne daranno la possibilità».
In che consistono questi progetti?
«In qualcosa che già l’anno scorso avevamo promesso ai genitori e che loro stessi invocavano: ci sarà una sorta di centro diurno. Nel senso che i ragazzi disabili potranno vivere il Centro dalle 10 di mattina alle 18 del pomeriggio, compreso il momento del pasto che condivideranno. Mi sembra un grosso passo avanti. Da qui a dire, come ho letto in un comunicato stampa, che quest’anno il Centro Liguori non parte, che le attività non ci saranno, c’è un abisso. O meglio, è una bugia bella e buona. Le attività ricominciano la prima settimana di ottobre e soltanto perché occorrono i tempi tecnici per la gara o gli inviti dell’ambito. Non è una cosa che un Comune gestisce da solo, in autonomia».
Ma siamo a settembre, il Centro Liguori ora è chiuso?
«Non ci sono al momento le attività delle associazioni perché le loro autorizzazioni sono rinnovate di anno in anno e precisamente sono terminate a fine giugno. Ora occorrono disposizioni nuove e riassetto dell’organizzazione per quel che concerne le attività».
Autorizzazioni scadute? Ma è sempre stato fatto così ogni anno?
«L’anno scorso, sì. Prima non saprei. Vedi, non voglio innescare polemiche ma non mi pare sia la prima volta che ci sono i progetti d’ambito e, sinceramente, non mi è parso che al Centro Liguori abbiamo visto alternarsi operatori. Ci sono sempre, bene o male, gli stessi personaggi. Perciò consentimi di fare una domanda, magari la rivolgo a me stessa soltanto: è volontariato?».
Se non erro sono tre le associazioni che operano nel Centro: Unione Ciechi, Mir, Annabella.
«Non sono le uniche. Però sì, direi tre/quattro, essenzialmente».
Risponde a verità il fatto che dovranno adattarsi tutte a lavorare nel salone principale, cioè il refettorio, chiamiamolo così, dove al momento ci sono anche vecchie suppellettili?
«C’è anche tanta roba che hanno messo lì le stesse associazioni in maniera impropria. Ora, siccome ci serve spazio per altri progetti, quelli dell’ambito, è chiaro che le associazioni dovranno avere degli spazi ridotti. Mettiamo bene in chiaro un fatto: il Centro Liguori è la sede delle attività, non delle associazioni. Messo un punto su questa cosa, lungi da noi e per noi intendo l’amministrazione comunale, mandarle via. Ma la polemica è stata montata sulla base del nulla. In tempi non sospetti, la scorsa settimana, dei genitori avevano chiesto un incontro con me, prima cioè che si scatenasse tutto ciò. Ebbene, lunedì li ho incontrati, ho spiegato loro il progetto e loro sono stati felicissimi. Da anni attendevano un Centro che potesse accogliere i ragazzi per tutto il giorno o comunque, loro scelta, per gran parte della giornata».
Stai dicendo perciò che il salone sarà diviso in tre? Come?
«Sarà suddiviso in tre stanze, proprio per dare ad ogni associazione un suo spazio. Prendiamo il caso dell’Unione Ciechi: prima di oggi ha svolto le sue attività in stanze che teneva solo per sé e che non erano condivisibili, al contrario delle altre. Ora ogni stanza sarà affidata ad una associazione che potrà continuare a svolgere le sue attività. Sapendo però che lo spazio sarà quello e che non c’è alcuna intenzione di mandare via nessuno».
Anche il resto del Centro sarà diviso?
«No, anche questa è una favoletta. Solo il salone. Per il resto, noi abbiamo bisogno, ripeto, di spazi per le attività che attengono ai progetti dell’ambito. Giacché quello è uno stabile di proprietà comunale mi sembra ovvio che si pensi a insediare lì queste attività».
La presidente dell’Associazione Annabella, nonché ex consigliere comunale, Giustina Maione, ha criticato il tuo operato dicendo che per te e per la tua amministrazione la disabilità è un argomento secondario. Vuoi replicare?
«Non voglio rinfocolare polemiche perché sono serena e credo che chi lavora bene ad un certo punto ne ha riconoscimenti. Poi a cosa dovrei replicare, a fatti non veri? Abbiamo una progettazione, non ridurremo assolutamente gli spazi per le attività che anzi andranno a migliorare in quanto a servizi, per i ragazzi e tutti gli utenti. Tutto qua».
Quanti ragazzi o meglio quanti utenti usufruiscono oggi del Centro Liguori?
«Bella domanda. Non ci è dato saperlo, anche se sembrerà assurdo è così. L’anno scorso, con l’ufficio politiche sociali, mi sono preoccupata di chiedere i dati di operatori e utenti. In uno stabile comunale è chiaro che si debba sapere, almeno l’Ufficio deve, chi entra, chi esce, chi c’è! Ebbene, solo una delle tre associazioni, e precisamente la Mir, ci ha fornito i dati. Le altre hanno addotto questioni di privacy. All’assessore e all’ufficio politiche sociali».
Ma dici sul serio?
«Sì, mica me lo sto inventando, chiedi agli uffici se credi. Vorrei che questa cosa fosse detta. Perciò, siccome ritengo i numeri valutati oltremodo fittizi comincerò accertamenti sul territorio per capire, ti faccio un esempio, quanti ciechi anastasiani frequentano la struttura per le attività».
I dati della Mir? Ovviamente non i nomi, ma i numeri.
«Trentacinque ragazzi circa».
Facendo le dovute proporzioni quanti saranno in tutto, un centinaio?
«Non credo ci si arrivi, i disabili saranno poco più di venti».
Scusa la digressione ma, parlando di disabili, ti sei occupata di verificare e eventualmente programmare la rimozione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici? Per esempio nella casa comunale?
«Intanto, e vorrei vedere, nel Centro Liguori non ci sono. Per il resto, l’anno scorso ci fu una interrogazione consiliare presentata da Annarita De Simone, preparata in collaborazione con Gianluca Di Matola. Incontrai quest’ultimo ed effettivamente si può e si deve agire sulle barriere. Ma è possibile farlo subito laddove siano fatti lavori nuovi, sugli stabili vecchi occorre una programmazione che, lo dico in trasparenza, è a medio o lungo termine».
Sai cosa dice o pensa chi al momento critica il tuo operato? Che tu stia, spalleggiata dall’amministrazione di cui fai parte, mettendo in campo solo assistenzialismo.
«Se per assistenzialismo si intende il nostro puntare sulle potenzialità dei ragazzi, sulle diverse abilità, sul miglioramento, sull’incremento delle attività, lo dicano pure forte: facciamo assistenzialismo».
Come giudichi, passato più di un anno dalla tua nomina, il lavoro svolto?
«In trent’anni e passa nessuno è stato in grado di realizzare un centro diurno che consentisse ai ragazzi disabili di vivere il centro dalle 10 del mattino fino a sera. Io questa la chiamo rivoluzione. Se non ti piace la parola, trovane pure un’altra».
Direi «dovere».
«Infatti, va bene anche questa. Il dovere di migliorare, come stiamo facendo».
Rifondazione Comunista, che ha diffuso una nota stampa molto dura sull’argomento, non la pensa così.
«Vorrei si sottolineasse una cosa: ho molto rispetto per le persone, per le associazioni, anche per i partiti. Gradirei che fosse reciproco, nei confronti miei, del sindaco e di tutti gli amministratori. Non si possono strumentalizzare i ragazzi. Ribadisco: io non posso consentire che il Centro Liguori sia altro che la sede delle attività, non certo quelle delle associazioni, nemmeno di quelle che scrivono finanche di avere la loro sede legale lì. Anche io ho avuto in passato una associazione, ti assicuro che la sede non era individuata di certo in una struttura pubblica».
Il messaggio veicolato negli ultimi giorni è chiaro: i disabili resteranno a casa, le attività non riprenderanno. Tutto falso?
«Ovviamente, visto quanto già detto, sì. Tutto assolutamente falso. Lunedì, nella riunione con i genitori, ho ricevuto apprezzamenti che mi rendono serena. C’erano ragazzi che faticavano ad organizzarsi per poter essere due ore al centro, ora sarà aperto tutto il giorno, con molteplici attività e potranno restarvi o scegliere gli orari più comodi e consoni. Perciò, e lo dico per l’ultima volta, i disabili non restano a casa, avendo un progetto più ampio ci sarà programmazione interna ed esterna. In più, se la cooperativa che si aggiudicherà i progetti, riterrà opportuno prendere determinate figure professionali tra coloro che hanno operato tanti anni al centro nessuno glielo vieterà, fermo restando che le associazioni, che ringrazio per l’impegno, avranno comunque sempre gli spazi per proseguire nelle loro attività. Ridotti per loro, non certo per gli utenti».
Nessuna delle famiglie si è lamentata, ne sei certa?
«Non mi risulta, sono tutti contenti. Anzi, dirò di più, io sono del parere che per potenziare le abilità e le risorse ci sia bisogno di personale competente, eventualmente affiancato da operatori che hanno voglia di imparare. Sono campi in cui il buon senso non basta».
Hai pensato di incontrare anche i responsabili delle associazioni, oltre che i genitori?
«Alcuni, separatamente. Ho incontrato Giuseppe Fornaro dell’Unione Ciechi perché lui ha due stanze che chiude a chiave, che non sono accessibili agli altri, con la motivazione che vi sono custoditi materiali delicati. Dunque ho ritenuto opportuno avvisarlo per primo che a breve ci saranno lavori al Centro per dargli modo di organizzarsi. Poi avrei fatto lo stesso con gli altri. Del resto è vero che al momento le autorizzazioni sono scadute il 30 giugno, fatto sta che l’Unione Ciechi ha continuato a usufruire degli spazi».
Non è che stai tentando di demolire tutto quello che si è costruito? Magari si migliora, per carità. Però c’è chi pensa questo.
«L’integrazione è un percorso che va costruito, va seguito, è il risultato di una strada elaborata seguita da persone che sanno come fare. Mettere insieme più realtà associative per consentire ogni tanto uno scambio, giochi, feste e occasionalmente un laboratorio non risponde al mio concetto di integrazione. E considerando la professione che faccio nella vita al di là della politica penso di avere basi solide per dirlo (ndr, la Giliberti è psicologa). Poi, è chiaro, dipende sempre dai punti di vista. L’integrazione tra le diverse realtà – ciechi, disabili, minori, minori a rischio – prevede che ci sia innanzitutto una conoscenza, poi magari uno scambio e poi finalmente un incastro. E per quel che è a mia conoscenza non mi pare che, al di là di qualche festicciola, di laboratori fatti assieme e di qualche gioco, si sia fatto molto. L’integrazione non è solo un momento in cui si sta tutti insieme appassionatamente e, se vogliamo proprio dirla tutta, non mi risulta che tra le associazioni stesse corra buon sangue. C’è anche un’altra esigenza, oltre agli spazi riservati ai progetti d’ambito che quest’anno faranno, sì, integrazione: a marzo è partito il progetto di responsabilità familiare che si traduce in uno sportello ascolto per le famiglie e le ludopatie. Abbiamo avuto estrema difficoltà anche qui perché, tra le stanze riservate allo scopo nel Centro, l’unica rimasta era quella di accesso ad altre. In colloqui che richiedono una certa privacy non è esattamente consono avere porte che si aprono e chiudono continuamente. Sono stata costretta, spesso, a tenere questi servizi nell’ufficio politiche sociali».
In che consiste il progetto di responsabilità familiare?
«Nel prendersi cura degli utenti, delle famiglie che frequentano il centro, nel dare informazioni, nel seguire le famiglie dei disabili. Non ci si improvvisa, non è che io preparo balletti per dieci anni a modo mio e divento ballerina. Non è che mi dedico al karaoke e divento insegnante di canto. Non è così. Io non potrei mai sognarmi di indossare una toga e andare in tribunale a discutere una causa o di parlare per “sentito dire”. Non ci si sostituisce a figure che richiedono competenze, specialmente se si ha che fare con ragazzi, che siano disabili o meno».
Hai detto di aver incontrato il responsabile dell’Unione Ciechi. Gli altri?
«Ho incontrato anche una rappresentante della Mir e una dell’associazione Qua la Mano. L’unica rimasta fuori è “Annabella” ma sinceramente, dopo tutta questa impalcatura di bugie montate ad arte, ognuno la pensi come vuole. Io continuo a lavorare».



