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San Francesco, ottocento anni dopo: la “nuova follia” che salva il mondo

riceviamo e pubblichiamo

Ottocento anni ci separano dalla morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226 ad Assisi. Eppure il tempo, davanti a lui, sembra essersi fatto leggero. Francesco non è una figura lontana, confinata nei libri di storia o nelle immagini devozionali. È una presenza viva.

Chiunque abbia camminato tra le  strade  Assisi o chi abbia sostato in silenzio nella Basilica di San Francesco d’Assisi , sa che lì si respira qualcosa che non è solo memoria. È una misticità sottile, profonda, quasi palpabile. Non è suggestione. È l’impronta di un’anima che ha amato Dio senza misura.

Francesco volle riportare il cristianesimo alla sua sorgente. Al Vangelo vissuto sine glossa, senza calcoli, senza compromessi. In un tempo in cui la fede rischiava di intrecciarsi con il potere, egli scelse la povertà, la minorità, la fraternità universale. Fondando l’Ordine dei Frati Minori, non diede vita a una struttura di potere, ma a una fraternità.

Amava definirsi un “novellus pazzus”, un pazzo nuovo. Ed è proprio questa “santa follia” a renderlo ancora oggi così attuale. Pazzo per aver rinunciato alle ricchezze. Pazzo per aver chiamato fratello il sole e sorella l’acqua. Pazzo per aver scelto la pace nel tempo delle crociate.

Emblematico, in questo senso, è il suo incontro con il sultano Al-Malik al-Kamil nel 1219, a Damietta. Francesco attraversò il fronte della guerra disarmato, spinto solo dal desiderio di testimoniare Cristo. Le fonti narrano che si offrì persino di affrontare la prova del fuoco insieme ai sapienti musulmani, pronto a camminare tra le fiamme per dimostrare la verità della fede. Non fu un gesto di arroganza, ma di abbandono totale. Una fiducia radicale in Dio. Una fede che non impone, ma si consegna.

In quell’episodio si coglie tutta la sua grandezza: non un uomo contro qualcuno, ma un uomo totalmente per Dio, capace di dialogo, di rispetto, di audacia evangelica.

Non è casuale che, secoli dopo, Papa Francesco abbia voluto intitolare la sua enciclica Laudato si’ riprendendo le parole del Cantico delle Creature. In quel documento si parla di “ecologia integrale”, di una casa comune da custodire, di un’umanità che deve riscoprirsi famiglia. È lo stesso sguardo di Francesco: contemplativo e concreto, poetico e rivoluzionario.

Dopo la Laudato si’ sono nate comunità, gruppi, esperienze che cercano e si sforzano  di tradurre quella visione in scelte quotidiane: sobrietà, attenzione ai poveri, rispetto per il creato, educazione alla pace. Ma la vera conversione, ci insegna Francesco, non parte dalle strutture: parte dal cuore.

E forse è proprio questo che si comprende quando si entra ad Assisi con animo aperto. Si esce diversi. Più leggeri. Più inquieti. Più veri. Perché  San Francesco non consola soltanto: provoca. Non accarezza soltanto: chiama.

Ottocento anni dopo, la sua voce non si è spenta. Ci ricorda che il cristianesimo non nasce dal potere, ma dall’amore; non dalla forza, ma dalla fiducia; non dal possesso, ma dalla povertà come  scelta.

Se oggi il mondo appare ferito da guerre, divisioni e crisi ambientali, forse quella “nuova follia” è l’unica saggezza capace di salvarlo.

E se è vero che nei luoghi dove Francesco ha vissuto e pregato si respira una misticità che tocca l’anima, è altrettanto vero che quella stessa presenza può abitare le nostre case, le nostre comunità, le nostre scelte quotidiane. Scrivere di lui non è soltanto ricordare un Santo.

È lasciarsi interrogare. È permettere che quella follia evangelica torni a inquietare anche noi. E forse, proprio in questo, Francesco continua ancora a vivere.

(FONTE IMMAGINE: PERUGIA TODAY)

 

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