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Riflessione sulla precarietà del lavoro e la disoccupazione, che oggi, nel giorno della festa dei lavoratori, diventa priorità anche per la Chiesa.

Anche quest’anno è arrivato il Primo maggio. Il lavoro è sempre più precario e manca sempre di più. Sono troppe le vertenze in Campania anche oggi. Posti di lavoro a rischio. Famiglie drammaticamente disorientate e stanche di lottare per un diritto sancito dalla Costituzione e dal Magistero sociale della Chiesa. E, anche quest’anno, i vescovi non hanno fatto mancare la propria voce e riflessione. “Il grido del precari è la periferia che, più di tutte, ci chiede premura”. Così la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, nel Messaggio per il primo maggio 2015. L’attenzione al fragile, affermano i Vescovi, “si impara già in famiglia, che si fa scuola sociale nel suo stesso esserci. Vanno perciò coniugati i tempi del lavoro e della famiglia, perché è da questa sorgente, vicina, unita e riconciliata, che sgorga un flusso vitale, capace di aiutarci a gestire questa crisi, etica, sociale ed economica”.

Senza lavoro, infatti, non c’è famiglia e non c’è dignità umana. Ma sono ancora molti nel nostro Paese i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano della dignità del lavoro. In tante famiglie, le reti sono e restano vuote. Un dramma che ci fa comprendere come vere le parole del Papa: “L’evolversi dell’idolatria del denaro ci sta facendo affogare nella rovina e nella perdizione”.

Esperta di umanità, la Chiesa sente il bisogno di spezzare il pane, perché con cinque pani si possa nutrire il pianeta. Nella condivisione, per farsi voce delle attese dei disoccupati e di chi sta perdendo il lavoro, con tanto ascolto, con cuore di misericordia e di cura: presenze umanizzanti che, come il Cireneo, si fanno carico delle croci sul cammino della vita.

In questo cammino siamo sorretti dalla Dottrina sociale della Chiesa. Si sente infatti impellente il dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non sul mercato da solo, la forza stessa dell’economia. Si apre una sfida per superare quella finanza che, finora, si è presentata come negazione del primato dell’uomo. La mancanza di lavoro uccide, poiché è “un’economia dell’esclusione e della inequità” (Evangelii gaudium 53).

Il problema non è quello della sussistenza, ma quello di “non poter portare il pane a casa” come ha detto Papa Francesco, in Molise e a Scampia. Dove non c’è lavoro, non c’è dignità. La persona si riduce a merce e mancando la dignità, l’umanesimo si svuota!

Come Chiesa e società italiana, ci interroghiamo allora con trepidazione sul futuro dei nostri giovani. Sulla loro dignità. Sentiamo infatti che questa precarietà è attesa di nuove strade, per la costruzione del bene comune.

Solo insieme ne usciremo. Lottando contro la paura e l’indifferenza. Ancora una volta la Chiesa lancia un appello agli imprenditori, ai sindacati, alle Istituzioni: pensate solo a creare occasioni di lavoro vero, duraturo e dignitoso.

In questo momento così delicato dal punto di vista politico-sociale i nostri governanti devono litigare un po’ di meno ed agire un po’ di più. Il lavoro non si crea con gli slogan elettorali, né con le riforme elettorali, che stanno logorando troppo i nostri politici. Sarà bene che tutte le energie, le possibilità economiche vadano in un’altra direzione, quella vera e reale, di cui la società ha bisogno: lavoro per tutti, per i giovani, per i papà e le mamme che lo stanno perdendo. La Chiesa, madre e maestra, non farà mancare mai il suo annuncio, la sua denuncia, la sua rinuncia.

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE