foto 1 – ArmeL’antica trasmissione patrimoniale per via testamentaria evidenzia il più delle volte numerose situazioni che, se analizzate attentamente, possono farci acquisire non solo vicende legate a rapporti familiari, ma anche indicazioni sociali, economiche e religiose di un determinato contesto storico. E’ il caso dell’atto testamentario del sacerdote Don Carlo Bifulco (ca.1645 – 1695), rogato dal notaio Pietro Iugliano nel 1695.

Certamente una delle più antiche e nobili famiglie di Ottaviano fu senza dubbio quella dei Bifulco, le cui prime memorie risalgono addirittura al XV secolo, come afferma Michele Bifulco, Cavaliere di Grazia e Devozione in Obbedienza del Sovrano Militare Ordine di Malta. Il capostipite fu tale Pascarello Bifulco, che si insediò in Ottajano nel 1419. Più tardi, con istrumento del 15 novembre del 1441, comprò da Agnese Doria, moglie di Jacopo de Troia, il feudo de La Starza, ubicato lungo la strada per Sarno. L’istrumento fu rogato dal notaio Stefano Magaldo della città di Nola, col beneplacito ed assenso di d. Raimondo Orsini, Principe di Salerno e Conte di Nola. Nel 1493, un Giacomo Bifulco di Ottaviano è indicato come possessore di beni feudali – forse di modesta entità – proprio a Ottaviano, dove era stata anche appaltatore della bagliva [L. Tufano, Una famiglia, una signoria, una città, 2023, 144]. Da antichi manoscritti si attesta che il 1° maggio del 1516, il Conte di Nola dichiarò nobili i Bifulco, suoi suffeudatari [L. Saviano, Storia di Ottaviano, vol. IV]. Da allora, il casato visse more nobilium, con personaggi di spicco e imparentandosi con famiglie nobili napoletane. Il loro giuspatronato su tante cappelle ecclesiastiche – continua Michele Bifulco – durò fino all’ inizio del XIX secolo. Tra queste ricordiamo: Santa Maria degli Angeli nella chiesa di San Michele Arcangelo [notaio D. Vitagliano, 1501]; Santa Maria della Sanità nella chiesa di Piediterra [notaio M. A. Izzolo, 30 settembre 1597]; Santa Maria della Pietà extra moenia, infine, oggi denominata Santa Maria la Scala, il cui primo rettore fu don Giovanni Battista Bifulco. La famiglia disponeva anche del beneficiato nella Chiesa di S. Caterina in località Casale Vecchio, e in quella dell’Annunziata nel centro urbano di Ottaviano. Un discorso a parte merita la Chiesetta di Montevergine: questo sacro edificio, sito nella parte più alta di Ottaviano, fu costruito verso la fine del XIX secolo quando, per puro caso, in un deposito della famiglia Bifulco del Vaglio fu trovato un quadro raffigurante la Madonna detta la Bruna. Era l’8 settembre del 1883. Grazie al contributo dei fedeli, della stessa famiglia e di Giuseppe V de’ Medici, la chiesetta non solo fu edificata, ma popolarmente consacrata alla Madonna di Montervergine [Acanfora N., Saggio sugli usi, i costumi e la storia dei comuni della…, 2019, pag. 322]. Altri Bifulco avevano la loro residenza a Terzigno, antico villaggio di Ottaviano, dove possedevano una stupenda villa, costruita tra il 1760 e il 1781, ed una vasta azienda agricola per la produzione del vino [Civiltà del ‘700 a Napoli, 1734 – 1799].

L’ articolo in questione ci trascina in quelle che furono le ultime volontà di don Carlo Bifulco di Geronimo e Isabella Vallone, un sacerdote appartenente a quest’illustre famiglia, che dimorava sotto la Piazza dell’Annunziata, l’attuale via Piediterra, dove ancora oggi sul portone di casa si conserva lo scudo con lo stemma del casato. L’ atto è stato reperito dal dott. Attilio Giordano, ricercatore e studioso sangiuseppese, nel fondo Archivi dei Notai del XVII secolo dell’Archivio di Stato di Napoli. Don Carlo nel 1673 lo troviamo anche come cappellano a Santa Maria della Scala delli Bifulci. Altri membri di quest’ illustre famiglia, comunque, avevano la propria sede nel palazzo sito nella località detta sopra al Vaglio, propriamente sotto al castello mediceo. Anche qui sul portone si staglia lo stesso stemma araldico. A questa famiglia appartiene il Cav. Michele Bifulco, che ci ha fornito tanto materiale per la stesura di questo articolo.

La chiesa di Santa Maria della Sanità nel glorioso quartiere Piediterra, con atto del notaio Michele Pisanti di Ottaviano nel 1833, fu donata da d. Gioacchino Bifulco, in nome proprio e quale tutore dei nipoti minori Domenico e Gregorio, alla laica confraternita della SS. Concezione e Monte dei Morti. Nella Chiesa di San Michele Arcangelo, inoltre, si conserva ancora il fronte della cassa del monumento sepolcrale, che riporta lo stemma gentilizio con l’iscrizione dell’appartenenza alla famiglia: Haec Bifulcor sedes iam corpora servat sed subeant animae regna beata precor, cioè questa tomba dei Bifulco custodisce i loro corpi, ma supplico che le loro anime siano nei regni beati. Gli ultimi maschi del casato vestono tuttora l’abito del Sovrano Militare Ordine di Malta con il grado di Cavalieri di Grazia e Devozione. Arme (vedi foto 1) – fasciato di quattro pezzi, due di rosso e due di azzurro, il primo e il terzo sono caricati da tre uccelli, il secondo è caricato da un giglio d’oro accostato da due uccelli, il quarto è caricato da una rosa di rosso bottonata.

Il 18 settembre del 1695, il notaio Pietro Iugliano (Giugliano) della Terra di Ottajano, dietro preghiera a lui rivolta da parte del reverendo Don Carlo Bifulco, si presentò a casa del presbitero, trovandolo sdraiato a letto, infermo nel corpo, ma sano di mente ed intelletto. Sentendo ormai l’ora della fine vicina e, onde evitare che nascessero discussioni tra i suoi eredi, il sacerdote decise di disporre le sue ultime volontà testamentarie, onde evitare che morisse senza averlo fatto. Don Carlo dispose che il suo testamento finale venisse chiuso e sigillato e che fosse stato aperto, letto e pubblicato soltanto dopo la sua morte. Alla chiusura dell’atto erano presenti, in qualità di testimoni, il reverendo Don Angelo Raniero, il clerico Giuseppe Pellegrino, Gioacchino Galluccio, Marino del Giudice, Antonio Giugliano, Onofrio Sag(g)ese ed il giudice a contratto Giovanni Felice Finelli. Il tutto contornato con la dichiarazione del notaio: Ego Notarius Petrus Juglianus eiusdem Terrae in clausura praesenti testamenti rogatus ab infrascripto Reverendo Don Carolo Bifulco testatore, pro Notario praedicto interfui, et in fidem hic me subscripsi. Due giorni dopo, don Carlo fu confessato dal reverendo curato don Matteo Boccia ed il giorno successivo ricevette il sacro viatico.

Il 25 settembre del 1695, all’età di 50 anni in circa, rese l’anima a Dio in casa sua, ed il suo corpo venne seppellito nella cappella di famiglia all’interno della chiesa di San Michele Arcangelo. Il 29 settembre successivo, il notaio Iugliano – dietro richiesta di Favorita e Prudentia, sorelle del defunto – si recò in casa loro e, alla presenza degli stessi testimoni precedenti, procedette all’ispezione dei sigilli, all’integrità del testamento e alla successiva apertura e lettura. Don Carlo, si legge, dopo aver raccomandato l’anima sua al Signore, nominò heredi universali e particolari proprio le sue due carissime sorelle, pro equali parte, et portione, sopra tutti e singoli miei beni mobili e stabili, presenti e futuri, oro, argento lavorato e non lavorato, crediti, esigenze, nomi di debitori, ragioni, attioni, heredità, successioni, et ogn’altro che a me predetto testatore spetta e può spettare, nunc et in futurum donecque, sito, e posto, et in qualsivoglia cosa consistente, eccetto però dell’infra(scri)tti legati. Dispose, a riguardo, che attraverso le annuali entrate – provenienti da un capitale di cento ducati che don Carlo doveva conseguire da altri Bifulco – si dovevano celebrare tante messe nell’altare di Santa Maria degli Angeli di jus patronato delli Bifulci, eretto dentro la Chiesa di San Michele Arcangelo, da un sacerdote scelto dalle sorelle. In caso di restituzione di detti cento ducati, si dovevano depositare in publico banco per convertirsi, et impiegarsi in altra compra di annue entrade, e di quelle anco se ne debbiano celebrare dette messe come sopra, e così il capitale predetto debbia sempre stare con la conditione suddetta.

Lasciò scritto che, subito dopo la sua morte, si dovevano celebrare cinquanta messe per l’anima sua, con darli dette mie heredi la solita carità de grana diece per ciascheduna. Nel caso in cui le sue sorelle fossero morte senza fare testamento, il castagneto, sito nelle pertinenze di Ottajano, e precisamente nel luogo detto a cossa di Torre, doveva succedere alla Venerabile Cappella di Santa Maria degli Angeli, […] e dell’entrate da detto castagneto pecipiende se ne debbiano celebrare messe anche alla raggione, che a dette mie heredi parerà, e piacerà, e non alrimente, atteso così è mia volontà. Dispose, in seguito, che nel caso in cui i governatori della Venerabile Congregazione di S. M. Visita Poveri, o altre persone, volessero a loro spese edificare una chiesa contigua con la sua masseria sita nelle pertinenze di detta Terra, giusta via publica detta di Palma, seu li Prischi, et proprie dalla parte di sopra, seu ponente, delle fabriche nove di detta massaria, potevano farlo liberamente. Don Carlo, addirittura, avrebbe subito donato una casa diruta che stava da sopra dette fabriche nove, dove poter edificare tale chiesetta, restando però in parte e diritto della sua famiglia, e stabilendo che nella scelta del cappellano dovevano sempre essere preferiti i sacerdoti e i preti della sua famiglia.

Oltretutto, visto che la Parrocchiale Chiesa di San Giovanni di Ottaviano possedeva uno castagneto, sito nelle pertinenze di detta Terra, nel luogo detto sopra la Fontana, sopra il quale Don Carlo aveva mosso lite contro il signor Giacinto Jovino, fu deciso che se quest’ultimo avesse ottenuto presso il Sacro Regio Consiglio la sentenza a favore, la metà delle robbe recuperate vada in beneficio del medesimo Signor Giacinto, e l’ altra metà debba essere vincolata a favore di quella cappella da erigersi; nel caso in cui il Jovino non avesse voluto proseguire detta lite, la potevano seguitare le sue eredi e la metà delle robbe recuperate dovevano andare anco in loro beneficio, e l’altra metà con le condizioni suddette, legate alla chiesetta da erigersi; infine, nel caso in cui le sorelle non volevano seguitare detta lite, la poteva seguire la Venerabile Confraternita di S. M. Visita Poveri, nel modo e forma come sopra Don Carlo aveva disposto. Lasciò, poi, alla signora Angela Jovino fu Agostino cinque ducati all’anno da pagarnosi da dette mie heredi durante la vita di detta Signora, per amore, e per il grande affetto che ne aveva conosciuto. Nel caso della morte delle due sorelle senza testamento e senza figli, Don Carlo fece attestare che la sua casa, col giardino ed altre comodità andassero al Venerabile Oratorio di S. M. de Visita Poveri, però havendo qualche necessità, che ne possino disponere a loro arbitrio, e volontà. In ultimo il testatore conferma esecutori del testamento le dette sue sorelle, alle quali concesse la potestà e facoltà di potere eseguire, e mandare in effetto il presente suo testamento, e quanto in esso si contiene, giusta sua serie, contenuto e tenore. L’atto notarile, comunque, continuò ancora con un lungo repertorio in cui il testatore asseriva di dover conseguire determinate somme in ducati da Pietro Angelo Boccia, dagli eredi di Francesco Caputo e di Leone Caputo, da Giovanniello Bifulco e Fabio Bifulco, Domenico Parise. Dichiarò, infine, di esser debitore a Lorenzo d’Ambruosi, alias Scamardo, di carlini diecisette, e grana 7 ½ in circa, per resto di prezzo di robbe da me prese nella sua bottega, quali voglio li siino subito sodisfatti. Quando tutto sembrò finito, il notaio fu di nuovo interpellato il 17 novembre dello stesso anno dalle sorelle del defunto sacerdote. Questa volta, la presenza del notaio Iugliano era legata allo scopo di procedere ad un inventario preciso e fedele di tutte le cose che non erano state inserite nel precedente testamento – tra cui quadri di santi, tovaglie, lenzuola, mobili, sedie e cosi via. In particolare i quadri, il cui elenco è meritevole di essere riportato:
Un quadro di palmi 2, e 4 (il palmo napoletano corrisponde a 0,26 cm) con l’effigie di Nostro Signore con la croce in collo; un altro quadro di palmi 3, e 4 con l’effigie della Santissima Concettione; un altro di palmi 3, e 4 con l’effigie della Beata Vergine delle Gratie; un altro con l’effigie di San Giovanni de Capistrano di palmi 2, e 3; un altro di palmi 2, e 3 con l’effigie di San Nicola; un altro simile di Sant’Antonio con il bambino in braccio; un altro simile con l’effigie di San Giovanni; un altro simile con Nostro Signore che dorme; un altro con San Francesco Saverio con cornice negra con fresilli (piccoli fregi) indorati di palmi 1, e 2; un altro simile con l’effigie di San Lorenzo; un altro simile con l’effigie di Santa Dorodea; quattro quadrilli piccoli con cornice negra.

Da premettere che prima della morte prematura di Don Carlo, avvenuta all’età di circa 50 anni, le due donne avevano già stipulato un testamento con il notaio Matteo Parisi, sempre di Ottaviano, donando al fratello tutti li loro beni ad titulum patrimonii; questa donazione da parte di terzi andava a costituire un valido complesso di beni appartenenti all’ordinando ed erano alla base della sua ordinazione sacerdotale e del suo mantenimento vita natural durante, come spiega l’ing. Giuseppe Tesauro, storico e profondo conoscitore dei testi notarili e delle sue formule. Con la morte di don Carlo veniva meno quel principio di sostentamento e le sorelle, in un certo qual modo, si sentirono defraudate dei loro averi e mossero una vera e propria protesta e contestazione morale nei confronti del fratello morto, che si concluse addirittura con una supplica al Vescovo di Nola, Mons. Daniele Scoppa O.F.M., affinché le assolvesse e le abilitasse dal giuramento prestato in occasione della donazione dei loro beni al loro defunto fratello. Desta curiosità il motivo della supplica, ma ciò non deve meravigliarci, perché i beni patrimoniali erano entrati, ormai, nella piena e assoluta proprietà della Chiesa, ma ciò non frenò il vicario a concedere questa autorizzazione quoniam juramentum non debet esse vinculum iniquitatis, sed praesidium veritatis.




