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Nel quadro dei Gerolamini l’espressione di Giuseppe è quella di tutti noi che oggi cerchiamo di capire…

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In questa “Sacra Famiglia” attribuita a Antonio Viviani (1560-1620) l’ espressione di Giuseppe pare che rappresenti con immediatezza la condizione in cui ora ci troviamo tutti noi che abbiamo cercato di capire dove sia il bandolo della matassa, e resistiamo sempre più debolmente al sospetto che il garbuglio sia troppo complicato, e che sia inutile metterci mano.

Ci dicono Pierluigi Leone De Castris e Roberto Middione che il quadro è presente ab antiquo nella quadreria dei Girolamini e che Carlo Celano, indicandolo come opera di Lattanzio Mainardi, racconta che il cardinale romano Crescenzi lo donò ai Girolamini con un ritratto di S. Filippo Neri, opera del Pomarancio. Non è il caso di dilungarci sulla complicata questione delle attribuzioni: oggi “la soluzione più attendibile” propone come autore del quadro Antonio Viviani, detto il Sordo di Urbino, allievo di Federico Barocci, il cui magistero potrebbe spiegare “ gli accesi lumeggiamenti e la costruzione sfaccettata delle forme”. L’opera, che il Viviani avrebbe eseguito “in un momento prossimo al 1590, nel pieno del soggiorno romano”, non è un capolavoro. Nella storia della pittura gli impianti della Natività e della Sacra Famiglia seguono, in sostanza, due schemi: uno è lo schema “aulico”, ieratico, monumentale, in cui Maria, Giuseppe, il Bambino, i Magi, gli angeli, i pastori stessi esprimono piena consapevolezza del fatto che il “momento” segna nella storia dell’uomo una svolta epocale, e che la “scena” terrena è tutta pervasa di spirito divino; l’altro è lo schema “famigliare”, in cui Maria e Gesù sono soprattutto una madre e suo figlio, personaggi della vita quotidiana. Una variante di questo secondo schema prevede che la Madre guardi il Bambino con un’espressione in cui con l’amore si mescolano lo stupore, il dubbio, il desiderio di capire da subito il Mistero. In queste soluzioni Giuseppe fa storia a sé: la sua vecchiezza è un “segno” proposto dalla teologia perché i “semplici” capiscano con immediatezza che egli non può essere il padre naturale del bambino: mirano allo stesso obiettivo i pittori che collocano Giuseppe ai margini del quadro, in un’ombra reale che esprime anche un significato simbolico.

Antonio Viviani sceglie la seconda “lettura”: Madre e Figlio sono colti nel momento intimo e quotidiano dell’allattamento, e il merletto, il copricapo e le vesti definiscono una Donna certamente di condizione non umile, ma nemmeno di ceto elevato: Maria è una fiorente e sorridente signora, che esprime solo amore e attenzione per il vigoroso bambino che sta, soddisfatto, nel suo grembo. Se il pittore ha voluto conferire valore mistico all’intensità della luce che avvolge il viso di Maria, non si può dire che sia riuscito nell’intento, perché quel viso ha forma e tratti che richiamano la dimensione di una evidente quotidianità. Quella luce serve a isolare Giuseppe. Non sapremo mai perché l’autore dipinge con grazia le forme della Madre e del Figlio, e invece colloca la figura di Giuseppe in “ un’ombra marcata e irrigidita nei tratti del volto e delle vesti, attraversate da pieghe secche e irregolari”. Siamo autorizzati dai teorici dell’ermeneutica a credere che sia una scelta ragionata del pittore, che egli abbia deciso di rappresentare un Giuseppe che osserva l’Evento e cerca di capirne il significato, ma con la convinzione sempre più solida e sempre più dolorosa che non c’è spazio per risposte soddisfacenti, che il significato profondo di ciò che appare non è chiaro, nonostante la luminosa concretezza delle forme.

In questo nostro Natale di incertezze plumbee l’ espressione del Giuseppe di Antonio Viviani mi è sembrato che rappresentasse con immediatezza la condizione in cui ora ci troviamo tutti noi che abbiamo cercato di capire dove sia il bandolo della matassa, e resistiamo sempre più debolmente al sospetto che il garbuglio sia troppo complicato, e che sia inutile metterci mano.