I 38 stratagemmi analizzati da Schopenhauer nell’ “Arte di avere ragione” rappresentano un capitolo del “gioco” inventato dai sofisti e con il quale anche il nostro tempo si diverte: servirsi delle parole per “vestire” con i panni della verità anche ciò che è oggettivamente falso. E’ questo un “teatro” pericoloso per il pubblico, per gli attori, ma anche per gli autori e per il regista: perché le parole ingannano fino a un certo punto, poi irrompe la verità dei fatti. E chi di parola ferisce, di parola perisce.
“Se vi accorgete che durante la discussione il vostro avversario ha in mano un argomento con cui vi batterà, dovete impedirgli di usarlo: interrompetelo, distraete l’attenzione dell’uditorio, spostate la disputa su un altro tema.”. E’ il n.18 dei 38 stratagemmi che Arthur Schopenhauer descrisse in un quadernetto di 44 pagine, e che non pubblicò: la prima edizione a stampa, nel 1864, venne curata da Julius Frauenstadt. Nell’analisi del n.29 il filosofo insisteva sull’utilità della “diversione”: quando vi accorgete che la partita state sul punto di perderla, tirate in ballo situazioni e vicende in cui è coinvolto il vostro avversario, anche se non sono pertinenti all’argomento della polemica. E’ lo stratagemma usato dalla “gente comune”: ai rimproveri personali si risponde con rimproveri personali, non confutando le accuse: e quindi c’è il rischio che l’uditorio sia indotto a credere che i rimproveri vengano ammessi e accettati. In un salotto televisivo il deputato del PD critica aspramente il condono edilizio varato dal governo: il rappresentante del governo, invece di spiegare la correttezza e l’utilità del condono, risponde: “E allora i condoni del PD?”. E’ questo un esempio dello stratagemma n.29, che si usa frequentemente nelle polemiche tra i tifosi delle squadre di calcio. Dico a un tifoso del Napoli che in Nazionale Insigne non sempre riesce a trovare la giusta posizione in campo: e quello mi risponde immediatamente con una domanda: “ E Chiesa, allora?”. Dice Schopenhauer che questa tattica la usò Scipione quando, invece di affrontare Annibale in Italia, sbarcò in Africa e così costrinse i Cartaginesi a richiamare in patria il loro condottiero. In guerra la tattica può risultare utile, ma nella polemica “non va bene, perché non si fa nulla contro i rimproveri ricevuti e chi ascolta viene a sapere le magagne di entrambe le parti.”.
Lo stratagemma 32 consiglia di ridurre l’efficacia di una affermazione del nostro avversario collegandola “a una categoria odiata, anche se la relazione è solo di vaga somiglianza o è tirata per i capelli.”. Il rappresentante di FI contesta duramente l’utilità e l’equità del reddito di cittadinanza, e il senatore “grillino” ribatte che il ragionamento del suo avversario sembra uscire dalla bocca di un capitalista amico di Soros, o di uno di quei plutocrati di Bruxelles che vogliono la rovina dell’Italia.Lo stratagemma n.35 lo possiamo usare solo se l’uditorio è schierato con noi e con il nostro partito. L’avversario ci dice che è essenziale ridurre il debito pubblico, e noi gli rispondiamo che ridurre il debito vuol dire rendere i poveri ancora più poveri e allargare la spaccatura tra i ceti sociali. Anche se l’avversario ha ragione e noi abbiamo torto, l’uditorio si schiererà dalla nostra parte “e l’avversario dovrà sgombrare il campo umiliato.” Gli uditori, osserva Schopenhauer, saranno assolutamente certi del fatto che abbiamo ragione noi, poiché “ciò che va a nostro danno appare assurdo al nostro intelletto.”. Lo stratagemma n.36 funziona solo se l’avversario è “consapevole della propria debolezza e se è abituato a sentire cose che non capisce, e tuttavia a fare come se le capisse”: un avversario del genere bisogna “sconcertarlo e sbigottirlo con scemenze che suonano dotte e profonde, di fronte alle quali gli vengono meno udito, vista e pensiero.”. Non c’è giorno in cui sui “social”e in Tv questo stratagemma non venga usato, spesso con tecnica raffinata. Esso funziona se l’avversario è ignorante, e si vergogna di mostrarlo, ma non tanto da non accettare la superiorità dell’altro. Se invece è un ignorante integrale e non accetta la sconfitta, è certo che egli ricorrerà all’ultimo stratagemma: l’insulto e l’offesa. A questi avversari “perfidi, oltraggiosi e grossolani bisogna lasciar dire quello che vogliono, poiché essere irragionevoli è un diritto umano, e un detto arabo recita:” il frutto della pace è appeso all’albero del silenzio.” In ogni caso, l’errore sta a monte: non bisogna aprire la discussione con un avversario che sia privo di intelligenza. L’analisi di questo stratagemma non mi convince: ma ne parleremo in un altro momento.
Questi “stratagemmi” disegnati da Schopenhauer fanno parte della storia della dialettica: li potremmo trovare nei libri di Aristotele, nel pensiero dei sofisti, nelle orazioni giudiziarie di Iperide e di Cicerone. Funzionano anche oggi, con qualche correzione suggerita dai “social”, dalla TV e dalle legioni di soggetti “oltraggiosi e grossolani” che girano su Fb. Chi ritiene di poter controllare e orientare l’opinione pubblica con gli strumenti informatici e con alluvioni di notizie false, di verità manipolate e di menzogne e “stroppole “ sparate a raffica, farà bene a non dimenticare che la gente più si ubriaca di parole, e più desidera saziarsi di fatti, e se i fatti non arrivano in tavola, resta delusa, amareggiata, si incazza, si agita. In linea generale, chi di parola ferisce, di parola perisce: e questo vale sempre, per le parole scritte a penna, e per quelle scritte a computer.



