Le riflessioni di Umberto Eco sul rapporto tra la libertà dell’artista e una bistecca

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Il 5 gennaio Umberto Eco avrebbe compiuto 90 anni. Ricordiamo il grande intellettuale pubblicando le sue riflessioni su un concerto che Maurizio Pollini avrebbe dovuto tenere a Milano il 19/12/ 72 e che non iniziò per un clamoroso scontro “politico” tra il pianista e il pubblico. L’episodio provocò anche violente liti famigliari. La società dei consumi vuole che l’artista accetti di essere giullare e saltimbanco.Cosa diremmo di un cameriere che prima di porgerci il piatto con la bistecca ci volesse comunicare le sue inquietudini politiche?”.

 

La sera del 19 /12/ 1972 la sala Verdi del Conservatorio di Milano era piena come un “uovo”. C’era il concerto di Maurizio Pollini, e tutti i rappresentanti della “Milano bene” erano venuti ad applaudire il giovane pianista, che era già famoso e, inoltre, apparteneva anche lui al ceto di “quelli che contano”, essendo figlio dell’architetto Gino e nipote, per parte di madre, dello scultore Fausto Melotti. Iniziato lo spettacolo, il musicista non andò a sedersi al pianoforte, ma tirò fuori dalla tasca un foglietto e incominciò a leggere un “messaggio”, firmato anche da Claudio Abbado, da Luigi Nono e da Bruno Canino, contro i bombardamenti americani in Vietnam. Non appena Pollini pronunciò la parola “Vietnam” “la sala scoppiò in un boato improvviso, come se fosse stata messa una miccia sotto ogni sedia”. Offeso dagli scrosci di fischi e di insulti, il musicista abbandonò la sala e dichiarò agli organizzatori che sarebbe rientrato e avrebbe suonato, solo se gli fosse stato permesso di leggere il “messaggio”. Ma non gli fu permesso, e il concerto non si tenne. Con gravi conseguenze per alcune signore che, tornate a casa, parlarono ai mariti dell’arte sublime di Pollini e del magnifico spettacolo organizzato al Conservatorio. La mattina dopo, quando lessero che non c’era stato concerto, i mariti capirono che le loro spose erano andate ad altri “incontri” e ad altri “spettacoli”: e alcuni matrimoni saltarono in aria. L’ episodio accese polemiche aspre. Indro Montanelli si schierò contro Pollini, ritenendo “imperdonabile” il suo tentativo di mescolare arte e politica, mentre Eco difese “rumorosamente” il musicista in un articolo che poi pubblicò, con il titolo “La bistecca e la politica”, nel libro “Il costume di casa”. Se Pollini – argomentò Umberto Eco – avesse letto “una dichiarazione di commossa solidarietà” per le vittime di un’alluvione del Polesine, o di un terremoto in Sicilia, o di una spaventosa sciagura aerea, quello stesso pubblico che non gli ha consentito di parlare delle “vittime di feroci bombardamenti che hanno commosso gli uomini di ogni nazione” si sarebbe alzato in piedi e avrebbe applaudito. Questo pubblico fa distinzione tra vittime e vittime: “quindi chi ha fatto politica, aperta, dichiarata, brutale, è la platea che ha zittito Pollini: essa gli ha detto “questi morti non sono di tutti, come i morti di un terremoto; sono solo tuoi e dei tuoi amici; ci sono morti e morti”. Osservò, con grande profondità, Umberto Eco, che gli artisti hanno non il diritto, ma il dovere di collegare continuamente la loro arte al mondo circostante: del resto, i grandi autori dei “testi” che Pollini suona al pianoforte hanno scritto la loro musica “reagendo alle circostanze storiche, agli avvenimenti concreti, alle passioni del momento”. Se Pollini si fosse dimenticato del Vietnam e degli infelici massacrati dalle bombe, avrebbe ridotto il concerto a “un rituale cimiteriale”, e così avrebbe accontentato il pubblico che proprio questo voleva, un concerto simile a “una cerimonia funebre per musica devitalizzata”,  un “luogo di castrazione intellettuale”. La società contemporanea, concluse Eco, pretende che l’artista sia un “divo”: gli perdona tutto e gli consente di esercitare una enorme influenza sul pubblico, a patto che si tenga lontano “dalla sfera della gestione pubblica” e non dimentichi mai che egli fa parte, sì, di una “élite”, ma di una “élite senza potere”. “Questo significa semplicemente che il divo ( si tratti di Mina o di Picasso) è considerato dalla società borghese, che lo paga e lo invita  a passare il week-end in villa, come il giullare di antica tradizione. Diamoci del tu, ma sia chiaro” chi sono i padroni, quelli che possono dichiarare “le guerre sono cosa nostra”, e chi sono i saltimbanchi, il cui solo compito è quello di far divertire i padroni. Insomma, il pubblico volle dire a Pollini che l’artista è come un cameriere: “ Cosa diremmo di un cameriere che prima di porgerci il piatto con la bistecca ci volesse comunicare le sue inquietudini politiche? La platea dissenziente ha ricordato a Pollini, e a tutti noi, che per i gestori e le vittime consenzienti di una società dei consumi l’arte è un bene gastronomico”. Conclusione caustica, sferzante, tipica dell’arte “polemica” di Umberto Eco.