Ai candidati si consiglia il consumo di polpette, e non di braciole. Perché “ arravoglià’ ‘e braciole” significa, nel gergo politico, una cosa brutta. Le virtù politiche delle erbe vesuviane.
Ingredienti: 200 gr. di carne di maiale macinata grossa; 150 gr. di carne di vitello macinata fine; 100 gr. di ricotta di pecora avellinese; erbe: salvia, ruta, tribulone, fumaria ( poca), malva e menta, semi di sesamo; provolone del Monaco grattugiato; cipolla; sale; pepe; pangrattato. Il procedimento è quello tradizionale. In una piccola zuppiera mettete la carne macinata, e il trito di erbe e di cipolla: è importante che i frammenti di tribulone e di salvia non siano minuti. Versate un piccolo spruzzo di “caprettone”, lasciate che venga assorbito e mescolate alla grossa. Aggiungete la ricotta, il sale, il pepe, un cucchiaio abbondante di provolone del Monaco grattugiato, pochi semi di sesamo. Plasmate le polpette variandone, anche se di poco, il diametro, rigiratele nell’uovo e poi nel pangrattato a cui sono stati mischiati, precedentemente, il provolone del Monaco grattugiato alla grossa e semi di sesamo. Friggete in olio caldo, controllando momento per momento e polpetta per polpetta il livello dell’ “arroscatura”, che, come tutti sanno, è fondamentale . A tavola le polpette alle erbe vesuviane vogliono la compagnia del “per’ ‘e palummo” vesuviano: un’ etichetta qualsiasi. Siamo in campagna elettorale e non si fa propaganda.
Biagio Ferrara
Il giorno del voto è, per il candidato, colmo come un uovo: dentro ci sono la speranza, la paura, la risolutezza, l’ultima caccia all’ultimo voto, la tensione dell’attesa, di qua l’ieri, di là il domani. Imbrigliato in questo groviglio di umori, di sensazioni e di impulsi il candidato vede dovunque “segni” e presagi. E dunque si ciberà di polpette: si consiglia che piatti di polpette calde siano sempre a portata delle sue mani, anche in auto. La polpetta è sferica e piena, è carne, formaggio ed erba: è l’immagine della sorte propizia, ed è una minaccia per i nemici e i concorrenti: ne faccio polpette, me li mangio come mangio queste polpette. Qualcuno suggerisce il consumo di braciole, ma credo che sia un consiglio pericoloso, da quando certe operazioni poco profumate e troppo oleose che si svolgono nelle cucine della politica bassa – gli esempi sono superflui- vengono indicate con un’espressione culinaria, “ arravoglià’ ‘e braciole”. Perciò mi pare giusto che in questo giorno, almeno in questo giorno, i candidati si tengano lontani da certi piatti e da certe metafore.
E veniamo alle erbe. La salvia è necessaria, a priori: è l’erba che salva: è l’erba che, secondo la leggenda, resuscita i morti e, secondo i medici antichi, cicatrizza le ferite e, soprattutto, schiarisce la vista. E’ inutile dire che è indispensabile per i candidati avere, almeno nel giorno del voto, chiara la vista, limpido il cervello e dolce la lingua. Alla dolcezza del parlare provvedono la ruta, nemica di tutti i veleni e purificatrice del sangue, e la malva, che attizza tutti i sensi, e soprattutto, come diceva Artemidoro, blocca i conati del ridere. E’ antica regola che i candidati non ridano in pubblico, poiché il riso danneggia la maschera dell’autorevolezza. Ma prudenza vuole che non ridano nemmeno in privato, nemmeno quando ripensano alle stroppole raccontate e alle promesse fatte. La malva permette al candidato di presentarsi in pubblico fresco e tosto anche nel giorno del voto: guai se la sua espressione e il suo modo di stare e di muoversi suggeriscono agli elettori stanchezza, preoccupazione e smarrimento. Il candidato è necessario che mangi ruta e fumaria per tutta la campagna elettorale: parlerà in ogni momento come se avesse la bocca impastata di miele, e non si stancherà di salutare tutti quelli che incontra, di stringer mani, di sorridere, di inchinarsi alle signore, di accarezzare i bambini, e grazie al vesuviano tribulone, che è una varietà di meliloto, la sua memoria diventerà più potente e gli farà ricordare luoghi e nomi. Come si inorgoglisce l’elettore quando il candidato lo chiama con il nome di battesimo: caro Antonio, ciao Giuseppe, Giovanni, come te la passi? La ruta e la fumaria garantiscono, se Plinio il Vecchio e Michele Tenore hanno visto giusto, anche un notevole incremento di pazienza. E quanto serva la pazienza a un candidato, – ma anche agli elettori –, è inutile spiegarlo. La malva, la ricotta di pecora e il provolone del Monaco riducono gli spasimi dell’ansia, e fettine di ricotta stese su freselle tonde il candidato mangerà durante la tortura dello spoglio dei voti e delle telefonate dei galoppini che danno notizie sulla giostra delle preferenze.
I semi del sesamo ingentiliscono sapori e profumi, e, soprattutto, potenziano il sistema immunitario. Il candidato fa, in campagna elettorale, bagni di folla, che sono spesso entusiasmanti, ma quasi mai salutari. E chi viene eletto frequenterà assemblee consiliari e commissioni e parteciperà a cortei: insomma, serve ai politici un sistema immunitario che sia solido e energico, tanto da poter esporsi in totale sicurezza anche all’aria infetta di una cella. Mi riferisco ovviamente al fatto che spesso i politici vanno a controllare le condizioni dei carcerati e a informarsi dei loro problemi. Non mi riferisco ad altro. Infine, la cipolla. Che è diuretica e perciò abbassa ogni forma di tensione. Anche la tensione ideale. Gli eroi e i martiri non mangiavano cipolle. Grazie alle cipolle il candidato che non viene eletto sopporterà meglio la sconfitta, e a poco a poco si consolerà pensando che alla fine, se lui si comporta bene, gli eletti della sua lista qualche “polpetta” gliela metteranno, nel piatto.



