Un quadro, un piatto, la lingua napoletana secondo il Cortese e il Galiani: gli stessi colori, i colori delle tre passioni del napoletano verace: il “rosso” dell’amore, il freddo “verdeazzurro” del “ragionamento”, il giallo caldo e luminoso del canto in cui tutto si scioglie e si esalta.
Napule è ‘na canzona
Uocchie ch’arraggiunate senza parlà’
Il napoletano è un parlare majatico e chiantuto
Ingredienti: gr.500 di rigatoni; gr. 200 di peperoni gialli; gr. 200 di melanzane; gr. 150 di zucchine; 8 peperoncini verdi; gr. 50 di capperi; gr. 100 di olive nere; 1 peperoncino forte; gr. 400 di pomodori San Marzano; ½ bicchiere di vino bianco; olio d’oliva; sale. Sbucciate e tagliate a dadi i peperoni, le melanzane e le zucchine, friggete tutti i “dadi” e i peperoncini interi nello stesso olio, ma separatamente, e mettete tutto da parte. Allungate con un po’ d’olio l’olio di cottura e servitevene per preparare la salsa di pomodori a cui aggiungerete i capperi dissalati, un pezzetto di peperoncino forte, olive nere disossate e, a intervalli, il vino bianco. Quando la salsa è pronta, versatevi gli ortaggi fritti, dopo aver messo a cuocere i rigatoni. Alla fine, condite la pasta, fate raffreddare, di parecchio, e portate in tavola.
Biagio Ferrara
Paul Beel è l’autore di uno dei quadri più belli – non sono molti- che siano stati dedicati ai maccheroni: ai maccheroni napoletani, come dice chiaramente il barattolo di pelati Cirio.Questo quadro conferma che anche per il pittore nato nell’Ohio, e residente a Firenze, i maccheroni con la salsa sono, per natura, protagonisti, dominano e riempiono qualsiasi scena. E per sottolineare la forza mirabile e la bellezza di questo destino da mattatore Paul Beel cura ogni dettaglio: poggia il piatto sullo sconnesso, rozzo e macchiato ripiano di una sedia, gli piazza accanto un barattolo, la coda di un pennello e la copertina di un quaderno unti di biacca, ci costringe a pensare che quei maccheroni riempiranno tra poco il suo stomaco e anche una pausa dello snervante lavoro da cui nasce un quadro. Ma tutti gli elementi di contorno non fanno altro che esaltare la regalità della pietanza: sul bianco del piatto – nessuno mangerebbe maccheroni in un piatto che non fosse circolare – si distinguono il rosso della salsa, nobilitato dal contrasto con l’araldico azzurro, e la perfezione cilindrica dei rigatoni: chi ha disegnato questo tipo di pasta ha il genio geometrico di Durer. Per consentirci di “gustare” la forma perfetta dei rigatoni, Paul Beel mette in contrasto il cilindro con la linea incurvata della forchetta messa di traverso: togliete, con l’immaginazione, questa forchetta, e il rosso, i rigatoni e il piatto “ si schiacceranno” sulla sedia.
Tre sono le passioni che muovono lo spirito dei Napoletani. La prima è una passione “rossa” – il rosso dei pomodori-: è la passione dell’amore per le persone, per le cose, per il paesaggio: i napoletani si infiammano per ogni forma bella. Ma subito dopo scatta, in antitesi, la passione per il “ragionamento”, serpeggia l’attenzione per l’ombra che sta dietro la luce, per il dubbio: i Napoletani hanno costruito uno sterminato corredo di gesti di smorfie di ammiccamenti per esprimere in silenzio questa appassionata inclinazione alla perplessità, al punto interrogativo: un’inclinazione che ha il colore “verdeazzurro”, il colore degli ortaggi, che è colore freddo. Certo, il verde è anche il colore della speranza e l’azzurro è colore araldico e mistico, ma si sa che tra le radici della speranza e nel cuore dei mistici c’è anche l’incertezza. “Uocchie ch’arraggiunate senza parlà’” scrisse Alfredo Falconi Fieni e musicò Rodolfo Falvo.
Ma dal tempo sospeso tra amore e “ragionamento” si sprigiona – è l’essenza dell’anima napoletana – l’impulso irrefrenabile alla melodia armoniosa che rimette in moto cuore e mente: la passione per il canto e per la poesia risolve i dubbi e cancella le incertezze nella luce calda e pastosa del ritmo e della musica: è il giallo caldo dei maccheroni, è la trasparenza chiara e corposa del vino bianco del Vesuvio. “Napule è ‘na canzone” scrisse De Cristofaro e musicò E. A. Mario: non è solo un gioco retorico: è una verità profonda, di cui trovo oggi le tracce nella polemica intorno a “Gomorra” e in certe “cacciate” – così i napoletani chiamano i colpi di scena- dei candidati alla poltrona di sindaco.
Ferdinando Galiani studiò questa misteriosa tendenza e ne trovò, fatalmente, la presenza anche negli archetipi della lingua napoletana. Il parlare nostro è “pieno, spazioso, sonoro”, e non turbano la pronuncia né “dittonghi chiusi”, né gutturali, né “contorcimenti di labbra”. Il Cortese definì questa nostra lingua, ricordava il Galiani, “un parlar majatico e chiantuto…comparandolo a quelle piante o frutta polpute e succulenti, che riempiono la bocca e lusingano gratamente il palato. Lo dimostra la facilità e l’incredibile naturale inclinazione dei popoli, che usano questo dialetto, al poetare e al cantare.”. Un parlare “majatico” e “chiantuto”: questi due mirabili aggettivi con cui Giulio Cesare Cortese definì la sostanza e la forma della lingua napoletana meritano il rischio di un articolo a parte.



