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Le “guaches” del Vesuvio, il valore di una tecnica pittorica  e un pittore grande e ambiguo: G.B. Lusieri

Lo “spazio”, che il giornale ha messo a mia disposizione e che si intitola “VesuvioVero”, si apre formalmente con questo articolo sulle ragioni che indussero alcuni pittori,  Lusieri, Saverio Della Gatta, Luigi  Salvatore Gentile, a usare “il guazzo” per rappresentare il Vesuvio in eruzione e per descrivere la vittoria del Cosmo sul Caos.  Le poco nobili imprese di un grande pittore, G.B. Lusieri.

 

Il guazzo è una tecnica  antica, affine alla tempera, perché come la tempera  vuole l’acqua come solvente di base. Ma , mentre nella tempera i pigmenti colorati sono agglutinati con colle animali, nel guazzo si ricorre alle gomme.  Inoltre , l’intensità dei colori a tempera si riduce con l’aggiunta dell’acqua, quella dei colori a “gouache” con l’aggiunta di bianco.  La conseguente opacità cromatica risulta la causa prima dei pregi della tecnica: corposità,  vaporosa morbidezza e vellutata eleganza : quanto serve per  riprodurre rapidamente e fedelmente il cielo e la luce di Napoli, e  i contrasti di colore e di luci nelle eruzioni.  La mostra  “ C’era una volta  Napoli “, allestita a Villa Pignatelli, mostrò a quali livelli avevano portato la tecnica della “guache” Lusieri, Fabris, Saverio della Gatta, Luigi Salvatore Gentile. Recentemente ho rivisto alcune opere “ a guazzo” di Lusieri e di Della Gatta: e mentre le contemplavo, ripensavo a una mia antica idea, e cioè che al di là di ogni motivazione pratica,  alcuni Maestri avvertirono, più o meno profondamente, che questa tecnica era la più adatta a  rappresentare il mistero formale dell’eruzione,  quell’ impulso violento di fuochi e di nubi gigantesche  che va, infine, a inserirsi, placandosi, nell’ordine circolare del golfo, delle barche immote in un angolo sereno del mare, nel composto luccichio della luce lunare. Il Golfo di Napoli è il teatro in cui si rappresenta da sempre la vittoria del Cosmo, della Natura ordinata, sul Caos.

L’artista affida alla rapida stesura dei colori non l’ impressione dell’informe disordine, ma la vittoria dell’ordine naturale, che assorbe in sé e giustifica anche la lacerazione violenta  inflitta dal vulcano. E così in una” gouache” del 1792, in collezione privata – l’immagine apre l’articolo –   Lusieri immerge i rossi bagliori di fuoco nell’argentea luce della luna, che chiude il golfo come in una sfera di delicato cristallo,  mentre in primo piano si snoda l’euritmia dell’albero, dei pennoni e dei grovigli di rocce. Il vulcano è presente, ma remoto, come in un sogno.  Una “guache” così raffinata  ci induce a dimenticare, per un momento, l’ambiguità di questo pittore, che sicuramente aiutò sir William Hamilton, plenipotenziario inglese a Napoli, a portare in Inghilterra un gran numero di reperti archeologici pompeiani; che certamente diresse, per conto di Lord Elgin, ambasciatore inglese a Istanbul, la rimozione e il trasporto a Londra dei marmi di Fidia che ornavano il Partenone. In Grecia Lusieri incontrò Byron, che lo giudicò un “grande artista”. Byron strinse un’ambigua e costosa relazione con Niccolò Giraud, un giovanetto che Lusieri presentava come suo cognato, ma che forse era suo figlio, frutto di una passione breve e poco intensa con una signora di cui non si conosce il nome.

Pare che il caos vinca nel foglio che Saverio della  Gatta dedicò, nel 1795, a Torre del Greco devastata dalla lava( vedi immagine in appendice): i vortici di fumo giallo arancione e le fontane di fuoco, i riflessi,  disseminano le sorgenti di luce in modo anomalo e la carta sarebbe un gioco di macchie e di strisce variamente colorate per forti contrasti, se il tutto non si riorganizzasse intorno alla salda strutture delle case in controluce del primo piano, perno della “ visione “ e baluardo simbolico della civiltà contro la violenza della natura. Straordinaria  è l’inedita carta (vedi immagine in appendice) che Luigi Salvatore Gentile dedicò all’eruzione del 1806: una sorta di pagina doppia. di qua il Vesuvio rovente che incombe  sulla riva del mare, e in primo piano un gruppo di uomini immerso in controluce nel cupo bagliore di rosso aranciato, di ocra intrisa di luce, come se bruciasse; di là ci porta la prua della barca , nella “pagina” della luna, dove una luce grigio – azzurra piove dal cielo e si diffonde sui profili rarefatti di monti lontani, di immobili sciabecchi, di onde che sono soltanto un pallido sussulto.

La stagione altissima della “gouache” dovrebbe essere studiata come momento significativo di due storie: la storia delle tecniche pittoriche e la storia della percezione della napoletanità.

 

 

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