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“’E tutta ‘na ‘nzalata” gli “antipolitici” dicevano dei politici. Oggi potrebbe essere una considerazione positiva. Il ruolo del prezzemolo, il significato complesso delle fave. Il carisma del Lacryma Christi bianco di “ Fiore Romano”.

Ingredienti: 400gr. di riso; 500 gr. di tartufi di mare; 300 gr.: di asparagi, 200 gr. di piselli e 150 gr. di fave, tutti sgusciati; 10 fiori di zucca; 3 cipollotti di Nocera, brodo vegetale, ½ bicchiere di vino bianco, aglio, abbondante prezzemolo, olio, sale. Pulite le verdure secondo il solito, pelate gli asparagi e divideteli in rondelle. Disponete poi in un ampio tegame i cipollotti tagliati in fette sottili e gli spicchi di aglio depurati, lasciate che soffriggano. Al momento opportuno tirate fuori l’aglio, aggiungete i piselli, le fave e una parte delle rondelle di asparago, cuocete in poco liquido, e al culmine della cottura, calate il riso, fatelo tostare a fiamma vivace per tre o quattro minuti. A questo punto versate mezzo bicchiere di bianco secco, lasciate che svapori completamente, poi bagnate il tutto con il brodo vegetale. Dopo 7/8 minuti aggiungete nel tegame i tartufi di mare, le altre rondelle di asparago, le strisce di fiori di zucca. Completate la cottura amalgamando con un lento rimescolio e distendendo il risotto per tutto lo spazio del tegame. Prima di servire spruzzate sui piatti abbondante trito di prezzemolo. In cucina e a tavola questo risotto vuole come compagno un lacrima christi bianco del Vesuvio.

Biagio Ferrara

Parto dalla fine, perché in certe ricette la fine è molto più importante del principio. Questo risotto si abbina alla perfezione con il Lacryma Christi bianco di “Fiore Romano”, perché questo lacryma ha il vigore e l’eleganza necessari a mettere d’accordo tutte le “presenze”, perché è, grazie al sentore di ginestra vesuviana, un vino mistico. Per farsi obbedire, non ha bisogno di alzare la voce: è un vino carismatico.
Il piatto è denso di sapori e di valori simbolici: è un vero piatto “politico”, adatto alla disposizione d’animo e agli umori di chi è stato eletto, e di chi invece dovrà aspettare la prossima tornata. “ E’ tutta ‘na ‘nzalata”, “ è ‘a stessa menesta” diceva un mio zio, che non aveva un’alta opinione della classe politica. Invece oggi nelle due metafore uno può trovare, se è ben disposto, anche qualche elemento positivo: di questi tempi è giusto che chi perde si metta subito a disposizione di chi vince. La gente vuole la pace, non la guerra. Nel mangiare questo risotto vincitori e vinti condividono i segni positivi e esorcizzano quelli nefasti. Il tartufo di mare gli scienziati lo chiamano “venus verrucosa”, Venere con le verruche: un’immagine che è il simbolo dell’inganno, del mondo capovolto, dello sconcio “impresentabile”. In tempo di elezioni, finché continuano chiacchiere e commenti sui risultati, anche la parola “tartufo”ci spinge a pensare non al prezioso tubero, ma al personaggio di Molière, diabolico impasto di ipocrisia e di doppiezza. Perciò, è necessario che tutti, non solo i politici, divorino questi “taratufi” con risolutezza, direi con cattiveria: e gli ipertesi non abbiano paura del sodio che essi contengono, perché è stato disinnescato dalle virtù diuretiche e purificatrici del cipollotto nocerino, degli asparagi e del riso stesso. Il riso è di fausto augurio: ne hanno bisogno i non eletti, ma anche gli eletti che non si accontentano della poltrona di consigliere, e sentono il dovere di proporsi come assessori: non per vanità, né per presunzione, ma per spirito di servizio: per incrementare, con il loro diretto contributo, la felicità della gente.
L’aglio ci vuole, perché aiuta a combattere i démoni di dentro e di fuori . Non escludo che abbia anche il potere di dare forza alla capacità di dimenticare, una virtù utile spesso, ma non sempre. Non lasciamoci ingannare dai fiori di zucca, ricordiamoci che sì, sono fiori, -fiori che in ogni caso devono essere imbottiti di qualcosa -, ma sono anche zucca: e la zucca è il simbolo del trasformismo, perché rappresenta tutto e il contrario di tutto, la ricchezza, il sogno e, come i piselli, la fecondità, ma anche l’assoluta ignoranza. Capita la stessa cosa anche con le fave, che non c’è campo in cui non lascino il segno: il culto dei morti, la religione, il rito del matrimonio, il materialismo dei sensi, Apollo e Pan, Persefone e le Muse. Ma a me piace ricordare il sospetto di Plinio, che le fave annebbino i sensi e producano visioni: e il teatro della politica è pieno di comparse che si credono attori, e di attori di spalla che si illudono di essere protagonisti. Anche fave e piselli bisogna mangiarli con risolutezza recitando in silenzio qualche formula di scongiuro: non dimentichiamo che i semi delle fave venivano usati nelle operazioni di voto.
Ma è quando mangiano con cattiveria il prezzemolo che i politici indossano una invisibile corazza contro le frecciate “al petrosino “. Non c’è politico di cui qualcuno non abbia detto : “me pare petrosino in ogni menesta”, e cioè vuole mettere becco in ogni questione, oppure “ è caruto a copp’ ‘o pere ‘e petrusino”, per dire che si agita per niente, e per niente fa l’urlatore. I candidati non eletti, i politici costretti alle dimissioni e quelli raggiunti da un avviso di garanzia assumono, soprattutto in pubblico, l’espressione sconfortata dell’infelice che vede i suoi molti pregi tritati e pestati dalla malignità della sorte e dalla cattiveria degli uomini. E così si tirano addosso lo sberleffo impietoso degli “antipolitici” “ ‘o petrusino era già bello, è gghiuto ‘o cane e nce ha fatto pipì a coppa.”. Il verbo è un altro, ma non mi sembrava adatto a questa circostanza: e perciò l’ho sostituito con il meno volgare “ ha fatto pipì”.

L’OFFICINA DEI SENSI