Nel pieno della campagna elettorale, mentre il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi su programmi, idee e visioni per la città, torna a emergere uno dei volti peggiori dei social: l’odio anonimo e la violenza verbale contro le donne impegnate in politica.
Virginia Nappo, già assessore all’Istruzione e vicesindaco del comune di Ottaviano, ha deciso di denunciare alla Polizia di Stato un commento sessista pubblicato nelle ultime ore sui social network. Una scelta forte, maturata dopo anni di impegno istituzionale e politico, durante i quali – come lei stessa racconta – ha imparato ad affrontare critiche, errori e attacchi personali. Ma questa volta, ha scelto di non restare in silenzio.
Nel suo lungo messaggio pubblico, Nappo chiarisce che la denuncia non riguarda soltanto la sua persona. Il significato va oltre il singolo episodio: riguarda tutte le donne che ogni giorno decidono di esporsi, partecipare, candidarsi, amministrare e contribuire alla vita pubblica.
“Quando si colpisce una donna con un insulto sessista – scrive – il messaggio arriva a tutte.”
Parole che aprono una riflessione più ampia sul clima che si respira nel confronto politico contemporaneo e, soprattutto, sul valore dell’educazione civica. Non quella relegata ai programmi scolastici o alle ricorrenze istituzionali, ma quella che si misura concretamente nel rispetto delle persone, nel linguaggio utilizzato, nella capacità di dissentire senza disumanizzare l’altro.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che colpisce maggiormente della vicenda. Virginia Nappo ha ricoperto per anni il ruolo di assessore all’Istruzione, lavorando in un settore che più di ogni altro dovrebbe contribuire a formare cittadini consapevoli, rispettosi e responsabili. Oggi, da donna e da rappresentante politica, si trova a denunciare un episodio che dimostra quanto il lavoro culturale sull’educazione e sul rispetto sia ancora necessario.
Perché il problema non è solo il singolo commento anonimo. Il problema è la normalizzazione dell’aggressività, la superficialità con cui troppo spesso si confonde la libertà di opinione con il diritto all’insulto, il silenzio di chi osserva senza reagire.
La politica dovrebbe essere il luogo del confronto democratico, anche duro, ma mai degradante. Le idee possono e devono scontrarsi. Le persone no.
La scelta di denunciare assume quindi anche un valore simbolico: affermare che esistono limiti che una comunità civile non può accettare di oltrepassare. E ricordare che il rispetto non è debolezza, ma una responsabilità collettiva.
In un tempo in cui l’odio online sembra diventare sempre più normale, servono esempi capaci di riportare il dibattito pubblico su un terreno di dignità, responsabilità ed educazione civica. Perché una comunità cresce davvero non quando tutti la pensano allo stesso modo, ma quando riesce a restare umana anche nelle differenze.







