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L’apparecchiatura che trasforma in suoni le vibrazioni del vulcano, e il “concerto” del Vesuvio del 22 settembre. Il rapporto misterioso tra la Natura, i suoni e le voci nel miracolo del sangue di San Gennaro.  Il Vesuvio “ispira” ai Vesuviani l’inclinazione alla violenza. A metà del sec. XIX  Luigi Palmieri e il dott. Carusi studiano il “magnetismo” del vulcano, la forza “elettrica”  che attira stormi di farfalle dalla lontana Benevento e può trascinare alla morte anche gli uomini. Le” fattucchiare” cercavano di assorbire la forza della lava.

 

 

Domenica 22 settembre Stella Cervasio ha pubblicato  su “la Repubblica” uno splendido articolo sul “concerto del Vesuvio”: alcuni geologi, coordinati da Antonio Menghini, Vincenzo Morra  e Domenico Sessa hanno sperimentato un’ apparecchiatura che “cattura le vibrazioni del cratere e le trasforma in suoni”. Ogni strato ha la sua musica: sono stati rilevati i suoni dell’eruzione più recente, quella del ’44, e i suoni dell’eruzione pliniana: sorprendente il risultato:  “ suona più “classico” il vulcano più antico”, mentre la lava del ’44 “suona più tonale…” I suoni emessi dalle pietre dell’eruzione che distrusse Pompei “per andare fino a 22 mila  anni indietro, a quando c’era solo il Monte Somma, passano incredibilmente da una tonalità minore a una maggiore, e sembrano rispettare le regole della musica modale”. A questo straordinario concerto hanno assistito duecento persone. La sera di domenica nella Chiesa di San Gennaro in San Gennarello di Ottaviano un trio di musicisti  ha cantato e suonato brani della musica popolare dedicata al Patrono di  Napoli, e Carmine Cimmino ha ricordato che, secondo qualche studioso, le nenie e gli “insulti” delle “ Parenti del Santo” servono anche a “muovere” il sangue rappreso e a sollecitarne lo scioglimento. Del resto, secondo gli antichi, anche gli dei della morte venivano vinti dalla lira di Orfeo. Forse conviene dedicare una maggiore attenzione ai miti greci e paleocristiani che assegnano alla musica il potere di regolare la sostanza e i fenomeni della Natura, e esaminare senza pregiudizi le riflessioni di quegli scrittori che rappresentano il Vesuvio come un “démone vivo”, capace di influire sul destino degli uomini attraverso la sua prodigiosa forza magnetica, attraverso “l’elettricità”.

E’ una storia che Carmine Cimmino ha raccontato, per sommi capi, nel libro “Il Vesuvio dei Borbone”. Dopo l’eruzione del 1631 la Chiesa nolana ritiene che sul Vesuvio ci possa essere un ingresso dell’Inferno, da cui negli anni successivi escono gli smisurati nugoli di insetti voraci, “muroli et campe”, che devastano i vigneti: e ai Vesuviani non è concesso di sterminarli, perché, sostengono seriamente i teologi, “gli animaletti” sono uno strumento “biblico” della punizione che Dio infligge alle “genti del territorio, corrotte dal peccato e dall’inclinazione alla violenza”. Inclinazione che, secondo Paolo Mattia Doria, sarebbe favorita dallo zolfo vulcanico che i Vesuviani respirano sciolto nell’aria. Nel 1858 il dott. Giuseppe Maria Carusi, di Baselice, fa “tre passeggiate scientifiche” sul Vesuvio e finalmente capisce perché dal 17 al 20 luglio 1842 aveva visto stormi di farfalle (nymphalis iris) dirigersi dal territorio di Benevento verso il lontano vulcano: “ andavano a piccoli drappelli di cinque a sei alla volta: erano stordite, si lasciavano prendere facilmente,  si posavano per poco su fiori, cespugli e siepi, e poi quasi spinte da forza irresistibile, si levavano in volo e seguivano il loro viaggio.”.  Capì, il dottore di Baselice, che questa “forza irresistibile” era “l’elettricità”  del vulcano, di cui in quegli anni aveva incominciato a parlare Luigi Palmieri.

Ma  il Carusi si era avvicinato a questa verità già durante l’eruzione del ’55, quando nel Fosso Grande presso San Sebastiano, mentre osservava il “ corso uniforme e costante della liquida lava”, aveva visto, all’improvviso, balzar fuori dal magma lento e compatto, alcuni artigli di fuoco, che avevano colpito gli alberi più vicini al flusso e li avevano bruciati “come fiammiferi”.  E’ probabile che di artigli del genere siano state vittime, secondo le cronache, anche alcune “fattucchiare” che durante le eruzioni si erano avvicinate troppo alla lava per assorbirne la forza magnetica, il misterioso potere infernale.

Il  Carusi  non nascose il suo sospetto che questa “elettricità” del Vesuvio attirasse implacabilmente non solo le farfalle e molti tipi di insetti, ma anche gli uomini, e che dunque non tutti gli uomini che erano morti nel cratere si fossero gettati giù  spinti da volontà suicida. Trasformò il suo sospetto in certezza “l’acerba morte del prussiano dott. G.F. Delius che, lieto tra amici, l’11 maggio  1854 all’improvviso ruinò nel cratere più boreale e vi restò spento”.  Si augurò il dottore che Ferdinando II, come aveva fatto sorgere rapidamente, come per miracolo,  l’Osservatorio Vesuviano, con un uguale miracolo istituisse  “un  centro di studio delle influenze vulcaniche sugli esseri organizzati.”.