La polemica sull’asfalto protagonista della campagna elettorale in qualche Comune. L’asfalto usato dagli artisti e l’equivoco significato del verbo “asfaltare”. La metafora della “munnezza” usata da sempre dai napoletani quando parlano di politica. La metafora della “lutamma”. La “munnezza” nell’arte. La “presenza” dei politici nel territorio: aspetti della questione nell’epoca dei “selfie”.
Questa campagna elettorale per le amministrative sta scuotendo più che il sistema sociale il campo semantico di certe parole che da tempo fanno parte del lessico di candidati e elettori. Partiamo dall’ asfalto.. Al di là dell’ironia e della facile polemica,quando attraversiamo il territorio di un Comune e, bloccati da asfaltatori e da macchine asfaltatrici, diciamo: qui il 10 giugno si vota, è assai esigua la probabilità che ci sbagliamo. L’asfalto è così diventato, per qualcuno, il simbolo dei politici furbi che giocano con le apparenze: l’apparenza di una vigile attenzione per la comodità dei cittadini, l’apparenza della compatta levigatezza del nero manto che nasconde le buche, i fossi, e la sostanza scardinata delle strade, l’apparenza di un piano razionale di interventi destinati a tutelare il bene comune: ma poi pioverà, e l’asfalto si scioglierà, e apparirà ciò che sta sotto…L’asfalto considerato da qualche candidato strumento adatto a procurare consensi risulta invece, nella percezione di molti elettori, come l’immagine di Amministrazioni che campano alla giornata e che si svegliano solo nei giorni di campagna elettorale. Ovviamente, mi riferisco all’asfaltatura delle strade comunali, non a quella di cortili e di sentieri privati che in qualche Comune i candidati offrirebbero agli elettori in cambio di un pacchetto di preferenze. Ma io non credo né a queste ciarle, né al voto di scambio. Io credo che l’asfalto non meriti gli oltraggi della polemica elettorale. L’asfalto è sintesi di bellezza e di utilità, l’asfalto muove l’economia, soprattutto quando i lavori vengono fatti in somma urgenza, e le ditte che riescono a rinnovare chirurgicamente il volto delle strade procurando il minimo danno agli automobilisti meritano l’applauso e la gratitudine dei cittadini. Che valgono molto di più della manciata di euro che ricevono, con i soliti ritardi, dalle Amministrazioni comunali. E’ fatale che l’asfalto diventi protagonista dell’arte, e che artisti importanti come Roadswort, Claudio Fazzini e Luigi Russo se ne servano per le loro opere. E tuttavia sindaci e assessori si guardino dal verbo “asfaltare”, che oggi qualcuno usa anche nel significato metaforico di “radere al suolo”: “questa Amministrazione ha asfaltato il paese” è, di questi tempi, una frase ambigua.
E lo stesso discorso vale anche per la “munnezza”. Premetto che non è mia intenzione far riferimenti a un episodio che recentemente, come ho letto sul nostro giornale, ha scosso la campagna elettorale ottajanese. Ogni cosa a suo tempo. Fino a venti anni fa il campo semantico di “munnezza” era assolutamente maleodorante. “ Si’ ‘na munnezza” era un’offesa “fetente”. E divenne ancora più “fetente” quando la camorra – la camorra di serie B – trasformò la “munnezza” in un affare gigantesco che ha inquinato la terra, l’ambiente, la salute dei cittadini, la politica. La “munnezza”, tuttavia, muove l’economia, crea posti di lavoro a tempo indeterminato e posti di lavoro stagionali, nei servizi di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, nelle “isole ecologiche”. “Munnezza” resta una metafora “fetente e puzzulente”, ma per fortuna ci sono degli amministratori pubblici che hanno il coraggio di interessarsi di questa “materia”, di mettere le mani nell’immondizia. Per il bene della comunità, ovviamente. Anche la “munnezza” viene talvolta purgata dall’arte: di rifiuti e di scarti si sono serviti, per le loro opere, Warhol, Pistoletto, Arman, e, in modo radicale, Sue Webster.
La settimana scorsa, in un bar di Palma Campania, un distinto signore dalla folta e canuta capigliatura, dopo il primo sorso di caffè, sentenziò, rivolgendosi all’amico che prendeva il caffè con lui, che le persone di cui stavano parlando erano proprio “’na munnezza”. L’amico ribatté, scuotendo la testa,” Li tratti bene, per me sono ‘na lutamma”. Egli pronunciò la parola con un tono e un timbro perfetti.. La “lutamma” è la traduzione napoletana di “letame”, che viene dal latino e indica la forza fecondatrice degli escrementi degli animali, usati un tempo come concime e raccolti dai “lutammari”, che svuotavano le stalle e i pozzi neri. Il termine napoletano, usato come insulto, ha una sua carica violenta, accresciuta dal suono cupo e esplosivo delle due ultime sillabe. Bisogna saperla pronunciarla, la parola , prolungando la modulazione della “u” e della “a” accentata. Del resto, sarà proprio la persona che ispira l’uso dell’insulto a suggerire, con la sua espressione, il ritmo della sillabazione a chi ha il coraggio di servirsi di certi termini.
Infine, la “presenza”. E’ il vanto di tutti i candidati che sono amministratori “uscenti”. “I miei avversari ora si fanno vedere in pubblico, stringono mani, si interessano dei problemi, si presentano in posti di cui fino ad ieri ignoravano l’esistenza. Io, invece, sono stato presente da sempre, in ogni luogo e in ogni momento, io, i miei concittadini, li conosco per nome, uno per uno, e conosco i vecchi e conosco i bambini. Non mi credete?” E senza aspettare risposta, tirano fuori gli aggeggi telefonici, e squadernano sotto gli occhi di tutti interminabili serie di fotografie, decine e decine. Ma in politica non serve solo la presenza “fisica”, serve la “presenza” sui problemi. Può capitare che amministratori e consiglieri comunali abbiano fatto ogni giorno il giro del paese, e tuttavia non abbiano affrontato una sola questione di interesse pubblico e non abbiano mai preso la parola in consiglio comunale e nelle sedute delle commissioni consiliari. Può capitare.



