L’ottavianese Elena Palazzi, giornalista, scrittrice, destinata a diventare un’ “eccellenza” nell’arte del cinema (ha conseguito al “Rufa” la laurea specialistica in arte cinematografica), dedica il suo libro all’ opera di Walter Benjamin e ad aspetti fondamentali della cultura e della società delle immagini. Chi legge attentamente il libro vi scoprirà l’elenco di altri libri che la Palazzi certamente scriverà, perché il “viaggio” è appena iniziato e molto ci aspettiamo – e molto avremo – dalla sua sapienza, dalla sua arte, dalla sua passione.
“La storia è come Giano, ha due facce: non importa se essa guarda il passato o il presente: vede sempre le stesse cose” (Maxime Du Camp, citato da W.Benjamin).
Il libro di Elena Palazzi è come un saggio di Walter Benjamin: una struttura coerente, in cui tutti i piani sono saldamente articolati, e che tuttavia apre davanti al lettore fasci di strade da percorrere, spazi multipli da attraversare e da indagare. Del resto, la “figura” del “flaneur”, del “passeggiatore”, è diventata, per così dire, una forma simbolica di una vasta parte dell’opera di Benjamin. Nella nota introduttiva Elena Palazzi ci fornisce il primo prezioso “cartello di orientamento”: “ La borghesia, il Cinema e il collezionista sono a un tempo fenomeni sociali e personaggi: figli della Modernità, si inseriscono in una relazione tra reazione e progresso che, nella concezione di Benjamin della Storia, non si presenta più sotto l’aspetto di una dicotomia, ma come un rapporto sempre attivo e in evoluzione all’interno degli stessi soggetti in campo”. Il cinema, il potere delle immagini, la possibilità di riprodurre tecnicamente le opere d’arte modificano in maniere sostanziale la percezione che le persone hanno di sé e degli oggetti: il modo di stare al mondo di un individuo “non è più tanto indice di uno stato sociale – scrive la Palazzi – quanto di una parte in un film, come se ognuno seguisse e si facesse strumento del copione di un personaggio”. E a questo proposito, ricordo che nella prima stesura del saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” Benjamin notò “come Pirandello intravveda involontariamente nelle caratteristiche dell’attore cinematografico le ragioni” della crisi del teatro. “L’attore che agisce sul palcoscenico si cala in una parte.” Invece, “la prestazione” dell’attore cinematografico “non è mai unitaria…A scomporre la recitazione dell’attore in una serie di episodi montabili sono le necessità elementari dell’apparecchiatura”, e in particolare dell’illuminazione. Il secondo capitolo del libro, dedicato al collezionista d’arte Eduard Fuchs – un personaggio di grande complessità e di insidiose contraddizioni – merita di essere esaminato a parte, per la vastità e il numero degli argomenti trattati. Sarebbe facile dimostrare che nel saggio “Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico” (1937) lo stesso Benjamin sistema, “in itinere”, il suo giudizio sul ruolo di Fuchs e cerca un punto di incontro con ciò che egli scrisse quando affrontò, in altri saggi, il tema del “collezionista”. Secondo Benjamin, il “proposito” di Fuchs era “ di restituire all’opera d’arte, nella società, l’esistenza da cui era staccata; staccata a un punto tale che il luogo in cui egli la trovava era il mercato artistico, dove essa, ugualmente lontana da coloro che l’avevano prodotta come da coloro che erano in grado di comprenderla, continuava a vivere ridotta a mera merce.”. Eppure Fuchs, riflettendo sull’opera di Rodin e di Slevogt, diventa profeta, nel 1908, di una “nuova bellezza”, che pare destinata a produrre risultati che la renderanno più grande perfino dell’arte classica , poiché “sarà colma di un grandioso contenuto psichico- spirituale”. Nel terzo capitolo “Oltre la soglia. La modernità nel contemporaneo” di notevole interesse è il paragrafo “Una città prèt -à- porter”: l’autrice, partendo dal saggio di Boltanski- Chiappello “Il nuovo spirito del Capitalismo”, ci invita a notare che oggi viviamo in “città per progetti”, in cui luoghi e persone sono “condannati” al destino della “polifunzionalità”. “Nella società connessionista – scrive la Palazzi –non c’è più una deontologia specifica per i rapporti sociali e un’altra per quelli amicali, le due dimensioni ormai si toccano e si mescolano. Il Capitalismo è stato in grado di fagocitare le rivendicazioni di libertà e autenticità che hanno portato a questa modalità di relazione, facendone un marchio per il commercio. Chiappello e Boltanski annotano come sintomo la moda dei prodotti biologici e l’ostentazione di familiarità e confidenza a tutti i costi nella vendita (i vari “bio”, “fatto in casa”, “ricetta della nonna” come formule di richiamo su etichette, insegne, spot, annunci.). Si tratta di una finta socievolezza che il web manifesta nello stereotipo dei social di classificare ognuno come “amico” di un altro, pur rimanendo entrambi magari dei perfetti sconosciuti e dietro uno schermo”. La citazione è lunga, lo so: ma mi sembra che sia utile per illustrare una delle “virtù” che Elena Palazzi ha ulteriormente affinato “frequentando” gli scritti di Benjamin: saper indicare con magistrale chiarezza i nessi che congiungono saldamente le riflessioni “alte” della dottrina e gli aspetti concreti e “bassi” della vita di ogni giorno.






