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Il ricordo di un defunto nella terra vesuviana: ‘a bonanima”

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Dopo la morte e per sempre, la comunità, che ha conosciuto il defunto, non lo invoca più per nome, ma lo riconosce attraverso una nuova espressione popolare: ‘a bonanima.

 

Il lutto, oltre ad essere un evento distruttivo a livello psicologico che tutti purtroppo conosciamo o siamo destinati a conoscere, segna pesantemente anche il modo di vivere, di comportarsi delle famiglie che ne sono colpite. Normalmente dopo la morte e per sempre, la comunità, che ha conosciuto il defunto, non lo invoca più per nome, ma lo riconosce attraverso una nuova espressione popolare: ‘a bonanima. L’utilizzo di questo termine, secondo il ricercatore Angelo Di Mauro, risiede nel fatto che nominare la persona defunta per nome possa produrre determinati effetti, poiché lo studioso percepisce nelle parole un potere evocativo e d’influenza non trascurabile.

Nominare il morto, infatti, presso le antiche tribù, comportava non solo di esporlo alle azioni di spiriti maligni, ma metterlo anche in balia dei demoni. Oltretutto il nome stesso rievocava il profondo dolore per la dipartita, mai completamente digerita. Altre motivazioni potevano essere quelle di lusingare il trapassato per tenerselo buono, di non infastidirlo nel sonno eterno, di non richiamarlo alla realtà, ma sopratutto di non nominarlo invano in qualche bestemmia, essendo puro Spirito come l’Eterno.

A Somma Vesuviana, infatti, la misura dell’importanza della quiete dei defunti è data dalla minacciosa conseguenza che qualche alterco fra parenti e amici possa sfociare in numerose bestemmie dei morti reciproci. In più aggiungo che il termine buonanima non viene attribuito solamente a uomini “buoni” nel vero senso della parola, ma anche a persone immeritevoli e non degne di rispetto.

D’altra parte, l’antropologo James George Frazer (1854 – 1941) era convinto che nominare il morto ne richiamasse lo spirito. Presso gli antichi Egiziani conoscere il nome di uno spirito significava averlo in proprio potere; così come dimenticare il nome di un morto significava mettere in pericolo la sua esistenza nel regno delle ombre.  Il nome, oltretutto, è parte vitale e fisica dell’anima. Il fatto stesso, che in paese si usa assegnare il nome dei nonni ai bimbi nati dai figli, è inquadrabile come conseguenza di queste credenze. L’intento è quello di reincarnare lo spirito attraverso il nome dell’avo nella giovane carne dei nipoti, che fatalmente assomiglieranno ai nonni. In un canto azteco l’infante, cullato da una donna, viene chiamato nonnino mio. I bambini a Somma vengono chiamati vicchiarelli. I Greci ritenevano che un uomo non sarebbe morto fino a quando il suo nome fosse stato ricordato. Le due credenze hanno assonanze multiple. A Somma, tra l’altro, si usa ancora oggi l’espressione Nuie simme figlie ‘e muorte ad indicare che i nostri avi sono ormai trapassati, che siamo figli dei nonni, che dipendiamo dal loro lavoro, carne della loro carne. Analogamente, anche la scelta del nome del Santo – per esempio Gennaro a Napoli, Matteo a Salerno, Nicola a Bari e così via – rivela un’ identificazione col Santo che rappresenta, in quel determinato momento, l’avo, il totem, il centro della vita culturale, sociale e religiosa dell’intera comunità. Pensiamo a questo punto di poter inserire nel discorso anche l’uso dei contranomi (soprannomi), utilizzati per identificare una famiglia o una persona. Lo stesso Angelo Di Mauro nel 1982 ne raccolse a Somma più di trecento, tutti diversi e con una storia sconosciuta nelle visceri. Essi si riferiscono ad una determinata caratteristica fisica di un loro capostipite (capelli, pelle, attributi sessuali, statura, andatura) o ad una azione semplice o clamorosa tramandata o dimenticata. Come per il morto, l’utilizzo dei contranomi vuole evitare di influire, semmai senza volerlo, sulla vita degli individui col solo nominarli.