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Il doppio flauto campano: il racconto del musicista e costruttore Giovanni Saviello  

Il doppio flauto è uno strumento antichissimo; si ricava da una graminacea che cresce nel bacino del mediterraneo: la canna domestica. Nel sud Italia e in Campania l’archeologia , attraverso mosaici e dipinti ci ha fornito importanti testimonianze su questo strumento. Nella musica di tradizione orale Campana  il doppio flauto è stato per lungo tempo utilizzato come linea armonica al canto o per accompagnare il ballo. Diversi sono gli studiosi di etnomusicologia che hanno concentrato la loro attenzione su questo strumento, analizzando suonate e aspetti organologici.

Il musicista costruttore Giovanni Saviello è da anni impegnato in una attività di ricerca e di costruzione, tesa alla conservazione e alla diffusione del doppio flauto campano. L’attività del liutaio  torrese affonda le sue radici in uno studio che è consapevolezza del passato, ma che proietta il doppio flauto verso il futuro: lo studio delle caratteristiche botaniche della canna, delle sezioni, delle frequenze e dei suoni, sono alcuni degli aspetti che Giovanni Saviello ha approfondito e continua ad approfondire instancabilmente. In una lunga intervista ripercorre la sua vicenda di polistrumentista e di costruttore. Con la sua preziosa testimonianza, Giovanni Saviello  inserisce la cultura immateriale del vesuviano in un contesto più ampio, facendola diventare protagonista di un’area che è una delle culle culturali del mondo: il mediterraneo.

 

L’arundo donax è una specie botanica antica, tipica della macchia mediterranea, comunemente conosciuta come canna domestica. I fusti dell’arundo donax possono raggiungere i 10 metri di altezza e ben si prestano ad una serie di attività agresti, soprattutto nella creazione di strutture di sostegno per il pomodoro e la vite.

Da tempi remoti la canna domestica è familiare alle culture del bacino del mediterraneo anche per la realizzazione di alcuni strumenti musicali; ne cito due, ma potrei citarne molti altri, legati alla storia delle culture del mondo antico in occidente: Il flauto e il doppio flauto. I musei in Italia, che espongono reperti dei campi archeologici della penisola, sono pieni di mosaici, anfore, e altre suppellettili con raffigurazioni di suonatori di doppio flauto.

Nel vesuviano e in alcune zone della Campania esiste una memoria d’uomo del doppio flauto, all’interno delle culture contadine e pastorali.  Somma vesuviana, per esempio, è il paese in cui si perpetua l’uso di accompagnare il canto sul tamburo con l’utilizzo di tale strumento. Una famiglia sommese, in particolare, quella di “Zi Peppe e scaracocchiol”,  vantava tra i suoi membri degli abili suonatori.

La sopravvivenza di questi fiati non è tanto legata al loro uso quanto alla trasmissione dei saperi costruttivi. Uno dei pochissimi costruttori in Campania di doppio flauto è un vesuviano di Torre Annunziata si chiama Giovanni Saviello e per professione fa il polistrumentista di musica  tradizionale e il costruttore di flauti, doppi flauti, ciaramelle e doppie ciaramelle. Percorro la strada che congiunge la zona Orientale del Vesuvio alla costa per fargli visita. Giovanni, che è anche un abile cuoco, mi accoglie in casa con la tavola imbandita e dopo qualche bicchiere di vino racconta il suo incontro con gli strumenti che costruisce: “…. ho iniziato a costruire perché avevo voglia di suonare un doppio flauto, avevo visto  i doppi flauti dei sommesi  ma non sapevo assolutamente come procurarmene un esemplare. In quel periodo collaboravo con Giovanni Coffarelli, lui aveva a disposizione nel suo laboratorio un doppio flauto di Somma Vesuviana, un doppio flauto di Cusano Mutri, un Doppio flauto di Montemarano, modelli questi realizzati dai migliori costruttori dei posti che ho menzionato…”. Giovanni Saviello mi parla di un’etnomusicologia, ormai scomparsa, che ha persino saputo riportare fedelmente per iscritto l’organologia del doppio flauto campano. Il musicista e costruttore torrese cita con dovizia di particolari ricerche specifiche di studiosi, purtroppo dimenticati, come Diego Carpitella e Roberto Leydi: ”…. È anche grazie  agli studi di questi ricercatori se oggi sono riuscito a tirare le fila di forme e misure; oltre ai flauti di Somma Vesuviana ho avuto la possibilità di avere tra le mani i modelli Mastromarino, costruttore di Montemarano, i flauti di Mastromarino erano suonati da Celestino Coscia suonatore Montemaranese più volte registrato da Carpitella e Leydi…”.

Ormai non riesco più a smettere né di ascoltare il musicista né di mangiare il pane e i taralli di Torre Annunziata. Giovanni cita altri due studiosi, le cui ricerche sono state determinanti nella costruzione di una geografia culturale del doppio flauto in Campania: Roberto Palmieri e Francesco Cleopatra, due studiosi dell’università di Bologna che negli Ottanta si interessano del doppio flauto in due paesi del beneventano: Cusano Mutri e Tocco Gaudio. Qui tale strumento veniva suonato in diverse occasioni rituali: San Silvestro, il pellegrinaggio a Montevergine e altre situazioni domestiche.

Giovanni Saviello è guidato da un sogno, che in parte sta realizzando, quello di rendere accessibile a tutti questi strumenti: qui  finisce il sapere orale rappresentato dall’esperienza del “…così si è sempre fatto..”  e comincia uno studio che mira alla comprensione dei difficili rapporti matematici, geometrici e fisici che sono alla base dei suoni dell’ “altra musica”. Giovanni Saviello è un indefesso studioso soprattutto della questione degli armonici e delle frequenze. Mi parla di un sapere scientifico che nasce  dai sensi, dalla stretta relazione che l’uomo ha da sempre avuto con la natura.  Giovanni, senza saperlo, mi sta dando una lezione di filosofia; mi viene in mente Galileo Galilei il quale sostiene che alla base dell’ingegno scientifico c’è l’osservazione, quella degli occhi che scrutano il mondo che ci circonda; persino penso ad un filosofo nostro conterraneo, Giordano Bruno, il quale trasforma il mito di Diana e di Atteone in un mito positivo: Atteone rappresenta l’uomo che è così attento a scrutare la natura da diventare egli stesso natura. Il doppio flauto per il musicista e polistrumentista Giovanni Saviello, rappresenta questo: l’emblema della connessione tra l’uomo e la natura, una connessione sensibile che ha dei risultati intelligibili complessi dal punto di vista matematico, fisico e geometrico. Rimango meravigliato dalla semplicità e allo stesso tempo dalla difficoltà, dei temi che mi vengono proposti. Giovanni mi ricorda che queste questioni sono alla base di altri due strumenti complessi della musica di tradizione orale del sud Italia: La Zampogna e la ciaramella. Giovanni è un suonatore di ciaramella e di doppia ciaramella ma soprattutto un costruttore. Mi parla dell’esperienza delle novene che vive  insieme ad un suonatore ottavianese di zampogna a chiave. Gli ricordo che gli Ottavianesi sono una brutta razza e lui mi ammonisce dicendo che è affascinato dalla loro goliardia e dalla loro ironia che è socratica al cento per cento perché è prolusiva alla riflessione profonda; la stessa riflessione che guida Giovanni quando si mette al tornio o quando accorda un doppio flauto. La storia di giovani come Giovanni mi commuove e allo stesso tempo mi fa arrabbiare. Mi commuove perché penso che nel vesuviano e nel sud Italia ci siano delle intelligenze enormi che dovrebbero farci sentire parte di un grande popolo  e di una grande storia. Mi rimane anche una grande rabbia: penso ad una rappresentazione mediatica che diffonde, soprattutto tra le giovani generazioni, l’immagine della società di gomorra. Bisogna rispondere alla moda del “sta’ senz pensier” o del “…biv, aggia vere’ si me pozz fidà e te..” con un racconto diverso di questa terra; il racconto di vicende come quella del maestro Giovanni Saviello.

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