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A Ottajano nel 1676, come riferisce il valente prof. Carmine Cimmino, il Catasto onciario fu compilato con la solita “distrazione” degli “apprezzatori”, disseminando voluti errori sostanziali. Nella Terra di Somma, addirittura, i Padri Certosini di San Martino, d’intesa con la nobiltà locale e i numerosi forestieri titolari di beni, fecero un regalo (oggi si chiama tangente) di 1.000 ducati all’Attuario dell’Università (governo locale), affinché non facessero ammettere il Catasto.

 

Il Catasto Onciario, ordinato da Carlo III di Borbone, aveva lo scopo fondamentale di ripartire equamente le imposte dirette su tutti i cittadini del Regno, compresi gli ecclesiastici regolari e secolari, le chiese, i conventi e le opere pie, i cui beni erano stati in precedenza sempre esentati da ogni forma di peso fiscale. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni veniva stimato in once, una moneta molto antica corrispondente a sei ducati. Il nuovo sistema – come afferma il compianto studioso Giorgio Cocozza – doveva sostituire quello iniquo delle gabelle che aveva sempre danneggiato i beni a largo consumo a discapito, soprattutto, del ceto sociale più povero. In sostanza, con l’attuazione del Catasto Onciario, si attuava una trasformazione completa del vecchio sistema fiscale a vantaggio dei poveri e con un evidente fastidio per ricchi. Quest’ultimi, grazie al vecchio sistema delle gabelle, non avevano alcun obbligo di dichiarare i loro beni posseduti, e, quindi, di pagare per essi. Fu questo il motivo principale che fece tardare, in alcune Università del Regno, l’entrata in vigore del nuovo strumento fiscale. L’Università di Somma (governo locale) completò il suo Catasto onciario nel 1744: tre anni dopo l’emanazione della prammatica  reale  De Catastis del 17 marzo 1741.  Stranamente, però, lo fece entrare in vigore solamente il primo gennaio del 1751. Perché questo ritardo? Il mistero ci viene svelato da alcuni documenti appartenuti all’antica Grancia di San Martino dei Padri Certosini, ubicata anticamente nell’attuale Piazza Vittorio Emanuele III nel cosiddetto Palazzo del Principe. Tali documenti sono conservati nell’Archivio di Stato di Napoli nel Fondo Monasteri Soppressi e furono consultati dal nostro studioso Giorgio Cocozza negli anni ’80 del Novecento.

Dalle carte emerge che i cittadini napoletani, aventi beni stabili o altre rendite nella Terra di Somma, si opposero fermamente, anche per vie legali, all’applicazione del nuovo Catasto, poiché non intendevano pagare la cosiddetta tassa di bonatenenza, dalla quale erano stati sempre esentati, in virtù di un antico privilegio del 1540 della Regia Camera della Sommaria. Ne tantomeno i Sindaci (all’epoca tre per i tre quartieri di Somma), rappresentanti del ceto dei proprietari, gradivano tale regime catastale. A tal riguardo, posero in essere tutte le possibili azioni, affinché si ritardasse l’entrata in vigore del librone catastale. La Grancia di San Martino, addirittura, tentò, con ogni mezzo, la via della corruzione. I Padri Certosini, d’intesa con la nobiltà locale e i numerosi forestieri titolari di beni, fecero un regalo (oggi si chiama tangente) di 1.000 ducati all’Attuario dell’Università, affinché non facessero ammettere il Catasto. Questo clamoroso caso di corruzione, divenuto di pubblico dominio, scatenò l’ira del popolo, che con quotidiani manifestazioni di piazza, reclamò la giusta ed equa applicazione delle tasse catastali. Le autorità locali, dal canto loro, infastidite dall’atteggiamento popolare, pensarono di fermare tali proteste, facendo incarcerare i più animosi dimostranti, tanto ché molti popolani dovettero riparare nei paesi circostanti tra cui Ottajano. In una supplica a Re Carlo, i cittadini di Somma implorarono la grazia, affinché fosse pubblicato il desiderato Catasto, denunciando le ignobili carcerazioni patite in forza di un proprio diritto. La risposta del Sovrano non si fece attendere molto e fu favorevole – conclude Cocozza – ai supplicanti. Il Catasto Onciario entrò finalmente in vigore il 1° gennaio del 1751.