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Le maschere e i costumi di quel Carnevale si ispirarono alla corte francese di Luigi XIII e di Richelieu. La scenografia venne curata dai tecnici e dagli artisti del teatro San Carlo: è probabile che le “vesti” siano state consigliate dal pittore Pasquale Mattei. Giuseppe IV Medici  si “vestì” come un moschettiere del Re. Ferdinando II ordinò che venisse allontanato Giovanni Del Balzo, che aveva osato “vestirsi” da brigante. I maccheroni alla Montglas.

Anche gli studiosi più ostili ai Borbone di Napoli sono costretti ad ammettere che le feste che essi organizzavano a corte suscitarono l’ammirazione e, talvolta, anche l’invidia di monarchi e principi del resto d’Europa. Nel 1854 Ferdinando II dispose che si allestisse una edizione memorabile del Carnevale: dal 20 al 27 febbraio il Palazzo Reale di Napoli fu un ininterrotto splendore di luci, di suoni, di canti e di pietre preziose, perché il ballo in maschera venne replicato per almeno quattro sere: lo imponevano il temperamento festaiolo del Re e la necessità di accontentare tutti i nobili che chiedevano di essere invitati.  Fu deciso che la scenografia si ispirasse ai costumi della corte di Luigi XIII di Francia e di quel Richelieu che il re di Napoli ammirava in modo particolare, considerandolo probabilmente il campione assoluto dell’Ancien Régime, che era stato demolito dalla “pazzia” della Rivoluzione e di Napoleone. Nessuno pensò che la scelta fosse una sorta di messaggio politico: in realtà, la ricchezza dei costumi della Francia di Richelieu poteva essere facilmente riprodotta dai sarti dei nobili, perché erano note e numerose le testimonianze fornite dalla pittura. Deciso il “soggetto”, si mise in moto tutta la macchina dell’organizzazione, fornita dal personale del teatro San Carlo, che non temeva rivali, né in Italia, né in Europa. Responsabili dell’allestimento furono Michele Papa e Achille Spezzaferri: Eduardo Gervasi curò l’illuminazione e la disposizione delle lampade carçel: l’arredo delle sale e dell’ingresso venne affidato agli architetti Luigi Masi e Marco Corazza. I costumi vennero suggeriti dal “figurista” Filippo Del Buono, e, probabilmente, anche dal pittore Pasquale Mattei, che due anni prima era stato consulente dei Caracciolo di Torella per un ballo in maschera che si ispirava a una corte del Rinascimento italiano.

I giornali dell’epoca descrivono con ricchezza di particolari le vesti dei personaggi più in vista. I membri della famiglia reale indossavano preziosi abiti di velluto: di velluto grigio, il re; di velluto nero, il conte di Trapani; di velluto marrone chiaro, il conte di Montemolino; di velluto azzurro scuro, don Fernando, Infante di Spagna. Suscitarono l’ammirazione dei cronisti i merletti e la gorgiera ricamata che ornavano il costume di Giuseppe IV, principe di Ottajano, e rendevano il Medici simile al “Cavaliere dei tempi di Luigi XIII”, un moschettiere del Re dipinto dal Meissonier, e la cui immagine fa da corredo all’articolo. L’eleganza della principessa di Camporeale, della contessa di Castellana e della marchesa di Bugnano fu degna della fama delle nobildonne, da tutti giudicate tra le signore più raffinate del Regno. E un cronista raccontò lo splendore dei “tiri” e delle carrozze che portavano gli invitati a Palazzo. Alla serata del 26 febbraio, descritta da Raffaele De Cesare, venne invitato anche Giovanni Del Balzo, che si presentò vestito da brigante calabrese, “costume più fantastico che reale”. Il re, non appena lo vide, controllando a stento l’ira, chiamò un capitano del reggimento degli Svizzeri, che si era vestito da mugnaio, e gli ordinò: “Avvisa Giovannino, che vada a comporsi”. Giovanni Del Balzo, avvisato, andò via e non ritornò. Qualche giorno dopo si fece ricevere da Ferdinando II, si scusò e a testa bassa ascoltò il monito del re: “Ricorda che i briganti in casa mia non devono venire, neppure in maschera.”.

Il “brigante” in maschera non aveva potuto ammirare il buffet, su cui troneggiavano, raccontò l’anonimo cronista del “Poliorama Pittoresco”, preziose zuppiere colme di “lasagne” di maccheroni che l’imbottitura di carne di pollo, di tartufi e di “lingua scarlatta” e la presenza di “glace sciolta” inducono a ritenere una versione “leggera” dei “Maccheroni alla Montglas”. Sia nella ricetta di Alberto Popoli, “monzù” dei Maresca di Serracapriola che in quella pubblicata da Jeanne Carola Francesconi questi “maccheroni alla Montglas” più che un “piatto” sembrano una “commedia dell’arte”: e perciò si adattavano perfettamente a quel Carnevale del 1854.