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Il 26 settembre 1835 Donizetti presenta al “San Carlo” una nuova opera, la “Lucia di Lammermoor”

In questi giorni l’opera torna sulla scena del teatro napoletano, e mi piace ricordare il successo del debutto, raccontato da Samy Fayad nel libro “Donizetti a Napoli (1822- 1838), di cui Domenico Rea scrisse la prefazione. Merita di essere ricordato il librettista, Salvatore Cammarano, che scrisse anche il libretto del capolavoro di Verdi “Il trovatore”. “In Lucia Donizetti è senza macchia. La sua lirica non ha rivali per tenerezza…la sua lira ha il soffio del Petrarca, la sua orchestra, nel sestetto, nel coro del terzo atto, nell’introduzione del quarto ha profondità dantesche.”( Prince de Valois).

 

 

Quella sera del 26 settembre 1835 il pubblico del “San Carlo”, che nemmeno l’infuriare del colera è riuscito a tenere lontano dal teatro, tributa all’opera un successo strepitoso: l’intensità e la durata degli applausi procurano a Donizetti “un collasso nervoso; viene sollevato da terra e portato di peso nella sua casa di via Corsea 65, dove rimane a letto per alcuni giorni”. Quando si riprende, scrive a Ricordi che l’opera “è piaciuta, e piaciuta assai se devo credere agli applausi e ai complimenti ricevuti”. Era presente anche il principe Leopoldo, conte di Siracusa e fratello del re Ferdinando II, e anche lui è stato generoso di applausi e di complimenti. Forse Leopoldo non gradì la decisione di Donizetti di dedicare l’opera a Francesco Saverio Del Carretto, ministro e ispettore generale della polizia borbonica, e fedelissimo esecutore di quei provvedimenti “tirannici” del re che il fratello non condivideva.  Ma Donizetti era un uomo prudente, e perciò ricordò all’editore di pubblicare la dedica anche sulla ristampa del “libretto”.

Tutti i cantanti suscitarono l’ammirazione del pubblico: il baritono Domenico Cosselli, il basso Carlo Ottolini Porto, il tenore Gilbert Duprez, che quella sera “inventò”, secondo alcuni studiosi, il “do di petto”, il soprano Fanny Tacchinardi, che era figlia del violoncellista e tenore Nicola Tacchinardi, e aveva sposato il compositore Giuseppe Persiani: anche Verdi la tenne in grande considerazione, perché la sua voce, agile, intensa e brillante, le permetteva di cantare la stessa aria con cadenze diverse.  Verdi rese omaggio al genio di Donizetti inserendo nel coro del “Nabucco” le battute iniziali del concerto che chiude il secondo atto della “Lucia di Lammermoor”. Racconta Samy Fayad che Donizetti nella lunga scena del delirio di Lucia ricorse “a uno strumento oggi in disuso, l’arpa ad acqua o armonica, costruita da Benjamin Franklin, che con il suo suono bianco e algido rende ancora più spettrale il gioco dei rimandi con la voce del soprano. Delirio in scena e delirio in sala alla fine dell’atto con la morte di Lucia”.

Il librettista fu Salvatore Cammarano (1801-1852), figlio del pittore Giuseppe, erede di generazioni di attori, cantanti, pittori, musicisti e commediografi.  Salvatore iniziò l’attività creativa scrivendo una tragedia “alfieriana”, il “Baldovino”, che riuscì a far rappresentare al teatro Fiorentini grazie al sostegno dell’“Accademica Poetica Delfica”. Poi divenne scenografo del “San Carlo” e in breve divenne direttore di scena. Taciturno, amante della solitudine, “ma prolifico padre di sei figli, ama fare interminabili passeggiate sotto i portici della chiesa di San Francesco di Paola, dove spesso si assopisce a ridosso di una colonna”. Nel 1832 l’ostilità di Domenico Barbaja, onnipotente impresario del “San Carlo”, gli impedì di essere nominato librettista ufficiale del teatro, ma la collaborazione con Donizetti lo impose all’attenzione del mondo musicale non solo in Italia.

Per Verdi Cammarano scrisse i libretti di quattro opere, “Alzira”, “La battaglia di Lepanto”, “Luisa Miller”, “Il trovatore”, e Samy Fayad ci rivela che Verdi “schiavizzatore, stroncatore e fustigatore dei propri librettisti”, trattò Cammarano con sorprendente cortesia, quasi con “soggezione”. “Le richieste di modifiche sono fatte sempre col condizionale: “non amerei”, “desidererei”, “non mi piacerebbe”..Il tono è sempre deferente: “…e voi, uomo di talento e di carattere tanto superiore, non vi offenderete se io, meschinissimo, mi prendo la libertà di dirvi…” “Vi prego di perdonarmi l’ardire”…E ottiene dall’occhialuto e dinoccolato Cammarano con le blandizie ciò che da altri librettisti (fatta eccezione di Arrigo Boito) ottiene con lo scudiscio.”. Salvatore Cammarano, poco nota “eccellenza” napoletana…

 

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