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Dalle Harmoníai all’Oreste di Euripide: “La Nuova Musica”

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Benvenuti all’ottavo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”. Se nello scorso appuntamento abbiamo scoperto l’aulos e la lyra, oggi scopriremo come si struttura il sistema musicale nell’antica Grecia e approfondiremo l’Oreste di Euripide.

 

 

Il sistema musicale dell’antica Grecia si fondava su una complessa struttura teorica che legava la matematica, l’etica e l’arte. Il nucleo fondamentale di questo sistema era il tetracordo, una successione di quattro note discendenti comprese nell’intervallo di una quarta giusta. All’interno del tetracordo, le due note estreme erano fisse, mentre le due note interne erano mobili e potevano variare la loro altezza in base al genere impiegato: il diatonico (composto da due toni e un semitono), il cromatico (caratterizzato da intervalli di semitono) e l’enarmonico, il più complesso, che utilizza intervalli di un quarto di tono o microtoni. Unendo due tetracordi, i Greci costruivano le loro scale complete, note come harmoníai o modi, ciascuna delle quali prendeva il nome da un’antica stirpe ellenica (dorica, frigia, lidia, ionica, eolia) e si distingue per la differente posizione del semitono all’interno della struttura discendente.

Strettamente legata alla struttura tecnica era la teoria dell’ethos, secondo la quale ogni harmonia esercitava un’influenza specifica e inevitabile sull’animo umano. Ad esempio, l’harmonia dorica era considerata grave e virile, capace di infondere compostezza e moderazione, mentre quella frigia era associata a un ethos “entusiastico” e a emozioni sfrenate, tipiche dei riti dionisiaci. 

Il sistema greco aveva una profonda base scientifica radicata nel pensiero pitagorico, che identificava la musica con il numero. Gli intervalli musicali (ottava, quinta, quarta) venivano definiti attraverso precisi rapporti matematici calcolati sulla lunghezza delle corde. Questa visione portò alla concezione dell’armonia delle sfere, l’idea che il movimento dei corpi celesti producesse suoni regolati dalle stesse proporzioni numeriche della musica udibile, rendendo quest’ultima un riflesso imperfetto dell’ordine cosmico. 

L’Oreste di Euripide: Il cuore dell’approfondimento è l’analisi del celebre frammento dell’Oreste di Euripide , conservato su un papiro della Biblioteca Nazionale di Vienna (Pap. Wien G 2315) e risalente probabilmente al III o II secolo a.C., ma che riflette lo stile euripideo originale. Il testo poetico descrive il tormento del protagonista perseguitato dalle Erinni dopo il matricidio e la supplica del coro affinché possa finalmente trovare l’oblio. La musica che accompagna questi versi è di straordinario interesse tecnico poiché utilizza il ritmo docmiaco, caratterizzato da uno schema di cinque tempi (breve-lunga-lunga-breve-lunga) che per i greci era il simbolo dell’agitazione, dell’ansia e della follia. Dal punto di vista melodico, il frammento è scritto in un genere enarmonico o cromatico molto antico, che prevedeva l’uso di microtoni (quarti di tono), ideali per sottolineare il carattere angosciante e instabile della scena. Il testo analizza poi la notazione musicale presente sul papiro, costituita da piccole lettere poste sopra le sillabe del testo: alcune indicano l’altezza dei suoni per le voci, altre (se presenti) per gli strumenti di accompagnamento. 

 

💡 L’Angolo dell’Esperto: Euripide e la “Nuova Musica”

Analizziamo insieme il passaggio fondamentale dalla centralità del coro al protagonismo dell’attore solista, con un focus particolare sull’Oreste di Euripide. La tragedia greca non era intesa come un’opera letteraria da leggere, ma come uno spettacolo totale in cui la musica, la danza e la parola erano indissociabili; i momenti cantati includono la parodo, gli stasimi corali e le monodie degli attori. Verso la fine del V secolo a.C., con Euripide e la cosiddetta “Nuova Musica“, si assiste a una rivoluzione stilistica in cui la musica smette di essere un semplice supporto al testo per diventare un veicolo di espressione psicologica estrema. Questo cambiamento portò a una maggiore complessità melodica, con l’uso di melismi che spezzavano la rigida corrispondenza tra sillaba e nota, e all’impiego di ritmi più concitati e irregolari. 

Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso.

P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

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