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Il 2018 è stato l’anno delle baby gang. Quali i rimedi a questo flagello?

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Il 2018 è stato segnato in una maniera dura dalla criminalità minorile. E continua, tra reazioni e commenti, la ricerca dei rimedi.

Una storia infinita di ragazzi aggrediti da coetanei senza motivi particolari. Derubati, pestati, milze spappolate, coltellate, colpi di pistola. E non solo ragazzi le vittime delle baby gang. Dall’aggressione ad Arturo al terrore seminato tra i passeggeri della Linea 1 alla stazione di Materdei. La parola ricorrente tra chi cerca un rimedio al flagello delle baby gang è “esercito”. Un esercito di insegnanti: perché solo la scuola, si sa, può educare al rispetto, alla convivenza; educa e istruisce, eleva socialmente. Un esercito di assistenti sociali: perché solo l’assistenza pubblica, le politiche sociali, le associazioni del terzo Settore, intervengono sul disagio, economico, sociale, culturale. L’esercito, senz’altre aggettivazioni: solo militari, polizia, carabinieri, possono garantire la sicurezza per le strade, l’ordine e la tranquillità nelle metropolitane, nella movida del sabato sera.

Mentre pronunciamo la parola “esercito”, già siamo scettici: sia sulla quantità di personale da mettere in campo, sia sul carattere risolutivo o anche solo sulla bontà degli interventi auspicati. Le forze dell’ordine hanno compiti più gravosi per star dietro a episodi di microcriminalità: sarà per questo che il Questore riaffida sistematicamente ad altri il problema. I servizi sociali danno la precedenza a minori incappati nelle maglie della giustizia per delitti e reati ben più gravi, seguono persone coinvolte in storie di violenza domestica, vigilano sull’obbligo scolastico. La scuola svolge la sua funzione per la maggioranza dei ragazzi, tenta anche il recupero di quelli che non si adattano, ma a un certo punto li abbandona al loro destino. Sia che vadano a ingrossare le fila della dispersione, sia che rimangano nelle aule.

Certo, si potrebbe fare di più e meglio. Più poliziotti in borghese che si confondono tra la gente, pronti a intervenire in modo esemplare. Servizi sociali e progetti non solo per i casi conclamati ma per tutta la fascia di ragazzi a rischio. Scuole con organici adeguati e preparati ai problemi e ai rischi dei territori, e non soggette, come le altre in condizioni più favorevoli, a processi di dimensionamento e a tagli del personale. Certo, agire sulle famiglie, sui genitori. E non solo su quelli che non mandano i figli a scuola, su pregiudicati e malavitosi, ma anche su tanti che li mandano a scuola, al catechismo, in palestra, in vacanza. Perché in realtà non gli interessa niente di cosa pensano veramente i figli, in che cosa credono, che cosa li fa soffrire, quali strade pericolose cominciano a percorrere. Genitori immaturi, impreparati, incapaci. Genitori e figli, che vivono nello stesso vuoto educativo: solo impulsi esterni, mode, messaggi. Senza ruoli e senza funzioni.

Allora, per intervenire, ci vuole veramente un esercito: un esercito di cittadini. Quelli che stanno per strada e che, anziché assistere impauriti ai pestaggi, intervengano con determinazione; che pretendano da tutti il rispetto delle regole nei luoghi e nei mezzi pubblici; che diano l’esempio, soprattutto ai più giovani, con comportamenti corretti e rispettosi degli altri. Cittadini che pensino, convinti, che il problema di questi ragazzi violenti non è un problema degli altri. Cittadini che si interessino non solo delle baby gang e delle loro vittime, ma di tutti i ragazzi; che considerino le loro esigenze e i loro diritti e gli diano priorità. Un esercito di cittadini, che comprenda anche insegnanti, assistenti e animatori sociali, militari, per un cambio di passo culturale. Seguendo l’antico detto africano che dice: “Per educare un bambino si mobilita l’intero villaggio”.